Instagram, se gli influencer non influenzano più come prima

Un’analisi evidenzia l’ormai bassissimo coinvolgimento dei follower, in calo nell’ultimo triennio e specialmente nei post sponsorizzati. Fine di un’era o ‘selezione naturale’?di SIMONE COSIMI

INFLUENCER, influencer ovunque. Eventi, anteprime, appuntamenti speciali ma anche fenomeni più o meno bizzarri – c’è perfino l’influencer sudafricana Belle Delphine che vende l’acqua in cui ha fatto il bagno alla modica cifra di 30 dollari per 20 centilitri – o (in)sensati. Sui social network l’evoluzione della specie è stata così rapida e diversificata che ormai se mancano gli influencer un qualsiasi evento o lancio di un nuovo prodotto sembra destinato a fallimento garantito. Peccato che gli effetti di chi ha molti follower sui social, in particolare su Instagram, non sembrino essere – a conti fatti – troppo esaltanti per chi li paga profumatamente. Più moda che sostanza, forse.

Così, almeno, sembrerebbe sentenziare un’indagine firmata da Mobile Marketer sulla base di dati InfluencerDB secondo la quale le timeline di Instagram, cioè le bacheche su cui scorrono le foto e i video, sarebbero talmente affollate di post sponsorizzati – così intendendo anche quelli legati a eventi, prodotti o servizi promossi dagli utenti più popolari dietro accordi di vario genere con i brand – da non riuscire più a sfondare l’attenzione degli utenti. Insomma, c’è un traffico bestiale e i follower sembrerebbero essersi “raffreddati”. Secondo l’analisi, infatti, l’engagement di quel tipo di contenuti sarebbe in calo. Anzi, navigherebbe su livelli minimi. Ruoterebbe intorno al 2,4% dal 4% di tre anni fa. Per l’azienda engagement significa numero di cuoricini raccolti da un post rapportati alla cifra totale dei follower di un determinato account. Soglie davvero molto basse.

Instagram, se gli influencer non influenzano più come prima

Gli #sponsored post, i contenuti sponsorizzati o pubblicitari – per i quali diversi garanti della concorrenza e del mercato hanno nei mesi scorsi ripreso gli influencer più popolari, è accaduto anche con l’Agcom italiana nell’estate del 2017 – non sembrerebbero funzionare poi troppo. Fra i travel influencer, per esempio, tipicamente quelli di maggior successo con i loro affascinanti giri del mondo che non finiscono mai e i panorami mozzafiato pubblicati a cadenza quotidiana, quel tasso è sceso al 4,5% dall’8% del 2018. Qualcuno, non a caso, si sta chiedendo se non ci siamo stufati di invidiare scatti supercool di qualche paradiso tropicale al lunedì mattino in ufficio o immaginare schiere di gente che gira il mondo senza meriti ben precisi o qualità evidenti.

L’aspetto curioso è tuttavia un altro. Sembra infatti che gli influencer dal seguito più ridotto, chiamiamoli ‘microinfluencer’ da poche migliaia di follower, se la cavino meglio in termini di coinvolgimento dei propri seguaci. Chissà, forse perché riescono a seguire in modo più attento la community. Se quel tasso è infatti di appena il 3,6% fra chi vanta oltre 10mila follower, che su Instagram è la soglia base per poter attivare una serie di servizi aggiuntivi come lo swipe-up con i link, sale invece al 6,3% per quelli che contano fra 5 e 10mila affezionati e all’8,8% per chi sfoggia cifre più basse, fra mille e 5mila fan.

Forse è il segnale che quel genere di approccio ha ormai saturato Instagram, e infatti alcuni osservatori notano come – da TikTok in giù – sia forse il momento, per chi intende vivere di questo tipo di popolarità, di scavare su altre piattaforme per cercarsi un nuovo pubblico e soprattutto una quota di attenzione e reale coinvolgimento. Che poi, più del numero assoluto dei follower, costituiscono la più preziosa materia prima da rivendere ai brand quando si organizzano campagne pubblicitarie o simili operazioni di marketing digitale.

I numeri dell’analisi si riferiscono al primo trimestre del 2019, quindi è probabile che possano subire dei cambiamenti, ma la tendenza appare chiara. Non tanto per le megastar e le celebrità da milioni di follower quando per chi coltiva un’audience più ristretta ma pur sempre significativa e grazie alla quale vive o spera di farlo. Fra l’altro, le cifre si ampliano se si considerano i post non sponsorizzati: si scende all’1,9% dal 4,5% dello stesso periodo di riferimento. Dopo gli influencer che si occupano di viaggio, i cali più corposi sembrano essere legati ai personaggi che si occupano di bellezza, moda, cibo, stile di vita, sport e fitness. Il tutto considerando anche il tasso di affollamento, che rende ancora più complesso coinvolgere gli utenti. Del totale degli influencer analizzati, infatti, il 5% posta di viaggi, il 7% di bellezza, il 12% di cibo e il 25% di moda.

Difficile dire se si tratti della fine di una breve era che ha illuso una generazione di poter vivere di belle foto e qualche consiglio (spesso a pagamento) o se si tratti di una fase di ‘selezione naturale’ dopo la quale il quadro tornerà a stabilizzarsi. E i tassi di coinvolgimento a salire. Moltiplicazione degli account, veri o aspiranti tali, calo della fiducia, imbottigliamento delle bacheche, ancora poca chiarezza nella gestione delle proprie attività commerciali (tanto che in Gran Bretagna è stato deciso che sopra i 30mila follower occorre rispettare le regole pubblicitarie tradizionali, per esempio quella che vieta alle celebrità di promuovere farmaci e medicinali): probabilmente un mix di questi fattori ha condotto ai numeri di una scena che sembra essere a un passo dal mutare forma.

Ci siamo stancati degli influencer?

L’engagement dei profili da milioni di follower non è più quello di qualche anno fa: funzionano meglio quelli piccoli, ma ora Instagram pensa a togliere i like.

l novembre dello scorso anno, il New York Times riportava una tendenza che su Instagram aveva preso piede già da un bel po’, e cioè quella dei fatidici “nano influencer”, profili con poche migliaia (a volte centinaia) di follower con i quali, però, avevano instaurato un proficuo rapporto. Proficuo soprattutto in termini di engagement, ovvero nella misura del coinvolgimento sui post e nelle Stories pubblicati. I profili “nano” riescono comprensibilmente a interagire molto meglio con chi li segue, a rispondere alle domande sia nei messaggi privati che nei commenti o nelle Stories – niente “Scusate ragazzi i miei dm sono bloccati #sorry”, insomma – e, di conseguenza, quando sponsorizzano un prodotto ottengono spesso degli ottimi risultati. I loro follower si fidano di loro e, in quel gran supermercato che è oggi Instagram, accettano di buon grado i loro consigli, perché considerano la loro opinione rilevante. Li ritengono ancora “autentici”, come direbbe un esperto di marketing.

Quella tendenza è oggi confermata anche da uno studio di Mobile Marketer che sta facendo molto discutere gli addetti ai lavori, secondo cui il livello di engagement dei post sponsorizzati sulla piattaforma delle immagini è calato dal 4% dei primi tre mesi del 2016 al 2,4% nello stesso periodo del 2019, mentre sui post non sponsorizzati si è passati dal 4,5% del 2016 all’1,9% del 2019 (sempre sullo stesso periodo). Secondo InfluencerDB, «Il tasso di coinvolgimento degli influencer di Instagram con almeno 10.000 follower è stabile intorno al 3,6% in tutto il mondo. Gli influencer con 5.000-10.000 follower, invece, hanno un tasso di coinvolgimento del 6,3% e quelli con un seguito da 1.000 a 5.000 hanno l’engagement più alto, all’8,8%». Gli influencer hanno smesso di influenzare, come titola ironicamente Dazed & Confused? Non proprio, ma qualcosa nello scenario – e nei rapporti tra i consumatori/follower, i marchi e le persone che questi ultimi scelgono per farsi pubblicità – sta certamente cambiando.

Nell’ultimo anno, l’engagement è infatti calato per tutte le categorie di influencer (in media, dall’8% del 2018 al 4,5% del 2019), anche per quelli che solitamente si occupano di viaggio e che notoriamente possono contare su un seguito più nutrito e partecipato. Il calo (che non è drastico, ma c’è), per InfluencerDB si estende anche a chi si occupa di beauty, moda, cibo, sport e potrebbe denotare, più che un’inversione di tendenza, un riassestamento degli equilibri. Lo conferma anche l’Insights 100 Global Brands di Launchmetrics, pubblicato su Il Sole 24 Ore. L’indice, che si riferisce al periodo tra l’1 gennaio e il 31 maggio 2019, raccoglie 100 marchi (20 per settore tra moda mass market, moda alto di gamma, gioielli, cosmetici di fascia alta e non) e analizza le loro performance in base al Media impact value (Miv) raggiunto. Lo studio rileva come la quota di impatto raggiunto dagli influencer nel settore del lusso non vada oltre il 13% (il 68% rimane ai media tradizionali), mentre nel settore del mass market è pari al 32,35%, secondo solo ai media (37,3%): nel campo della moda, insomma, gli influencer sembrano generare valore solo quando si tratta di sponsorizzare marchi di fascia medio-bassa. Vanno benissimo, invece, i profili che trattano argomenti di beauty – si guardi, in Italia, al successo dell’Estetista Cinica – sia per prodotti di lusso che per quelli accessibili.

Per chi se lo stesse chiedendo, Chiara Ferragni è ancora tra i primi posti quando si parla di influencer del lusso (il suo Miv è di 7 milioni di dollari tra gennaio e maggio 2019), ma nelle altre categorie (soprattutto fra chi si occupa di make-up e affini) ci sono profili che macinano sei volte tanto. Certo, si tratta di prodotti più accessibili e, in qualche modo, più affini alla natura “istantanea” di un mezzo come Instagram, ma ciononostante sono dati su cui vale la pena riflettere. Sia in termini di strategia per i marchi – cosa determina oggi una campagna di successo? Vale sempre la pena di puntare sugli influencer tralasciando i vecchi canali? – sia per studiare i cambiamenti degli utenti-consumatori. Non è un caso che Instagram stia pensando di togliere i like: la sperimentazione è già partita in 7 Paesi (Australia, Brasile, Canada, Irlanda, Italia, Giappone e Nuova Zelanda) e sembra voler disinnescare quella “dipendenza” dai cuoricini che si è rivelata micidiale per la nostra salute mentale. In realtà, in molti hanno fatto notare come l’eliminazione dei like vada a sovvertire il gioco dell’engagement più o meno spontaneo (che, come abbiamo visto, privilegia i profili con un numero di follower contenuto) e favorisca invece, per farla breve, i post sponsorizzati. Esattamente com’è successo agli editori su Facebook, anche i “creatori” di contenuti su Instagram dovranno pagare se vogliono guadagnare più visibilità sulla piattaforma.

Osservando lo stato delle cose da un altro punto di vista, infine, potremmo anche dedurre che – forse – abbiamo iniziato a stancarci di tutta questa aspirazionalità (persone sempre felici, indaffarate, accessoriate, in movimento) e, come suggerisce Rosie Spinks su Quartzy, quasi quasi rimpiangiamo i tempi in cui seguivamo personaggi, spesso fittizi, che non ripetevano costantemente quanto la loro vita fosse bella. Delle icone sconclusionate e nullafacenti degli anni Novanta – come Wynona Rider e Ethan Hawke in Giovani, carini e disoccupati – abbiamo già recuperato appieno i look, ora è arrivato il momento di riscoprirne anche l’attitudine verso la vita.

Instagram nasconde i like, influencer a caccia di nuove strategie di marketing

L’azienda punta a depotenziare le “metriche della vanità” e a promuovere contenuti più di qualità. Ma gli analisti temono che questa strategia possa far aumentare il numero di post a pagamento sponsorizzati dai grandi brand

l battito di ali di una mosca in America può causare una tempesta nel resto del mondo. Soprattutto se a battere le ali è Instagram, la piattaforma che “muove” gli influencer del pianeta e molti marchi, dalla moda al lifestyle per non parlare del cibo, sport, automobilismo e mille altri settori che vivono di condivisioni e follower ma soprattutto di like. I cuoricini di Instagram che adesso l’azienda, in un esperimento che mercato dopo mercato si sta diffondendo in tutto il mondo, sta nascondendo, rivoluzionando il modo di vivere di migliaia di influencer. Quali strategie per riuscire a muoversi in questo nuovo mondo senza più like “espliciti”?

Per gli influencer, o per le persone che lavorano con i marchi per promuovere servizi o prodotti sui social media, questo significa un continuo allontanamento dalle “metriche sulla vanità” – come vengono definiti i conteggi dei like e dei follower – e verso le vendite effettive.
Instagram di proprietà di Facebook ha dichiarato che ad aprile avrebbe avviato il test come un modo per creare “un ambiente meno sotto pressione” sull’app. Gli utenti che fanno parte del test sono in grado di guardare chi ha messo un like al proprio post, ma non il numero di quanti hanno ricevuto il like di qualcun altro, un modo – ha detto il capo dell’azienda Adam Mosseri – per far sentire Instagram meno “come una competizione”.

Un ambiente più “sano” potrebbe effettivamente essere il risultato di un cambiamento come questo. Ma gli esperti di marketing dicono che i cambiamenti potrebbero anche incentivare ulteriormente i marchi a chiedere il supporto di media a pagamento dietro i post degli influencer, e anche a concentrarsi su Instagram Stories, i video e i post fotografici che sono trasmessi solo su Instagram.

Il potenziale cambiamento potrebbe anche significare che il contenuto che viene postato da un influencer dovrà diventare di qualità superiore, dal momento che gli utenti non saranno in grado di basarsi sulla quantità di “Like” che i loro post ricevono quando un brand comincia a lavorare con loro. Gli inserzionisti saranno comunque in grado di vedere il numero di follower di un influencer, ma questa metrica non significa più molto per capire quanto sia effettivamente attivo ed attivato il pubblico di un influencer.

L’agenzia di marketing Obviously ha condotto un’indagine sugli influencer canadesi dopo che il test sui “like” di Instagram ha iniziato a diffondersi in quel paese. Dei poco più di 100 influencer che hanno risposto, il 62% ha dichiarato di trascorrere la stessa quantità di tempo sui contenuti e ha citato il test come un elemento positivo per fare contenuti di alta qualità.

Ryan Detert, CEO della società di marketing Influential, ha detto che il cambiamento potrebbe avere l’effetto di prosciugare l’economia per i “like” fraudolenti su Instagram, poiché non sarebbero più preziosi quando si tratta di mostrare il coinvolgimento del pubblico su un marchio. Ma Detert sostiene anche che per la clientela della sua azienda, l’engagement non è più da tempo una priorità. Influential lavora con marchi come Pepsi e McDonald’s.

«Nell’ultimo anno e mezzo – ha detto Detert – c’è stato un processo educativo profondo: i clienti hanno quasi completamente abbandonato l’idea che i tassi di coinvolgimento siano il pezzo più importante delle campagne. Adesso è considerata una cosa positiva da avere ma non fondamentale».

Detert sostiene che le campagne che la sua azienda sta facendo con i clienti sono più focalizzate sulla misurazione delle effettive vendite online o in negozio guidate da post di influenza. Gli strumenti possono aiutare i brand a determinare se fare clic su un post di Instagram per convertirsi in una vendita online effettiva o se un consumatore vada effettivamente a comprare quel prodotto in un negozio fisico.
Secondo Detert la società sta facendo molto con “media pagati”, il modo di dire del settore per riferirsi a qualsiasi post in cui un brand paga per avere una esposizione più ampia e con capacità di targeting e misurazione maggiori.
A giugno Instagram ha fatto sapere che è in corso un cambiamento che consentirà agli inserzionisti di promuovere i post degli influencer. Prima di questo, i brand potevano anche pubblicare contenuti di influencer semplicemente pubblicando contenuti sulla propria pagina o pubblicandoli su altri account di terze parti.

Bob Gilbreath, direttore generale di Ahalogy, società di marketing dei social media, ha dichiarato che più marchi e agenzie stanno pagando e questo ha sostanzialmente spinto Instagram a spostare il suo obiettivo e le sue metriche per quanto riguarda le attività degli influencer. «Se tutti si avvicinano a questo modello a pagamento, Instagram guadagna in proporzione sempre di più e quindi gli conviene farlo emergere sempre di più».

Chiara Ferragni premia i suoi dipendenti con un bonus da 3.400€

Un bonus da 3.400€ il premio di Chiara Ferragni ai suoi dipendenti, per celebrare il successo e il risultato positivo raggiunto nel 2018 da Tbs Crew

Chiara Ferragni, bonus da 3.400€ ai dipendenti

Un bonus da 3.400€ il premio di Chiara Ferragniai suoi dipendenti, per celebrare il successo e il risultato positivo raggiunto nel 2018 da Tbs Crew, la società creata nel 2009 che oggi gestisce il sito multimarca theblondesalad.com e la talent agency che rappresenta la stessa Ferragni, alcuni influencer, la sorella Valentina e la mamma Marina Di Guardo.

Nonostante non si abbiano dati recenti in merito al fatturato del 2018, gli ultimi bilanci noti fanno riferimento a 6 milioni di euro di ricavi nell’anno 2017 e un aumento dei dipendenti che sarebbero raddoppiate passando da 7 a 15 tutte assunte a tempo indeterminato.

Chiara Ferragni imprenditrice illuminata

Chiara Ferragni, oggi amministratore delegato dell’azienda, è anche CEO di Chiara Ferragni Collection, collezione esclusiva di calzature, abbigliamento e accessori che fa capo alla società Serrendipity.
Il premio ai propri dipendenti è una cosa comune a molti brand di lusso, Il Sole 24 Ore infatti cita numerosi big della moda e del mondo luxury che hanno condiviso col proprio staff il proprio successo economico. Si pensi a Brunello Cucinelli che ha condiviso 5 milioni di utili con gli oltre 700 dipendenti, o Leonardo Del Vecchio che nel 2015 ha diviso gli utili di Luxottica con i dipendenti in occasione dei sui 80 anni.

Sonia Sangiorgio Lookmaker Professione Bridal Stylist

Ogni sposa vuole apparire più bella, elegante e raffinata nel giorno del suo Matrimonio. Ma quando si tratta di trovare l’abito da sposa perfetto, gli accessori giusti, il trucco e l’acconciatura che più esaltino la sua bellezza, tra le tante cose da considerare, tutto diviene difficile e tal volta non si sa proprio da dove cominciare.

Occorre una Bridal Stylist! Un servizio oggi, sempre più apprezzato e ricercato, anche dalla Sposa italiana che desideri avere accanto a se, una professionista capace di consigliarla e prendersi cura di lei in modo esclusivo. Ecco che Sonia Sangiorgio Lookmaker è una figura completa che ogni sposa vorrebbe avere nel giorno il più importante della vita, come quello delle nozze. Attenta ai particolari Sonia Sangiorgio offre da sempre un servizio Bridal Stylist completo, che inizia fin dal primo appuntamento con un incontro conoscitivo, tenendo conto del tuo stile personale, del budget e dello stile di nozze per poterti offrire un servizio su misura.

Un secondo incontro sarà dedicato prima alla consulenza d’immagine a 360° in cui colore, forma e stile saranno determinanti per consigliarti, nella scelta del make-up e dell’acconciatura più adatti a te, per poi accompagnarti in atelier per il momento più importante la scelta dell’abito dei tuoi sogni, come accessori, colori e tessuti dovranno esaltare la tua persona e allo stile del matrimonio affinché tutto sia perfetto!

Una figura strategica quella di Sonia Sangiorgio Wedding Lokmaker che offrendo da anni il servizio Bridal stylist faciliterà decisamente la scelta dei vostri acquisti, risparmiando tempo e fatica oltre ad una buona parte di stress che inevitabilmente si accumula, prima del gran giorno.

EVENTIPorto Cervo: invasione di influencer, blogger e millennials

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Arzachena, 17 maggio 2019 –  In queste ultime ore si sta assistendo a Porto Cervo ad una vera e propria invasione da parte di blogger, intagrammer ed influencer  internazionali. Giovani millennials che grazie alla strategica  comunicazione sui social ormai catturano   l’attenzione  milioni di followers.Questa volta il pretesto di tanti rumors è il famoso brand  della cosmesi mondiale Clarins che ha scelto questo scenario gallurese mozzafiato per  l’apertura, nella splendida cornice dell’Hotel Romazzino, luxury collection hotel in Costa Smeralda, dell’ottava Spa My Blend by Clarins al mondo.

In una delle baie più suggestive della Sardegna, un luogo di benessere unico dove regalarsi, in esclusiva, i trattamenti ultra-personalizzati.

Tale iniziativa è di certo uno strepitoso mezzo che produrrà un ritorno di immagine incredibile per la  nostraCosta Smeralda sui social e tra i giovani di tutto il mondo.I filmati  postati in rete realizzati sulla spiaggia di Cala Petra Ruja, Porto Cervo presso egli hotel Romazzino e Cala di Volpe,  ad opera delle globetrotter italiane, russe, americane di New York, cinesi, di Hong Kong, francesi, spagnole e irlandesi saranno seguiti dai loro milioni di fan. Le due newyorkesi Mary Leest e Meredith Mickelson  sono  tra le più seguite al mondo dai giovani millennials e Gen Z. Beata gioventù!

Yoga e warm up con l’influencer alla Straverona

Ci sarà anche l’insegnante di yoga e lifestyle influencer Linda Gastaldello ad animare il pre-corsa della 37ª Straverona. La veronese, da anni attiva a New York, domenica 19 maggio prenderà parte alla manifestazione cittadina.

A partire dalle 8 curerà una sessione di warm up stretching dal palco che sarà allestito sotto i Portoni di piazza Bra, in prossimità della partenza. In contemporanea, l’area di Scienze Motorie dell’Università di Verona coordinerà il riscaldamento funzionale davanti la scalinata di Palazzo Barbieri.

Top model e influencer virtuali

L’ultima dell’ormai lunga lista di modelle virtuali si chiama Imma e conta oltre 50mila follower su Instagram. Da Shudu a Lil Miquela arrivando alla nuova versione virtuale (e hipster) del colonnello della catena di fast food KFC, ecco tutti i testimonial e gli influencer che non esistono nella realtà

di Camilla Sernagiotto

Imma, la nuova modella virtuale dal Giappone

Imma è la nuova modella e influencer che sta spopolando su Instagram. Nata in realtà il 12 luglio 2018 (data in cui è stata postata la sua prima immagine su Intagram, un primo piano così realistico da non tralasciare nemmeno il finto riflesso di una finestra negli occhi e nelle labbra lucide), sta riscuotendo un enorme successo in questo periodo grazie alla sua apparizione sull’edizione giapponese del celebre i-D Magazine. (Photo Credits: Instagram.com/imma.gram)


Gioco d’azzardo, stop a sponsorizzazioni sportive e agli influencer

iente più influencer che inviteranno a scommettere su questa o quella partita. Così come dai prossimi campionati, in Italia, non ci saranno più squadre e relativi campioni con la maglietta legata a prodotti di gioco. Stop anche ai gadget, a manifestazioni o eventi che mettono in palio prodotti brandizzati con i principali operatori del gioco pubblico. È quanto emerge dalle linee guida pubblicate sul sito dell’Autorità per le garanzie nelle comuunicazioni (Agcom) sulle regole attuative del divieto di pubblicità diretta e indiretta del gioco pubblico introdotto dal decreto sul lavoro del luglio scorso.

Il divieto assoluto
Le linee guida dell’Agcom, come ricorda l’agenzia specializzata Agiprones, sono state messe a punto dopo un intenso lavoro di confronto con tutti i soggetti coinvolti nel settore del gioco pubblico, dalle associzioni di categoria , al movimento genitori, dalle federazioni della stampa ai singoli concessionari. I principi cui si è ispirata l’Authority sono stati «il contrasto del gioco illegale» e «la riconoscibilità dell’offerta autorizzata rispetto a quella illegale», nonché la trasparenza dei servizi offerti «in modo da favorire decisioni consapevoli» e «la protezione rafforzata delle categorie vulnerabili, con particolare riferimento ai minori e ai giocatori patologici». In questo senso nessuna deroga al divieto di pubblicità per sponsorizzazioni o comunicazioni commerciali del gioco, così come al product placement (la presenza di prodotti di gioco con finalità commerciale in film, serie e programmi tv), la distribuzione di gadget brandizzati dei prodotti di gioco, l’organizzazione di eventi con premi costituiti da prodotti brandizzati, le manifestazioni a premio, la pubblicità redazionale e la pubblicità, diretta e indiretta, effettuata dagli “influencer”.

Sì alle quote in Tv e ai cartelli delle vincite
È comunque lunga la lista delle esclusioni dal divieto di pubblicità. In Tv resterà possibile la televendita di beni e servizi di gioco a pagamento, a condizione che «non abbia finalità prevalentemente promozionale». Sarà ancora possibile, all’inizio o all’intervallo delle partite effettuare «servizi di comparazione di quote o offerte commerciali dei diversi competitors» in quanto per le linee guida Agcom non sono da considerarsi come forme di pubblicità. Resisteranno anche i cosiddetti “spazi quote”, ossia «le rubriche ospitate dai programmi tv o web sportivi che indicano le quote offerte dai bookmaker, purchè non vi sia alcuna forma di invito al gioco». In sostanza si potrà “informare” il telespettatore ma senza invogliarlo in alcun modo la gioco: su un risultato la quota è x si potrà dire o far scorrere in video, mentre sarà vietato dire o scrivere se punti su una squadra vinci x. Non scompariranno da bar e tabacchi i cartelli, anche scritti a penna, delle vincite più importanti: scrivere qui vinti 1.000 euro non è pubblicità. Così come non rientrano nel divieto, scrive sempre l’Agcom, le comunicazioni dei punti vendita di gioco e sui siti web degli operatori, «sulle caratteristiche del prodotto e del servizio di gioco offerto», come «le quote, il jackpot, le probabilità di vincita, le puntate minime, gli eventuali bonus offerti» e «le informazioni rilasciate su richiesta del cliente». Secondo il garante queste indicazioni sono «funzionali a consentire scelte di gioco consapevoli».

I siti web
Nessun divieto per i domini dei siti. Sono esclusi dal divieto i cosiddetti servizi gratuiti di indicizzazione mediante algoritmo forniti direttamente dai motori di ricerca o dai marketplace (Apple Store, Google Play) in grado di consentire all’operatore di gioco di avere un posizionamento migliore nei risultati di ricerca dell’utente, una volta che quest’ultimo abbia già inserito la specifica query relativa al gioco a pagamento nel motore di ricerca o nel marketplace.


Uomini che ispirano le donne: star e influencer con beauty look da copiare

I capelli mossi e corvini di Jon Snow hanno fatto sognare tutti e tutte (soprattutto) ne Il Trono di Spade. Il look selvaggio e sexy lo ha fatto entrare di diritto tra le beauty trend setter delle serie Tv, al pari di Carrie Bradshaw. E come per la protagonista di Sex & The City, il risultato è uguale: vogliamo la sua testa (hairstylisticamente parlando).