DYNASTY DE LUCA

La Dynasty De Luca: un figlio assessore, l’altro sarà onorevole

Roberto, 32 anni, gestirà i fondi erogati dalla Regione. Piero, 36, studia da parlamentare

dal nostro inviato CONCHITA SANNINO

Lo avevano detto, gli eredi. «Il Progetto Salerno continua». Anzi, «il meglio deve ancora arrivare», promettevano Roberto e Piero De Luca, 32 e 36 anni, uno commercialista, l’altro avvocato, figli del potente Vincenzo, il governatore della Campania che è stato per oltre vent’anni sindaco-sceriffo della città costiera. E “il meglio” comincerà ad entrare, a breve, dalla porta principale del Comune. Di padre in figlio. Da De Luca senior ai De Luca brothers.

Per uno, Roberto, si spalanca il posto più pesante in giunta, a Salerno. Dopo il trionfo nelle urne di Vincenzo Napoli — fedelissimo di papà, già reggente a Palazzo di città e consacrato sindaco il 5 giugno con il 71 per cento dei consensi — al secondogenito è riservata la poltrona di super assessore, deleghe al Bilancio e allo Sviluppo. Una scelta che si poteva già leggere nella gestione della campagna e nel video spot conclusivo del candidato sindaco: su un minuto e mezzo di collage, il governatore-padre e i due figli figurano in tutto 12 volte. Non compare Renzi, che pure a Salerno era andato a visitare la stazione Marittima di Zaha Hadid, né ministri, né parlamentari del Pd. Lo scrittore Roberto Saviano aveva attaccato citando Caligola: «Come lui nominò senatore il proprio cavallo, De Luca fa nominare assessore suo figlio».

La famiglia De Luca per 12 volte accanto al sindaco neo-eletto

Ma il governatore stavolta non raccoglie: forse perché sul secondogenito si puntava già come candidato sindaco e questa nomina sembra poco più che un atto dovuto. Per l’altro figlio, Piero, membro dell’assemblea nazionale Pd, avvocato con il pallino dei viaggi in Lussemburgo e l’incarico di referendario presso la Corte di giustizia europea, sarebbe già “prenotato” un posto in lista alle politiche 2018. Magari nella certezza che Piero, per quella data, si sia liberato dall’inchiesta che lo vede indagato per bancarotta fraudolenta con l’ex amico Mario Del Mese, della società Ifil, famosa scatola vuota su cui gravava il sospetto di essere stata “collettore di tangenti”, e che aveva ingoiato poco meno di un milione di euro, sempre in relazione al sistema appalti. Soldi di cui, poi, si sono perse le tracce.

Salerno, così il neo-assessore De Luca jr loda le scelte di suo padre (senza citarlo)

D’altro canto, nessuno a Roma, nel giglio magico, nega l’ipotesi che per Piero si accarezzi un ruolo da deputato. Specie ora che diventerà coordinatore scientifico di un comitato per il sì al referendum sull’asse Salerno- Napoli-Roma, d’intesa con il renziano Francesco Nicodemo. Anzi. «Piero è in gamba — spiega un parlamentare vicino a Renzi — potrebbe fare il deputato. Se vale, perché no?». Ecco: se son figli, fioriranno.
Sembra la regola numero uno di Salerno, feudo politico dove la “ditta” coincide perfettamente con la famiglia — di sangue o di fedeltà; dove il Pd che sia veltroniano, bersaniano o renziano è al traino di De Luca senior che li premia ai congressi con quote che stanno tra l’80 e il 95 per cento; dove in tutte le partecipate crescono gli adepti. E dove il Pd vince in Comune senza osare esporre il simbolo. Un regno dove non si muove voto, o tessera, che il governatore, già Vincenzo o’ manganello, non voglia. Figurarsi ora che, con la disfatta dei democrat a Napoli e i regolamenti di conti in corso, resta l’unico leader.

Chi dovrebbe fermare i De Luca? La cooptazione di Roberto è stato il primo annuncio del neo sindaco: che proprio oggi sarà proclamato primo cittadino. «Un regalo sull’altare del sovrano. Il rampollo premiato in funzione del re», protestano le opposizioni, da Forza Italia a Sinistra Italiana. «Io non ci vedo proprio nulla di male. Un cognome importante non può essere una condanna — replica pacatamente Napoli — Intendo aprire alle nuove generazioni. Su 8 assessori, solo 3 sono i confermati, gli altri sono alla nuova esperienza o giovani». Oltretutto, aggiunge, «Roberto è da tempo capo del Dipartimento economia del Pd salernitano, fa il commercialista».

Basta intendersi di bilanci per governare il tondo miliardo di euro che papà-governatore ha destinato a Salerno? «Non cominciamo ora con la faccenda del presunto campanilismo di De Luca. Se a noi sono destinati fondi per un miliardo, a Napoli ne toccano 4. De Luca guarda davvero ai territori a 360 gradi». Sorridente e impermeabile, il sindaco respinge anche l’idea che lui sia il clone del sindaco-governatore. «Dicono che sono schiacciato su di lui, ma ho la mia identità, la mia autonomia ». Quindi, dottor Napoli, ci sarà una cosa, una soltanto, che non le piace di De Luca? Lui ci pensa. «No, in effetti non c’è. Andiamo d’amore e d’accordo».

A poco sono serviti anche i mal di pancia del residuo Pd che non si riconosce nella dinastia, o l’amarezza di candidati consiglieri che, a differenza di Roberto e Piero, si caricavano il lavoro oscuro e sono rimasti a mani vuote. Né a turbare la successione sono riuscite le cronache sull’imbarazzante sequenza di errori e di verbali mal redatti dai presidenti di seggio, che hanno rallentato oltre i limiti le operazioni di scrutinio. «Fesserie», direbbe De Luca- padre. Anzi, «polemiche di sfessati», canzonerebbe il De Luca di Crozza. Il neo sindaco rivendica invece il modello Salerno che fa il pieno di consensi: «Siamo terzi in Italia per numero di asili nido. Abbiamo la differenziata al 65 per cento e arriveremo al 75. Abbiamo ribaltato la prospettiva della città, che è ormai diventata un attrattore turistico in crescita da anni, abbiamo cantieri e progetti che vedono la luce». Non basta. Roberto, che respinge con garbo le richieste di interviste, scrive lunghi post. In cui promette: «Tocca a noi rilanciare ». Il meglio, a Salerno, sta per arrivare. E porta il nome di papà.

perchè Vittorio Arrigoni è Santo

perchè Vittorio Arrigoni è Santo

Sono un santo

UDITE UDITE !!
Perchè Vittorio Arrigoni è un santo

Scrissi questa provocazione parlando di me qualche tempo fa. Ripropongo con qualche modifica questa noterella non tanto per un sorriso che ci consoli dall’immensa perdita, ma anche per dire due parole di circostanza che non assomiglino ad un “coccodrillo”.

I fatti:

Capita nella Bibbia o nel Vangelo che chiunque venga menzionato per nome, per il solo fatto di essere stato presente o di aver detto una parola, automaticamente diventa Santo. Se poi ti nomina Gesù Cristo in persona, allora finisci addirittura nel calendario.
Io mi riferisco alla Bibbia delle Edizioni Paoline del 1983 e specificamente al Vangelo secondo Matteo con le note di Monsignor Ravasi.

Matteo 5,9:
BEATI GLI OPERATORI DI PACE PERCHE’ SARANNO CHIAMATI FIGLI DI DIO

Mi trovavo a Cuba per collaborare ad un progetto di aiuti per i giovani che vivevano nei quartieri insalubri (dicevano loro, in realtà erano quartieri invivibili) e sui documenti le autorità cubane avevano scritto: OPERATORE DI PACE… Andai a leggere la nota di Monsignor Ravasi che diceva:

“Gli operatori di Pace sono i cooperatori più diretti del Figlio di Dio venuto sulla terra per portare la Pace che è sintesi di tutti i beni messianici. Perciò sono equiparati al Figlio di Dio per natura e diventano figli di Dio per adozione…
(La Pace) incontrerà opposizioni e i suoi araldi saranno perseguitati ma ciò diventerà beatitudine perchè simili a Gesù, il primo perseguitato….”

Per carità, non ho la pretesa di essere equiparato ai Santi (domine non sum digno) e non credo che nemmeno a Vittorio piacerebbe. Perchè noi laici siamo coloro che praticano e distribuiscono il Bene non come presupposto per la promessa del Paradiso. Noi (scusa Vittorio, mi ci metto pure io ma solo per la sintesi del pensiero che sto per esporre) pratichiamo il Bene per il Bene, e già che ci siamo dentro questo Bene ci mettiamo pure l’ingratitudine. Eh sì, perchè non aspettandoci nulla in cambio, il nostro gesto raggiungerà il sublime…

E allora cosa succederà, se a noi non verrà riservato il Paradiso? Nessuna preoccupazione. Quando tra cent’anni vi incamminerete per le vie del Cielo, arrivati ai cancelli del Paradiso, non vi preoccupate di San Pietro che vi parlerà in Aramaico. Guardate piuttosto alla vostra destra, là dove sta quel tavolo con quel gruppetto rumoroso di giocatori di briscola chiamata.
Là scorgerete facce anonime, la mia, quellla di Bubu, Catoretti, Mirto e tanti altri sconosciuti. Ci troverete però anche i nostri Martiri, oltre a Vittorio riconoscerete Antonio Russo, ucciso a Tiblisi dopo che gli avevano rotto tutte le ossa coi calci dei loro fucili, riconoscerete Enzo Baldoni ancora con l’asta della bandiera dell Croce Rossa in mano, Annalena Bonelli, la missionaria laica uccisa in Somalia, e poi riconoscerete i vostri eroi, gente che è apparsa per un giorno sulle pagine elettroniche dei vostri monitor per poi scomparire per sempre dalla memoria collettiva, che cancella subito i nomi propri di persona ma ricorda per sempre quello che facevano: GLI OPERATORI DELLA PACE…

— con Aldo Vincent

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82Nicoleta Barbu, Zia Antobella Bruno e altri 80

Commenti

Vincenzo Avitabile F A V O L O S O.

19 aprile 2011 alle ore 15:07 · Mi piace · 3

Erminia Scaglione Non solo ma nel caso di Vittorio ne accoglie il feretro a suon di articoli diffamatori…

19 aprile 2011 alle ore 15:08 · Mi piace

Andrea Strazzulli complimenti. condivido

19 aprile 2011 alle ore 15:10 · Mi piace

Elisabetta Montemitro mi vien da piangere !!!! i giusti splendono come stelle nella notte per illuminare il nostro cammino con il loro esempio grazie ragazzi !!!!

19 aprile 2011 alle ore 15:11 · Non mi piace più · 2

Ika Bau Io non tirerei fuori la religione, dato che si stanno scannando proprio per queste futili quisquilie, proprio come fece il cristianesimo ai tempi delle crociate, e ancor prima. Lasciamo la religione dov’è, nella mente degli sciocchi.

19 aprile 2011 alle ore 15:12 · Mi piace · 2

Elisabetta Montemitro non e religione e verita e un po diverso non ce bisogno di stare sulle difensive !!

19 aprile 2011 alle ore 15:15 · Mi piace

Donato Domenico Curtotti ma è proprio là la differenza nucleare: nella promessa. Nella visione evangelica il regno dei Cieli è promesso a chi opera per la pace: c’è quindi un fine da raggiungere, ed è il fine che giustifica il premio, non la motivazione intima, non la predispo…Altro…

19 aprile 2011 alle ore 15:17 · Mi piace

Carla Tallone Grazie!

19 aprile 2011 alle ore 15:21 · Mi piace

Mimma Delfino Bellissimo pensiero!!!! Condivido!

19 aprile 2011 alle ore 15:31 · Mi piace

Carmen Souadou NY Nessuno pensa alla santità fuori dalla religione e questa è una perfetta perversione. In nome di un dio, ci si titola a distribuire la santità.

19 aprile 2011 alle ore 15:44 · Mi piace

Carmine Rondine …questo sarebbe un portatore di pace? portatore di morte forse…la sua…

19 aprile 2011 alle ore 15:46 · Mi piace

Donato Domenico Curtotti beh, Michele Callo, prendersela con chi è matrice del male è perfettamente umano, e anche in questo Vittorio era dunque umano: non lo puoi affatto accusare da questo punto di vista: io e qualsiasi persona che ha dentro il senso della giustizia umana fa…Altro…

19 aprile 2011 alle ore 15:54 · Mi piace

Elisabetta Montemitro ma lasciate stare non offendete la sua memoria !! e facile essere sempre con 2 piedi in una scarpa lui ha presso posizione non in modo astrato ma stando sul campo in mezzo alla gente che indiscutibilmente e pui debole

19 aprile 2011 alle ore 15:59 · Mi piace

Daniele Majo mi spiace ma lui non era un operatore di pace.. proprio per niente

19 aprile 2011 alle ore 16:06 · Mi piace

Liliana Lepore C’è chi ha il coraggio di dedicare e anche perdere propria la vita in difesa dei popoli oppressi………

19 aprile 2011 alle ore 16:09 · Mi piace · 1

Donato Domenico Curtotti … e poi c’è chi da bravo debole non si espone, e il massimo che sa fare è appoggiare gli oppressori

19 aprile 2011 alle ore 16:17 · Mi piace · 1

Sergio Moruzzi Spiacente, questa volta hanno ragione Ninni e Callo, Arrigoni non era un pacifista, era un istigatore di violenza che ha scelto la parte peggiore ed ha pagato il prezzo adeguato alla sua stupidità, speriamo serva di lezione agli altri. Stay human in me…Altro…

19 aprile 2011 alle ore 16:26 · Mi piace · 2

Donato Domenico Curtotti i missionari sono coloro che vanno a imporre una cultura altra, sono coloro che, per esempio, nelle americhe si sono resi correi del genocidio degli indios: sessanta milioni di esserei umani che la Santa Chiesa di Roma aveva in quegli anni decretato no…Altro…

19 aprile 2011 alle ore 16:27 · Mi piace

Rita Farnè Però Sergio … restiamo umani…

19 aprile 2011 alle ore 16:34 · Mi piace

Francesco Messina voler far santo berlusconi,come vorrebbero quei poveri di spirito dei auoi servetti, e´ridicolo, ma voler far passare per OPERATORE DI PACE CHI SEMINAVA ODIO; SCRIVEVA BASTARDI EBREI; VIETATO L´ENTRATA A CANI ED EBREI (MOTTO IN USO NELLA GERMANIA NAZIS…Altro…

19 aprile 2011 alle ore 16:35 · Mi piace · 1

Donato Domenico Curtotti in Africa hanno fatto altrettanto, vai a studiare la storia, Ninni, oltre che femminuccia sei anche ignorante

19 aprile 2011 alle ore 16:38 · Mi piace

Elisabetta Montemitro lui era in prima linea li o si e dentro o si e fuori !! la chiesa manda il suo messaggio universale di pace ma in realta non prede mai posizione su nulla resta arroccata su se stessa con stuoli di monache e pretti poco disponibili a mettersi a disposizione.. ma anche li in mezzo a loro ci sono favolose eccezioni e ne va tutta la mia ammirazione anche se non sono molto religiosa !!

19 aprile 2011 alle ore 16:39 · Mi piace

Daniele Schiavon Abbiate rispetto per Vittorio vi prego.

19 aprile 2011 alle ore 16:41 · Mi piace

Francesco Messina Se lui ne avesse avuta per gli altri….

19 aprile 2011 alle ore 16:45 · Mi piace

Sergio Moruzzi @Rita Farnè: lo sono e lo sono rimasto, in ogni occasione, perchè per mia fortuna non sono come loro, e non voglio nemmeno esserlo! Io ho ben presenti i miei limiti etici personali, e non li oltrepasso, ma non condanno di sicuro chi risponde colpo su c…Altro…

19 aprile 2011 alle ore 16:47 · Mi piace

Sergio Moruzzi @Daniele Schiavon: non c’è nessun motivo di avere rispetto per un razzista violento e fanatico, gente così più ne muore e meglio è.

19 aprile 2011 alle ore 16:50 · Mi piace

Sergio Moruzzi @Elisabetta: non ne ho nessun motivo, voi non sapete di cosa cazzo state parlando! Invece di tenere il culo al caldo, andate a vedere di persona! Morditela tu la lingua, sapientina da due lire! Ripeto, è morto? Un idiota di meno! E ti auguro che la pro…Altro…

19 aprile 2011 alle ore 17:05 · Mi piace

Alessandro Pagnoni Beati voi quando vi perseguiteranno e diranno ogni sorta di male…

19 aprile 2011 alle ore 17:08 · Mi piace

Alessandro Pagnoni Solo che prendersela con chi è morto lo trovo un tantino eccessivo, i santi non esistono ma i morti per qualsisasi causa, giusta o sbagliata che sia, e quella di Vittorio era giusta, vanno comunque onorati e rispettati mentre qua c’è chi ha anche l’ardire di banchettare con le carcasse….

19 aprile 2011 alle ore 17:11 · Mi piace · 1

Sergio Moruzzi a una come te non devo nessuna scusa, le scuse le devo alle vittime israeliane che sono state insultate dalla propaganda razzista di un idiota che purtroppo veniva dal mio stesso Paese. Non sai come sono e non sai com’è Israele. Ripeto, vergognati! E non parlare di veri uomini, non ne riconosceresti uno nemmeno se ci sbattessi contro!

19 aprile 2011 alle ore 17:20 · Mi piace

Sergio Moruzzi No Ninni, è solo che quando una cosa è giusta, è giusta. Io non ho il paraocchi, e tu prima hai detto cose vere, e quindi te lo riconosco, come è giusto che sia.

19 aprile 2011 alle ore 17:29 · Mi piace

Sergio Moruzzi Mi fanno incazzare questi pseudo intellettuali radical-chic che parlano di cose che non conoscono e di posti che hanno visto solo in fotografia e di cui non sanno niente, e difendono un “pacifista” che aveva chiamato il suo blog guerrilla e proclamava slogan nazisti. Tutto un programma…

19 aprile 2011 alle ore 17:31 · Mi piace

Andrea Dentini Non era affatto un pacifista.

20 aprile 2011 alle ore 2:36 · Mi piace

Antonio Tosciri BEATI

7 maggio 2011 alle ore 16:08 · Mi piace

Publicado hace 13th December 2016 por Aldo Vincent

IL CASO CORALLO continua: 2

IL CASO CORALLO continua: 2

Roma, si consegna re delle slot Francesco Corallo. Era latitante da maggio 2012

Giustizia & Impunità
L’uomo si trovava a Santo Domingo. Oltre un anno fa era stato destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Milano su presunti finanziamenti illeciti concessi dalla Bpm, quando era guidata da Massimo Ponzellini. E’ accusato di associazione per delinquere visto che il reato di corruzione, inizialmente contestato, è caduto dopo la remissione della querela da parte della banca

Si è costituito dopo oltre 14 mesi di latitanza Francesco Corallo, il cosiddetto ‘re delle slot machine’, destinatario nel maggio 2012 di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Milano su presunti finanziamenti illeciti concessi dalla Bpm, quando era guidata da Massimo Ponzellini.
Il 29 maggio 2012, infatti, Ponzellini era finito agli arresti domiciliari accusato, tra le altre cose, proprio di un finanziamento sospetto da circa 150 milioni di euro concesso alla società Atlantis/B-plus – attiva nel settore dei giochi d’azzardo e di cui era titolare Francesco Corallo – per comprare nuove slot machine, in cambio di una mazzetta da oltre un milione di euro girata all’ex presidente di Bpm e la promessa di 3,5 milioni di sterline.
Corallo, che deve rispondere anche di associazione per delinquere, è rimasto latitante per oltre un anno a Santo Domingo. Ieri, come riportano Corriere della Sera e Repubblica, il titolare di Atlantis si è consegnato alle forze dell’ordine all’aeroporto di Roma Ciampino, dopo essere atterrato con un volo privato.

LEGGI ANCHE:

The real Corallo story: Call me Francesco… or call me ‘The Godfather’

 http://www.kkc-curacao.com/blog-jr-the-real-corallo-story-call-me-francesco-or-call-me-the-godfather/

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CORALLO FINI ATLANTIS & LABOCCETTA: CALCIOSCOMMESSE | LE CAMARILLE

CORALLO FINI ATLANTIS & LABOCCETTA

C’È UN CORALLO ALLA BPM – FINI, FINIANI, TULLIANI E L’ATLANTIS: QUELLO STRANO RISIKO SOCIETARIO, GLI AFFARI NELLE ANTILLE, LA PISTA DI MONTECARLO E I SOLDI A CHECCHINO PROIETTI, FEDELISSIMO DI GIANFRY E DI DANIELA DI SOTTO – CORALLO TRA MASSOLO E GIULIA BONGIORNO – DA PARAPONZO PONZELLINI ANCHE UN PRESTITO DA 24 MLN ALLA FINSEVI DI VITTORIO PAOLETTI, CONSIDERATO MOLTO VICINO ALL´EX MINISTRO DELLA FUNZIONE PUBBLICA MARIO BACCINI…

1- SLOT MACHINE BPM – LABOCCETTA E IL PC: “PASSAVO DI LÌ” – FINI, FINIANI, TULLIANI E L’ATLANTIS
Giovanni Pons per “il Giornale

Amedeo LaboccettaAmedeo Laboccetta
 
C´è anche il giallo politico nell´inchiesta sui finanziamenti Bpm e riguarda il deputato napoletano del Pdl Amedeo Laboccetta. Mentre Francesco Corallo sosteneva, davanti ai finanzieri che si sono presentati nella sua casa-ufficio, di godere di immunità diplomatica per conto di un paese caraibico (ma agli inquirenti non risulta nessun accredito), in quell´abitazione, in Piazza di Spagna a Roma, è arrivato anche Laboccetta.
Il deputato, stando a quanto ricostruito dagli investigatori, ha prima detto che quella perquisizione non poteva essere effettuata e poi se ne è andato portando con sé un pc che i militari volevano sequestrare.
«É solo un grande equivoco – ha detto il parlamentare, spiegando che ieri era andato a trovare il suo amico Corallo – e nel momento in cui è giunta la Guardia di Finanza per una perquisizione, doverosamente sono andato via portando con me il mio computer». Una versione difficile da avvalorare e proprio per questo i pm attendono la relazione della Gdf, per valutare se vi siano profili di favoreggiamento.


Laboccetta era assurto agli onori delle cronache anche nell´autunno 2010, nel pieno delle polemiche per la casa di Montecarlo la cui proprietà veniva attribuita al cognato del presidente della Camera Gianfranco Fini. In quel frangente Laboccetta veniva descritto come «innamorato dell´isola di Saint Marteen» e capace di muovere le cose ai Caraibi. In particolare la “macchina del fango” contro il marito di Elisabetta Tulliani.
Guarda caso, anche in quell´occasione era spuntata l´ombra del gruppo Atlantis, società di giochi d´azzardo di proprietà della famiglia Corallo e rappresentata in Italia proprio da Laboccetta. Al Corriere del Mezzogiorno, il deputato spiegava così il suo legame con la società e i suoi proprietari. «Corallo è per bene. Un signore. Sono orgoglioso di essere suo amico. E l´Atlantis è un gruppo che dal 2004 quando vennero stipulate le concessioni per far entrare nella legalità le slot-machine è leader del settore. Ha portato allo Stato 4 miliardi di euro (che forse c´è chi vuol far tornare alla criminalità). Mai condannato. Tantomeno per mafia. Tutti veleni che spargono».
Laboccetta non è l´unico politico che in qualche modo si riconduce alla vicenda degli affidamenti facili della Bpm guidata da Ponzellini. Nell´ispezione di Bankitalia che ha ispirato l´inchiesta è segnalata l´erogazione di un prestito da 24 milioni alla lussemburghese Finsevi Sa, fiduciariamente intestata a Melior Trust.
«L´operazione – scrive la Vigilanza – è stata deliberata sulla scorta di dati non aggiornati e poco significativi e senza la precisa individuazione del garante/titolare del pegno; determinante in proposito si è rivelata l´assicurazione su «serietà degli esponenti aziendali e trasparenza e liceità economico-patrimoniale della società” fornita dal dr. Ponzellini». Da alcune ricerche su banche dati la Finsevi risulta far capo all´imprenditore italo argentino di stanza a Roma attivo nel campo dei trasporti Vittorio Paoletti, considerato molto vicino all´ex ministro della Funzione pubblica Mario Baccini.
logo BPMlogo BPM
 
2 – QUELLO STRANO RISIKO SOCIETARIO TRA CORALLO, FINI E I FINIANI
GLI AFFARI NELLE ANTILLE, LA PISTA DI MONTECARLO E I SOLDI DATI A PROIETTI, FEDELISSIMO DI GIANFRANCO
Gian Marco Chiocci per “il Giornale”

Fini, i finiani e i Tulliani. Montecarlo e non solo. Il gioco dell’oca delle coincidenze ruota intorno al «Re del gioco». È l’incensurato Francesco Corallo, figlio di Gaetano (condannato a 7 anni, pena scontata), al vertice della holding Atlantis World Group, oggi Bplus, «attenzionato» indirettamente a luglio dalle autorità olandesi che indagano su un traffico di denaro nelle Antille che ha portato a investigare a Curaçao su un personaggio a lui vicino, tale Dos Santos, e a congelare 50 milioni di dollari in una banca di Miami.
Atlantis Casino Nassau BahamasAtlantis Casino Nassau Bahamas

Francesco Corallo diventa noto l’estate scorsa quando vien fuori che le società off shore Printemps e Timara protagoniste dell’acquisto dell’appartamento nel Principato abitato dal cognato di Fini, sono «rappresentate» al medesimo indirizzo di Manoel Street a Castries nell’isola di Saint Lucia dal broker James Walfenzao, uomo di Corallo, «mente» delle fiduciarie anonime della Corpag Service che sovrintende alle «Ltd» di casa Tulliani.
Al vertice della holding londinese che controllava una quota della Atlantis c’era proprio Walfenzao il quale, secondo una ricerca del Fatto Quotidiano, «operava in nome e per conto di Corallo». Non solo. All’indirizzo monegasco di Walfenzao l’inquilino Tulliani, domiciliava le sue bollette della luce. E di Walfenzao, anzi delle sue mail (mai smentite dall’interessato) fanno cenno i governanti di Saint Lucia a proposito di Giancarlo Tulliani «beneficiario effettivo della Timara Ltd» che si sarebbe avvalso delle prestazioni di Tony Izelaar e Suzi Beach, rappresentanti della Jason Sam di Montecarlo, pure loro collegati a Walfenzao.
GIULIA BONGIORNOGIULIA BONGIORNO
  Un risiko societario complicatissimo, un groviglio di nomi e teste di legno per schermare operazioni poco trasparenti. All’epoca, il rappresentante per l’Italia di Atlantis era il deputato del Pdl Amedeo Laboccetta. Ed è proprio con il parlamentare campano che nel 2004 il presidente della Camera viene fotografato a cena al ristorante del casinò Beach Plaza di Saint Marteen, di proprietà di Corallo. Al tavolo siede anche Francesco Cosimo Proietti, fedelissimo di Fini, oggi deputato Fli.
Occhio alle date, e a Proietti. Ad agosto 2004, secondo Franco Barbato dell’Idv, si è già mossa la «lobby della fondazione Affare Futuro». Il riferimento, maligno, è all’avvocato finiano Giancarlo Lanna, consigliere del think thank del cognato di Tulliani, procuratore di Atlantis «nell’avvio della sua attività» che porterà alla «sottoscrizione della convenzione per il rilascio della concessione dei Monopoli». Il via libera avviene un mese prima di quelle vacanze di Fini.
FINI, ELI, GIANCARLO TULLIANI, LABOCETTA,FINI, ELI, GIANCARLO TULLIANI, LABOCETTA,

  Successivamente la Gdf indaga e si imbatte in presunte anomalie. Quando l’allora pm di Potenza Woodcock chiederà l’arresto di Vittorio Emanuele escono le intercettazioni del finiano «Checchino» Proietti sospettato di aver fatto pressioni sul direttore dell’agenzia dei Monopoli di Stato, Giorgio Tino, per evitare la revoca della concessione all’Atlantis.
L’inchiesta non andrà avanti, l’iperattivismo di Proietti sembra di sì. Nel 2006, infatti, l’Ufficio italiano cambi segnala un’operazione sospetta allo sportello del Credito Cooperativo di Santa Felicita Martire di Affile, Ciociaria, terra di Proietti: dall’altra parte del mondo arrivano 120mila euro per l’«associazione Monti Simbruini».
Francesco Proietti CosimiFrancesco Proietti Cosimi

Il mittente è l’Atlantis Group, l’oggetto vede la sponsorizzazione di una manifestazione (mai avvenuta). A ritirare il denaro ci pensa il presidente dell’associazione, Pierlugi Angelucci, che a suo dire tratta l’operazione per conto dell’amico Proietti a cui gira l’intera cifra. Proietti nega: «Non ho preso un euro». Angelucci insiste. Fa presente di avere in mano fatture della società «Keis comunicazione» della figlia di Proietti (organizzatrice di concerti) intestate all’Atlantis, che avrebbe sponsorizzato altri concerti di big dello spettacolo trattati anche dalla Keis.
È l’ennesima coincidenza sui finiani e il gruppo di Corallo. Così come una coincidenza sono le mail partite dalla segreteria dell’ambasciatore Massolo (considerato un finiano, anche se l’interessato ha smentito) per promuovere Corallo a console onorario di Saint Marteen, e la nomina a collegio difensivo di Corallo dell’avvocato Bongiorno. Il deputato, finiano, Giulia Bongiorno.
WOODCOCKWOODCOCK

VINCENT
 https://www.facebook.com/groups/1873565612870680/?fref=ts

Aldo Vincent lecamarille: Aldo Vincent lecamarille : Aldo Vincent lecamarilleATTRAVERSO IL FACCENDIERE JAMES WALFENZAO è SERVITO SOLO A VENDERE LA CASETTA DI MONTECARLO AL ‘’COGNATO’’? – 2- PERCHE’ CORALLO ERA IN POSSESSO DEL

I segreti dei TU

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: CALCIOSCOMMESSE | LE CAMARILLEFINI E I 3,5 MILIONI DA CORALLO

FINI E I 3,5 MILIONI DA CORALLO

14 dic 2016 09:08

1. “SONO STATO UN COGLIONE: CORROTTO, MAI”. GIANFRANCO FINI SI RITROVA, SUO MALGRADO, NUOVAMENTE NEL TRITACARNE DELLA CASA A MONTECARLO A CAUSA DELLA FAMIGLIA TULLIANI
2. “QUESTO PER ME E’ UN DRAMMA FAMILIARE. PER I MAGISTRATI LA SOCIETA’ DELLA CASA E’ ADDIRITTURA DI MIA MOGLIE E IO NON LO SAPEVO! SE L’AVESSI SAPUTO NON L’AVREI MAI VENDUTA. SECONDO LEI È PIACEVOLE A 65 ANNI AMMETTERE DI ESSERE UN COGLIONE?”
3. “GIANCARLO TULLIANI MI DISSE CHE L’APPARTAMENTO NON ERA DI PROPRIETÀ E IO DISSI CHE SE FOSSE STATA DI SUA PROPRIETÀ MI SAREI DIMESSO. GLI HO CREDUTO, SÌ. MA ORA SE LA FAMIGLIA DI MOGLIE HA SBAGLIATO NE RISPONDERA’ IN TRIBUNALE. HO STIMA DI PIGNATONE”

FINI, ELI, GIANCARLO TULLIANI, LABOCETTA, FINI, ELI, GIANCARLO TULLIANI, LABOCETTA, 

Presidente Fini ha sentito? La società della casa di Montecarlo per i magistrati è di sua moglie

I Tulliani e Fini e Laboccetta I Tulliani e Fini e Laboccetta 

Lei dice? Addirittura è di mia moglie, nemmeno del fratello Giancarlo, è sicuro?
La società Timara Ltd è riconducibile a Elisabetta Tulliani. I pm hanno trovato le procure del 2014 rilasciate da sua moglie.
Che devo dirle (ride nervosamente, ndr), sono notizie delle quali non ero minimamente a conoscenza. Sono davanti a un bivio: o sono stato talmente fesso oppure ho mentito volutamente. In cuor mio so qual è la verità e non pretendo di essere creduto ma per me questo è un dramma familiare.

FINI ELI E GIANCARLO TULLIANI FINI ELI E GIANCARLO TULLIANI 

Ne ha parlato con sua moglie Elisabetta?
No, lo scopro adesso da lei.
Ci sono 3,5 milioni bonificati a suo suocero e a suo cognato. Un bonifico del 2009 sarebbe legato al decreto sulle slot machine.
A chi viene fatto il bonifico?
A suo suocero.
E che c’ entra Sergio Tulliani con il decreto?

Fini Tulliani Famiglia Fini Tulliani Famiglia 

Infatti c’entra più lei …
Il presidente della Camera non c’entra nulla. Non potevo fare nulla.

Fini Tulliani Fini Tulliani 

Il Pdl però era potente.
Mi sembra assoluta fantasia, è solo una vicenda familiare drammatica.
Alla famiglia di sua moglie arrivano milioni di euro e lei non nota nulla?
Pensa me lo abbiano detto?
Il tenore di vita della sua famiglia è stato influenzato dall’ arricchimento dei Tulliani?

fini laboccetta in vacanza fini laboccetta in vacanza 

No, come campavo prima campo adesso.
Nel 2010 lei poteva prendere in mano la destra italiana.
Non c’ è dubbio che io ho pagato un prezzo salato pur non riconoscendo a me stesso nessuna responsabilità personale se non … familiare.
Davvero credeva ai Tulliani?
Giancarlo Tulliani mi disse che l’ appartamento non era di proprietà e io dissi che se fosse stata di sua proprietà mi sarei dimesso. Gli ho creduto, sì.

GIANCARLO TULLIANI GIANCARLO TULLIANI 

Che dirà stasera a cena a sua moglie?
Questi sono affari miei.
Bplus è accusata di avere portato via 215 milioni euro allo Stato e 3,5 sono andati alla famiglia di sua moglie. Sono anche affari nostri.
Se è così ne risponderà in tribunale. Io ho stima del procuratore Pignatone.
Da segretario ha venduto una casa del partito alla società di sua moglie. Non pensa di dover chiedere scusa?

GIANCARLO TULLIANI E LA CASA DI MONTECARLO GIANCARLO TULLIANI E LA CASA DI MONTECARLO 

Se l’ avessi saputo non l’ avrei venduta! Secondo lei è piacevole a 65 anni ammettere di essere un coglione?
E ai vecchi militanti del Msi e di An cosa vorrebbe dire?
Che sto soffrendo quanto loro e sono stato un coglione, ma non sono mai stato un corrotto.

fini tulliani H fini tulliani H FINI TULLIANI DOCUMENTI CASA MONTECARLO FINI TULLIANI DOCUMENTI CASA MONTECARLO AMEDEO LABOCCETTA AMEDEO LABOCCETTA FINI TULLIANI DOCUMENTI CASA MONTECARLO FINI TULLIANI DOCUMENTI CASA MONTECARLO FINI TULLIANI DOCUMENTI CASA MONTECARLO FINI TULLIANI DOCUMENTI CASA MONTECARLO FINI TULLIANI DOCUMENTI CASA MONTECARLO FINI TULLIANI DOCUMENTI CASA MONTECARLO Lettera del ministro di Saint Lucia a Frattini dal \"Fatto\" Lettera del ministro di Saint Lucia a Frattini dal \”Fatto\”FINI TULLIANI DOCUMENTI CASA MONTECARLO FINI TULLIANI DOCUMENTI CASA 

14 dic 2016 13:35

I MAGISTRATI SCOPRONO CHE DIETRO LA CASA DI MONTECARLO CI SAREBBE ANCHE UNA TANGENTE PER CORROMPERE QUALCUNO E OTTENERE UN DECRETO AD HOC – GIANCARLO TULLIANI, COGNATO DI FINI, AVREBBE INCASSATO PIU’ DI 4 MILIONI IN DUE ANNI – DALLA SOCIETA’ DI LABOCCETTA UN FINANZIAMENTO DI 600 MILA EURO AD UN’ASSOCIAZIONE CULTURALE DI SUBIACO

Giacomo Amadori per La Verità

fini montecarlo fini montecarlo 

l mistero della casa di Montecarlo è finalmente svelato. Infatti la strana operazione che ha visto passare da Alleanza nazionale ad alcune società offshore riconducibili a Giancarlo Tulliani, il celeberrimo cognato di Gianfranco Fini, il mezzanino di Rue Princesse Charlotte non sarebbe colpo immobiliare di un parente di un politico importante (all’epoca custode del patrimonio di An).
Grazie a un’inchiesta della Procura di Roma e dello Scico (Servizio centrale criminalità organizzata) della Guardia di finanza scopriamo che quella compravendita potrebbe essere stata addirittura una tangente pagata per corrompere un soggetto non ancora identificato e per ottenere la stesura di un decreto ad hoc.

CITOFONO TULLIANI A MONTECARLO CITOFONO TULLIANI A MONTECARLO 

La storia è raccontata nell’ordinanza di custodia cautelare emesso dal Tribunale di Roma contro cinque persone, tra cui l’imprenditore Francesco Corallo, domiciliato alle Antille olandesi, l’ex parlamentare del Pdl Amedeo Laboccetta, e tre collaboratori dello stesso Corallo. Laboccetta dal 2006 al 2008 è stato amministratore del ramo italiano della holding di Corallo, l’Atlantis world, poi Bplus gioco legale e dal 2015 Global starnet ltd, la principale società di gioco d’azzardo presente nel mercato nazionale.

AMEDEO LABOCCETTA AMEDEO LABOCCETTA 

Corallo & c. sono accusati di associazione per delinquere transnazionale, peculato, reati tributari e riciclaggio. Nella stessa indagine sono stati perquisiti Giancarlo Tulliani e suo padre Sergio, il suocero di Fini. Gli inquirenti ufficialmente preferiscono non sbilanciarsi e a chi chiede se la casa fosse di proprietà dei Tulliani, sorridono sornioni e rispondono: «Questo lo dite voi». Nell ’ordinanza non viene contestata la corruzione, anche perché se quell’accusa venisse mossa sarebbe quasi certamente ghigliottinata dalla prescrizione.

ELISABETTA TULLIANI E GIANFRANCO FINI ELISABETTA TULLIANI E GIANFRANCO FINI 
  

Ma quando un cronista domanda se l’ultima compravendita dell’immobile, avvenuta nel 2015, possa essere considerata la continuazione del reato, il procuratore aggiunto Giuseppe Prestipino si mostra possibilista: «Ci dovrei pensare » .
Per ora la casa monegasca è finita nell’inchiesta come moneta di una colossale macchina da riciclaggio costituita da un centinaio di società offshore e di conti bancari distribuiti sull’intero orbe terracqueo, dal Isole del Canale al Canada, dalla Francia alle Antille olandesi, insomma nascosti in alcuni dei più inespugnabili paradisi fiscali.

FRANCESCO CORALLO FRANCESCO CORALLO 

Un sistema che ha permesso di occultare all’estero almeno 215 milioni di euro di tasse non pagate e che in parte sarebbero tornati indietro per acquistare il mezzanino di Rue Princesse per anni nella disponibilità di Giancarlo Tulliani.
Dietro a tutto questo c’è la mente di Francesco Corallo, il re del gioco d’azzardo legale e delle videolottery, le macchinette con cui centinaia di migliaia di italiani gettano al vento magri stipendi e pensioni. Francesco è il figlio di Gaetano Corallo, condannato per associazione per delinquere (prima del 1982 non veniva contestata quella mafiosa) e considerato vicino alla famiglia di Nitto Santapaola; a 23 anni si trasferì nelle Antille Olandesi e con capitali di non chiara provenienza ha iniziato a far crescere il suo impero.

Fini- GIANCARLO TULLIANI Fini- GIANCARLO TULLIANI 

Da qui ha iniziato la sua espansione sino all’Italia dove è sbarcato nel 2004 con un consorzio poco «liquido », ma sostenuto dalle fidejussioni di una banca israeliana. Il segreto di Corallo è sempre stato quello di creare «shell company», gusci vuoti utilizzati per corrompere politici, come ha spiegato il comandante dello Scico Giuseppe Grassi, ma non solo quelli italiani, infatti nelle indagini dei finanzieri italiani e dei colleghi olandesi sono finiti anche politici dei Paesi Bassi. In Italia l’uomo giusto sembra che fosse Amedeo Laboccetta, ex consigliere regionale di An con la passione per il mare di Saint Marteen dove portò anche Gianfranco Fini in visita a Corallo nell’agosto del 2004. Nel 2006 Laboccetta divenne l’amministratore di Atlantis world e nel 2008 ottenne un posto in parlamento come deputato.

I Tulliani e Fini I Tulliani e Fini 

Da quello scranno si sarebbe interessato di far ottenere leggi favorevoli e concessioni al suo vecchio datore di lavoro. Ma la cosa davvero strana è che uno dei più stretti collaboratori di Corallo, Rudolf Baetsen, arrestato pure lui, abbia inviato circa 1.500.000 euro a Giancarlo Tulliani tra luglio e novembre 2008: i primi 327.000 vengono utilizzati per comprare la casa di An, attraverso la Printeps ltd riconducibile allo stesso cognato; altri 360.000 per acquistarla una seconda volta, questa volta inviando il denaro alla Timara ltd (sempre di Tulliani); contemporaneamente Baetsen invia altri due bonifici per un totale di 900.000 euro alla Jayden holding ltd. Ovviamente di Tulliani.

giancarlo tulliani giancarlo tulliani 

Ma perché Corallo avrebbe dovuto consegnare tutti quei soldi al cognato di Fini? Ufficialmente per non meglio specificate consulenze. Per gli inquirenti nient’altro che il classico modo per giustificare i pagamenti illeciti. Forse la spiegazione si trova nell’hard disk sequestrato dalla Procura di Milano allo stesso imprenditore siciliano nel 2011.
Nella memoria si trova la causale di un altro pagamento del 24 novembre 2009 inviato su un conto belga del papà di Giancarlo, Sergio Tulliani: «Liquidation foreign assets – decree 78/2009, 2.4M Euro». Un appunto che non ammette molte interpretazioni. Quei soldi vengono giustificati come pagamento per un decreto legge del governo Berlusconi, quello cosiddetto Anticrisi che all’articolo 21 si occupava di «rilascio di concessioni in materia di giochi» e che, secondo alcuni esperti, era disegnato su misura sulle esigenze della Bplus.

Mercedes Giancarlo Tulliani Mercedes Giancarlo Tulliani 

Insomma Corallo avrebbe pagato per un sostanzioso intervento nella stesura della nuova norma. Quei soldi seguivano un altro invio di 200.000 euro del luglio precedente, questa volta destinati sul conto monegasco del solito Giancarlo, un pagamento affiancato alla sigla «FC» (Francesco Corallo?).
Anche gli investigatori capiscono che la sola contestazione del riciclaggio risulta monca: «Certo non è facile spiegare perché Giancarlo Tulliani abbia ricevuto tutti quei soldi. Per lui in quel momento fare una rampa di scale non era difficile (dove viveva il cognato Gianfranco Fini con la sorella Elisabetta ndr), ma non siamo riusciti a trovare le tracce di altri passaggi di denaro». Nel frattempo Tulliani nel 2015 ha venduto il mezzanino a un cittadino domenicano e ha guadagnato altri 1.300.000 euro. Soldi che si sono aggiunti ai 4.100.000 euro del biennio 2008-2009. Un bel malloppo che avrebbe alla base un decreto legge favorevole.

FRANCESCO PROIETTI COSIMI FRANCESCO PROIETTI COSIMI

CALCIOSCOMMESSE | LE CAMARILLE: Slot machine: Laboccetta, Corallo, Tulliani e la resa dei conti

IL DOSSIER CORALLO – PARLA RAPETTO

Slot machine: Laboccetta, Corallo, Tulliani e la resa dei conti

Slot machine: Laboccetta, Corallo, Tulliani e la resa dei conti

Profilo blogger

Giornalista, scrittore e docente universitario
“Il futuro ci darà ragione” diceva Wernher von Braun, anticipando la corsa verso lo spazio in tempi in cui la missilistica era legata ai cruenti scenari di guerra.
Qualcosa di simile, in un contesto certo meno ambizioso, è scappato anche a me il 29 maggio 2012 quando ho annunciato ai miei ragazzi del GAT Nucleo speciale frodi telematiche che stavo per rassegnare le mie dimissioni.
Quel giorno – con la morte nel cuore – ho liquidato con una manciata di firme la mia vita in divisa. Un’avventura cominciata il 30 settembre 1975 alla Scuola militare Nunziatella e durata quasi 37 anni all’inseguimento del sogno di fare qualcosa di buono per gli altri.

La Guardia di Finanza aveva pianificato la mia rimozione dall’incarico e la destinazione alla frequenza del corso all’Istituto per gli Alti studi della Difesa dove insegnavo da una quindicina d’anni. Ci furono ben 11 interrogazioni parlamentari sulla mia curiosa vicenda e non servirono a nulla.

Ero colpevole di aver “incrinato i rapporti con una Amministrazione consorella” (i Monopoli) mi disse un giorno uno dei vertici GdF: nonostante i più o meno garbati consigli a rimuovere l’incomprensibile ostinazione e a desistere dall’occuparmi delle investigazioni sulle slot machine, la mia squadra – sola contro tutti – arrivò a ricostruire uno scenario sconfortante sul gioco d’azzardo nel nostro Paese.
A distanza di quattro anni e mezzo gli stessi personaggi che hanno animato quella straordinaria indagine saltano di nuovo fuori.

Non sono riuscito a provare gioia nel leggere che questi signori sono finiti in manette.
E’ più forte il ricordo delle mortificazioni del mio reparto e mie personali nel vedere il signor Amedeo Laboccetta diventare deputato della Repubblica, sedere quindi in Commissione Finanze e poi diventare membro di quella parlamentare Antimafia, dove si portò come assistente Francesco Corallo. Lo stesso Francesco Corallo che alla fine del 2013 mi denunciò per diffamazione e non si presentò all’udienza in cui – lui latitante – io provavo il brivido, dopo mesi di angoscia e dolore, di trovarmi nel banco sbagliato. L’archiviazione di quel giorno non ha cancellato i segni delle prepotenze subite anche dopo esser stato costretto a mollare quella che era la mia vita.
Vorrei, invece, sapere dai miei superiori di allora se hanno coscienza di quel che mi hanno costretto a fare.
Vorrei poi che la gente, vedendo come le cose possono evolvere e cambiare, non si arrendesse, non continuasse a piegare la testa. Qualunque ne sia il costo.

di  | 13 dicembre 2016

Inchiesta Bpm, perquisito Ponzellini
E Laboccetta (Pdl) scappa col “suo” pc

Cronaca
L’ex presidente della Banca popolare di Milano è indagato per associazione a delinquere e ostacolo alle autorità di vigilanza insieme ad Antonio Cannalire direttamente interessato al business delle macchine da gioco e in affari con Marco Dell’Utri. Nel mirino un finanziamento di 18 milioni di euro alla Atlantis di Francesco Corallo, figlio del boss Gaetano legato al clan Santapaola. Giallo sul computer che un deputato Pdl ha sottratto ai militari invocando l’immunità parlamentare
di  | 10 novembre 2011

CALCIOSCOMMESSE | LE CAMARILLE ; ELISABETTA TULLIANI

ELISABETTA TULLIANI

Gli affari di Elisabetta Tulliani con la offshore della casa di Montecarlo

I documenti della guardia di finanza svelano i legami della famiglia Tulliani con il re delle slot. E i pm scoprono che la compagna di Gianfranco Fini ha un ruolo nella società coinvolta nella compravendita della appartamento nel Principato prima di proprietà del partito

di Paolo Biondani e Giovanni Tizian

13 dicembre 2016

Gli affari di Elisabetta Tulliani con la offshore della casa di Montecarlo
Gianfranco Fini ed Elisabetta Tulliani

La compagna di Gianfranco Fini ha avuto un ruolo nella società offshore coinvolta nella compravendita della ormai notacasa di Montecarlo . Il particolare emerge dagli atti della procura di Roma, che indaga sul re delle slot Francesco Corallo.

Quel caso dietro l’appartamento di Montecarlo
Ma torniamo al luglio 2008, quando Alleanza nazionale vende per 300 mila euro un appartamento di Montecarlo, in Boulevard Principesse Charlotte 14, che era stato donato al partito, per testamento, dalla contessa Anna Maria Colleoni, morta il 12 giugno 1999. A comprarlo è una offshore, chiamata Printemps, che nell’ottobre 2008 lo rivende per 330 mila euro a un’altra società anonima caraibica, Timara Limited. L’appartamento viene subito affittato a Giancarlo Tulliani, che è fratello di Elisabetta, la moglie di Giancarlo Fini, all’epoca dei fatti da soli tre mesi presidente della Camera.

Un affare immobiliare come tanti altri? Stando all’inchiesta dei magistrati della Capitale e dello Scico della Finanza non esattamente. La prima anomalia, già nota, è che in realtà il titolare effettivo delle due società offshore è Giancarlo Tulliani. Ora le nuove indagini, coordinate dal pm Barbara Sargenti, aggiungono un tassello, decisivo. Svelano che a pagare l’intero prezzo dell’appartamento fu una società offshore controllata da Francesco Corallo: il re delle slot, l’imprenditore che a 23 anni lasciò Catania per trasferirsi nel paradiso dei caraibi Saint Martin, isola delle Antille dove già il padre Gaetano aveva investito una fortuna.

vedi anche:

Il papà del re delle slot però porta con sé un peso non da poco, oltre che una condanna: «lo stretto legame con il capo mafia Benedetto “Nitto” Santapaola-legame non taciuto neppure da quest’ultimo» ricostruito dagli inquirenti attraverso i pentiti e provvedimenti giudiziari.

I guadagni della Tulliani
Ma i documenti dell’accusa rivelano ulteriori particolari su Casa Montecarlo. Per esempio il ruolo della compagna di Fini. «Va aggiunto, quanto alla riconducibilità delle società offshore alla famiglia Tulliani, anche il sicuro coinvolgimento di Elisabetta Tulliani», si legge nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere Francesco Corallo e l’ex deputato Amedeo Laboccetta .

In particolare, si legge negli atti, Elisabetta Tulliani avrebbe un ruolo proprio nella Timara, la stessa che ha acquistato la casa di Montecarlo da una prima offshore. I detective delle fiamme gialle, inoltre, hanno scovato una mail datata 7 novembre 2008, Fini era già presidente della Camera da sette mesi, in cui «venivano richieste alcune lettere di referenze per Elisabetta Tulliani, al fine di aprire conti correnti intestati alle citate società». Scrive, poi, il giudice per le indagini preliminari: «In data 31 ottobre 2008 venivano trasferiti 500 mila euro sul conto corrente intestato sempre alla Dawn properties, con sede ad Anguilla, società riconducibile a Francesco Corallo. Queste somme sono state bonificate a vantaggio di Giancarlo ed Elisabetta Tulliani, nonché delle società offshore a loro riconducibili».

Ma è dall’hard disk di Corallo che i finanzieri traggono una miniera di informazioni. Dati che ricollegano ancora una volta il re delle slot alla famigia Tulliani. «Oltre a documenti, fatture, mail che attestano i suoi rapporti con le società offshore dei Tulliani, era memorizzato copia scansita del passaporto di Elisabetta Tulliani, nonché lettere di referenza ricevute da Elisabetta Tulliani ed utilizzate per l’apertura di conti correnti esteri di Timara rese da Unicredit Banca di Roma, filiale di Roma (25.8.2008) e dallo studio legale Giuliano (15.9.2008); nei luoghi perquisiti su delega della Procura di Milano nella disponibilità di Francesco Corallo, venivano sequestrati due fax con allegati i passaporti di Giancarlo Tulliani (13.3.2008) e di Elisabetta Tulliani (19.6.2008)».

Di questi ritrovamenti ne aveva già dato notizia l’Espresso nel 2012 , raccontando i segreti contenuti nel computer del re delle slot. Ciò che allora non si sapeva, però, lo troveranno i finanzieri nella perquisizione di due anni dopo fatta nella sede Atlantis Casinò, in Saint Martin.

Gli investigatori in missione nel paradiso fiscale pescano due procure, datate gennaio 2014, rilasciate da Elisabetta Tulliani all’avvocato Carlo Guglielmo Izzo e all’Avvocato Giancarlo Mazzocchi, «affinchè i professionisti la rappresentino in tutti gli affari concernenti Timara Ltd, conferendo loro pieni poteri». Così scrive il gip: «Infine, risulta che effettivamente Timara Ltd (rappresentata da Alex James), dopo circa un anno, ha venduto l’appartamento il 15 ottobre 2015 ad un prezzo di 1,4 milioni di euro, con una notevole plusvalenza rispetto al prezzo delle due precedenti compravendite».

VINCENT
https://www.facebook.com/groups/1873565612870680/?fref=ts

CALCIOSCOMMESSE | LE CAMARILLE: Gang Stalking

I CORALLO E ATLANTIS CARIBE

Caraibi, Corallo e Walfenzao, i nomi chiave del giallo Fini-Tulliani

Avrete letto l’articolo di Marco Lillo su Il Fatto. Si parla della vocazione di An per i “casinò”, della vacanza a Sint Maarten, isoletta caraibica poco distante da Saint Lucia, di Fini e della ex moglie con Amedeo Laboccetta, amico di Francesco Corallo, il leader mondiale del gioco d’azzardo (una foto di Gianfranco Fini e Amedeo Laboccetta con le rispettive consorti – si intravede Daniela Di Sotto che era ancora la signora Fini – scattata a Saint Marteen nell’agosto del 2004 nel ristorante del casino di Corallo, Marco Lillo su Il Fatto). Si disse che Fini andò solo per fare le immersioni. Ma tant’è, Laboccetta ora è rimasto dall’altra parte, con B. e Fini si è imparentato con i Tulliani.
Francesco Corallo controlla Atalntis World. Atlantis è titolare di tre casino a Saint Marteen, due a Santo Domingo e uno a Panama. Per diversificare il proprio “prodotto”, è titolare di una concessione del Governo Italiano “al fine di gestire alcuni aspetti dell’industria del gioco in Italia” (così sul loro sito). Atlantis World Group esiste dal 1992. Ha sede a Cupecoy, nelle Antille Olandesi e gestisce anche:

Beach Plaza Casino (100%)
Hotel V Centenario Inter-Continental and Casino V Centenario (100%)
Paradise Plaza Casino (100%).
Chi è Corallo?

  • la sua biografia suscita qualche ambascia. Nel 1999 in Bolivia, come raccontò L’ Espresso, il suo nome fu fatto in relazione alla scoperta di alcuni casinò clandestini e a un traffico di droga, in cui era coinvolto il suo amico Marino Diodato, marito di una nipote del dittatore Hugo Banzer, titolare in Italia di una società per la commercializzazione di slot machines. Ma non fu neanche mai processato
  • Anni prima, quando il padre Tanino fu protagonista dello scandalo di Sanremo, il tentativo di mettere le mani sulla casa da gioco pagando mazzette a politici della Dc e del Psi, che costò anche la prigione all’ ex sindaco di Imperia e oggi ministro Claudio Scajola, poi assolto, Francesco aveva soltanto 22 anni
  • a tutt’ oggi non c’ è nessuna conferma del rapporto della Drug Enforcement Agency che vuole Francesco in “elevata posizione” nel clan mafioso Santapaola (Nuovi casinò: An e gli amici d’azzardo – Repubblica.it » Ricerc – 2005).

Ora, si dà il caso che Corallo sia un incensurato. Lo scrivono in tutti gli articoli. Lui dice che i casinò se li è fatti da solo. Sarà ma il padre tentò di scalare il casinò di Sanremo, una volta. Coincidenze. Sappiate che Corallo ha anche un giornale a Sint Maarten. E a Sint Maarten ci sono solo tre giornali:

Quale quello di Corallo? Non sono riuscito a risalire. Non vi è alcuna indicazione sull’editore. Ironia della sorte, in uno di questi – The Daily Herald – vi è persino una rubrica dedicata alla lettere dei lettori all’editore, pensate un po’. Che non risponde mai.
Ebbene, Il Fatto ha mostrato come James Walfenzao, l’amministratore di Primtemps e Timara Ltd, le due società off-shore con sede a Saint Lucia che si sono scambiate l’appartamento ex An di Montecarlo, è anche il consulente, l’amministratore e il prestanome di Francesco Corallo. Walfenzao, su alcuni siti, è addirittura indicato come il presidente di Corpag Group. L’idea che mi è venuta è che Walfenzao gestisca, per tramite della Corpag Group, una serie di grossi clienti. Non a caso Primtemps e Timara hanno sede nell’ufficio della Corpag a Saint Lucia: Manoel Street, 10, Castries, come indicato qui. E’ innegabile quindi che Primtemps e Timara siano creature di Walfenzao. E come scrive Red Stripe 2010, il vero proprietario delle due società off-shore non lo sapremo mai. Poiché è mission di Walfenzao far perdere le traccia del titolare:

Un  Trust, o ancora meglio una stiftung, serve a questo, a tenere segreto tutto, ma proprio tutto. Sopratutto serve a tenere segreti patrimonî ingenti, milioni e milioni di €uri, non bilocali e Ferrari (Red Stripe 2010, cit.).

Infatti, “il trust è un contratto tra un individuo (Settlor) che trasferisce alcuni beni di sua proprietà (the Trust fund) a una o più persone (the trustees) con le istruzioni, che sono giuridicamente vincolanti per gli amministratori, che gli amministratori dovrebbero tenere il fondo fiduciario a condizioni prescritte (the beneficiaries).I Trust può essere revocabile o irrevocabile” (Red Stripe 2010, cit.). Il trust serve a mantenere la riservatezza sulla provenienza del capitale.
Walfenzao, un mister x, insomma. A cui Tulliani domiclia le bollette di Rue Princess Charlotte. L’avvocato Ellero, autore di quella polpetta avveleneata (definizione di Luca Barbareschi, finiano doc), che sabato scorso ha quasi scagionato Tulliani proprio quando tutti attendenvano il discorso registrato di Fini, oggi suggerisce sempre a mezzo stampa che Tulliani può essere un mediatore. Uno che lavora in campo immobiliare e che ha piazzato un appartamento insignificante, inutilizzato, alla modica somma di 300mila euro, e per questo si è guadagnato la prelazione per l’affitto dei locali.
Pensate, l’accostamento Walfenzao-Corallo è parso palese persino a quelli de Il Giornale. Che lungimiranza. Così scrivono oggi:

Walfenzao è dunque «presente» a Saint Lucia, dove è tra i riferimenti della Corporate Agent Saint Lucia ltd. È presente negli Usa, come corrispondente della Corpag di Miami, al 999 di Brickell Avenue. Ma come è noto è anche a Montecarlo, dove abita con la moglie in avenue Princesse Grace, a un solo portone di distanza dalla sede della Jason Sam. Una quasi ubiquità anche più impressionante, considerando che Walfenzao controlla, per conto dell’imprenditore italiano di gioco autorizzato (in Italia) e casinò (ai Caraibi) Francesco Corallo, la Uk Atlantis Holding Plc, una delle società del gruppo (Il Giornale).

Troppo spesso, in questa vicenda, abbiamo solcato il Mare delle Antille. Visitando addirittura tre isole: Santo Domingo, Saint Lucia e ora Sint Maarten (l’isola di Corallo). Ma il mare nostrum della politica è alquanto melmoso. Dicevo che Corallo aveva in Italia Laboccetta come amico e amministratore. Laboccetta è poi diventato parlamentare nel 2008 e ha fatto rapidamente carriera in Transatlantico (un altro mare melmoso). Tanto che ora è un papabile sottosegretario nell’eventuale rimpasto di governo che Berlusconi intende fare dopo il 29 Settembre.
Prima di divenire parlamentare, Laboccetta ha rischiato di finire nel mezzo dello scandalo delle slot, una maxi evasione di 98 miliardi di euro, rimasta impunita, scoperta anni fa da due giornalisti de Il Secolo XIX. Le società che gestiscono le slot hanno truffato il fisco taroccando le macchinette in modo tale che risultassero disconnesse dalla rete con lo Stato per la maggior parte del tempo:

la Procura regionale della Corte dei Conti del Lazio aveva inoltrato ai concessionari del settore New Slot una richiesta di risarcimento di 98 miliardi, limati poi a 90. I magistrati contabili contestavano il mancato collegamento degli apparecchi alla rete telematica dello Stato, quello che permette  di controllare l’entità delle giocate e di applicare quindi l’imposta che grava, il Preu. Nonchè il mancato rispetto di alcuni livelli di servizio nella trasmissione dei dati degli apparecchi di gioco. In pratica le concessionarie, non collegando le slot ai terminali statali, hanno sottratto al fisco miliardi di euro di tasse (fonte).

Tra i gestori fraudolenti vi erano: Snai, Hbg, Cirsa Italia, Sisal Slot, Cogetech Codere Network, Lottomatica Videolot Rete, Gmatica, Gamenet e Atlantis World Giocolegale, la filiale di Atlantis World in Italia, di cui Laboccetta era amministratore delegato. Lui dice di essersi dimesso anzitempo. Ben prima dello scandalo. Ma poteva non sapere? Chi potrà mai dirlo, al momento non mi risulta alcuna inchiesta della magistratura, nemmeno mi risulta che la multa (30 mld per la Atlantis) sia mai stata pagata.
Walfenzao-Corallo-Laboccetta (ma lui smentisce e ha annunciato querela a La Repubblica per quell’articolo di Giusppe D’Avanzo nel quale si anticipava l’equazione che sto per farvi) sembrano connessi fra di loro. Stupitevi, lo dice anche Il Giornale, il che viene da sorridere per tanta lucidità giornalistica:

Walfenzao controlla la Uk Atlantis attraverso due società – la Corporate Management St. Lucia ltd e la Corporate Management Nominees, inc – che la missiva del ministro della Giustizia Francis cita come società che controllano Printemps e Timara, e che detengono le azioni della Jaman directors, una delle altre off-shore. E le due società legate ad Atlantis, secondo la lettera, «agivano su ordine» sia di Walfenzao che di Izelaar. Dunque, c’è un legame diretto tra la compravendita della casa di Montecarlo e il gruppo di Corallo. Vicino all’ex An, tanto che Amedeo Laboccetta, già parlamentare del partito di Fini (e ora nel Pdl) ed ex rappresentante per l’Italia della Atlantis World di Corallo, portò al ristorante del casinò Beach Plaza di Saint Marteen anche Gianfranco Fini, nel 2004, per una cena a cui partecipò anche Checchino Proietti, braccio destro del presidente della Camera. E uomo che, per la procura di Potenza che indagò sulla vicenda (la Corte dei Conti constatò un ammanco nelle casse dell’erario di oltre 31 miliardi di euro), si spese con i monopoli italiani per evitare che l’Atlantis perdesse la licenza per il gioco legale in Italia (Il Giornale, cit.).

Malpica e Chiocci, gli autori della ricostruzione degli intrighi di Walfenzao per Il Giornale, promettono ulteriori sviluppi che dovrebbero giungere addirittura dalla penna di Lavitola, impegnato, così è scritto, a recuperare una email di un collega giornalista in cui un tale, proprietario di una società a Montecarlo “diceva all’agente concessionario delle società a Santa Lucia, che è un alto magistrato, che in Italia era in corso uno scontro molto duro tra Fini e Berlusconi” e ceh avrebbe preso presto la “decisione […] di rescindere l’incarico a seguito della «pubblicità negativa relativamente anche alla mia persona»” (Il Giornale).
A mio avviso permangono ancora dei punti oscuri. Per esempio: qaule il rapporto fra Walfenzao e Tulliani? Chi conduce Tulliani agli uffici della Corpag di Montecarlo? Tulliani ha un rapporto collaborativo con Walfenzao, come suppone l’avv. Ellero? E poi, quale il rapporto fra Fini e Laboccetta? E fra Fini e Corallo? Vi anticipo che il prossimo scoop de Il Giornale tenderà a rievocare quella vacanza del 2004 a Sint Maarten. Ci sarà tanto di foto, vedrete.

› La sentenza sul re dei casinò “Non accostare i Corallo alla mafia”

il dispositivo

La sentenza sul re dei casinò
“Non accostare i Corallo alla mafia”

FOTO DI CORALLO CON NITTO SANTAPAOLA
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Con l’archiviazione dell’inchiesta per mafia a carico di Gaetano Corallo, l’unico accostamento possibile a Nitto Santapaola è quello immortalato nella foto scattata a Saint Maarten e pubblicata da Report. Ecco cosa dice il tribunale di Roma.

CATANIA- Il nome del re catanese dei videopoker Gaetano Corallo non può essere associato alla mafia perché l’inchiesta a suo carico è stata archiviata. Lo dice il tribunale di Roma con una sentenza depositata nel 2011 e pubblicata da Repubblica per estratto su ordine dei magistrati.

Vecchio amico di Nitto Santapaola (nella foto a lato eccoli insieme a Saint Maarten), Gaetano Corallo però non è stato mai condannato per associazione mafiosa e quindi i giudici hanno disposto la cancellazione di alcune frasi contenute in una relazione della Dia del 2009.

Il Fatto Quotidiano chiede perché Repubblica ha pubblicato nuovamente una setenza del 2011? La risposta potrebbe annidarsi nel provvedimento, chiesto dalla Prefettura di Roma, di blocco delle concessioni ai Corallo per “mafia”. Collegamento che -come detto- non è stato accertato con una sentenza della magistratura.

Francesco Corallo, attualmente indagato per la gestione dei videopoker, ha presentato ricorso al tribunale di Roma ritenendo che essere considerati “soggetti vicini ad un clan mafioso, su un sito internet accessibile a chiunque, fosse lesivo sia della loro reputazione personale che di quella economica, quali soggetti concessionari, per il tramite di una società, di attività di giochi leciti”.

Fatte queste premesse Carmelo e Francesco Corallo hanno chiesto che con provvedimento d’urgenza si imponesse la cancellazione di una parte della relazione firmata dalla Direzione Investigativa Antimafia “che li sospetta e accusa di contiguità mafiosa”.

Il tribunale è entrato nel merito, osservando che “non si può certo dire che chi non si considera mafioso è solo perché lui ha di sé una buona considerazione, posto che il non essere mafiosi è una condizione di buona reputazione secondo una valutazione sociale tipica, e dunque chi lamenta di essere stato accusato di contiguità mafiosa, a dimostrazione della lesione della reputazione, non adduce un criterio di suscettibilità soggettiva, ma adduce un criterio di valutazione della reputazione che è diffuso oggettivamente”.

“La Prova -si legge ancora nella sentenza- che venendo accusati di contiguità con un clan mafioso si determina una lesione della reputazione ben può essere di tipo presuntivo, ossia i criteri di valutazione sociale tipica dicono che data l’accusa di mafioso ne deriva una perdita di reputazione”.

Tanto presso il Tribunale di Roma ha ordinato al ministero dell’Interno “l’eliminazione, nell’ambito delle relazioni Dia dell’anno 2009, delle frasi in cui i Corallo sono accostati al clan di Santapaola”.

Dei rapporti con Nitto restano soltanto questa foto e un fiume di soldi che puntano dritto a Saint Maarten, dove i Corallo hanno costruito un impero.

Secondo i verbali di Antonino Calderone, “negli anni 70 Nitto Santapaola aveva una casa da gioco a Catania; era socio dello zio Salvatore Ferrera, di Gaetano Corallo ed altra gente di Catania”.

Continua Calderone: “Gaetano Corallo era un commerciante di mobili, aveva un negozio, era un giocatore, è diventato socio in due case da gioco di Catania. Poi Gaetano Corallo e Nitto Santapaola hanno fatto il “salto” di qualità nel 1976-1977; organizzavano viaggi di giocatori all’estero in isole ove vi erano casinò; non posso dire se fossero proprietari dei casinò o se si limitassero a portarvi i giocatori.

Ho sentito dire che una delle destinazioni dei giocatori era l’isola di S. Maarten, che non so dove si trovi; si tratta di una località calda; una volta Nitto è andato con la moglie che raccontò al suo ritorno che avevano fatto bagni e si erano divertiti; ciò nel 1979. La moglie di Nitto Santapaola raccontò a mia moglie, di cui era molto amica (era anche la madrina di mia figlia), della bella località dove erano stati e che si erano divertiti”.

Anche Angelo Siino ha parlato di Corallo ai magistrati, riferendo che nel 1986 – 1987 Santapaola Benedetto soggiornò per un anno e mezzo, mentre era latitante, a Saint Martin ospite di Corallo Gaetano. Nell’isola gravitava Spadaro Rosario, in stretti rapporti con Corallo; Spadaro aveva “agganci” con i politici locali, prevalentemente si occupava di costruzioni ed era “alleato” di Corallo, di cui in alcune attività era socio”.

Slot, il gruppo Corallo chiede mezzo miliardo di euro al Viminale

Slot, il gruppo Corallo chiede mezzo miliardo di euro al Viminale

Cronaca
Oggi la sentenza cruciale del Tar del Lazio sul commissariamento della Bplus, concessionaria dell’azzardo di Stato coinvolta in diverse inchieste. Tre giorni fa su Repubblica è stata pubblicata a pagamento una sentenza, senza data, che intima di non accostare l’azienda alla mafia. Ma l’atto è del settembre 2011. Un intrigo milionario in cui ora i legali chiamano in causa anche il ministero dell’Interno, chiedendo un risarcimento record

Lo Stato gli chiede 820 milioni di euro per danno erariale, loro rispondono facendo causa ad Alfano e pretendendo dal Ministero degli Interni un risarcimento colossale: 530 milioni di euro. Già che ci sono, fanno pubblicare un’ordinanza vecchia di tre anni che è l’ultimo azzardo in casa Corallo, i re delle slot machine: il tentativo di influenzare per via mediatica i giudici che a giorni scriveranno il destino della loro Bplus, la più grande concessionaria di giochi in Italia, ormai arrivata alla bocca dell’imbuto giudiziario-amministrativo in cui è finita da tre anni collezionando un’interdittiva antimafia, l’obbligo di cessione delle azioni e il successivo commissariamento per mancato adeguamento a quell’obbligo. E’ l’ultimo colpo di scena in una battaglia legale senza esclusione di colpi, che contrappone lo Stato concedente alla società concessionaria e ora viaggia spedita verso un’epilogo quanto mai incerto. In ballo, centinaia di milioni di euro che potrebbero dare un po’ di sollievo al governo Renzi.

Fatto sta che su Repubblica tre giorni fa è apparso, con grande evidenza, un estratto che ha fatto alzare il sopracciglio ai lettori più attenti. Riporta parte di un’ordinanza con la quale il Tribunale di Roma ordina al Ministero degli Interni di rimuovere dal suo sito un passaggio di una relazione nella quale la Dia ipotizza una contiguità sospetta tra i fratelli Carmelo e Francesco Corallo – figli di Gaetano, personaggio noto alle cronache giudiziarie, tra l’altro, per i suoi affari con il boss Nitto Santapaola – e la mafia. Privo di una data, l’avviso induce a pensare a una decisione a favore dei Corallo recentissima, anzi “urgente”, come si legge nel testo. Ma non è affatto così. Quell’estratto risale a settembre del 2011 e nessun giudice, a tre anni di distanza, ne ha disposto la ri-pubblicazione. Due le ipotesi: o è quella vecchia, già pubblicata, oppure (ed è pure peggio) è stata tenuta in un cassetto per poterla utilizzare al momento più opportuno, due giorni prima dell’udienza per il commissariamento di Bplus.

Pochi dubbi ​invece sulla paternità dell’iniziativa, attentamente omessa. “Non è certo nostra”, scandisce il commissario straordinario, Vincenzo Suppa, che ad agosto è stato chiamato da Raffaele Cantone ad amministrare la società. Bocche cucite alla Manzoni, concessionario di pubblicità del Gruppo L’Espresso. Gli avvocati dei Corallo, Bruno Capponi e Domenico Di Falco, si guardano bene dal rivendicarla, consapevoli (forse) che proporre pubblicità a pagamento con le fattezze di un avviso tribunalizio non è pratica che si insegni a giurisprudenza, soprattutto se l’intendimento è creare un clima favorevole al cliente prima del giudizio. Dove “prima” vuol dire tre giorni prima. Perché proprio oggi si svolge presso il Tar del Lazio l’udienza incidentale sul commissariamento disposto dal Prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, su richiesta di Raffaele Cantone, il presidente dell’Anticorruzione.

Non solo. Tra un mese, l’8 ottobre, è infatti fissata l’udienza di merito sul ricorso contro l’interdittiva antimafia emessa nel settembre 2012, sempre dal prefetto Pecoraro. Si tratta del primo atto di rottura tra Stato e Bplus, quello che ha fatto calare un muro su interessi prima convergenti. Dal 2004 Bplus, già nota col nome di Atlantis, movimenta miliardi di euro per conto dello Stato, a stretto contatto coi Monopoli che, negli ultimi nove anni, non avevano mai fatto appunti, limitandosi a incassare. Finché un’informativa della Prefettura ha notificato ai Monopoli che Francesco Corallo era indagato, insieme all’ex presidente della Banca Popolare di Milano Massimo Ponzellini, nell’inchiesta sui presunti finanziamenti irregolari concessi dall’istituto di credito. L’accusa di associazione a delinquere e corruzione fra privati ha fatto ritenere alla Prefettura che non si poteva escludere il coinvolgimento di organizzazioni mafiose. Per quella vicenda a fine luglio, si sa, Corallo è stato rinviato a giudizio dalla Procura di Milano.
Ma a lungo hanno continuato a prevalare gli “interessi pubblici in gioco”, rappresentati da circa un miliardo di imposte l’anno garantite allo Stato e da 300 posti di lavoro da tutelare. L’interdittiva antimafia, a ben vedere, non ha interdetto nulla. Le autorità l’hanno sospesa più volte (26 luglio 2013, 27 maggio 2014) ma senza revocarla, come chiedeva l’azienda (che per questo ha fatto ricorso a Tar e Consiglio di Stato, che hanno rigettato l’istanza e fissato per l’8 ottobre l’udienza di merito). La speranza, fino all’ultimo, era di trovare garanzie nella controparte che consentissero a Bplus di proseguire le attività in Italia. Nel 2013, in cambio dell’ennesima concessione, la Prefettura aveva ottenuto dai Corallo una serie di garanzie: l’impegno a separare proprietà e gestione, cedendo tutte le azioni a un trust (B PlusTrust), e a spalancare le porte a un “controllore” incaricato di vigilare sulla legalità e sull’operazione di cessione. La scelta cade su Alfonso Rossi Brigante, ex presidente della Corte dei Conti in pensione. Anche questo tentativo fallisce. In una nota del 29 maggio Brigante informa la Prefettura che “la società non consente di esercitare le funzioni proprie del mio mandato, presupposto indefettibile della sospensione temporanea del provvedimento interdittivo antimafia”.
Il Prefetto di Roma – in accordo col Viminale e su impulso dell’Autorità anticorruzione – disporrà allora il commissariamento di Bplus, rimettendone l’amministrazione nelle mani del generale Suppa e dei subcommissari Luca Cristini e Stefano Sestili. A sollecitare il provvedimento è stato il presidente dell’Anac (Autorità nazionale anticorruzione) Raffaele Cantone, forte delle nuove norme varate dal governo di Matteo Renzi (articolo 32 del decreto legge n. 90 sulla P.a): se l’autorità giudiziaria procede per fatti gravi contro un’impresa destinataria di un appalto pubblico o una concessione, il numero uno dell’Anticorruzione propone al prefetto il commissariamento per salvaguardare l’occupazione. Bplus si è subito opposta e domani, su questo aspetto delicatissimo, si svolgerà l’udienza incidentale.
Ma i tempi della giustizia amministrativa stringono anche su un altro fronte. Il 15 ottobre è atteso anche il giudizio instaurato presso la Procura della Corte dei Conti sul sequestro cautelativo di 29,5 milioni di euro relativo alle “maxi penali” contestate nel procedimento sul mancato collegamento delle slot tra il 2004 e il 2007. La vicenda si trascina ormai da anni. Alcune società hanno conciliato, non Bplus sulla quale grava una condanna in primo grado emessa dalla Corte nel 2012 a risarcire lo Stato con 820 milioni di euro. Bplus ha fatto appello, dopo vari rinvii a metà ottobre sarà discussa anche questa vicenda.
I legali della società sono dunque costretti a giocare su più tavoli giudiziari. E lo fanno anche con mosse clamorose, di cui l’inserzione è solo l’ultima. Gli avvocati Capponi e Di Falco hanno citato in giudizio davanti al tribunale civile di Roma il ministero dell’Interno, nella persona del ministro Alfano, e il prefetto Pecoraro, per i presunti danni aziendali subiti dall’interdittiva. La richiesta di risarcimento è enorme, oltre 530milioni di euro: mai un ministro dell’Interno, né tantomeno un prefetto, erano stati citati per simili importi. Poi, un raddoppio di marcatura: sempre agli inizi del mese scorso lo studio legale londinese Hierons, per conto di Bplus, ha chiesto al prefetto di Roma di revocare i provvedimenti: in caso contrario, avvertono i legali inglesi, si rivolgeranno all’Alta Corte di Londra. La sfida Stato-Bplus, scrive il Sole24Ore, assume così i “contorni di un legal thriller internazionale con cifre da capogiro”.

LA PRECISAZIONE DELLO STUDIO LEGALE CAPPONI E DI FALCO
“In riferimento all’articolo, lo  Studio Legale Capponi e Di Falco precisa di non aver mai difeso i sig.ri Corallo, bensì unicamente la società Bplus nella causa di risarcimento danni contro il Ministero dell’lnterno e il Prefetto di Roma, la cui prima udienza dev’essere ancora celebrata.  Lo stesso Studio non ha avuto alcuna parte né nel procedimento cautelare che ha portato all’emissione dell’ordinanza ora pubblicata in estratto, né nella sua pubblicazione su La Repubblica. ln ogni caso, il giornalista dovrebbe sapere che la pubblicazione è avvenuta a norma dell’art. 120 cod. proc. civ.”.
Gentili avvocati, ho scritto espressamente che lo studio non rivendica la paternità dell’iniziativa, proprio perché ritenevo improbabile che avesse accondisceso alla richiesta di pubblicazione a tre anni di distanza dall’emissione dell’ordinanza e a due giorni dall’udienza alla Corte dei Conti, circostanza che si configura –  a mio avviso – strumentale al condizionamento della stessa ™

 

Torna in pista Corallo, il ‘re delle slot’

Francesco Corallo ha guadagnato 400 milioni con le sue società nel settore del gioco d’azzardo legalizzato, che fanno capo ad anonime offshore. L’Antimafia lo ha fermato. Ma, grazie ad alcune mosse della difesa, la partita per lui resta apertissima

di Paolo Biondani

26 settembre 2014

Torna in pista Corallo, il 're delle slot'
L’arresto di Francesco Corallo nel 2013

Game over? Alla grande lotteria della giustizia italiana, vincerà lo Stato o il re delle slot? Alla vigilia di una serie di appuntamenti cruciali con la giustizia, “l’Espresso” ha ricostruito la storia di famiglia e fatto i conti in tasca a Francesco Corallo, l’uomo d’affari, nato a Catania nel 1960 e cresciuto ai Caraibi, che a partire dal 2004, per concessione dei monopoli pubblici, è diventato il più ricco imprenditore italiano nel fortunatissimo settore del gioco d’azzardo legalizzato.

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Game over per il re del gioco d’azzardo

L’imprenditore Luigi Tacredi, re dei casinò su internet, è finito al centro di tre inchieste per i suoi legami con la camorra. Gestiva insieme al boss della ‘ndrangheta Nicola Femia dei siti di poker online all’estero. E ora le forze dell’ordine sequestrano beni per milioni di euro

Un business che solo nel 2013 ha fatto uscire dalle tasche degli italiani ben 84 miliardi e 728 milioni di euro, per garantire all’erario soltanto otto miliardi di entrate. Un mercato ricchissimo, ma chiuso, dove si entra solo con l’autorizzazione dello Stato. Che Corallo aveva potuto ottenere già dieci anni fa, nonostante i pesanti precedenti del padre Gaetano. E senza mai svelare il reale assetto proprietario del suo gruppo Bplus-Atlantis, nascosto dietro una cortina di società offshore e fiduciarie estere. Con buona pace delle leggi che, almeno dal 2010, imporrebbero  rigorosi requisiti di legalità e trasparenza ai gestori di aziende ad alto rischio di infiltrazioni mafiose.

Prima di tutto i soldi, dunque: quanto hanno guadagnato esattamente le società controllate dal signor Corallo, grazie alla concessione statale per le slot? Sommando gli utili netti dichiarati nei bilanci, solo tra il 2005 e il 2011 si totalizza la ragguardevole cifra di 356 milioni di euro. Tra il 2012 e il 2013, con il boom delle video-scommesse di nuova generazione, il margine lordo sale di altri 200 milioni. Anche ipotizzando altissimi costi di gestione (che per le videolotterie, in verità, risultano minimi), gli addetti ai lavori stimano utili netti di oltre 40 milioni. A conti fatti, quindi, la sua è una storia da almeno 400 milioni tondi. Incamerati da società che fanno capo ad anonime offshore con base nel paradiso fiscale delle Antille Olandesi.

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Ma il rapporto tra la sua famiglia e il gioco d’azzardo ha radici ancora più lontane e misteriose. Tutto inizia nel 1977, quando Gaetano Corallo, il papà di Francesco, diventa «socio occulto» della Getualte, la società che allora controlla il casinò di Campione. Partendo da quella cassaforte, quel catanese tenta una clamorosa scalata alla sala da gioco di Sanremo. L’operazione viene fermata nel 1983 dalla prima retata antimafia al Nord. Nelle sentenze definitive, che “l’Espresso” ha ritrovato, i giudici raccontano una storia criminale che il re delle slot non ha mai pubblicizzato. Suo padre, Gaetano Corallo, nasce come usuraio: aggancia ricconi col vizio del gioco, li scorta con il suo aereo privato nei casinò internazionali e presta soldi a tassi da strozzino. Tra i suoi grandi sponsor c’è un mafioso stragista: Nitto Santapaola, il super boss di Cosa Nostra a Catania.

Con lui Corallo senior ha una «lunghissima frequentazione ed amicizia», addirittura «ammessa da Santapaola»: l’imprenditore presta al capomafia la sua auto e il suo aereo, fanno le vacanze insieme ad Abano Terme, vengono fotografati alla stessa tavola nel casinò aperto da Gaetano nell’isola di Saint Maarten, si scambiano milioni di lire perfino con assegni, incassati da Santapaola o da suoi familiari mafiosi come i Ferrera, allora padroni delle bische catanesi. Secondo l’accusa, Corallo senior diventa il fiduciario di Santapaola anche nella scalata al casinò di Sanremo, dove fronteggia una cordata rivale di boss palermitani. L’indagine coinvolge molti bei nomi tra politica e finanza.

Arrestato e processato a Milano, Gaetano Corallo viene condannato per tre volte per associazione mafiosa, ma la Cassazione annulla sempre. Anche perché Santapaola è stato ormai assolto per insufficienza di prove da un tribunale innocentista, mentre la corte d’appello colpevolista non ha potuto riprocessarlo «per un vizio formale». Alla fine, nel 1998, le sentenze definitive condannano papà Corallo “solo” per associazione per delinquere (finalizzata alle scalate criminali ai casinò) e lo giudicano colpevole anche di usura, violenze private e corruzioni: in totale, sette anni di galera.

vedi anche:

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L’Italia ormai è come il Nevada

Slot, gratta e vinci, poker on line, bingo, lotterie: sarà l’anno record per le scommesse legali, con 72 miliardi di giocate. Gestite dai grandi gruppi ma anche dalla malavita

Durante il lungo processo al padre, anche il figlio si trasferisce sull’isola di Saint Maarten, dove apre nuovi casinò. Nel 2004, quando il governo Berlusconi spalanca ai privati il gioco d’azzardo, la condanna definitiva di papà non impedisce a Francesco Corallo di conquistare la concessione per il gioco d’azzardo. Forte dell’appoggio di vari parlementari, prima di An e poi di Forza Italia (tra tutti, Amedeo Laboccetta e Marco Milanese), il suo gruppo Bplus-Atlantis nel 2009 si vede rinnovare la concessione senza concorso, grazie al decreto sul terremoto in Abruzzo. Solo nel 2010 lo Stato vara la prima legge che proibisce le società anonime e impone requisiti di legalità estesi ai familiari. Ma Francesco Corallo si difende su tutti i fronti: giura di aver creato il suo gruppo da solo e di non avere rapporti col padre da decenni; e poi dichiara di aver sostituito le offshore con un trust di diritto inglese. Il problema è che la proprietà resta anonima, come sostiene l’allora prefetto di Roma, che alla luce dei rapporti tra Corallo padre e Santapaola emana un’interdittiva antimafia che porta al commissariamento del gruppo. Corallo junior a quel punto cita per danni il prefetto (mezzo miliardo) e fa ricorso al Tar, che fissa il verdetto per il prossimo 8 ottobre.

Una settimana dopo, la Corte dei conti centrale pronuncerà un secondo verdetto definitivo, importante anche per lo Stato: il gruppo di Corallo, accusato di aver staccato per anni le sue macchinette dalla rete di controllo fiscale, è stato condannato in primo grado a risarcire oltre 840 milioni di euro. Una presunta super evasione da sommare agli utili legali.

In attesa delle due sentenze di ottobre,  però, Corallo ha aperto un processo-tris. E ha fatto jackpot: ha convinto il Consiglio di Stato che la legge con i requisiti antimafia del 2010 sarebbe incostituzionale, obbligando così i nuovi vertici del fisco a tentare un ricorso straordinario alla Cassazione. Se dovesse vincere ancora lui, resterebbe imputato solo nel giudizio penale in corso a Milano per associazione per delinquere, insieme all’ex vertice della Banca Popolare di Milano.

Ma anche qui la partita resta apertissima: nel luglio 2013, mentre era ancora latitante, Francesco Corallo riuscì a far annullare il suo arresto in Cassazione perchè erano spariti gli audio delle sue intercettazioni, rubate da ignoti nel tribunale di Milano. Dopo di che la “nuova” Bpm ha azzerato a sorpresa l’accusa che lo univa all’ex banchiere Massimo Ponzellini, ritirando la querela per la loro “corruzione tra privati”: e così le tangenti pagate dal re delle slot proprio per farsi prestare i 148 milioni necessari a salvare la sua concessione, sono già diventate «non punibili». Forse ha ragione Corallo: in Italia nulla è definitivo, tranne l’azzardo.

La vita d’azzardo di Francesco Corallo tra il padre boss e l’entourage di Fini

ROMA – Nell’anagrafica di polizia, la storia di Francesco Corallo, classe 1960, «incensurato» e da oggi latitante, è in luogo di nascita, Catania, uno di «abituale dimora» – Piazza di Spagna, Roma – un altro di «residenza», Avenue de Capitains, Santo Domingo. E’ nella società di cui è proprietario (la “Bplus Giocolegale ltd” di Londra, già “Atlantis World Nv”) che controlla il 30% del mercato dell’azzardo legale in Italia.
E’ in un padre ingombrante, Gaetano, uomo del clan Santapaola, boss della mafia dei casinò, già condannato a 7 anni e mezzo, da anni riparato nel buen retiro di Saint Marteen, Antille Olandesi.
Non è dato sapere quanto Gaetano abbia pesato nella vita di Francesco. Il Tribunale di Roma, nel 2010, accerta che «i rapporti tra padree figlio sono interrotti da anni», che trai due «non esistono legami di affari». E lui stesso, Francesco, nel 2011 ottiene dal Tribunale civile di Roma un’ordinanza che impone al ministero dell’Interno di rimuovere dalla propria homepage ogni riferimento che leghi lui e il fratello Maurizio al padre. Certo, al figlio, il vecchio boss trasmette quantomeno la sua passione. Nel 2004, anno in cui il governo Berlusconi sdogana l’azzardo regolamentandone l’esercizio, la “Atlantis” di Francesco Corallo entra nel lotto delle aziende concessionarie dei Monopoli di Stato per la gestione delle slot-machines. Merito di grande intraprendenza, evidentemente, ma anche di un eccellente sistema di relazioni nell’area del Pdl che allora fa capo a Gianfranco Fini. E di cui non mancano le tracce. Francesco Corallo finanzia infatti con 50 mila euro il deputato del Pdl Amedeo Laboccetta che per altro sarà, fino al 2008, rappresentante legale della sua Atlantis in Italia.
Quello stesso Laboccetta che, nell’estate del 2004, viene fotografato con Fini al tavolo del ristorante di uno dei suoi casinò, il “Beach Plaza di Saint Marteen. Di più: quando la Corte dei Conti contesta alla “Atlantis” un danno all’erario 31 miliardi (le slot machine risultano scollegate per lunghi periodi dal sistema telematico della Sogei che registra le giocate per il calcolo della percentuale da versare allo Stato), fa pressioni su Francesco Cosimo Proietti, all’epoca segretario di Fini, perché la sua concessione non venga revocata (la conserverà).
Lo stesso Proietti cui, nel 2006, attraverso tale Pierluigi Angelucci, la Atlantis bonifica 120 mila euro attraverso l’associazione “Monti Simbruini” (Proietti negherà di aver mai ricevuto un soldo). Nell’estate dello scandalo Tulliani e della casa di Montecarlo, poi, si scopre che le società off-shore “Printemps” e “Timara” (quelle che hanno acquistato l’immobile abitato dal cognato di Fini) sono rappresentate da tale James Walfenzao, lo stesso broker al vertice della holding londinese che controlla parte delle quote della “Atlantis”.
Del resto, gli amici del Pdl non lo abbandonano neppure quando finisce in acque agitate. A marzo, in commissione Finanze della Camera, dove siede Laboccetta, un emendamento del Pdl fa cadere le barriere antimafia per le concessionarie dei giochi d’azzardo, abolendo per i soci l’obbligo della documentazione antimafia fino al terzo grado di parentela.
CARLO BONINI

VINCENT
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Aldo Vincent lecamarille: CALCIOSCOMMESSE

ministro tremonti e i 90 milioni di tasse dei corallo

Coincidenze inquietanti
Nel giallo dell’affaire immobiliare salta fuori un filo che lega l’«intermediario» James Walfenzao – l’uomo che firmò il contratto di acquisto della casa da An – proprio ad Alleanza nazionale, per il tramite dell’Atlantis World Group dell’italiano Francesco Corallo (figlio di Gaetano, già coinvolto in indagini legate ai casinò e ad affari con soggetti vicini al boss catanese Nitto Santapaola).  L’Atlantis è attivo in Italia nel settore di slot e videopoker su concessione, e possiede quattro casinò ai Caraibi (tre a Saint Maarten e uno a Santo Domingo) che diverranno sette dopo l’inaugurazione dei prossimi tre, a Saint Maarten, Panama e Santo Domingo.  E uno dei ristoranti del casinò Atlantis World di Saint Maarten ha avuto tra i suoi ospiti, nel 2004, Gianfranco Fini, accompagnato da Amedeo Laboccetta, amico di Corallo ed ex rappresentante della Atlantis World Group per l’Italia. Fini era dunque in vacanza, portato da Laboccetta, in quegli stessi mari tropicali che bagnano le coste di Saint Lucia, l’isola dove hanno sede sia Printemps che Timara, le società che compreranno da An la casa monegasca per poi affittarla al giovane Tulliani.
Eredità, doppia vendita e inquilino con nome ingombrante sono le uniche certezze di questa storia complessa. Ereditata da An nel 2001, la casa è stata «dimenticata» per anni dal partito, che ha anche rifiutato una serie di vantaggiose proposte di acquisto dagli altri inquilini del palazzo che la ospita. Fino a quando, nel 2008, An la cede per appena 300mila euro a una società creata presumibilmente ad hoc un mesetto prima, la Printemps, il cui amministratore è appunto James Walfenzao. E la Printemps la rivende, tre mesi dopo, con 30mila euro di plusvalenza a una società gemella (stesso capitale sociale, stessa sede sull’isola caraibica di Saint Lucia), la Timara. Operazioni evidentemente mirate alla copertura del reale acquirente dell’immobile, visto che nel secondo rogito firmano come venditore e compratore Tony Izelaar e Suzi Beach, che lavorano come colleghi nella stessa società di servizi monegasca, la Jason sam, che si occupa tra l’altro di creare società in paradisi fiscali, tra cui appunto Saint Lucia, per aiutare clienti danarosi a concludere affari immobiliari lontani da occhi indiscreti e dalle attenzioni del fisco del Paese d’origine. Il vero acquirente della casa, probabilmente, si sarà rivolto per la bisogna alla Jason. Oppure direttamente a Walfenzao.
Già, perché ieri Marco Lillo sul Fatto quotidiano ha rivelato che mister Walfenzao, tra i suoi tanti incarichi a Miami, Monaco e Curacao, siede anche sulla poltrona di una finanziaria londinese, la Atlantis Holding Uk. E da lì controlla, «in nome e per conto» di Francesco Corallo, una quota della ex Atlantis Giocolegale, da poco ribattezzata B Plus, società del gruppo che si occupa di scommesse e slot nel nostro Paese. Insomma, ha già prestato i suoi servizi per Corallo, imprenditore vicino alla fu Alleanza nazionale. Questo link potrebbe essere l’ennesima «particolare, inspiegabile coincidenza», o più probabilmente è una spiegazione di uno dei gialli della vicenda: ossia, come mai An si sia rivolta proprio a questo gruppo di professionisti – legati alla «Corpag» di cui Walfenzao è rappresentante per le Antille Olandesi e per Miami, e Izelaar con la Jason per Montecarlo – per cedere la casetta. Resta, ovviamente, il mistero di chi si nasconda dietro la struttura di copertura che impedisce di conoscere la reale proprietà dell’appartamento al piano terra del «Palais Milton».
Il Giornale, due giorni fa, ha cercato invano Walfenzao nell’elegante «Residence Saint Roman», dove i portieri non ricordano di aver mai sentito il suo nome. E l’ha poi rintracciato telefonicamente. Ma il professionista al cellulare ha tagliato corto, spiegando di non voler parlare degli «affari dei suoi clienti», confermando implicitamente, dunque, di aver giocato un ruolo da intermediario. Ma chi ha voluto proprio lui in quel ruolo? E perché la casa è stata poi affittata proprio al fratellino della compagna di Fini? Domande che ora potrebbero essere rivolte ai protagonisti della vicenda dai magistrati romani, investiti della questione.
Gian Marco Chiocci – Massimo Malpica
Il Giornale
Ndr: Ecco parte dell’articolo che trovate nella Home (Caro Giulio ti scrivo), scritto qualche mese fa. Che dite, Tremonti riuscirà a recuperare almeno 31 dei 98 mld della truffa delle slot machine?
…Ecco la lista delle sanzioni secondo le richieste della Procura: il record è stato toccato da Atlantis con 31 miliardi. A proposito, a dimostrazione della trasversalità della questione (inizialmente insabbiata dal centrosinistra) il legale rappresentante della Atlantis (che gestisce circa il 25% del business su tutto il territorio nazionale) è Amedeo Laboccetta, uomo di punta di Alleanza Nazionale a Napoli e lo scorso aprile, visti i grandi meriti conquistati sul campo per aver impunemente sottratto al Fisco 31 miliardi di euro, è stato eletto nelle famose liste bloccate del Pdl. Al Secolo XIX così ha pilatescamente dichiarato: «Non sono più in Atlantis. Il giorno dopo l’elezione ho abbandonato tutte le cariche. Mi dedicherò solo alla politica. È una scelta di vita». Andare a caccia dei responsabili della truffa, insomma, sarà sempre più impossibile man mano che passa il tempo.  Ed ecco le sanzioni, ignorate sia da Visco che da Tremonti, oltre all’Agenzia delle Entrate, calcolate per le altre concessionarie:
Cogetech (9,4 miliardi), Snai (8,1 miliardi), Lottomatica (7,7 miliardi), Cirsa (7 miliardi di euro), Hbg (7 miliardi), Codere (6,8 miliardi), Sisal(4,5 miliardi), Gmatica (3,1 miliardi) e Gamenet (2,9 miliardi).
Restiamo sempre in attesa che qualcuno ci dica per quale motivo non si fa nulla per incassare l’equivalente di un anno d’interessi del debito pubblico o quasi quattro volte la manovra finanziaria appena varata.
Vittorio Baroffio
P.S. Se non sono stato abbastanza chiaro, leggete qui di seguito:

La lobby del gioco d’azzardo e i soldi che mancano per la crisi
pubblicato il 23 febbraio 2009 da giornalettismo.com

Tremonti continua a dire che non ci sono risorse per finanziare misure contro la crisi economica. Ma non è vero. Ci sono molte risorse da reperire. Ad esempio, recuperando una parte dei 90 miliardi di euro evasi dalle 10 società concessionarie per le slot machine.
Pochi giorni fa il pg della Corte dei Conti Furio Pasqualucci durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario ha tracciato un quadro di mala amministrazione e sperperi. Davanti  al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al ministro Angelino Alfano (che ha detto di condividere la relazione riga per riga)  ha citato molti fatti, tra cui  la colossale [evasione] di circa 90 miliardi di euro (3 manovre finanziarie) delle concessionari del servizio di slot machine.
L’AZZARDO DI NON PAGARE LE TASSE – La vicenda è nota, ed ha fatto mobilitare tempo fa, vari quotidiani e il web. Ci fu anche una petizione on line. Nel 2004 le slot machine sono diventate legali nei bar e nei locali pubblici d´Italia. In Italia operano 10 società concessionarie che dovevano istallare le macchine nei pubblici esercizi, collegarle ad un sistema telematico presso la Sogei del Ministero delle Finanze, che avrebbe controllato il versamento del PREU (Prelievo Erariale Unico), una tassa del 12% sulle cifre incassate dalle  società concessionarie e detentrici delle “new slot”. Forse per “distrazione”, le concessionarie hanno collegato solo 20 mila delle circa 40 mila slot machine, come è stato accertato da diverse inchieste della [[Guardia di Finanza]] e del Dipartimento nazionale antimafia. Per chiudere la vicenda è stata stabilita una multa forfettaria di 50 euro per ogni ora di mancato collegamento. La multa doveva essere incassata dai Monopoli di Stato. Che però non l’hanno fatto. Anche per questo motivo, qualche mese fa, è stato sostituito il direttore dei Monopoli, Giorgio Tino.
10 EVASORI PER 70 MILIARDI – Le sanzioni previste per le 10 società concessionarie, come a suo tempo riportatoanche da Il Secolo XIX erano pesanti: la leader indiscussa del mercato, la Atlantis doveva al Fisco 31 miliardi, seguita da Cogetech (9,4 miliardi), Snai (8,1 miliardi), Lottomatica (7,7 miliardi), Cirsa (7 miliardi di euro), Hbg (7 miliardi), Codere (6,8 miliardi), Sisal (4,5 miliardi), Gmatica (3,1 miliardi) e Gamenet (2,9 miliardi). Nel corso dell’udienza dell’8 dicembre scorso davanti alla Corte dei conti del Lazio che doveva chiudere il caso, gli avvocati delle concessionarie hanno sollevato una questione giurisdizionale, chiedendo che a giudicare sia il TAR e non la Corte dei Conti. La Corte dei Conti del Lazio ha sospeso il procedimento che porta al pagamento delle penali di 98 miliardi di euro (ridotti a 90 miliardi), in attesa della sentenza della Cassazione. Il parere della Cassazione è previsto fra circa un anno.
ABBIAMO TROVATO I SOLDI CONTRO LA CRISI – La questione giuridica è un appassionante caso per qualche azzeccagarbugli. Se si facessero pagare alle 10 società le somme dovute, ci sarebbero risorse in abbondanza per finanziare un pacchetto anticrisi degno di questo nome, per sostenere il reddito delle famiglie, per gli ammortizzatori sociali per chi sta perdendo il lavoro, per ricapitalizzare le banche in difficoltà, per sostenere le piccole medie e grandi imprese italiane e dare una robusta boccata d’ossigeno all’Italia. Il costo “politico” ed elettorale del piano sarebbe pari a zero. Non ci sarebbero nuove tasse – a parte le multe per le 10 società – anzi, si tratterebbe di una misura di ripristino della legalità violata. Problemi giuridici? Si può essere certi che mettendo al lavoro gli espertissimi consulenti giuridici del presidente del Consiglio, bravissimi a costruire Lodo Alfano, decreti anti-intercettazioni, leggi lampo “ad personam” sul [testamento biologico], i nodi giuridici si potrebbero superare. Per “imporre” il pagamento del dovuto alle 10 concessionarie, o almeno per  accelerare i tempi della sentenza. Invece nessuno fa niente. E nel frattempo, contro la crisi si preferisce fare poco o nulla, giustificandosi dicendo: Non ci sono le risorse. Ma come mai?
LA LOBBY DEL GIOCO D’AZZARDO  Le questioni giuridiche da affrontare sono certamente delicate, e le 10 società concessionarie avranno ottimi avvocati per far valere i loro diritti. Ma c’è qualcos’altro da sapere. La società che più deve al fisco è, come già detto, la Atlantis World, multinazionale con sede ai Caraibi che copre da sola circa il 30% del mercato. Il suo rappresentante legale in Italia si chiama Amedeo Laboccetta. Questo signore, è attualmente indagato a Napoli per falso e turbativa d´asta nell´inchiesta sul sistema Romeo della Global Service, ed è stato già ospite delle patrie galere nel 1993, coinvolto nella vecchia Tangentopoli napoletana. Ma non è un tipo qualsiasi: è un importante deputato di An, membro della Commissione Bilancio e della Commissione parlamentare di inchiesta sulla mafia e le altre associazioni criminali anche straniere. Un amico di Gianfranco Fini, che lo ha fortemente sostenuto in campagna elettorale e che fu suo ospite a pesca nel mare di Saint Marteen, di fronte al Beach Palace, uno dei casinò gestiti dalla Atlantis World. Proprietario della Atlantis, e amico di Labocetta è anche  Francesco Corallo, figlio di Gaetano, antico latitante catanese legato al boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola e protagonista dello scandalo di Sanremo, cioè il tentativo di mettere le mani sulla casa da gioco pagando tangenti a politici Dc e Psi che costò anche la prigione all´ex sindaco di Imperia, oggi ministro delle Attività produttive, Claudio Scajola (che fu comunque prosciolto da ogni accusa).
QUEI SOLDI NON ARRIVERANNO MAI – Immaginiamo che sarebbe difficile anche per il decisionista Berlusconi far passare in Parlamento un decreto contro le Concessionarie. Anche perché, se Laboccetta dovesse assentarsi, ci sarebbe Gianfranco Conte del Pdl, presidente della Commissione Finanze della Camera. Lo stesso che in occasione della discussione di un emendamento (poi ritirato) sull’introduzione di slot machine di terza generazione, ha detto in parlamento che va trovata una soluzione allo “scabroso argomento degli apparecchi da intrattenimento anche in relazione alla indagine della Corte dei Conti“. Ed ha difeso l’onorabilità dei concessionari di fronte a chi sosteneva che, in pendenza di giudizio, gli andrebbe ritirata la concessione, dicendo che “Non si può impedire ad un concessionario di partecipare al bando di gara per la concessione di giochi pubblici sulla considerazione che la Corte dei Conti e la Finanza contestano multe sulla gestione della rete delle slot per circa 90 miliardi” perché “il nostro sistema non prevede la colpevolezza senza condanna. Come possiamo escludere un operatore sulla base di fatti non confermati da condanne?“.  Giusto, la presunzione di colpevolezza vale solo per i clandestini. La Legge per Eluana era urgentissima, sbloccare i soldi delle multe per le slot machine non si può fare: sarebbe un azzardo. Quei soldi – che risolverebbero molti dei problemi di finanziamento del pacchetto anticrisi – non arriveranno mai alle case dell’erario. Vogliamo scommettere?

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 CORALLO
Altro che i Sopranos! Su questi sfuggenti imprenditori specializzati nelle slot machine, con casinò ai Caraibi in odore di riciclaggio, con Gianfranco Fini e i Tulliani sospettati di fare affari con loro, con l’ombra di Nitto Santa Paola, con una magistratura e qualche politico fin troppo teneri, ci sarebbe da scrivere una telenovela di successo. Sono 15 anni che raccolgo tutto il materiale su questa faccenda ed ora che finalmente sembra squarciato il velo di omertà, ho deciso di raccogliere tutto il dossier in un pamphlet, un istant-book che rimanga on line a futura memoria…
http://www.ebookservice.net/scheda_ebook.php?ebook=tulliani-fini-&-corallo-di-aldo-vincent&ideb=2582

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