CALCIOSCOMMESSE | LE CAMARILLE: Gang Stalking

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I CORALLO E ATLANTIS CARIBE

Caraibi, Corallo e Walfenzao, i nomi chiave del giallo Fini-Tulliani

Avrete letto l’articolo di Marco Lillo su Il Fatto. Si parla della vocazione di An per i “casinò”, della vacanza a Sint Maarten, isoletta caraibica poco distante da Saint Lucia, di Fini e della ex moglie con Amedeo Laboccetta, amico di Francesco Corallo, il leader mondiale del gioco d’azzardo (una foto di Gianfranco Fini e Amedeo Laboccetta con le rispettive consorti – si intravede Daniela Di Sotto che era ancora la signora Fini – scattata a Saint Marteen nell’agosto del 2004 nel ristorante del casino di Corallo, Marco Lillo su Il Fatto). Si disse che Fini andò solo per fare le immersioni. Ma tant’è, Laboccetta ora è rimasto dall’altra parte, con B. e Fini si è imparentato con i Tulliani.
Francesco Corallo controlla Atalntis World. Atlantis è titolare di tre casino a Saint Marteen, due a Santo Domingo e uno a Panama. Per diversificare il proprio “prodotto”, è titolare di una concessione del Governo Italiano “al fine di gestire alcuni aspetti dell’industria del gioco in Italia” (così sul loro sito). Atlantis World Group esiste dal 1992. Ha sede a Cupecoy, nelle Antille Olandesi e gestisce anche:

Beach Plaza Casino (100%)
Hotel V Centenario Inter-Continental and Casino V Centenario (100%)
Paradise Plaza Casino (100%).
Chi è Corallo?

  • la sua biografia suscita qualche ambascia. Nel 1999 in Bolivia, come raccontò L’ Espresso, il suo nome fu fatto in relazione alla scoperta di alcuni casinò clandestini e a un traffico di droga, in cui era coinvolto il suo amico Marino Diodato, marito di una nipote del dittatore Hugo Banzer, titolare in Italia di una società per la commercializzazione di slot machines. Ma non fu neanche mai processato
  • Anni prima, quando il padre Tanino fu protagonista dello scandalo di Sanremo, il tentativo di mettere le mani sulla casa da gioco pagando mazzette a politici della Dc e del Psi, che costò anche la prigione all’ ex sindaco di Imperia e oggi ministro Claudio Scajola, poi assolto, Francesco aveva soltanto 22 anni
  • a tutt’ oggi non c’ è nessuna conferma del rapporto della Drug Enforcement Agency che vuole Francesco in “elevata posizione” nel clan mafioso Santapaola (Nuovi casinò: An e gli amici d’azzardo – Repubblica.it » Ricerc – 2005).

Ora, si dà il caso che Corallo sia un incensurato. Lo scrivono in tutti gli articoli. Lui dice che i casinò se li è fatti da solo. Sarà ma il padre tentò di scalare il casinò di Sanremo, una volta. Coincidenze. Sappiate che Corallo ha anche un giornale a Sint Maarten. E a Sint Maarten ci sono solo tre giornali:

Quale quello di Corallo? Non sono riuscito a risalire. Non vi è alcuna indicazione sull’editore. Ironia della sorte, in uno di questi – The Daily Herald – vi è persino una rubrica dedicata alla lettere dei lettori all’editore, pensate un po’. Che non risponde mai.
Ebbene, Il Fatto ha mostrato come James Walfenzao, l’amministratore di Primtemps e Timara Ltd, le due società off-shore con sede a Saint Lucia che si sono scambiate l’appartamento ex An di Montecarlo, è anche il consulente, l’amministratore e il prestanome di Francesco Corallo. Walfenzao, su alcuni siti, è addirittura indicato come il presidente di Corpag Group. L’idea che mi è venuta è che Walfenzao gestisca, per tramite della Corpag Group, una serie di grossi clienti. Non a caso Primtemps e Timara hanno sede nell’ufficio della Corpag a Saint Lucia: Manoel Street, 10, Castries, come indicato qui. E’ innegabile quindi che Primtemps e Timara siano creature di Walfenzao. E come scrive Red Stripe 2010, il vero proprietario delle due società off-shore non lo sapremo mai. Poiché è mission di Walfenzao far perdere le traccia del titolare:

Un  Trust, o ancora meglio una stiftung, serve a questo, a tenere segreto tutto, ma proprio tutto. Sopratutto serve a tenere segreti patrimonî ingenti, milioni e milioni di €uri, non bilocali e Ferrari (Red Stripe 2010, cit.).

Infatti, “il trust è un contratto tra un individuo (Settlor) che trasferisce alcuni beni di sua proprietà (the Trust fund) a una o più persone (the trustees) con le istruzioni, che sono giuridicamente vincolanti per gli amministratori, che gli amministratori dovrebbero tenere il fondo fiduciario a condizioni prescritte (the beneficiaries).I Trust può essere revocabile o irrevocabile” (Red Stripe 2010, cit.). Il trust serve a mantenere la riservatezza sulla provenienza del capitale.
Walfenzao, un mister x, insomma. A cui Tulliani domiclia le bollette di Rue Princess Charlotte. L’avvocato Ellero, autore di quella polpetta avveleneata (definizione di Luca Barbareschi, finiano doc), che sabato scorso ha quasi scagionato Tulliani proprio quando tutti attendenvano il discorso registrato di Fini, oggi suggerisce sempre a mezzo stampa che Tulliani può essere un mediatore. Uno che lavora in campo immobiliare e che ha piazzato un appartamento insignificante, inutilizzato, alla modica somma di 300mila euro, e per questo si è guadagnato la prelazione per l’affitto dei locali.
Pensate, l’accostamento Walfenzao-Corallo è parso palese persino a quelli de Il Giornale. Che lungimiranza. Così scrivono oggi:

Walfenzao è dunque «presente» a Saint Lucia, dove è tra i riferimenti della Corporate Agent Saint Lucia ltd. È presente negli Usa, come corrispondente della Corpag di Miami, al 999 di Brickell Avenue. Ma come è noto è anche a Montecarlo, dove abita con la moglie in avenue Princesse Grace, a un solo portone di distanza dalla sede della Jason Sam. Una quasi ubiquità anche più impressionante, considerando che Walfenzao controlla, per conto dell’imprenditore italiano di gioco autorizzato (in Italia) e casinò (ai Caraibi) Francesco Corallo, la Uk Atlantis Holding Plc, una delle società del gruppo (Il Giornale).

Troppo spesso, in questa vicenda, abbiamo solcato il Mare delle Antille. Visitando addirittura tre isole: Santo Domingo, Saint Lucia e ora Sint Maarten (l’isola di Corallo). Ma il mare nostrum della politica è alquanto melmoso. Dicevo che Corallo aveva in Italia Laboccetta come amico e amministratore. Laboccetta è poi diventato parlamentare nel 2008 e ha fatto rapidamente carriera in Transatlantico (un altro mare melmoso). Tanto che ora è un papabile sottosegretario nell’eventuale rimpasto di governo che Berlusconi intende fare dopo il 29 Settembre.
Prima di divenire parlamentare, Laboccetta ha rischiato di finire nel mezzo dello scandalo delle slot, una maxi evasione di 98 miliardi di euro, rimasta impunita, scoperta anni fa da due giornalisti de Il Secolo XIX. Le società che gestiscono le slot hanno truffato il fisco taroccando le macchinette in modo tale che risultassero disconnesse dalla rete con lo Stato per la maggior parte del tempo:

la Procura regionale della Corte dei Conti del Lazio aveva inoltrato ai concessionari del settore New Slot una richiesta di risarcimento di 98 miliardi, limati poi a 90. I magistrati contabili contestavano il mancato collegamento degli apparecchi alla rete telematica dello Stato, quello che permette  di controllare l’entità delle giocate e di applicare quindi l’imposta che grava, il Preu. Nonchè il mancato rispetto di alcuni livelli di servizio nella trasmissione dei dati degli apparecchi di gioco. In pratica le concessionarie, non collegando le slot ai terminali statali, hanno sottratto al fisco miliardi di euro di tasse (fonte).

Tra i gestori fraudolenti vi erano: Snai, Hbg, Cirsa Italia, Sisal Slot, Cogetech Codere Network, Lottomatica Videolot Rete, Gmatica, Gamenet e Atlantis World Giocolegale, la filiale di Atlantis World in Italia, di cui Laboccetta era amministratore delegato. Lui dice di essersi dimesso anzitempo. Ben prima dello scandalo. Ma poteva non sapere? Chi potrà mai dirlo, al momento non mi risulta alcuna inchiesta della magistratura, nemmeno mi risulta che la multa (30 mld per la Atlantis) sia mai stata pagata.
Walfenzao-Corallo-Laboccetta (ma lui smentisce e ha annunciato querela a La Repubblica per quell’articolo di Giusppe D’Avanzo nel quale si anticipava l’equazione che sto per farvi) sembrano connessi fra di loro. Stupitevi, lo dice anche Il Giornale, il che viene da sorridere per tanta lucidità giornalistica:

Walfenzao controlla la Uk Atlantis attraverso due società – la Corporate Management St. Lucia ltd e la Corporate Management Nominees, inc – che la missiva del ministro della Giustizia Francis cita come società che controllano Printemps e Timara, e che detengono le azioni della Jaman directors, una delle altre off-shore. E le due società legate ad Atlantis, secondo la lettera, «agivano su ordine» sia di Walfenzao che di Izelaar. Dunque, c’è un legame diretto tra la compravendita della casa di Montecarlo e il gruppo di Corallo. Vicino all’ex An, tanto che Amedeo Laboccetta, già parlamentare del partito di Fini (e ora nel Pdl) ed ex rappresentante per l’Italia della Atlantis World di Corallo, portò al ristorante del casinò Beach Plaza di Saint Marteen anche Gianfranco Fini, nel 2004, per una cena a cui partecipò anche Checchino Proietti, braccio destro del presidente della Camera. E uomo che, per la procura di Potenza che indagò sulla vicenda (la Corte dei Conti constatò un ammanco nelle casse dell’erario di oltre 31 miliardi di euro), si spese con i monopoli italiani per evitare che l’Atlantis perdesse la licenza per il gioco legale in Italia (Il Giornale, cit.).

Malpica e Chiocci, gli autori della ricostruzione degli intrighi di Walfenzao per Il Giornale, promettono ulteriori sviluppi che dovrebbero giungere addirittura dalla penna di Lavitola, impegnato, così è scritto, a recuperare una email di un collega giornalista in cui un tale, proprietario di una società a Montecarlo “diceva all’agente concessionario delle società a Santa Lucia, che è un alto magistrato, che in Italia era in corso uno scontro molto duro tra Fini e Berlusconi” e ceh avrebbe preso presto la “decisione […] di rescindere l’incarico a seguito della «pubblicità negativa relativamente anche alla mia persona»” (Il Giornale).
A mio avviso permangono ancora dei punti oscuri. Per esempio: qaule il rapporto fra Walfenzao e Tulliani? Chi conduce Tulliani agli uffici della Corpag di Montecarlo? Tulliani ha un rapporto collaborativo con Walfenzao, come suppone l’avv. Ellero? E poi, quale il rapporto fra Fini e Laboccetta? E fra Fini e Corallo? Vi anticipo che il prossimo scoop de Il Giornale tenderà a rievocare quella vacanza del 2004 a Sint Maarten. Ci sarà tanto di foto, vedrete.

› La sentenza sul re dei casinò “Non accostare i Corallo alla mafia”

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La sentenza sul re dei casinò
“Non accostare i Corallo alla mafia”

FOTO DI CORALLO CON NITTO SANTAPAOLA
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Con l’archiviazione dell’inchiesta per mafia a carico di Gaetano Corallo, l’unico accostamento possibile a Nitto Santapaola è quello immortalato nella foto scattata a Saint Maarten e pubblicata da Report. Ecco cosa dice il tribunale di Roma.

CATANIA- Il nome del re catanese dei videopoker Gaetano Corallo non può essere associato alla mafia perché l’inchiesta a suo carico è stata archiviata. Lo dice il tribunale di Roma con una sentenza depositata nel 2011 e pubblicata da Repubblica per estratto su ordine dei magistrati.

Vecchio amico di Nitto Santapaola (nella foto a lato eccoli insieme a Saint Maarten), Gaetano Corallo però non è stato mai condannato per associazione mafiosa e quindi i giudici hanno disposto la cancellazione di alcune frasi contenute in una relazione della Dia del 2009.

Il Fatto Quotidiano chiede perché Repubblica ha pubblicato nuovamente una setenza del 2011? La risposta potrebbe annidarsi nel provvedimento, chiesto dalla Prefettura di Roma, di blocco delle concessioni ai Corallo per “mafia”. Collegamento che -come detto- non è stato accertato con una sentenza della magistratura.

Francesco Corallo, attualmente indagato per la gestione dei videopoker, ha presentato ricorso al tribunale di Roma ritenendo che essere considerati “soggetti vicini ad un clan mafioso, su un sito internet accessibile a chiunque, fosse lesivo sia della loro reputazione personale che di quella economica, quali soggetti concessionari, per il tramite di una società, di attività di giochi leciti”.

Fatte queste premesse Carmelo e Francesco Corallo hanno chiesto che con provvedimento d’urgenza si imponesse la cancellazione di una parte della relazione firmata dalla Direzione Investigativa Antimafia “che li sospetta e accusa di contiguità mafiosa”.

Il tribunale è entrato nel merito, osservando che “non si può certo dire che chi non si considera mafioso è solo perché lui ha di sé una buona considerazione, posto che il non essere mafiosi è una condizione di buona reputazione secondo una valutazione sociale tipica, e dunque chi lamenta di essere stato accusato di contiguità mafiosa, a dimostrazione della lesione della reputazione, non adduce un criterio di suscettibilità soggettiva, ma adduce un criterio di valutazione della reputazione che è diffuso oggettivamente”.

“La Prova -si legge ancora nella sentenza- che venendo accusati di contiguità con un clan mafioso si determina una lesione della reputazione ben può essere di tipo presuntivo, ossia i criteri di valutazione sociale tipica dicono che data l’accusa di mafioso ne deriva una perdita di reputazione”.

Tanto presso il Tribunale di Roma ha ordinato al ministero dell’Interno “l’eliminazione, nell’ambito delle relazioni Dia dell’anno 2009, delle frasi in cui i Corallo sono accostati al clan di Santapaola”.

Dei rapporti con Nitto restano soltanto questa foto e un fiume di soldi che puntano dritto a Saint Maarten, dove i Corallo hanno costruito un impero.

Secondo i verbali di Antonino Calderone, “negli anni 70 Nitto Santapaola aveva una casa da gioco a Catania; era socio dello zio Salvatore Ferrera, di Gaetano Corallo ed altra gente di Catania”.

Continua Calderone: “Gaetano Corallo era un commerciante di mobili, aveva un negozio, era un giocatore, è diventato socio in due case da gioco di Catania. Poi Gaetano Corallo e Nitto Santapaola hanno fatto il “salto” di qualità nel 1976-1977; organizzavano viaggi di giocatori all’estero in isole ove vi erano casinò; non posso dire se fossero proprietari dei casinò o se si limitassero a portarvi i giocatori.

Ho sentito dire che una delle destinazioni dei giocatori era l’isola di S. Maarten, che non so dove si trovi; si tratta di una località calda; una volta Nitto è andato con la moglie che raccontò al suo ritorno che avevano fatto bagni e si erano divertiti; ciò nel 1979. La moglie di Nitto Santapaola raccontò a mia moglie, di cui era molto amica (era anche la madrina di mia figlia), della bella località dove erano stati e che si erano divertiti”.

Anche Angelo Siino ha parlato di Corallo ai magistrati, riferendo che nel 1986 – 1987 Santapaola Benedetto soggiornò per un anno e mezzo, mentre era latitante, a Saint Martin ospite di Corallo Gaetano. Nell’isola gravitava Spadaro Rosario, in stretti rapporti con Corallo; Spadaro aveva “agganci” con i politici locali, prevalentemente si occupava di costruzioni ed era “alleato” di Corallo, di cui in alcune attività era socio”.

Slot, il gruppo Corallo chiede mezzo miliardo di euro al Viminale

Slot, il gruppo Corallo chiede mezzo miliardo di euro al Viminale

Cronaca
Oggi la sentenza cruciale del Tar del Lazio sul commissariamento della Bplus, concessionaria dell’azzardo di Stato coinvolta in diverse inchieste. Tre giorni fa su Repubblica è stata pubblicata a pagamento una sentenza, senza data, che intima di non accostare l’azienda alla mafia. Ma l’atto è del settembre 2011. Un intrigo milionario in cui ora i legali chiamano in causa anche il ministero dell’Interno, chiedendo un risarcimento record

Lo Stato gli chiede 820 milioni di euro per danno erariale, loro rispondono facendo causa ad Alfano e pretendendo dal Ministero degli Interni un risarcimento colossale: 530 milioni di euro. Già che ci sono, fanno pubblicare un’ordinanza vecchia di tre anni che è l’ultimo azzardo in casa Corallo, i re delle slot machine: il tentativo di influenzare per via mediatica i giudici che a giorni scriveranno il destino della loro Bplus, la più grande concessionaria di giochi in Italia, ormai arrivata alla bocca dell’imbuto giudiziario-amministrativo in cui è finita da tre anni collezionando un’interdittiva antimafia, l’obbligo di cessione delle azioni e il successivo commissariamento per mancato adeguamento a quell’obbligo. E’ l’ultimo colpo di scena in una battaglia legale senza esclusione di colpi, che contrappone lo Stato concedente alla società concessionaria e ora viaggia spedita verso un’epilogo quanto mai incerto. In ballo, centinaia di milioni di euro che potrebbero dare un po’ di sollievo al governo Renzi.

Fatto sta che su Repubblica tre giorni fa è apparso, con grande evidenza, un estratto che ha fatto alzare il sopracciglio ai lettori più attenti. Riporta parte di un’ordinanza con la quale il Tribunale di Roma ordina al Ministero degli Interni di rimuovere dal suo sito un passaggio di una relazione nella quale la Dia ipotizza una contiguità sospetta tra i fratelli Carmelo e Francesco Corallo – figli di Gaetano, personaggio noto alle cronache giudiziarie, tra l’altro, per i suoi affari con il boss Nitto Santapaola – e la mafia. Privo di una data, l’avviso induce a pensare a una decisione a favore dei Corallo recentissima, anzi “urgente”, come si legge nel testo. Ma non è affatto così. Quell’estratto risale a settembre del 2011 e nessun giudice, a tre anni di distanza, ne ha disposto la ri-pubblicazione. Due le ipotesi: o è quella vecchia, già pubblicata, oppure (ed è pure peggio) è stata tenuta in un cassetto per poterla utilizzare al momento più opportuno, due giorni prima dell’udienza per il commissariamento di Bplus.

Pochi dubbi ​invece sulla paternità dell’iniziativa, attentamente omessa. “Non è certo nostra”, scandisce il commissario straordinario, Vincenzo Suppa, che ad agosto è stato chiamato da Raffaele Cantone ad amministrare la società. Bocche cucite alla Manzoni, concessionario di pubblicità del Gruppo L’Espresso. Gli avvocati dei Corallo, Bruno Capponi e Domenico Di Falco, si guardano bene dal rivendicarla, consapevoli (forse) che proporre pubblicità a pagamento con le fattezze di un avviso tribunalizio non è pratica che si insegni a giurisprudenza, soprattutto se l’intendimento è creare un clima favorevole al cliente prima del giudizio. Dove “prima” vuol dire tre giorni prima. Perché proprio oggi si svolge presso il Tar del Lazio l’udienza incidentale sul commissariamento disposto dal Prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, su richiesta di Raffaele Cantone, il presidente dell’Anticorruzione.

Non solo. Tra un mese, l’8 ottobre, è infatti fissata l’udienza di merito sul ricorso contro l’interdittiva antimafia emessa nel settembre 2012, sempre dal prefetto Pecoraro. Si tratta del primo atto di rottura tra Stato e Bplus, quello che ha fatto calare un muro su interessi prima convergenti. Dal 2004 Bplus, già nota col nome di Atlantis, movimenta miliardi di euro per conto dello Stato, a stretto contatto coi Monopoli che, negli ultimi nove anni, non avevano mai fatto appunti, limitandosi a incassare. Finché un’informativa della Prefettura ha notificato ai Monopoli che Francesco Corallo era indagato, insieme all’ex presidente della Banca Popolare di Milano Massimo Ponzellini, nell’inchiesta sui presunti finanziamenti irregolari concessi dall’istituto di credito. L’accusa di associazione a delinquere e corruzione fra privati ha fatto ritenere alla Prefettura che non si poteva escludere il coinvolgimento di organizzazioni mafiose. Per quella vicenda a fine luglio, si sa, Corallo è stato rinviato a giudizio dalla Procura di Milano.
Ma a lungo hanno continuato a prevalare gli “interessi pubblici in gioco”, rappresentati da circa un miliardo di imposte l’anno garantite allo Stato e da 300 posti di lavoro da tutelare. L’interdittiva antimafia, a ben vedere, non ha interdetto nulla. Le autorità l’hanno sospesa più volte (26 luglio 2013, 27 maggio 2014) ma senza revocarla, come chiedeva l’azienda (che per questo ha fatto ricorso a Tar e Consiglio di Stato, che hanno rigettato l’istanza e fissato per l’8 ottobre l’udienza di merito). La speranza, fino all’ultimo, era di trovare garanzie nella controparte che consentissero a Bplus di proseguire le attività in Italia. Nel 2013, in cambio dell’ennesima concessione, la Prefettura aveva ottenuto dai Corallo una serie di garanzie: l’impegno a separare proprietà e gestione, cedendo tutte le azioni a un trust (B PlusTrust), e a spalancare le porte a un “controllore” incaricato di vigilare sulla legalità e sull’operazione di cessione. La scelta cade su Alfonso Rossi Brigante, ex presidente della Corte dei Conti in pensione. Anche questo tentativo fallisce. In una nota del 29 maggio Brigante informa la Prefettura che “la società non consente di esercitare le funzioni proprie del mio mandato, presupposto indefettibile della sospensione temporanea del provvedimento interdittivo antimafia”.
Il Prefetto di Roma – in accordo col Viminale e su impulso dell’Autorità anticorruzione – disporrà allora il commissariamento di Bplus, rimettendone l’amministrazione nelle mani del generale Suppa e dei subcommissari Luca Cristini e Stefano Sestili. A sollecitare il provvedimento è stato il presidente dell’Anac (Autorità nazionale anticorruzione) Raffaele Cantone, forte delle nuove norme varate dal governo di Matteo Renzi (articolo 32 del decreto legge n. 90 sulla P.a): se l’autorità giudiziaria procede per fatti gravi contro un’impresa destinataria di un appalto pubblico o una concessione, il numero uno dell’Anticorruzione propone al prefetto il commissariamento per salvaguardare l’occupazione. Bplus si è subito opposta e domani, su questo aspetto delicatissimo, si svolgerà l’udienza incidentale.
Ma i tempi della giustizia amministrativa stringono anche su un altro fronte. Il 15 ottobre è atteso anche il giudizio instaurato presso la Procura della Corte dei Conti sul sequestro cautelativo di 29,5 milioni di euro relativo alle “maxi penali” contestate nel procedimento sul mancato collegamento delle slot tra il 2004 e il 2007. La vicenda si trascina ormai da anni. Alcune società hanno conciliato, non Bplus sulla quale grava una condanna in primo grado emessa dalla Corte nel 2012 a risarcire lo Stato con 820 milioni di euro. Bplus ha fatto appello, dopo vari rinvii a metà ottobre sarà discussa anche questa vicenda.
I legali della società sono dunque costretti a giocare su più tavoli giudiziari. E lo fanno anche con mosse clamorose, di cui l’inserzione è solo l’ultima. Gli avvocati Capponi e Di Falco hanno citato in giudizio davanti al tribunale civile di Roma il ministero dell’Interno, nella persona del ministro Alfano, e il prefetto Pecoraro, per i presunti danni aziendali subiti dall’interdittiva. La richiesta di risarcimento è enorme, oltre 530milioni di euro: mai un ministro dell’Interno, né tantomeno un prefetto, erano stati citati per simili importi. Poi, un raddoppio di marcatura: sempre agli inizi del mese scorso lo studio legale londinese Hierons, per conto di Bplus, ha chiesto al prefetto di Roma di revocare i provvedimenti: in caso contrario, avvertono i legali inglesi, si rivolgeranno all’Alta Corte di Londra. La sfida Stato-Bplus, scrive il Sole24Ore, assume così i “contorni di un legal thriller internazionale con cifre da capogiro”.

LA PRECISAZIONE DELLO STUDIO LEGALE CAPPONI E DI FALCO
“In riferimento all’articolo, lo  Studio Legale Capponi e Di Falco precisa di non aver mai difeso i sig.ri Corallo, bensì unicamente la società Bplus nella causa di risarcimento danni contro il Ministero dell’lnterno e il Prefetto di Roma, la cui prima udienza dev’essere ancora celebrata.  Lo stesso Studio non ha avuto alcuna parte né nel procedimento cautelare che ha portato all’emissione dell’ordinanza ora pubblicata in estratto, né nella sua pubblicazione su La Repubblica. ln ogni caso, il giornalista dovrebbe sapere che la pubblicazione è avvenuta a norma dell’art. 120 cod. proc. civ.”.
Gentili avvocati, ho scritto espressamente che lo studio non rivendica la paternità dell’iniziativa, proprio perché ritenevo improbabile che avesse accondisceso alla richiesta di pubblicazione a tre anni di distanza dall’emissione dell’ordinanza e a due giorni dall’udienza alla Corte dei Conti, circostanza che si configura –  a mio avviso – strumentale al condizionamento della stessa ™

 

Torna in pista Corallo, il ‘re delle slot’

Francesco Corallo ha guadagnato 400 milioni con le sue società nel settore del gioco d’azzardo legalizzato, che fanno capo ad anonime offshore. L’Antimafia lo ha fermato. Ma, grazie ad alcune mosse della difesa, la partita per lui resta apertissima

di Paolo Biondani

26 settembre 2014

Torna in pista Corallo, il 're delle slot'
L’arresto di Francesco Corallo nel 2013

Game over? Alla grande lotteria della giustizia italiana, vincerà lo Stato o il re delle slot? Alla vigilia di una serie di appuntamenti cruciali con la giustizia, “l’Espresso” ha ricostruito la storia di famiglia e fatto i conti in tasca a Francesco Corallo, l’uomo d’affari, nato a Catania nel 1960 e cresciuto ai Caraibi, che a partire dal 2004, per concessione dei monopoli pubblici, è diventato il più ricco imprenditore italiano nel fortunatissimo settore del gioco d’azzardo legalizzato.

vedi anche:

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Game over per il re del gioco d’azzardo

L’imprenditore Luigi Tacredi, re dei casinò su internet, è finito al centro di tre inchieste per i suoi legami con la camorra. Gestiva insieme al boss della ‘ndrangheta Nicola Femia dei siti di poker online all’estero. E ora le forze dell’ordine sequestrano beni per milioni di euro

Un business che solo nel 2013 ha fatto uscire dalle tasche degli italiani ben 84 miliardi e 728 milioni di euro, per garantire all’erario soltanto otto miliardi di entrate. Un mercato ricchissimo, ma chiuso, dove si entra solo con l’autorizzazione dello Stato. Che Corallo aveva potuto ottenere già dieci anni fa, nonostante i pesanti precedenti del padre Gaetano. E senza mai svelare il reale assetto proprietario del suo gruppo Bplus-Atlantis, nascosto dietro una cortina di società offshore e fiduciarie estere. Con buona pace delle leggi che, almeno dal 2010, imporrebbero  rigorosi requisiti di legalità e trasparenza ai gestori di aziende ad alto rischio di infiltrazioni mafiose.

Prima di tutto i soldi, dunque: quanto hanno guadagnato esattamente le società controllate dal signor Corallo, grazie alla concessione statale per le slot? Sommando gli utili netti dichiarati nei bilanci, solo tra il 2005 e il 2011 si totalizza la ragguardevole cifra di 356 milioni di euro. Tra il 2012 e il 2013, con il boom delle video-scommesse di nuova generazione, il margine lordo sale di altri 200 milioni. Anche ipotizzando altissimi costi di gestione (che per le videolotterie, in verità, risultano minimi), gli addetti ai lavori stimano utili netti di oltre 40 milioni. A conti fatti, quindi, la sua è una storia da almeno 400 milioni tondi. Incamerati da società che fanno capo ad anonime offshore con base nel paradiso fiscale delle Antille Olandesi.

vedi anche:

Ma il rapporto tra la sua famiglia e il gioco d’azzardo ha radici ancora più lontane e misteriose. Tutto inizia nel 1977, quando Gaetano Corallo, il papà di Francesco, diventa «socio occulto» della Getualte, la società che allora controlla il casinò di Campione. Partendo da quella cassaforte, quel catanese tenta una clamorosa scalata alla sala da gioco di Sanremo. L’operazione viene fermata nel 1983 dalla prima retata antimafia al Nord. Nelle sentenze definitive, che “l’Espresso” ha ritrovato, i giudici raccontano una storia criminale che il re delle slot non ha mai pubblicizzato. Suo padre, Gaetano Corallo, nasce come usuraio: aggancia ricconi col vizio del gioco, li scorta con il suo aereo privato nei casinò internazionali e presta soldi a tassi da strozzino. Tra i suoi grandi sponsor c’è un mafioso stragista: Nitto Santapaola, il super boss di Cosa Nostra a Catania.

Con lui Corallo senior ha una «lunghissima frequentazione ed amicizia», addirittura «ammessa da Santapaola»: l’imprenditore presta al capomafia la sua auto e il suo aereo, fanno le vacanze insieme ad Abano Terme, vengono fotografati alla stessa tavola nel casinò aperto da Gaetano nell’isola di Saint Maarten, si scambiano milioni di lire perfino con assegni, incassati da Santapaola o da suoi familiari mafiosi come i Ferrera, allora padroni delle bische catanesi. Secondo l’accusa, Corallo senior diventa il fiduciario di Santapaola anche nella scalata al casinò di Sanremo, dove fronteggia una cordata rivale di boss palermitani. L’indagine coinvolge molti bei nomi tra politica e finanza.

Arrestato e processato a Milano, Gaetano Corallo viene condannato per tre volte per associazione mafiosa, ma la Cassazione annulla sempre. Anche perché Santapaola è stato ormai assolto per insufficienza di prove da un tribunale innocentista, mentre la corte d’appello colpevolista non ha potuto riprocessarlo «per un vizio formale». Alla fine, nel 1998, le sentenze definitive condannano papà Corallo “solo” per associazione per delinquere (finalizzata alle scalate criminali ai casinò) e lo giudicano colpevole anche di usura, violenze private e corruzioni: in totale, sette anni di galera.

vedi anche:

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L’Italia ormai è come il Nevada

Slot, gratta e vinci, poker on line, bingo, lotterie: sarà l’anno record per le scommesse legali, con 72 miliardi di giocate. Gestite dai grandi gruppi ma anche dalla malavita

Durante il lungo processo al padre, anche il figlio si trasferisce sull’isola di Saint Maarten, dove apre nuovi casinò. Nel 2004, quando il governo Berlusconi spalanca ai privati il gioco d’azzardo, la condanna definitiva di papà non impedisce a Francesco Corallo di conquistare la concessione per il gioco d’azzardo. Forte dell’appoggio di vari parlementari, prima di An e poi di Forza Italia (tra tutti, Amedeo Laboccetta e Marco Milanese), il suo gruppo Bplus-Atlantis nel 2009 si vede rinnovare la concessione senza concorso, grazie al decreto sul terremoto in Abruzzo. Solo nel 2010 lo Stato vara la prima legge che proibisce le società anonime e impone requisiti di legalità estesi ai familiari. Ma Francesco Corallo si difende su tutti i fronti: giura di aver creato il suo gruppo da solo e di non avere rapporti col padre da decenni; e poi dichiara di aver sostituito le offshore con un trust di diritto inglese. Il problema è che la proprietà resta anonima, come sostiene l’allora prefetto di Roma, che alla luce dei rapporti tra Corallo padre e Santapaola emana un’interdittiva antimafia che porta al commissariamento del gruppo. Corallo junior a quel punto cita per danni il prefetto (mezzo miliardo) e fa ricorso al Tar, che fissa il verdetto per il prossimo 8 ottobre.

Una settimana dopo, la Corte dei conti centrale pronuncerà un secondo verdetto definitivo, importante anche per lo Stato: il gruppo di Corallo, accusato di aver staccato per anni le sue macchinette dalla rete di controllo fiscale, è stato condannato in primo grado a risarcire oltre 840 milioni di euro. Una presunta super evasione da sommare agli utili legali.

In attesa delle due sentenze di ottobre,  però, Corallo ha aperto un processo-tris. E ha fatto jackpot: ha convinto il Consiglio di Stato che la legge con i requisiti antimafia del 2010 sarebbe incostituzionale, obbligando così i nuovi vertici del fisco a tentare un ricorso straordinario alla Cassazione. Se dovesse vincere ancora lui, resterebbe imputato solo nel giudizio penale in corso a Milano per associazione per delinquere, insieme all’ex vertice della Banca Popolare di Milano.

Ma anche qui la partita resta apertissima: nel luglio 2013, mentre era ancora latitante, Francesco Corallo riuscì a far annullare il suo arresto in Cassazione perchè erano spariti gli audio delle sue intercettazioni, rubate da ignoti nel tribunale di Milano. Dopo di che la “nuova” Bpm ha azzerato a sorpresa l’accusa che lo univa all’ex banchiere Massimo Ponzellini, ritirando la querela per la loro “corruzione tra privati”: e così le tangenti pagate dal re delle slot proprio per farsi prestare i 148 milioni necessari a salvare la sua concessione, sono già diventate «non punibili». Forse ha ragione Corallo: in Italia nulla è definitivo, tranne l’azzardo.

La vita d’azzardo di Francesco Corallo tra il padre boss e l’entourage di Fini

ROMA – Nell’anagrafica di polizia, la storia di Francesco Corallo, classe 1960, «incensurato» e da oggi latitante, è in luogo di nascita, Catania, uno di «abituale dimora» – Piazza di Spagna, Roma – un altro di «residenza», Avenue de Capitains, Santo Domingo. E’ nella società di cui è proprietario (la “Bplus Giocolegale ltd” di Londra, già “Atlantis World Nv”) che controlla il 30% del mercato dell’azzardo legale in Italia.
E’ in un padre ingombrante, Gaetano, uomo del clan Santapaola, boss della mafia dei casinò, già condannato a 7 anni e mezzo, da anni riparato nel buen retiro di Saint Marteen, Antille Olandesi.
Non è dato sapere quanto Gaetano abbia pesato nella vita di Francesco. Il Tribunale di Roma, nel 2010, accerta che «i rapporti tra padree figlio sono interrotti da anni», che trai due «non esistono legami di affari». E lui stesso, Francesco, nel 2011 ottiene dal Tribunale civile di Roma un’ordinanza che impone al ministero dell’Interno di rimuovere dalla propria homepage ogni riferimento che leghi lui e il fratello Maurizio al padre. Certo, al figlio, il vecchio boss trasmette quantomeno la sua passione. Nel 2004, anno in cui il governo Berlusconi sdogana l’azzardo regolamentandone l’esercizio, la “Atlantis” di Francesco Corallo entra nel lotto delle aziende concessionarie dei Monopoli di Stato per la gestione delle slot-machines. Merito di grande intraprendenza, evidentemente, ma anche di un eccellente sistema di relazioni nell’area del Pdl che allora fa capo a Gianfranco Fini. E di cui non mancano le tracce. Francesco Corallo finanzia infatti con 50 mila euro il deputato del Pdl Amedeo Laboccetta che per altro sarà, fino al 2008, rappresentante legale della sua Atlantis in Italia.
Quello stesso Laboccetta che, nell’estate del 2004, viene fotografato con Fini al tavolo del ristorante di uno dei suoi casinò, il “Beach Plaza di Saint Marteen. Di più: quando la Corte dei Conti contesta alla “Atlantis” un danno all’erario 31 miliardi (le slot machine risultano scollegate per lunghi periodi dal sistema telematico della Sogei che registra le giocate per il calcolo della percentuale da versare allo Stato), fa pressioni su Francesco Cosimo Proietti, all’epoca segretario di Fini, perché la sua concessione non venga revocata (la conserverà).
Lo stesso Proietti cui, nel 2006, attraverso tale Pierluigi Angelucci, la Atlantis bonifica 120 mila euro attraverso l’associazione “Monti Simbruini” (Proietti negherà di aver mai ricevuto un soldo). Nell’estate dello scandalo Tulliani e della casa di Montecarlo, poi, si scopre che le società off-shore “Printemps” e “Timara” (quelle che hanno acquistato l’immobile abitato dal cognato di Fini) sono rappresentate da tale James Walfenzao, lo stesso broker al vertice della holding londinese che controlla parte delle quote della “Atlantis”.
Del resto, gli amici del Pdl non lo abbandonano neppure quando finisce in acque agitate. A marzo, in commissione Finanze della Camera, dove siede Laboccetta, un emendamento del Pdl fa cadere le barriere antimafia per le concessionarie dei giochi d’azzardo, abolendo per i soci l’obbligo della documentazione antimafia fino al terzo grado di parentela.
CARLO BONINI

VINCENT
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