sequestrato il tesoro di Modigliani senza un padrone: ma arriva lo stato

C’è un tesoro composto da 6.000 oggetti di Amedeo Modigliani (Livorno, 1884 – Parigi, 1920), ma non si sa a chi appartenga: si tratta di documenti, lettere, reperti, fotografie su cui c’è da fare chiarezza in merito alla proprietà. I 6.000 oggetti costituiscono il fondo degli Archivi Legali Modigliani, e il caso sulla proprietà di questi ultimi è stato portato in Parlamento dalla senatrice del Movimento 5 Stelle Margherita Corrado, che attraverso un’interrogazione sottoscritta da altri parlamentari del partito (Nicola Morra, Fabrizio Trentacoste, Michela Montevecchi, Emma Pavanelli, Luisa Angrisani e Maria Domenica Castellone) chiede al Ministero dei Beni Culturali di farsi promotore di un’indagine che faccia luce su questo straordinario repertorio, che la giornalista Dania Mondini e il sociologo ed ex ispettore di polizia Claudio Loiodice (autori del bestseller L’affare Modigliani, un libro-inchiesta su tutto ciò che gira attorno al grande pittore livornese) ritengono “pietra miliare” e “chiave di volta” del “flusso incontrollato di interessi” che riguardano il pittore.

Gli Archivi Legali, spiegano Mondini e Loiodice nel libro, sono stati messi assieme dalla figlia di Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne, Jeanne Modigliani (Nizza, 1918 – Parigi, 1984), e “rappresentano”, si legge ne L’Affare Modigliani, “la base per realizzare le certificazioni sull’autenticità delle opere attribuite a Modigliani. Chi li controlla, controlla un affare milionario”. Gli Archivi contengono, tra le altre cose, la corrispondenza tra il pittore e la madre, le lettere che il mercante Léopold Zborowski scambiò con il fratello di Amedeo, Emanuele, e ancora le rare corrispondenze che testimoniano il legame tra l’artista e Jeanne Hébuterne (tra cui l’impegno di matrimonio), oltre ai certificati che scandiscono la vita di Amedeo Modigliani.

La vicenda degli Archivi Legali è stata in parte ricostruita nel libro. Raccolti da Jeanne Modigliani dopo decenni di catalogazione per tentare di ricostruire il percorso artistico del padre, rappresentano un patrimonio di valore eccezionale perché Modigliani non ha lasciato firme depositate, né un elenco con le descrizioni delle opere da lui realizzate: gli archivi rappresentano dunque, scrivono Mondini e Loiodice, “il tentativo di cristallizzare tutto ciò che può dare un’identità certa al patrimonio artistico di Modì”. Chi li possiede, spiegano gli autori del libro, “ha in mano gli strumenti per fare expertise e quindi decretare se un’opera è vera o falsa, o quantomeno se un determinato quadro si porta in dote una storicità”. E dal momento che attorno a Modigliani i falsi fioccano da molto tempo, avere il possesso degli Archivi Legali potrebbe essere lo spartiacque per ristabilire la verità storica.

Sulla base della ricostruzione di Mondini e Loiodice, nel 1982 Jeanne Modigliani avrebbe trasferito i diritti sugli Archivi Legali all’archivista Christian Parisot (i due autori adoperano il condizionale perché nel libro viene messa in dubbio l’autenticità del documento, una scrittura privata, con cui è avvenuta la cessione: un documento, sottolineano i due, “fabbricato in casa, approssimativo, privo di citazioni legali e di qualsivoglia timbro notarile, e soprattutto senza l’indicazione del foro competente per eventuali dispute”). Nel 2015, Parisot avrebbe poi ceduto la proprietà degli Archivi alla mercante d’arte Maria Stellina Marescalchi, che avrebbe sborsato 280mila euro per ottenerla, con una transazione che secondo Mondini e Loiodice sarebbe illegale perché nessuno avrebbe emesso fattura per i beni custoditi in Italia o per i guadagni percepiti.

Ci sarebbe però anche altro: secondo i due autori del libro, a vantare la titolarità degli Archivi ci sarebbe anche l’Istituto Modigliani di Roma, con il quale, stando alla ricostruzione, Parisot avrebbe concordato il passaggio degli Archivi, tramite “un accordo poi disatteso” (pertanto, l’Istituto “contesta a Parisot di non aver rispettato un patto da lui stesso sottoscritto, che prevedeva il passaggio della proprietà degli Archivi all’Istituto”: se questo fosse vero, sottolineano Mondini e Loiodice, “mentre trattava con la Marescalchi, forse l’archivista non era nemmeno più il legittimo titolare degli Archivi”). E infatti parte degli Archivi, nel 2006, era stata trasferita da Parigi (dove si trovava) a Roma, sede dell’Istituto Modigliani fondato l’anno prima: il tutto con una cerimonia ufficiale (col coinvolgimento delle più alte cariche istituzionali) al chiostro della Sapienza, sede dell’Archivio di Stato di Roma.

La vicenda si complica ulteriormente per il fatto che nel 2020, come fa sapere Margherita Corrado nella sua interrogazione parlamentare, la Direzione generale Archivi (DGA) del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo trasmetteva alla stessa Corrado diversi atti, tra cui una fotocopia della lettera dell’8 maggio 2008 con la quale l’Istituto Modigliani informò la ex Soprintendenza archivistica del Lazio dell’avvenuta cessione a favore di quest’ultima, da parte di Laure Modigliani (figlia di Jeanne, venuta a mancare nel 1984, e quindi erede degli Archivi), e di Cristian Parisot, di circa 6.000 reperti, fra documenti e oggetti, appartenuti o correlati a Modigliani. Pertanto, secondo Corrado, dall’8 maggio 2008 gli Archivi Legali Modigliani sarebbero divenuti una proprietà dello Stato italiano: tuttavia, sottolinea Corrado, “non c’è traccia, negli atti trasmessi, né della semplice convenzione di donazione necessaria in caso di cessione di beni mobili di modico valore (ex art. 783 del Codice Civile) né dell’atto pubblico (con relativo elenco dei pezzi e indicazione del valore) richiesto, invece, nel caso di donazione di beni mobili pregiati, e neppure del verbale di accettazione e presa in consegna da parte del Ministero, indispensabile in entrambi i casi”.

A conferma dell’asserita cessione allo Stato, Corrado cita le diverse richieste di autorizzazione, inoltrate dall’Istituto Modigliani al Ministero dei Beni Culturali, per il prestito temporaneo di alcuni dei materiali per realizzare mostre ed esposizioni all’estero. “Il Ministero”, scrive Corrado, “non si schermì”: viene citata, per esempio, un’istanza di prestito del 22 febbraio del 2011 per una mostra a Taiwan, con autorizzazione concessa dalla DGA il 15 marzo 2011, sentita la Soprintendenza Archivistica del Lazio. Il prestito dei materiali fu poi prorogato per altre mostre.

Tuttavia Corrado rileva anche una contraddizione in una risposta inviata il 3 giugno 2019 dalla Soprintendenza archivistica e bibliografica del Lazio a una richiesta di informazioni di Dania Mondini: “l’Archivio Modigliani”, si legge in questo documento, “non fu donato allo Stato italiano, contrariamente alle intenzioni manifestate in occasione della cerimonia in Sant’Ivo alla Sapienza del 14 novembre 2006, sia dall’erede Laure Modigliani, sia dall’allora direttore generale archivi Maurizio Fallace”, aggiungendo che “il bene non è dello Stato italiano e non è un bene pubblico. Non è neanche un bene culturale privato, dunque i proprietari non hanno alcun dovere nei confronti dello Stato”. L’ultimo passaggio è la denuncia presentata alla Procura della Repubblica di Asti da parte di Mondini e Loiodice: nella denuncia, i due “rappresentano i fatti contenuti nel libro circa l’esportazione (probabilmente illegale) degli Archivi Modigliani dall’Italia all’estero, seguendone le tracce e ricostruendone il percorso dal nostro Paese a Chiasso, da Chiasso a Milano, da Milano a New York e poi ancora dagli USA a Ginevra”, città quest’ultima dove si troverebbe il materiale.

Corrado chiede dunque al ministro dei beni culturali Dario Franceschini di avviare un’indagine ufficiale per chiarire finalmente termini e responsabilità della cessione “fantasma” e le ragioni della mancata dichiarazione di interesse culturale così come dell’omessa apposizione di un vincolo storico-relazionale; inoltre, viene chiesto se il ministro non “ritenga doveroso chiarire definitivamente che l’insieme dei circa 6.000 reperti costituenti la memoria di uno dei più grandi artisti italiani di tutti i tempi ha carattere storico ed è di interesse nazionale, ragione per intervenire nelle sedi più opportune, italiane ed estere, affinché si provveda celermente al recupero degli Archivi Legali Modigliani in qualsiasi parte del mondo si trovino e perseguire chiunque sia responsabile della loro sottrazione allo Stato”, e sen on creda opportuno “na volta che detto materiale sia rientrato nel nostro Paese (e sia stata eseguita la cernita per estrapolare gli eventuali falsi di cui Mondini e Loiodice sospettano la presenza), consentire al Comune di Livorno, città natale del Maestro, di custodirli ed esporli, in modo da sottrarli alle speculazioni di privati che ancora oggi tentano di utilizzare il nome e l’opera di Modigliani a fini illeciti”. Avere la titolarità di questo fondamentale repertorio di documenti vorrebbe dire infatti cominciare a fare luce sull’attività di Modigliani, che negli ultimi anni è stata purtroppo offuscata da molte ombre in quanto spesso oggetto d’interessi tutt’altro che trasparenti.

Mercoledì scorso, 24 giugno, i carabinieri della sezione radiomobile di Verona hanno arrestato un cittadino di nazionalità tunisina

Arresto | Carabinieri | Corso Milano | Verona | Zoppica | Spaccio | Eroina

Mercoledì scorso, 24 giugno, i carabinieri della sezione radiomobile di Verona hanno arrestato un cittadino di nazionalità tunisina per detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio. Le iniziali del nome dell’arrestato sono K.M.. L’uomo ha 42 anni ed ai carabinieri risulta coniugato, pregiudicato e nullafacente.

Ad attirare l’attenzione dei militari di pattuglia in Corso Milano sarebbe stata la particolare andatura claudicante dell’uomo. Gli operanti conoscevano già il 42enne e, vedendolo zoppicare sul marciapiede vicino ad un locale pubblico, l’hanno bloccato per un controllo. L’intuito dei militari ha colto nel segno. Attraverso la perquisizione, i carabinieri hanno trovato 19 dosi di eroina nascoste negli slip di K.M., oltre a 250 euro in contanti, trovati nelle tasche dei pantaloni e nel portafogli.

Arrestato e condotto in cella a dispozione dell’autorità giudiziaria, K.M. è stato processato con rito direttissimo. E, a seguito della convalida, è stato gravato dalla misura cautelare dell’obbligo quotidiano di presentazione alla polizia giudiziaria, in attesa della prossima udienza fissata per il prossimo 19 novembre.

D https://www.veronasera.it/cronaca/zoppica-spaccia-eroina-slip-corso-milano-verona-27-giugno-2020.html

 

Trans Milano: I giorni difficili delle lavoratrici del sesso

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Non riesco ad arrivare alla fine del mese e per la prima volta nella mia vita sono andata a mangiare alla Caritas. Spero che il 14 aprile finisca questa emergenza, anche se poi quello che mi aspetta è sempre la strada”. Gabriella, 32 anni, è una delle trans che a Napoli si prostituiscono per vivere. Paga 300 euro al mese di affitto e per via delle restrizioni imposte dal governo Conte contro il coronavirus è costretta come tutti a rimanere a casa. “Faccio questo lavoro da otto anni, ho cercato altri impieghi, ma nessuno mi ha mai dato una possibilità. Non ho scelta: qui non si assumono trans, siamo discriminate. Certo, non mi piace quello che faccio, sono stata aggredita e rapinata più volte, ma almeno prima della pandemia riuscivo a sopravvivere. Adesso, quando vado in giro, tutti mi evitano come se fossi infetta, come se noi trans fossimo automaticamente delle prostitute e quindi veicolo del virus”.

Essere lavoratrici e lavoratori del sesso nei giorni dell’emergenza del coronavirus non è facile. Pochissime ragazze vanno ancora in strada, visti i rischi di essere denunciate e di contrarre il Covid-19, e in tante non sanno come arrivare a fine mese: non hanno abbastanza soldi per pagare l’affitto o per fare la spesa, e alcune hanno anche dei figli a carico. “La situazione è tragica: pochi giorni fa ci è stato segnalato un caso di quattro ragazze nigeriane vittime di tratta rimaste chiuse in casa senza cibo, perché la madame non vuole farle uscire per paura che si ammalino”, racconta Andrea Morniroli della cooperativa Dedalus, portavoce della Piattaforma nazionale antitratta.

“Le prostitute nigeriane sono totalmente sparite dalla strada: sono fragilissime, spesso non sanno leggere e scrivere, non sanno accedere a strumenti online e non hanno clienti fissi che le cercano. E così non riescono a guadagnare nulla: non ripagano il debito, ma più di tutto non hanno i soldi neanche per mangiare. Diversa è la situazione delle ragazze dell’est, che spesso hanno un ‘protettore’: alcune di loro sono obbligate ad andare in strada anche adesso, mettendo a rischio loro stesse e i clienti. Infine ci sono le prostitute cinesi: anche loro hanno ricevuto l’ordine di stare in casa e di non avere contatti con gli italiani, che ora sono considerati infetti”.

Senza aiuti
Per guadagnare qualche euro, alcune mantengono i contatti telefonici con i clienti: li ricevono a casa, a loro rischio e pericolo, o fanno videochiamate a pagamento. Chi ha più dimestichezza con la tecnologia online si iscrive a siti di incontri e piattaforme dove lavorare attraverso le webcam. “La situazione cambia da ragazza a ragazza”, spiega Morniroli. “Alcune sono più indipendenti, altre fanno molta fatica. In questo momento ci sarebbe bisogno di una misura di sostegno al reddito per chi aveva un lavoro precario, saltuario, in nero, o per chi il lavoro non ce l’aveva, altrimenti queste persone finiranno per sentirsi abbandonate dalle istituzioni”.

La prostituzione in Italia non è illegale, ma neanche legalmente riconosciuta: per questo, le lavoratrici e i lavoratori del sesso non possono avere accesso ad ammortizzatori sociali né ad aiuti economici. “Le misure restrittive contro il contagio hanno colpito anche i lavoratori del sesso”, spiega Pia Covre, ex prostituta e fondatrice del Comitato per i diritti civili delle prostitute. “Mentre nei paesi dove il lavoro sessuale è riconosciuto come lavoro i governi possono mettere in campo degli aiuti economici, in Italia l’emergenza in cui si trovano queste persone sarà totalmente ignorata. In più, quasi tutte le unità di strada hanno interrotto le attività e operano solo telefonicamente: molte ragazze finiscono per rivolgersi alla Caritas o alle banche alimentari per chiedere aiuto”.
In tutta Europa, le associazioni chiedono ai governi aiuti anche per questa categoria
Jana, 51 anni, due figli, è quella che si definisce una “prostituta consapevole”. Vive a Bologna, dove da sei anni si prostituisce nel suo appartamento. In questo momento però ha tolto tutti gli annunci online, per non diventare veicolo della malattia e per paura di eventuali controlli. “Il rischio di una sanzione o di un procedimento penale è altissimo”, racconta. “Il mio timore è che un uomo mi contatti e che poi si presenti la polizia. Certo, guadagnare mi farebbe comodo, ma ho la fortuna di aver messo da parte abbastanza, e poi ho alcuni amici che mi aiutano. Tante colleghe invece sono in una situazione di tale difficoltà che non hanno scelta: siamo libere professioniste e doniamo amore, ma lo facciamo senza nessuna garanzia. Il nostro mestiere non è tutelato”.

In tutta Europa, le associazioni per i diritti di lavoratrici e lavoratori del sesso chiedono che i governi includano nelle manovre di sostegno all’economia anche questa categoria. In Italia, il Comitato per i diritti civili delle prostitute ha lanciato una petizione per chiedere aiuti economici, mentre in Irlanda la Sex workers alliance ha attivato un crowfunding per sostenere chi lavora nel settore, raccogliendo finora più di 13mila euro. Anche in Francia il Syndicat du travail sexuel si sta battendo affinché le prostitute siano tutelate in questa emergenza, e sul sito ha pubblicato un decalogo per chi non può permettersi di smettere di lavorare: tra le precauzioni c’è quella di disinfettarsi le mani prima e dopo il rapporto, rifiutare clienti che presentano sintomi influenzali ed evitare ogni contatto con la saliva.

Chi ce la fa e chi no
Non tutte le lavoratrici e i lavoratori del sesso sono però colpiti allo stesso modo dalla quarantena. “Il Covid-19 è apparentemente molto democratico e non fa distinzioni tra poveri e ricchi”, spiega Porpora Marcasciano, presidente del Movimento identità transessuale (Mit). “La verità però è che i più fragili si ritrovano ancora più esposti alle intemperie della precarietà, mentre chi prima guadagnava bene riesce in qualche modo a cavarsela”.

È il caso di alcune escort e gigolò che lavorano nel settore della “prostituzione di lusso”. Tra loro c’è Roberto Dolce, in arte Roy Gigolò, uno dei più conosciuti in Italia. Marchigiano d’origine, Dolce lavora in nove città, da Milano a Roma, da Napoli a Torino. “Ho iniziato vent’anni fa: facevo lo spogliarellista in discoteca, quando una donna mi ha pagato semplicemente per far ingelosire suo marito. Allora ho capito che poteva diventare una professione”. Dolce guadagna in media diecimila euro al mese, a volte anche di più. In questo periodo non sta lavorando e ne approfitta per rifare il suo sito: “Per fortuna ho dei soldi da parte, sono in una situazione privilegiata”.
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Anche Manuela, 29 anni, di Bologna, ha dovuto modificare il suo stile di vita a causa della pandemia: “Preferisco non ricevere i clienti a casa: organizzo solo videochiamate erotiche a pagamento”. Manuela prima lavorava in un’azienda, aveva un buono stipendio, ma voleva una vita diversa: “Ho provato a mettere un annuncio su un sito di incontri, e da lì è cominciato tutto. In media il guadagno è alto e anche in questo periodo non faccio fatica a vivere, anche se gli introiti sono calati. Certo, mi piacerebbe essere considerata come ogni altra libera professionista”.

La pandemia, come è successo per altre categorie di lavoratori, ha svelato disuguaglianze e fragilità. L’unica possibilità di mettersi in regola per chi fa un lavoro sessuale è aprire una partita iva, dicendo di essere massaggiatrici o lavoratrici del settore del benessere. Chi ha detto esplicitamente di fare un lavoro sessuale ha ricevuto sempre la stessa risposta: non è un settore regolamentato, quindi niente partita iva. “E così siamo state tagliate fuori anche in questa emergenza”, conclude Manuela.

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Trans Napoli: Sex worker, categoria dimenticata, per la quale neanche il Covid-19

NAPOLI. Sex worker, categoria dimenticata, per la quale neanche il Covid-19 è riuscito a mettere in quarantena i pregiudizi. In prevalenza donne e trans che «non possono accedere alle prestazioni sociali istituite come misure di emergenza dal Governo dopo il Dpcm “Io resto a casa”», «abbandonate dalla politica e senza tutele per il mancato riconoscimento della professione di “lavoratrice sessuale”», e adesso «sull’orlo del baratro di una povertà estrema»”. Uno scenario drammatico che Pia Covre, storica rappresentante del Comitato per i diritti civili delle prostitute, denuncia all’Adnkronos, lanciando un appello al Governo e agli italiani: «Non fermatevi a giudicare. Aiutate chi ha più bisogno di voi». Quindi annuncia: «Domani insieme alle organizzazioni anti-tratta e ai collettivi di sex worker lanceremo una raccolta fondi sulla piattaforma “Produzioni dal basso” intitolata “Covid 19, solidarietà immediata per le sex worker più colpite dall’emergenza”». Tra queste, le trans di Napoli: «Si stanno organizzando, scenderanno in piazza. Dicono: meglio morire di malattia, che come i topi, che di fame», racconta all’Adnkronos Loredana Rossi, vicepresidente Associazione transessuali del capoluogo campano. Parole ricalcate dalla collega, Gabriella Iovio, trans napoletana che con voce rotta dall’emozione domanda: «Dobbiamo restare chiusi per evitare di morire? Ma cosi moriamo lo stesso! Se non fosse stato per chiese e associazioni non avremmo resistito alla fame. Noi non siamo bestie. Dateci un contributo per una sopravvivenza dignitosa o qua scoppierà una rivolta».

Trans Roma Pineta di Castel Fusano Multe hai clienti

Un transessuale ed un cliente si erano appartati in una vettura sul bordo della Pineta di Castel Fusano, vicino al litorale di Ostia, quando ieri sono stati sorpresi dagli agenti della Polizia Locale del Campidoglio nell’ambito dei controlli per il rispetto delle norme di prevenzione della diffusione del coronavirus. Il cliente e’ stato sanzionato, mentre trans di nazionalita’ brasiliana, privo di documenti, e’ stato accompagnato presso gli uffici di fotosegnalamento del Comando Generale. Nei suoi confronti sono emersi diversi precedenti a carico: era ricercato per rapina, lesioni e tentato omicidio.

Per lui l’autorita’ giudiziaria ha disposto la traduzione immediata presso il carcere di Regina Coeli, in quanto soggetto ritenuto aggressivo e dunque pericoloso e in grado di recidive. Complessivamente nella giornata di Pasquetta sono state oltre 13mila le verifiche eseguite dalla Polizia Locale sugli spostamenti e piu’ di un migliaio quelle che hanno riguardato i parchi e le attivita’ commerciali: 162 le violazioni rilevate. Non e’ mancato un inseguimento da parte degli agenti del Gruppo sicurezza sociale urbana nell’area verde di via dell’Appia Antica, all’altezza del quartiere Quarto Miglio, dove un agente e’ stato costretto a rincorrere un runner che, avvistate le pattuglie, si era dato alla fuga tentando di disperdersi per i prati. Grazie all’ausilio di un drone, messo a disposizione da un’associazione della Protezione Civile, il corridore e’ stato individuato, fermato e sanzionato.

Ed era stato implicato nel crollo dello Scorciavacche ed imputato nel processo Dama Nera

Crollo del ponte ad Albiano capo compartimento della Toscana Liani Stefano. già imputato nel crollo del viadotto Scorciavacche e già imputato con processo Dama Nera Anas

Viadotto crollato dopo una settimana, nuovo rinvio per il processo: incombe la prescrizione „Lo Scorciavacche, sulla Palermo-Agrigento, venne inaugurato prima di Natale 2014 e venne giù il 30 dicembre. Il dibattimento è impantanato da quasi 3 anni e ora che doveva ricominciare da zero è stato bloccato da un problema nelle notifiche. Tra gli imputati anche l’ex presidente dell’Anas, Pietro Ciucci“

Viadotto crollato dopo una settimana, nuovo rinvio per il processo: incombe la prescrizione

l viadotto Scorciavacche restò in piedi per appena una settimana: inaugurato prima del Natale 2014, infatti, non arrivò intero a Capodanno, perché crollò il 30 dicembre. Il processo a carico di 13 persone, tra cui l’ex presidente dell’Anas, Pietro Ciucci, è però impantanato da quasi tre anni e, ora che doveva finalmente ripartire da zero, si è aperto ed è stato subito rinviato per un problema di notifiche. Nel frattempo, le accuse di falso ed attentato alla sicurezza stadale contestate dalla Procura rischiano di cadere in prescrizione: sono rimasti due anni e mezzo, infatti, per arrivare ad una sentenza definitiva.

Il crollo del ponte, che si trova sulla Palermo-Agrigento, nel territorio di Mezzojuso, secondo il sostituto procuratore Giovanni Antoci, che ha coordinato le indagini, sarebbe avvenuto perché l’opera sarebbe stata costruita su un terreno instabile. Elemento che sarebbe stato noto sia all’Anas che alla “Bolognetta scpa” che realizzò i lavori. Tuttavia, si decise di inaugurare lo stesso il viadotto, addirittura prima della data prevista per la consegna, senza collaudo, ma in pompa magna.

L’indagine era stata chiusa dalla Procura di Termini Imerese a giugno del 2017. Già durante l’udienza preliminare, però, gli avvocati sollevarono un problema di competenza territoriale, sostenendo che la sede naturale del processo avrebbe dovuto essere Palermo, dove sarebbe stata firmata l’ordinanza per l’apertura del ponte, e non Termini, dove invece era avvenuto materialmente il crollo. Il gup respinse l’eccezione e rinviò tutti a giudizio. Oltre a Ciucci, gli imputati sono anche altri dirigenti dell’Anas, Alfredo Bajo, Stefano Liani, Michele Vigna, Salvatore Giuseppe Tonti, Claudio Bucci, Maria Coppola, e poi i vertici della “Bolognetta scpa”, Pierfancesco Paglini, Stanislao Fortino e Giuseppe Russello, Fulvio Giovannini, Giuseppe Buzzanca e Nicolò Trovato.

Il fascicolo, però, finì prima per errore alla sezione monocratica, poi venne assegnato ad una delle sezioni collegiali, che – per equilibrare i carichi di lavoro – decise di mandarla all’altra. A gennaio dell’anno scorso, quando finalmente il processo era iniziato, gli avvocati riproposero la questione della competenza territoriale. Che venne accolta a marzo dai giudici, che decisero così di trasferire tutto a Palermo. E’ stato necessario quindi ripartire da zero e fissare una nuova udienza preliminare, che effettivamente si è tenuta qualche giorno fa davanti al gup Claudia Rosini. Ma che è stata subito rinviata per un difetto di notifica. E’ probabile, peraltro, che quando si entrerà nel vivo, venga nuovamente sollevato il problema territoriale: sembra infatti che l’ordinanza di apertura del ponte sia stata firmata ad Agrigento e non a Palermo.

Coronavirus, nuovo modulo dell’autocertificazione.

Sono passati appena tre giorni dall’ultimo modulo di autocertificazione, ma con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, la scorsa notte, di altre disposizioni, il testo per certificare gli spostamenti muta ancora.

Se hai difficoltà a visualizzare il contenuto nel box qui sotto, clicca su questo link per scaricare la versione pdf del documento completo

Lo ha annunciato il capo della Polizia, Franco Gabrielli, a SkyTg24. Su questo, ha spiegato, “sono state fatte ironie, ma cambiano le disposizioni e noi dobbiamo aggiornare il modulo, anche per intercettare” i quesiti che arrivano dai cittadini. Il nuovo modulo prevede, oltre alla dichiarazione di non essere sottoposti alla quarantena e di non essere positivo, anche la consapevolezza – oltre alle misure disposte dal governo nazionale – anche di eventuali provvedimenti adottati dai presidenti delle Regioni coinvolte in eventuali spostamenti nel territorio, dunque quella da cui ci si sposta e quella in cui si arriva che potrebbero avere adottato ulteriori limitazioni.

Il modulo poi esplicita tutta una serie di situazioni di necessità per cui è consentito lo spostamento in modo da evitare interpretazioni diverse. E dunque tra gli stati di necessità sono compresi, ad esempio, il rientro dall’estero, le denunce di reati, gli obblighi di affidamento di minori, l’assistenza a congiunti o persone con disabilità.

Cambia infine anche il riferimento alle sanzioni, ora multe amministrative, e non più penali, previste per chi viola le norme.

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Coronavirus, l’Italia diventa “zona protetta”: spostamenti vietati se non per comprovate necessità. Conte: “Non c’è più tempo”

ROMA – “Tutta Italia sarà zona protetta”. Non più zona rossa, verde o gialla. Tutti gli spostamenti sono vietati se non per comprovate necessità, in tutta Italia come fino a oggi in Lombardia e nelle 14 province. Lo ha annunciato il premier Conte in una conferenza stampa a Palazzo Chigi, confermando quanto preannunciato il ministro per i Rapporti con le Regioni, Francesco Boccia, parlando di “progressiva omogenizzazione delle regole su tutto il territorio nazionale”.

Il premier si presenta in sala stampa da solo per quello che è senza dubbio l’annuncio più drammatico della sua esperienza di governo: “Abbiamo adottato una nuova decisione che si basa su un presupposto: tempo non ce n’è”, scandisce. “I numeri ci dicono che stiamo avendo una crescita importante dei contagi, delle persone ricoverate in terapia intensiva e subintensiva e ahimè anche delle persone decedute. La nostre abitudini quindi vanno cambiate. Vanno cambiate ora. Ho deciso di adottare subito misure ancora più stringenti, più forti”. Il provvedimento è quello atteso e ormai ritenuto inevitabile: “Sto per firmare un provvedimento che possiamo sintetizzare come ‘io resto a casa’. Non ci sarà più una zona rossa nella penisola. Ci sarà l’italia zona protetta”, aggiunge.

“Spostamenti vietati se non per comprovate necessità”

Come già oggi in Lombardia e nelle 14 province del nord, gli spostamenti delle persone sono vietati se non per comprovate necessità di salute, di necessità o di lavoro. “Sono pienamente consapevole della gravità e della responsabilità”, spiega Conte. “Non possiamo permetterci di abbassare la guardia. E’ il momento della responsabilità e tutti l’abbiamo.

Voi cittadini tutti con me. La decisione giusta oggi è di restare a casa. Il futuro nostro è nelle nostre mani”, aggiunge.

“Per i trasporti non è all’ordine del giorno una limitazione dei trasporti pubblici, per garantire la continuità del sistema produttivo e consentire alle persone di andare a lavorare”, precisa il premier. Sarà possibile “l’autocertificazione” per la giustificazione degli spostamenti, “ma se ci fosse una autocertificazione non veritiera ci sarebbe un reato”, precisa.

Le nuove misure, che saranno stasera in Gazzetta Ufficiale e diventeranno operative da domattina, riguardano anche scuole e manifestazioni sportive: in tutta Italia gli istituti rimarranno chiusi fino al 3 aprile. Gli eventi sportivi non proseguiranno.

Italia, oggi 1598 nuovi contagiati

Parte dai guariti il capo della protezione civileAngelo Borrelli, nel suo punto quotidiano sull’emergenza coronavirus in Italia: sono 724, 102 in più di ieri. Poi il conteggio dei morti: sono 463, 97 in più di ieri. Con la divisione per fasce di età: 1% da 50 a 59 anni; 10% da 60 a 69; 31% da 70 a 79; 44% da 80 a 89; 14% ultra novantenni. Infine i malati, che sono 7.985, con un incremento di 1.598 persone rispetto a ieri. Il commissario ha poi fatto sapere che sono state consegnate in tutto il paese circa un milione di mascherine protettive, centomila delle quali sono state fornite agli impianti penitenziari. “Da domani distribuiremo 100 mila mascherine negli istituti penitenziari, dove sono state montate 80 tende di pre-triage” per lo screening del coronavirus.

 

Boccia: “Chiusi tutti gli impianti sciistici”

Poco prima il ministro per gli Affari regionali e le autonomie Francesco Boccia, presente alla conferenza stampa, ha annunciato: ” Il governo sta lavorando ad una ‘progressiva omogenizzazione delle regole su tutto il territorio nazionale”. Boccia ha precisato che oltre alle regole si sta lavorando anche con le regioni per “prescrizioni e disciplina” omogenee su tutto il territorio nazionale, operazione che verrà fatta anche attraverso il confronto politico. Il ministro ha anche annunciato la chiusura degli impianti sciistici da martedì. Il ministro ha sottolineato che c’è pieno accordo, in merito a questa decisione, da parte di tutti i presidenti delle Regioni e delle Province autonome, oltre che di Anci e Upi, che hanno costituito un tavolo permanente che si riunisce ogni giorno – attraverso collegamenti video – nella sede del Dipartimento della Protezione civile. Boccia ha anche stigmatizzato la speculazione fatta da alcuni gestori di impianti sciistici, citando in particolare l’area dell’Abetone.

Lombardia centro del contagio, Roma osservata speciale

Quanto ai malati in terapia intensiva, ha specificato Borrelli, sono 733, 83 in più rispetto a ieri. Di questi 440 sono in Lombardia, che ha avuto un incremento in un giorno di 41 casi. Sono invece 4.316 i malati con sintomi ricoverati e 2.936 quelli in isolamento domiciliare. “Oggi è proseguita l’attività di raccordo con le regioni per la strumentazione necessaria, e abbiamo avviato la consegna di 325 ventilatori respiratori per le terapia intensive e subintensive, la distribuzione parte con la Lombardia”, ha aggiunto Borrelli. “L’età media dei pazienti in terapia intensiva, ricoverati in condizioni critiche, è molto elevata in Italia”, ha osservato il capo dipartimento malattie infettive dell’Iss, Gianni Rezza. Sono 463 le vittime italiane per il coronavirus. “Se stratifichiamo per età i tassi di letalità” in Italia “vediamo che sono più bassi di quelli della Cina. È possibile poi che, dal momento che si vanno a tamponare le persone sintomatiche – aggiunge l’esperto – si restringe il denominatore alle persone con sintomi o ospedalizzate, e dunque il tasso di letalità della malattia sembra più alto di quello che è”.

il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in data di ieri, ha conferito motu proprio l’onorificenza di Commendatore

ROMA – In considerazione del suo esemplare comportamento, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in data di ieri, ha conferito motu proprio l’onorificenza di Commendatore al Merito della Repubblica Italiana al Comandante della Diamond Princess Gennaro Arma. Lo comunica il Quirinale in una nota.

Coronavirus, Mattarella nomina commendatore il capitano Gennaro Arma della Diamond Princess

Gennaro Arma

Arma era il capitano della Diamond Princess, la nave da crociera che è rimasta ormeggiata per quasi un mese nel porto di Yokohama, in Giappone, dopo l’esplosione a bordo di un’epidemia di coronavirus. La foto del comandante che, in divisa con trolley e mascherina, lascia per ultimo, da solo, la Diamond Princess ha fatto il giro del mondo suscitando un’ondata di rispetto e simpatia: “Un eroe”, il “simbolo di un’Italia che non molla mai”, il “brave captain” che riscatta gli errori di Francesco Schettino.

Coronavirus in Regione Lombardia, positiva collaboratrice del governatore. Fontana

ROMA –  Una stretta collaboratrice del governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana, è risultata positiva al coronavirus. “Purtroppo è risultata essere positiva al corunavirus”, ha annunciato Fontana su Facebook spiegando che si metterà in quarantena per due settimane pur essendo risultato negativo. “Da oggi qualcosa cambierà – dice – perché anche io mi atterrò alle istruzioni date dall’Istituto superiore della Sanità, per cui per due settimane cercherò di vivere in sorta di auto-isolamento che soprattutto preservi le persone che lavorano con me”.

I numeri del contagio

Sono 12 i decessi legati a coronavirus Sars-Cov-2. L’ultima vittima è un uomo di Lodi di 69 anni, con patologie respiratorie pregresse, morto in Emilia Romagna. L’aggiornamento in serata del capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, sommata alle novità arrivate in tarda serata da quattro regioni danno questa situazione sui conteggi a proposito dell’epidemia Covid-19: Lombardia 305 casi, Veneto 71, Emilia Romagna 47, Liguria 16, PiemonteLazioMarche e Sicilia 3, Toscana 2, Alto Adige e Puglia 1. Il totale è di 455, questa sera alle 21. Trentasei sono in terapia intensiva. Rispetto a martedì sera, ieri, i positivi sono cresciuti di 130 ed è la più forte crescita da quando, il 29 gennaio, il coronavirus è stato diagnosticato in Italia.

In serata il presidente della Regione Liguria ha segnalato che sono risultati positivi al primo tampone altri dieci ospiti di uno dei due hotel di Alassio. E così la Regione Marche ha segnalato altri due contagiati. E, ancora, la Lombardia ha aggiornato pesantemente la sua conta. Infine, primo caso in Puglia, l’undicesima regione toccata dal virus. E’ un uomo che risiede nella provincia di Taranto, di ritorno da Codogno. In tutti questi casi serve la conferma, attraverso un secondo tampone, dell’Istituto superiore di Sanità.

Al momento i focolai restano quelli della Lombardia e del Veneto e tutti i contagiati avevano avuto contatti con i residenti delle zone rosse, oppure vi avevano soggiornato. “In Liguria non c’è un nuovo focolaio, facevano parte tutti della stessa comitiva”, ha detto Borrelli. Buone notizie arrivano dal Lazio, dove non risultano più ammalati perché sono guariti sia la coppia di cinesi, primi contagiati in Italia, sia il ricercatore che era rientrato dalla Cina. I guariti, quindi, sono tre.

Sono sette i minori risultati positivi al Coronavirus in Lombardia, ma la Protezione civile dice di non avere riscontri ufficiali. La maggior parte sarebbe legata alla cosiddetta zona rossa dove ora vige il divieto di ingresso e di uscita. Si tratterebbe di una bambina di 4 anni di Castiglione d’Adda ricoverata al San Matteo, di un 15 enne ricoverato a Seriate (Bergamo) e due ragazzini di 10 anni di Soresina (Cremona) e di San Rocco al Porto (Lodi), già tornati a casa. Positivo nei giorni scorsi anche un 17enne della Valtellina che frequenta l’istituto Tosi di Codogno e, successivamente, anche un suo compagno di scuola della provincia di Sondrio. Il focolaio lombardo dell’epidemia è finito nel mirino della Procura di Lodi, che ha aperto un’inchiesta conoscitiva sulle dinamiche di diffusione del coronavirus e sulle procedure adottate negli ospedali di Codogno, Casalpusterlengo e Lodi, dove questa notte i Nas hanno fatto un’ispezione: all’ospedale di Codogno hanno sequestrato le cartelle cliniche del paziente 1. In Veneto è risultata positiva una bambina di otto anni, nel focolaio di Limena, in provincia di Padova. La piccola è residente in un paese del Padovano ed è asintomatica.

Coronavirus, Rezza (Iss): “Il virus in circolo 1-2 settimane prima del caso indice. Focolai abbastanza circoscritti”

Intanto l’assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato, ha comunicato che è guarita la cittadina cinese ricoverata allo Spallanzani di Roma da fine gennaio. “La donna è stata, insieme al marito, il primo caso in Italia ed è ora è negativa al Covid-19 – ha detto -. Stamani durante una visita all’ospedale ho visto anche il marito, è in ottime condizioni”. Il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, ha detto che sono stati riscontrati altri quattro casi di positività al coronavirus nei due due alberghi di Alassio da cui, ieri, è arrivato il primo caso sul territorio regionale. Walter Ricciardi, nuovo consulente del ministro della Salute, invita a “ridimensionare questo grande allarme” ribadendo che “il 95% dei malati guarisce, tutti i morti avevano già condizioni gravi di salute”.

Tamponi solo con i sintomi

Dopo giorni di escalation di contagiati e vittime, il Governo cambia strategia, avendo attribuito l’anomalia dell’Italia terza al mondo per positivi al Covid-19 dopo Cina e Corea del Sud alla grande quantità di tamponi fatti: diecimila contro i meno di mille di Francia e Germania. Da ora, ha annunciato il direttore del Consiglio superiore di Sanità Franco Locatelli, al test saranno sottoposti solo i pazienti sintomatici e chi è stato in stretto contatto con le persone positive. Ciò, ha spiegato, perché il rischio contagio “è elevato nei soggetti sintomatici mentre è marcatamente più basso in quelli asintomatici”. Quanto al gran numero di tamponi dei primi giorni, Ricciardi, dell’Oms, lo imputa al “fatto che alcune Regioni non hanno inizialmente seguito le linee guida basate sulla evidenza scientifica che prevedevano il test solo a soggetti sintomatici con ‘fattori di rischio’ legati a provenienza e contatti avuti. Alcune Regioni hanno esteso i test e ciò ha generato una sovrastima dei casi”.

Coronavirus, la procura di Lodi apre un’inchiesta. I Nas negli ospedali

Nel frattempo, la procura di Lodi ha aperto un’inchiesta per ricostruire le dinamiche sulla diffusione del Coronavirus e sulle procedure adottate negli ospedali di Codogno, Casalpusterlengo e Lodi, zona ritenuta il focolaio del virus. I Nas dei carabinieri di Cremona sono stati, con diversi uomini, negli ospedali lodigiani. L’obiettivo delle ispezioni è comprendere le dinamiche di diffusione del virus e ricostruire esattamente cosa sia successo con la finalità di prevenire ulteriori contagi. I carabinieri del Nas di Piacenza, su disposizione della procura di Lodi, hanno sequestrato all’ospedale di Codogno le cartelle cliniche del paziente 1. L’ispezione si è svolta anche negli uffici della Asst di Lodi. Il fascicolo aperto nelle scorse ore dai magistrati lodigiani, secondo quanto si apprende, è al momento a carico di ignoti.

I ministeri e le misure per affrontare la crisi

Il ministro dei Beni culturali e del Turismo, Dario Franceschini, ha convocato per venerdì mattina il tavolo con le principali associazioni di categoria per valutare i danni e affrontare le criticità che il settore sta vivendo a causa dell’emergenza coronavirus. Convocati anche tavoli con le principali associazioni di categoria del mondo del cinema e dello spettacolo. Una direttiva firmata dalla ministra della Pubblica amministrazione, Fabiana Dadone, fornisce le “prime indicazioni in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 fuori dai comuni interessati di Veneto e Lombardia”. Dispone anche nella pubblica amministrazione di privilegiare “modalità flessibili di svolgimento della prestazione lavorativa”, favorendo chi ha patologie, i pendolari e quelli su cui grava la cura dei figli. Invita a “potenziare il ricorso al lavoro agile”. Anche per convegni e riunioni viene raccomandata la “modalità telematica”.

La chiusura delle scuole e le gite annullate

“Posso rassicurare che non c’è nessun rischio che i nostri studenti perdano l’anno”. La ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha rassicurato ancora una volta sulla normalità dell’anno scolastico. “Le scuole nella loro autonomia scolastica potrebbero anche prevedere di allungare l’anno, ma non sarà necessario perché abbiamo attivato una task force per garantire la didattica a distanza”, ha aggiunto. Azzolina che ha ribadito che “gli insegnanti non sono a casa per malattia, ma per causa di forza maggiore, non avranno una trattenuta” dallo stipendio e che famiglie e agenzie verranno rimborsati delle spese per i viaggi d’istruzione annullati.