AUTO PIÙ COSTOSE AL MONDO 2017: LA CLASSIFICA DELLE PRIME 10 [FOTO]

Nomi noti e costruttori meno famosi, potenze sbalorditive, dettagli esclusivi. Le auto più costose del mondo 2017 sono anche le più esagerate. Vediamo la classifica.

Quali sono le auto più costose al mondo del 2017? Una classifica di questo tipo è molto particolare, nel senso che vetture come queste non si acquistano semplicemente entrando in un concessionario e sfogliando un listino, chiedendo se il navigatore è di serie oppure optional e trattando per farci regalare la vernice metallizzata. Nemmeno possiamo parlare di listino in senso normale. Quando si parla di hypercar, perché qui si va molto oltre le supercar, praticamente è il costruttore che sceglie i clienti, non il contrario. L’unità di misura degli esemplari è molto spesso la decina, a volte si va anche sotto le due cifre. Non basta essere milionari, si deve appartenere a circoli ristrettissimi che devono dimostrare di meritare la possibilità di acquistare questi modelli, secondo parametri che ogni costruttore stabilisce nella più totale autonomia. Inoltre quasi sempre si tratta di esemplari che alla fine diventano unici, perché il cliente chiede personalizzazioni originali.

prezzi sono quasi teorici, poiché nella maggior parte dei casi le produzioni vengono esaurite immediatamente, prima ancora che inizino. Le quotazioni derivano da cifre in dollari, dato che si tratta di modelli i cui mercati sono tanto ristretti come numero di clienti quanto vasti in termini geografici: il mondo intero. Divertiamoci dunque con questa classifica dei sogni.

10 – KOENIGSEGG REGERA – 1.744.720 €

Iniziamo la nostra classifica delle auto più costose al mondo con questa perla. Otto cilindri, due turbo, tre motori elettrici, quattro ruote e due porte, poi diamo veramente i numeri guardando la potenza, 1.500 cavalli, per non parlare della coppia surreale di 2.000 Newton metri: è la Koenigsegg Regera, esagerata in tutto.

9 – LAMBORGHINI CENTENARIO – 1.744.720 €

Solo 40 esemplari dedicati alla memoria del grande Ferruccio, del quale nel 2016 ricorrevano i 100 anni dalla nascita. La Lamborghini Centenario è una Aventador moltiplicata all’ennesima potenza, un esercizio d’ingegneria oltre che di stile. Dal V12 aspirato della gamma normale hanno tirato fuori la bellezza di 770 cavalli. Senza ricorrere alle “scorciatoie” come la sovralimentazione o i motori elettrici, si tratta di un risultato incredibile. Per non parlare del resto.

8 – FERRARI LAFERRARI APERTA – 2.020.202 €

Il prezzo è stimato, poiché non è stato mai comunicato ufficialmente. Del resto, hanno venduto tutti i 209 esemplari prima ancora che il mondo dei comuni mortali ne conoscesse formalmente l’esistenza. La Ferrari laFerrari Aperta ha la stessa meccanica della versione chiusa e ne mantiene le prestazioni, nonostante l’assenza del tetto. Saranno anche ibridi, ma 963 cavalli fanno sempre una maledetta impressione. E’ lei all’ottavo posto nelle auto più costose al mondo 2017.

7 – PAGANI HUAYRA ROADSTER – 2.203.857 €

L’ultima evoluzione del modello attuale prodotto dalla casa modenese è al settimo posto della nostra classifica. Via il tetto, è sempre bellissima e sfoggia mille soluzioni ardite ed esclusive. Sotto il cofano della Pagani Huayra Roadsterbatte sempre il V12 biturbo Mercedes-AMG, qui portato alla stellare potenza di 764 cavalli. “Tutto doveva essere unico, come una macchina ricavata da un blocco di marmo di Carrara”: sono le parole del grande Horacio e dicono tutto.

6 – BUGATTI CHIRON – 2.387.511 €

Quando uscì la Veyron il mondo si stupì per il livello di esagerazione di quell’auto. Ora la Bugatti Chiron ne prende il posto spostando l’asticella ancora più in alto. La Chiron sfrutta ancora il mostruoso W16 quadriturbo dell’antenata e lo ha pompato fino a 1.500 cavalli. Questo per la versione “base”, attendiamo le prossime variazioni sul tema per vedere dove si vuole arrivare. Si dovrebbe riflettere sul grado di follia raggiunto oggi dal mondo.

5 – PAGANI HUAYRA BC – 2.387.511 €

Ancora Horacio, questa volta con la Pagani Huayra BC. Si tratta di una variazione mostrata nel 2016 e la cui produzione si ferma a 20 esemplari. 789 cavalli ed un peso di soli 1.218 Kg. Fatta per volare.

4 – ICONA VULCANO TITANIUM – 2.571.166 €

Un nome poco conosciuto, però in grado di creare un oggetto decisamente esclusivo e caratteristico. La Icona è un’azienda italiana di design, ha sede a Torino. L’amministratore delegato è Teresio Gigi Gaudio, il quale in passato ha diretto Bertone e Aprilia; i capitali sono cinesi. La Icona Vulcano Titanium monta il motore della Corvette ZR1, il V8 6.2 aspirato da 670 cavalli (viene detto che ne può raggiungere anche 1.000). La carrozzeria è interamente in titanio. Quarto posto per lei tra le auto più costose al mondo 2017 con oltre 2 milioni e mezzo di euro.

3 – ASTON MARTIN VALKYRIE – 2.754.821 €

E’ quella che fino alla vigilia del salone di Ginevra 2017 era nota come AM-RB 001, cioè l’Aston costruita in collaborazione con la scuderia Red Bull di Formula 1 e progettata direttamente da Adrian Newey. Il prezzo dell’Aston Martin Valkyrie è stimato, perché non è stato comunicato ufficialmente. Come non è stata diffusa nei dettagli una scheda tecnica. Si parla di un V12 aspirato unito ad un apparato elettrico tipo Kers, per 1.000 cavalli ed un peso non superiore ai 1.000 Kg.

2 – W MOTORS LYKAN HYPERSPORT – 3.122.130 €

La W Motors Lykan Hypersport esiste ormai da qualche annetto (ma non chiamianola una macchina vecchia), dal 2012. Il costruttore è libanese ma la carrozzeria è dell’italiana Viotti. Il motore è di derivazione Porsche, elaborato da Ruf: il 6 cilindri boxer 3.7 biturbo raggiunge qui la bellezza di 770 cavalli. Vengono dichiarati 390 Km/h di velocità massima. Solo 7 esemplari. A quel prezzo non ne servono altri.

1 – LAMBORGHINI VENENO ROADSTER – 4.132.231 €

Nove esemplari per una delle auto più costose del mondo 2017. La Lamborghini Veneno Roadster è una delle ormai numerose derivazioni della Aventador. Il solito V12 6.5 aspirato qui arriva a 750 cavalli. Aerodinamica estrema e si vede. Ha talmente tante appendici che sembra quasi una Formula 1 2017, però la Veneno è stata costruita prima. “Progettata per volare sulla strada”, dicono a Sant’Agata. Ci crediamo.

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COME CANCELLARE UNA NOTIZIA ONLINE

Il diritto all’oblio, inizialmente riconosciuto soltanto a livello giurisprudenziale sia in campo europeo che nazionale, con l’entrata in vigore del nuovo Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati Personali (RGPD, Regolamento UE 2016/679) riceve finalmente un’espressa regolamentazione che ne indica portata e limiti.

Questo diritto, che non ha carattere assoluto in quanto dev’essere inevitabilmente contemperato con altri interessi (primo fra tutti il diritto di cronaca), può essere definito come l’interesse di un singolo ad essere dimenticato: la sua esplicazione consiste nella cancellazione dei contenuti, dalle varie pagine web, di precedenti informazioni (spesso pregiudizievoli come ad esempio precedenti penali) che non rappresentano più la vera identità dell’interessato.

diritto alloblio

Vi è, dunque, la possibilità di richiedere l’eliminazione di notizie relative a fatti avvenuti in passato per tutelare la riservatezza e l’identità personale attuale di un soggetto.

Quanto detto, tuttavia, non può avvenire in modo incondizionato e, prima le Corti nazionali e comunitarie, poi la regolamentazione del RGPD hanno stabilito quali debbano essere le condizioni necessarie per un corretto esercizio di questo diritto, soprattutto ai fini della sua compatibilità con il diritto d’informazione che, nei casi in cui le notizie siano attuali e di interesse pubblico, dovrà comunque prevalere sull’interesse del singolo.

Nell’articolo tratterò inizialmente dell’iter giurisprudenziale che ha portato alla regolamentazione del diritto all’oblio, per poi analizzare la disciplina dettata dal RGPD.

Gli sviluppi giurisprudenziali

Il tema, prima della sua esplicita regolamentazione, è stato più volte portato all’attenzione dei giudici e, prima la Corte di Giustizia a livello europeo, poi la Cassazione a livello nazionale, ne hanno indicato limiti e portata, tracciando già, a grandi linee, la stessa disciplina che adesso si rinviene all’interno del RGPD.

La Corte di Giustizia si è pronunciata sulla questione con una sentenza del 2014 (causa C-131/12) nella quale veniva riconosciuto a un soggetto il diritto di richiedere la deindicizzazione di una determinata informazione sul web, in quanto interesse prevalente rispetto a quello economico del gestore del sito web (obbligato dunque alla cancellazione), ma non su quello di informazione degli utenti della rete: quando la notizia è attuale e di interesse pubblico, l’informazione prevale sul diritto alla riservatezza.

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Anche la Corte di Cassazione veniva chiama ad esprimersi sulla questione (sent. 23771/15) e dopo aver ribadito la possibilità per un soggetto di richiedere l’eliminazione dei link contenenti notizie per lui pregiudizievoli, nel caso di specie, rigettava le richieste dell’interessato stabilendo, sulle basi dell’appena citata sentenza della Corte di Giustizia, che quando la notizia è recente e meritevole di attenzione da parte della collettività, sarà sempre il diritto di cronaca a prevalere.

La Suprema Corte ha comunque precisato che qualora non ricorrano questi due ultimi elementi (attualità ed interesse pubblico), il gestore di ricerca è obbligato alla deindicizzazione dei dati e, in caso contrario, l’interessato è legittimato a ricorrere alle autorità competenti: Garante per la protezione dei dati e giudici.

Prima di passare all’analisi dell’attuale regolamentazione è opportuno analizzare altresì le precisazioni effettuate dal Garante della Privacy in merito a quest’istituto (newsletter 400/2015).

Anche il Garante è in linea con le decisioni dei giudici nazionali e comunitari: a suo dire è necessario, ai fini dell’esercizio del diritto, che sia trascorso un importante lasso di tempo tra l’avvenimento narrato e la richiesta della cancellazione e che l’informazione abbia natura privata.

Nel caso non si possa esercitare il diritto per mancanza dei requisiti suddetti, il Garante precisa che chiunque, se ritiene inesatte le informazioni sul proprio conto, può comunque rivolgersi all’editore per richiedere la modifica o la rettifica delle stesse.

La regolamentazione

Come anticipato, con il nuovo Regolamento sulla privacy Ue (approvato nel 2016 ma operativo dal 2018), il diritto all’oblio, denominato più genericamente diritto alla cancellazione, riceve una regolamentazione espressa.

Già dal preambolo del RGPD si comprende l’importanza dell’istituto in quanto vengono dedicati ben 3 articoli, che specificano la necessità del diritto in questione per l’ordinamento UE (65-66-156).

diritto all oblio

Secondo quanto previsto dall’articolo 17 del RGPD, l’interessato ha diritto di ottenere, senza ingiustificato ritardo, la cancellazione dei dati che lo riguardano da parte del titolare quando ricorre una delle seguenti condizioni:

  • Se i dati non siano più necessari ai fini del trattamento per il quale sono stati raccolti o trattati;
  • Nel caso in cui l’interessato revochi il consenso al trattamento dei dati, il periodo di conservazione degli stessi sia spirato oppure quando non vi siano altri legittimi motivi per proseguire il trattamento;
  • Quando vi è opposizione da parte dell’interessato al trattamento dei dati personali;
  • Se un tribunale (o altra autorità di regolamentazione comunitaria) ordini in maniera definitiva ed assoluta la cancellazione dei dati;
  • Nell’ipotesi in cui i dati siano stati trattati illecitamente.

In tali casi, dunque, il titolare dovrà procedere alla cancellazione dei dati e astenersi da ogni successivo trattamento degli stessi, anche se non in maniera assoluta: ci sono ipotesi previste dalla stessa norma in cui il diritto non può essere esercitato.

In primo luogo, come già detto, il diritto all’oblio non trova applicazione quando va a scontrarsi con il diritto di cronaca e il diritto di informazione che sono prevalenti.

La sua applicazione può, inoltre, essere limitata nei casi in cui la conservazione sia necessaria per adempiere ad obblighi previsti dal diritto comunitario o nazionale o per motivi di interesse pubblico nel settore della sanità, della ricerca scientifica e storica o a fini statistici.

diffammazione

Da ultimo, il diritto alla cancellazione non trova espressione quando i dati siano necessari per l’accertamento, l’esercizio o la difesa di un dritto in sede giudiziaria.

Di seguito riporto il testo integrale dell’articolo:

1.   L’interessato ha il diritto di ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei dati personali che lo riguardano senza ingiustificato ritardo e il titolare del trattamento ha l’obbligo di cancellare senza ingiustificato ritardo i dati personali, se sussiste uno dei motivi seguenti:

a) i dati personali non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati;

b) l’interessato revoca il consenso su cui si basa il trattamento conformemente all’articolo 6, paragrafo 1, lettera a), o all’articolo 9, paragrafo 2, lettera a), e se non sussiste altro fondamento giuridico per il trattamento;

c) l’interessato si oppone al trattamento ai sensi dell’articolo 21, paragrafo 1, e non sussiste alcun motivo legittimo prevalente per procedere al trattamento, oppure si oppone al trattamento ai sensi dell’articolo 21, paragrafo 2;

d) i dati personali sono stati trattati illecitamente;

e) i dati personali devono essere cancellati per adempiere un obbligo legale previsto dal diritto dell’Unione o dello Stato membro cui è soggetto il titolare del trattamento;

f) i dati personali sono stati raccolti relativamente all’offerta di servizi della società dell’informazione di cui all’articolo 8, paragrafo 1.

Il titolare del trattamento, se ha reso pubblici dati personali ed è obbligato, ai sensi del paragrafo 1, a cancellarli, tenendo conto della tecnologia disponibile e dei costi di attuazione adotta le misure ragionevoli, anche tecniche, per informare i titolari del trattamento che stanno trattando i dati personali della richiesta dell’interessato di cancellare qualsiasi link, copia o riproduzione dei suoi dati personali.

I paragrafi 1 e 2 non si applicano nella misura in cui il trattamento sia necessario:

a) per l’esercizio del diritto alla libertà di espressione e di informazione;

b) per l’adempimento di un obbligo legale che richieda il trattamento previsto dal diritto dell’Unione o dello Stato membro cui è soggetto il titolare del trattamento o per l’esecuzione di un compito svolto nel pubblico interesse oppure nell’esercizio di pubblici poteri di cui è investito il titolare del trattamento;

c) per motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica in conformità dell’articolo 9, paragrafo 2, lettere h) e i), e dell’articolo 9, paragrafo 3;

d) a fini di archiviazione nel pubblico interesse, di ricerca scientifica o storica o a fini statistici conformemente all’articolo 89, paragrafo 1, nella misura in cui il diritto di cui al paragrafo 1 rischi di rendere impossibile o di pregiudicare gravemente il conseguimento degli obiettivi di tale trattamento; o

e) per l’accertamento, l’esercizio o la difesa di un diritto in sede giudiziaria.

Come arginare il potere di Google, Facebook e Amazon

Davanti agli uffici di Google, New York, ottobre 2015. (Sam Hodgson, The New York Times/Contrasto)Ecco la mia previsione: tra cinque o dieci anni, diminuirà drasticamente l’arrogante potere di Google, Facebook e Amazon e l’economia online si trasformerà fino ad apparirci irriconoscibile. E credo che scomparirà internet per come l’abbiamo conosciuta finora: selvaggia e perlopiù senza regole, in cui aziende gigantesche come quelle citate godono di un’immunità legale che risale a un’epoca più semplice, o possono permettersi di sfruttare impunemente i diritti d’autore di altre persone.

Immagino che una simile previsione possa apparire inverosimile. Dopo tutto, oggi Google raccoglie l’81 per cento di tutte le pubblicità mondiali legate ai motori di ricerca, Facebook il 77 per cento del traffico dei social network mentre Amazon vende circa il 70 per cento degli ebook in circolazione e concentra il 51 per cento di tutte le altre vendite online. Inoltre, se sommate il loro valore di mercato, più di 1.500 miliardi di dollari, possiedono in tre un pil maggiore di quasi ogni paese del mondo (solo dieci stati hanno un pil più alto).

Editori sotto copertura digitale
Queste aziende sembrano invincibili. Chi o cosa potrebbe mai metterle in difficoltà? Per esempio, una ex universitaria di cui non avete mai sentito parlare e che oggi è una senatrice degli Stati Uniti, e fa parte di un interessante sottobosco di politici statunitensi che comincia a minacciare seriamente questi monopoli in apparenza inattaccabili e ciò a cui essi si affidano per conservare il loro dominio in rete. In poche parole, il disprezzo nei confronti del diritto d’autore e la pretesa di non essere degli editori.

Oggi, l’editore di un quotidiano o una rivista è il responsabile legale del suo contenuto. Se il contenuto è diffamatorio o criminale, l’editore può essere incriminato o costretto a chiudere. Questo però non vale per Google e per i suoi simili, che sostengono di non essere editori ma semplici canali di diffusione online di contenuti creati da altri. Vent’anni fa, nel 1996, questa pretesa è stata sancita e convalidata per legge negli Stati Uniti: il media copyright act (legge sul diritto d’autore delle testate digitali) è di quell’anno. All’epoca internet era ancora in fasce e Google e compagni ancora non esistevano, e la legge ha stabilito che i fornitori di servizi online non sono giudicati responsabili se rimuovono o bloccano i contenuti appena ricevono la comunicazione che questi sono coperti dal diritto d’autore.

L’Europa ha provato ad arginare questi monopoli ma gli Stati Uniti li hanno lasciati agire indisturbati. Almeno finora

I grandi monopoli online hanno usato questi vantaggi per creare delle gigantesche attività commerciali che funzionano come dei cartelli. Pubblicano infatti link a notizie e contenuti che non pagano, ma dai quali traggono guadagni pubblicitari.
Gli introiti pubblicitari di Google sono superiori agli ottanta miliardi di dollari, più di quanto guadagnino dalla pubblicità tutti i giornali, le riviste e le stazioni radio del mondo (né Google né Facebook danno lavoro a un singolo giornalista, mentre nel frattempo i giornali, che invece lo fanno, perdono introiti, si riducono o chiudono).

YouTube (che appartiene a Google) permette di scaricare musica da cui ricava dei profitti, mentre i musicisti ottengono poco o niente. Lo scrittore statunitense Jonathan Taplin, autore di uno stimolante libro intitolato Move fast and break things: how Facebook, Google and Amazon cornered culture and undermined democracy (Muoviti veloce e distruggi tutto: come Facebook, Google e Amazon hanno monopolizzato la cultura e indebolito la democrazia), afferma che se una canzone viene scaricata un milione di volte su iTunes l’autore incassa 900mila dollari, ma se lo stesso avviene su YouTube ricava solo novecento dollari.

Il capitalismo della sorveglianza
Queste aziende pagano pochissime tasse su profitti enormi, e sono state molto lente a rimuovere i contenuti illegali, compresi alcuni che davano utili consigli su come compiere azioni terroristiche. È vero che offrono servizi, intrattenimento e, nel caso di Amazon, prezzi contenuti. Ma in cambio perseguono anche il loro altro grande obiettivo: mietere informazioni personali sugli utenti mentre questi navigano, comprano e fanno ricerche. I loro profitti, come ha scritto Taplin usando un’espressione memorabile, derivano da un “capitalismo della sorveglianza”. Sono come un grande fratello che vuole essere nostro amico, in modo da poter sbirciare nel nostro portafoglio e prendere appunti sul suo contenuto.

L’Europa ha provato ad arginare questi monopoli ma gli Stati Uniti li hanno lasciati agire indisturbati in nome della libertà di parola, del denaro e della supremazia culturale americana. Tuttavia oggi si profila un cambiamento. Un paio di proposte di legge attualmente in discussione al congresso mirano a considerare editori quei “fornitori di servizi informatici interattivi” che veicolino contenuti legati allo sfruttamento sessuale, rendendoli così legalmente responsabili.

Sembra una cosa alla quale nessuna persona di buon senso potrebbe opporsi ma Google, Facebook e compagni lo stanno facendo. Sostengono che la loro attuale immunità sia fondamentale affinché l’economia online funzioni e prosperi. La loro preoccupazione è che, una volta considerati editori nel limitato contesto del traffico sessuale, questo principio possa essere esteso agli altri materiali che essi veicolano.

Lasciato dalla ex, minaccia il suicidio in diretta su Facebook: salvato dai Carabinieri

jpgLo trovano vicino alla casa della donna armato di mazza e coltello

Arezzo, 30 settembre 2017 – Nel pomeriggio di ieri una 43enne residente in Valdichiana, si è presentata dai Carabinieri di Lucignano preoccupata per le dichiarazioni fatte dall’ex fidanzato su “Facebook”, un 40enne anche lui della Valdichiana, contenente propositi di suicidio in relazione alla recente separazione avvenuta tra i due ex conviventi

Nel video di preavviso alla propria ex , il soggetto brandeggiava chiaramente un coltello con intenti minacciosi autolesionistici. l’insano gesto , sarebbe stato messo in atto la stessa sera in diretta “facebook”. Stessa segnalazione degli intenti suicidi dell’uomo veniva fatta ai Carabinieri di Bucine da sua sorella residente nel suddetto centro. A questo punto i carabinieri di Llucignano con l’ausilio della compagnia di Cortona si sono messi sulle tracce dell’uomo rintracciandolo dopo qualche ore di ricerca , nei pressi dell’ abitazione della sua ex ragazza, in attesa del suo rientro.

I carabinieri dopo avergli parlato e fatto dissuadere dai propositi suicidiari, lo affidavano alla sorella che lo portava con lei presso la sua abitazione di Bucine. Il soggetto veniva sottoposto a perquisizione e trovato in possesso di 1 mazza e 1 coltello e pertanto segnalato all’autorità giudiziaria di Arezzo per possesso ingiustificato di oggetti atti ad offendere.

Web content, non possono essere Facebook o Google a stabilire cosa è illecito online

Web content, non possono essere Facebook o Google a stabilire cosa è illecito online

E’ una comunicazione ponderata, articolata, ricca di contenuti quella che la Commissione europea ieri ha trasmesso al Parlamento e al Consiglio in materia di lotta ai contenuti illeciti online.

Si sbaglierebbe – come forse un po’ troppo frettolosamente taluni hanno fatto – a bollarla come un semplice ultimatum a FacebookGoogleTwitter & C. perché si diano più da fare per tenere pulita la rete dai terabyte di contenuti spazzatura che i quasi 4 miliardi di suoi utenti vi riversano quotidianamente e si sbaglierebbe, allo stesso modo, a considerarla il punto di arrivo di una riflessione che, evidentemente, al contrario, non è ancora sufficientemente matura, equilibrata e bilanciata.

Ci sono alcuni principi condivisibili e, anzi, sacrosanti e ce ne sono altri che lasciano perplessi e, anzi, stridono o, almeno, rischiano di produrre derive stridenti, con taluni principi fondamentali nei quali i Paesi dell’Unione europea si riconoscono.

Adidas sceglie testimonial che non si depila: insulti e minacce alla ragazza dello spot

3271886_1305_adidasmodella.jpgArvida Bystrom è una fotografa svedese di 25 anni scelta da Adidas per la nuova campagna pubblicitaria #Superstar insieme ad altri artisti e attivisti, definiti “le icone di domani”. La giovane artista svedese, che combatte attraverso continue provocazioni i pregiudizi di genere, ha fatto della non depilazione una bandiera e proprio per questo è stata selezionata dal brand sportivo per la nuova linea pubblicitaria. Con indosso un paio di sneakers, un aggiornamento delle storiche Originals 80, spiega nel video: ”Penso che il femminismo sia un concetto culturale. Chiunque può essere femminile, fare cose da donna e forse la società ha paura di questo”. ”Sui social ho ricevuto molti commenti pieni d’odio e minacce di stupro via email – si legge in un post pubblicato da Bystrom su Instagram – non riesco nemmeno a immaginare cosa voglia dire cercare di resistere in questo mondo senza avere tutti i privilegi che ho io”. Tra i commenti a questo video, su YouTube, attestati di stima alla fotografa e anche, purtroppo, critiche e insulti

PESCARA – Minaccia con il coltello e rompe in naso alla fidanzata: arrestato

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La Polizia è intervenuta a Pescara a seguito della segnalazione di una violenta lite in corso presso un’abitazione privata: la notizia riferiva che all’esterno di un balcone un uomo stava minacciando una giovane donna con un coltello, tenendola ferma con un braccio e che la donna aveva il volto sanguinante. Nell’abitazione in questione vi era l’uomo indicato, un 37enne pescarese, con precedenti di polizia, ivi ristretto agli arresti domiciliari dopo aver commesso alcuni mesi fa, vari episodi criminosi ai danni di un esercizio balneare.
Giunti tempestivamente sul posto, gli agenti della Squadra Volante apprendevano che l’individuo aveva da poco aggredito la ex fidanzata colpendola violentemente al volto, per poi cingerla con un braccio al collo ed uscire fuori, sul balcone di casa, minacciandola a mezzo di un coltello da cucina, allorquando veniva allertata la Sala Operativa “113”. I poliziotti della Squadra Volante intercettata la donna ferita, richiedevano l’intervento del soccorso sanitario “118”.

Gli operatori quindi si adoperavano affinchè la situazione non degenerasse ulteriormente: per cui facevano accesso nell’abitazione in questione e bloccavano l’uomo che versava in stato di agitazione, altresì individuavano e sequestravano il coltello, che veniva rinvenuto sul lavandino del bagno. Presso il Pronto Soccorso, alla malcapitata veniva diagnosticata la frattura scomposta delle ossa del setto nasale, con una prognosi iniziale di 30 giorni. Per il grave episodio di lesioni personali e minacce il 37enne veniva tratto in arresto in flagranza di reato, e posto a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

L’Aquila e la crisi dello sport/Il rugby non scende in campo: «Sporchi giochi ce lo impediscono»

L’AQUILA – E’ drammatica la situazione dello sport aquilano. Oggi i giocatori dell’Aquila rugby, all’interno dello stadio, hanno letto una drammatica lettera per spiegare perché non scenderanno in campo.  “L’emozione è troppo forte e speriamo di riuscire a leggere queste righe che altro non sono che il pensiero della squadra, una squadra che hanno provato a dividere ma senza riuscirci, una squadra unita da qualcosa di più di una semplice amicizia sul campo, una squadra che ha voluto raccontarvi ciò che abbiamo passato per farvi capire il periodo difficile che stiamo vivendo, un momento che speravamo non arrivasse mai.

Mancano pochi metri, ci separa solo una porta, ma non possiamo aprire questo lucchetto, non ci fanno aprire questo lucchetto. Ci stanno impedendo di entrare nella nostra Casa, il nostro stadio.

Dopo tante chiacchiere lette e sentite in queste settimane, ora è il momento che date la voce alle uniche persone degne di parlare di maglia, di colori e di appartenenza.

Siamo noi le uniche vittime dei loro sporchi giochi, siamo ragazzi di 20 anni che hanno dimostrato i propri valori morali, la voglia di credere ad un sogno già dallo scorso anno, quando nelle massime difficoltà abbiamo deciso nonostante tutto di scendere in campo ogni domenica, impegnarsi, combattere, sacrificarsi per il rugby aquilano, arrivare a giocare una finale, pensando di poter rappresentare l’orgoglio di questa città.

Siamo gli unici che hanno creduto nel progetto voluto da Mauro Zaffiri, siamo gli unici che vogliono portare avanti quel progetto e realizzarlo, siamo gli unici che vogliamo onorare la sua memoria.

Per un anno intero ci siamo battuti in nome di una appartenenza in cui abbiamo sempre creduto, anche se la città non ci ha mai fatto sentire il suo supporto e la sua vicinanza, ci siamo sentiti soli senza quel sostegno che è la nostra fede e religione, ad affrontare problemi troppi grandi per ragazzi della nostra età.

Per un mese ci siamo allenati credendo che c’erano persone che lavoravano per superare i problemi esistenti. Mentre noi preparavamo la partita di domani, loro facevano i loro squallidi intrighi, sotterfugi, accordi per garantirsi quel micropotere a cui tanto aspirano. Mentre ci raccontavano la favoletta, lavoravano per affossare il nostro futuro, le facce nuove che dovevano portare maggiore credibilità alla società ci hanno riempito di bugie, siamo grati alla sola persona che in più occasioni ci ha guardato in faccia e ha cercato di spiegarci quello che stava succedendo.

Chi non ci permette domani di giocare sono sia i nemici storici sia quelli che si erano dichiarati amici, persone che fanno finta di litigare solo quando le luci delle telecamere sono accese.

Abbiamo più volte dichiarato la nostra volontà di andare avanti, di sacrificarci pur di giocare il campionato e di dare alla società la possibilità di risollevarsi, ci siamo detti disponibili ad andare incontro alle loro difficoltà, ma a quanto pare questo non importa.

Abbiamo sentito dalle loro bocche parole come maglia, colori, impegno, sostegno, rugby, ma non sanno cosa significano, dette da loro sono parole vuote.

A nessuno di loro interessa far rinascere il rugby aquilano, farlo crescere e essere un riferimento per tutti, interessano solo i lori piccoli affari.

Vogliamo sapere da voi come si può pensare che la città dell’Aquila “tornerà a volare” quando noi giovani veniamo cacciati dalla nostra casa, quando ci si impedisce di lottare per il nostro futuro e il nostro sogno.

Dite che i giovani sono il futuro, sappiate allora che oggi, 20 tasselli del vostro futuro non ci sono più”. 

LATINA – Rapina a mano armata al distributore di benzina

di Giuseppe Mallozzi
Rapina a mano armata al distributore “New Energy” di Spigno Saturnia, sito sulla Sr 630 Formia-Cassino. E’ accaduta intorno alle 15 di oggi pomeriggio. Erano in due, in sella ad una moto di grossa cilindrata, con il volto travisato dal casco.

Tradendo un accento campano, hanno puntato una pistola contro il titolare facendosi dare l’incasso della giornata, circa mille euro. Poi sono fuggiti in direzione Cassino. Sul caso indagano i carabinieri, che hanno acquisito le immagini dell’impianto di videosorveglianza.

Cassino, il capitano Mastromanno nuovo Comandande dei Carabinieri

di Vincenzo Caramadre
“Auspico una sincera collaborazione sia con le Forze di Polizia presenti sul territorio che con le autorità tutte, allo stesso modo instaurerò  un rapporto di fiducia e collaborazione con le testate giornalistiche”.

Così il Capitano Ivan Mastromanno, nuovo comandante della Compagnia di Cassino, che ieri mattina ha incontrato i rappresentanti degli organi d’informazione.
L’ufficiale è originario della provincia di Latina e proviene dalla tenenza di Fondi. Tra le sue esperienze lavorative c’è anche il comando del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia dei Carabinieri di Mondragone dove, con i suoi collaboratori, ha raggiunto eccellenti risultati investigativi.