M5S: 200 candidati in corsa per secondo turno europarlamentarie

Milano, 31 mar. (LaPresse) – “Gli altri parlano, il MoVimento 5 Stelle agisce. Il MoVimento 5 Stelle è l’unica forza politica che fa partecipare alla scelta delle candidature tutti i suoi iscritti. Gli altri partiti li decideranno come sempre in qualche segreta stanza”. Lo si legge sul Blog delle Stelle in un post sui risultati del primo turno delle europarlamentarie del M5S. Secondo quanto fatto sapere, sono 200 in totale i candidati al secondo turno. Così suddivisi per circoscrizione: 40 per la nord-occidentale; altrettanti per la nord-orientale; 60 per quella meridionale e 20 per le isole. Hanno accesso al secondo turno – viene specificato – i 10 candidati più votati di ogni Regione, che sono “in ordine alfabetico e senza i voti ricevuti per non influenzare il secondo turno”.

Mattarella difende Bankitalia. L’allarme del Colle sulla commissione banche

Il capo dello Stato riceve Fico, Casellati e Visco: moral suasion per mettere al riparo l’indipendenza dell’organo centrale

Non sono solo i conti e le stime di crescita della nostra economia a impensiere il Colle. C’è un altro elemento a preoccupare in queste ore il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: la commissione d’inchiesta sulle banche. Commissione che, vista la narrazione pentastellata sul tema, potrebbe partire puntando il dito proprio sulla vigilanza di Bankitalia. Proprio quello che al Colle si vuole evitare. Bankitalia deve essere al riparo da ogni governo e la sua indipendenza deve essere tutelata, è la linea del Colle.

Non a caso, ieri mattina al Quirinale si sono alternati il presidente della Camera Roberto Fico, il presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati e il governatore di Bankitalia Ignazio Visco: è a loro che il capo dello Stato recapita la sua moral suasion. Sulla presidenza della commissione c’è, tra l’altro, una sotterranea tensione tra M5S e Lega, con il primo che spinge per assegnare la presidenza al senatore Gianluca Paragone, un barricadero sul tema banche già dai tempi della campagna per le Politiche. Ma non è solo il nome di Paragone ad essere “sotto esame” al Colle. E’ la legge stesse che istituisce l’organo ad essere ferma al Quirinale, del tutto contrario all’eventualità che l’attività della commissione si trasformi in un processo a Bankitalia.

L’asse tra il Quirinale e Via Nazionale, del resto, è saldo anche sulla composizione del nuovo Direttorio di Bankitalia, sul quale il governo ha potuto poco per imporre le sue scelte. E rischia di essere ferreo anche sullo stato dei conti italiani. Sul dossier, anche dietro le quinte, il premier Giuseppe Conte da diversi giorni ha cominciato a muoversi. Lunedì e martedì, in questo senso, saranno due giorni importanti. Sarà allora, infatti, che il governo dovrebbe varare quel dl crescita con cui, di fatto, l’esecutivo vuole “sostituire” l’eventualità di una manovra correttiva.Nell’ultima bozza del decreto crescita appare un capitolo, all’articolo 35, dedicato al fondo indennizzo risparmiatori. Il testo dovrebbe essere quello del decreto attuativo del Mef – che dovrebbe essere pronto in questi giorni – con cui verranno applicate le norme sul fondo già contenuto nella legge di Bilancio 2019.

Lunedì, inoltre, Conte vedrà il presidente della commissione Jean Claude Juncker. Prima a Palazzo Chigi e poi a cena. E, sul piatto ci saranno certamente i temi della crescita italiana e di un Def che il governo non intende comunque rinviare cercando invece di amalgamarlo alle proiezioni di crescita con le misure del decretone in campo.

Tav, tensioni fra Lega e M5s. Di Maio accusa Salvini: “Mette a rischio il governo”. La replica: “Nessuna crisi”

L’attacco del sottosegretario Buffagni (M5S): “La crisi è già aperta”. Il capo politico del Movimento in conferenza stampa a Palazzo Chigi: “Contratto atto solenne”. E sui bandi di gara: “Non possiamo vincolare i soldi degli italiani in un’opera da ridiscutere”. Poi rivolto agli elettori del Carroccio: “Non ho messo in discussione la legittima difesa”

Il capo politico del M5s Luigi Di Maio reagisce con furia alle parole del leader della Lega Matteo Salvini, che ieri ha dichiarato di essere pronto alla crisi pur di portare a termine la Tav. Di Maio esprime tutto il suo disappunto e accusa l’alleato di governo di mancanza di serietà. “Come sapete – esordisce in conferenza stampa a Palazzo Chigi –  abbiamo convocato questa conferenza stampa per parlare del tema che mi ha lasciato interdetto, del fatto che non noi, ma la Lega abbia messo in discussione il governo legandolo al tema Tav”. La replica di Salvini abbassa i tono dello scontro: “Nessuna crisi di governo e nessuna nostalgia del passato, lavoriamo per unire e per dare lavoro, sviluppo e futuro all’Italia. Col buonsenso si risolve tutto”.

Tav, Buffagni (M5S): “Crisi di governo è già aperta”

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Il disappunto dei 5Stelle era stato espresso anche dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Stefano Buffagni: “Cosa stia succedendo è chiaro: non è che ci sia da aprire una crisi, la crisi è già aperta”:

Elezioni in Abruzzo, instant poll: Marsilio e il centrodestra verso la vittoria con il 43%

Attesa per i risultati reali, ma dalle intenzioni di voto diffuse dalla Rai il candidato di Lega, Fi e Fdi non avrebbe rivali. Il centrosinistra con Legnini al 32%, solo al 24% la Marcozzi sostenuta dal Movimento 5 Stelle

L’AQUILA – Si profila una vittoria netta del centrodestra nelle elezioni regionali in Abruzzo: gli instan poll sulle intenzioni di voto diffusi dalla Rai alla chiusura delle urne danno Marco Marsilio in netto vantaggio con il 43% (forchetta tra 41 e 45) delle preferenze, seguito da Giovanni Legnini e la coalizione di centrosinistra con il 32% (tra il 30 e il 34) e solo al 24% (tra 22 e 26) il candidato pentastellato Sara Marcozzi.

Le urne si sono chiuse alle 23 e lo spoglio è iniziato subito dopo. L’attesa ora è per i risultati reali, per vedere se i dati confermeranno le previsioni.

Il primo test elettorale del 2019 per la maggioranza che sostiene il governo Conte sembra quindi risolversi a favore della Lega di Salvini, che qui ha deciso di presentarsi senza l’alleato di governo ma con l’alleanza di centrodestra ‘classica’, ovvero Forza Italia, Fratelli d’Italia e i centristi. Ma è ormai un centrodestra a guida leghista, che se i dati fossero confermati guadagna quasi il 10% rispetto a 12 mesi fa, mentre è lontanissimo dai picchi del 2018 alle politiche il M5s: un anno fa in Abruzzo i pentastellati avevano ottenuto il 39,8%, avrebbero quindi perso quasi quindici punti.

Quello di Legnini – che si è candidato con i gruppi civici in evidenza e il Pd in seconda fila – è tutto sommato un buon risultato, anche se alla vigilia forse il candidato sperava ancora meglio: “Non so come finirà, ma la partita è riaperta”, diceva ieri intervistato da Repubblica.

Se il dato degli instant poll fosse confermato, L’Abruzzo diventerebbe la settimana regione italiana controllata dal centrodestra insieme al vicino Molise, alle regioni del Nord (Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia) e alla Sicilia.

Il confronto con le politiche 2018: M5s crolla -15%

Il 4 marzo 2018, il Movimento 5 Stelle conquistò largamente l’Abruzzo con il 39,8% e 303.006 voti.

Il centrodestra, nella stessa formazione odierna, arrivò poco sopra il 35%, con i voti divisi abbastanza equamente tra Forza Italia al 14,4% (109.802 voti) e Lega al 13,8% (104.932 voti), seguiti da Fratelli d’Italia al 5,0% (38.283 voti) e Noi con l’Italia – Udc al 2,2% (17.152 voti).

La coalizione di centrosinistra, se fosse confermato il dato degli instant poll, raddoppierebbe quasi i suoi consensi, passando dal 17,6% delle politiche a quasi il 30%.

Un anno fa il Partito Democratico si fermò al 13,8% (105.129 voti) ed era alleato con +Europa (1,9%), Civica Popolare (1,0%) e Italia Europa Insieme (0,9%). Al dato odierno concorre anche il risultato di Liberi e uguali – che alle politiche correva da solo (2,6% e 19.793 voti) – mentre oggi i suoi voti sono confluiti su Legnini.

Chi erano i candidati: Marsilio, Legnini, Marcozzi, Flajani

Scelta dal Movimento Cinque Stelle come candidata Sara Marcozzi è avvocato ed è stata consigliere regionale nella passata legislatura. Marcozzi era al suo secondo tentativo alla carica di governatore. 

Marco Marsilio ha guidato la coalizione di centrodestra, sostenuto da cinque liste e 145 aspiranti consiglieri regionali. Senatore di Fratelli D’Italia, Marsilio è nato a Roma ma ha origini abruzzesi.

Giovanni Legnini, a capo di un’ampia coalizione civica, popolare e progressista, è avvocato ed è stato sottosegretario del ministero dell’Economia e delle Finanze del Governo Renzi e vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm).

Stefano Flajani, candidato presidente di Casapound (22 candidati consiglieri), è avvocato ed è stato candidato a sindaco del Comune di Alba Adriatica (Teramo). +

fonte . repubblica.it

Intercettazioni, Berlusconi: “Nessuna può essere resa pubblica”. Ma fece pubblicare quella su Fassino (e poi pagò i danni)

L’ultima proposta dell’ex premier: vietare la pubblicazione di tutte le registrazioni telefoniche. Ma nel 2015 venne condannato e poi prescritto per rivelazione di segreto di ufficio in concorso. La vicenda è quella della famosa intercettazione in cui l’ex leader dei Ds disse: “Abbiamo una banca”. L’audio portato ad Arcore alla vigilia di Natale del 2005 e poi pubblicato da Il Giornale, edito dal fratello dell’ex cavaliere


Il suo placet è stato determinante per la pubblicazione di un’intercettazione segreta e non rilevante ai fini delle indagini. Per questo motivo è stato prima condannato, poi prescritto e ha quindi dovuto risarcire con 80mila euro la persona intercettata. Come spesso capita, però, Silvio Berlusconi sembra aver perso la memoria. E adesso dice: “La norma sulle intercettazioni va cambiata. Nessuna intercettazione deve poter essere resa pubblica”. Una sparata che supera di gran lunga quelle precedenti. Negli ultimi venticinque anni, infatti, l’ex premier si è espresso più volte contro le registrazioni telefoniche disposte dall’autorità giudiziaria durante le indagini. Ai tempi in cui era al governo ha cercato più volte di neutralizzare quello strumento considerato dai magistrati tanto efficace nelle inchieste su corrottimafiosicorruttori. Il ddl presentato nel 2008, cioè la famigerata legge Bavaglio, rappresenta forse il tentativo più avanzato di ridurre l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche e la loro pubblicazione da parte dei giornali. La scusa – anche negli anni successivi – è più o meno sempre la stessa: la tutela della privacy. “Nessuno può fare un commento birichino anche alla propria moglie e quando miè apitato di chiedere: chi si fida ancora di usare il telefono?Nessuno ha alzato la mano. Bisogna cambiare. Il diritto alla privacy deve essere prevalente”, diceva per esempio Berlusconi durante la campagna elettorale per le politiche del 4 marzo scorso.

Fassino a Consorte: “Abbiamo una banca” – Mai però l’ex cavaliere si era spinto a ipotizzare il divieto assoluto di pubblicazione. E dire che lui dovrebbe essere un esperto di intercettazioni segrete, non ancora depositate e neanche trascritte, finite comunque sui giornali. Anzi, sul Giornale, nel senso del quotidiano di famiglia. Nel suo sterminato curriculum giudiziario, infatti, Berlusconi ha collezionato anche una prescrizione per rivelazione di segreto di ufficio in concorso. Una vicenda che lo stesso ex premier sembra aver dimenticato, ma che ha animato parecchio il dibattito politico negli anni scorsi. Talmente tanto da essere ricordata come il Watergate italiano. Era l’ultimo giorno del 2005 quando il quotidiano Il Giornale, edito dal fratello Paolo, pubblicava l’ormai notissimo testo dell’intercettazione tra Piero Fassino e Giovanni Consorte. “Abbiamo una banca“, diceva l’ex segretario dei Ds all’allora amministratore delegato di Unipol. Erano i giorni in cui si preparavano le politiche del 2006 e quell’intercettazione aveva trascinato tra le polemiche Fassino e tutto il centrosinistra. Alla fine l’Unione di Romano Prodi vinse comunque le elezioni, ma solo con 24mila voti di vantaggio. E quell’intercettazione – secondo molti – ebbe un ruolo fondamentale nella rimonta della coalzione di centrodestra.

“Silvio ascoltò e disse: caz…” – A sostenerlo sono i giudici che hanno prima condannato e poi considerato prescrittoBerlusconi. L’intercettazione Fassino – Consorte, infatti, era piena di omissis perché considerata irrilevante dagli investigatori dellaGuardia di Finanza, che non la depositarono agli atti di una inchiesta della procura di Milano sulla scalata Bnl. Alla vigilia di Natale del 2005, però, quella registrazione venne portata ad Arcore dagli imprenditori Fabrizio Favata e Roberto Raffaelli.  “Ad Arcore arrivammo alle 19. Eravamo io, che lavoravo con Paolo Berlusconi, e Roberto Raffaelli, amministratore delegato della Rcs, grande azienda che forniva a molte procure italiane le macchine per le intercettazioni telefoniche. Arrivò anche Paolo Berlusconi”, ha raccontato Favata – poi condannato per estorsione – al Fatto Quotidiano. “Paolo disse: ‘L’ingegner Raffaelli ti ha portato da ascoltare qualcosa di molto interessante’ –  ricorda Favata – A quel punto Raffaelli aprì il suo computer e lo attivò. Così partì l’intercettazione con il dialogo tra Fassino e Consorte. Quando sentì le voci, il presidente spalancò gli occhi e fu molto presente. Ascoltò  ‘abbiamo una banca’ e tutto il far di conto dei due. L’apoteosi fu quando sentì l’allora segretario dei Ds che raccomandava all’allora presidente di Unipol di ‘preparare un bel piano industriale, affinché non sembrasse un’operazione politica’. Ci fu una gran risata e il presidente uscì con un’espressione colorita: ‘ Caz…”. Quella conversazione sarà pubblicata alcuni giorni dopo sulle pagine del quotidiano di via Negri.

Condannato e prescritto – Per quella vicenda Berlusconi sarà condannato in primo grado a un anno per concorso in rilevazione di segreto d’ufficio e prescritto in appello. “È indubbio che il placet” dell’ex premier ha avuto “efficacia determinante ai fini della pubblicazione della notizia”, scrisse la Cassazione motivando la sentenza con la quale il 31 marzo 2015 aveva confermato la prescrizione per i fratelli Berlusconi. “In buona sostanza – proseguivano gli ermellini – Silvio Berlusconi, chiamato a decidere sul punto dopo avere ascoltato la registrazione coperta da segreto, ha sostanzialmente dato il via, con il suo assenso e con il suo beneplacito, alla pubblicazione della notizia, rendendosi responsabile di concorso nel delitto di rivelazione di segreto di ufficio, trattandosi con tutta evidenza di una notizia tuttora coperta dal segreto, in quanto non appresa legittimamente da alcuno e dunque non caduta in pubblico dominio ed essendone rimasta confinata la conoscenza all’interno della ristretta cerchia degli imputati”.

“Da quell’intercettazione vantaggio in politica” – I giudici di primo grado avevano condannato l’ex premier sottolineando come le parole di Fassino fossero rimaste impresse nella memoria collettiva tanto “da rimanervi dopo anni” . In secondo grado, invece, la corte d’Appello aveva dichiarato la prescrizione del reato e nelle motivazioni aveva messo nero su bianco come da quella pubblicazione Berlusconi avesse tratto “vantaggio nella lotta politica”. Secondo i magistrati della corte d’appello la telefonata permise al centrodestra di realizzare un’insperata rimonta alle elezioni del 2006. E infatti, nonostante la prescrizione scattata già nel 2013, per quei fatti i magistrati hanno riconosciuto un risarcimento da 80mila euro a favore di Fassino, parte lesa della pubblicazione illegittima della telefonata. “La condotta di avallo e consenso alla pubblicazione della intercettazione – spiegavano gli ermellini – oltre a costituire un concreto contributo causale alla produzione del danno è risultata determinante in quanto senza il placet di Silvio Berlusconi la notizia presumibilimente non sarebbe stata pubblicata”. Insomma, per mantenere segreta la registrazione tra Fassino e Consorte non serviva la riforma delle intercettazioni, auspicata oggi da Berlusconi. Sarebbe bastato non violare la legge.

Berlusconi si candida alle Europee. E attacca governo: “Un disastro la risalita dello spread”

Il Cavaliere alla convention di Fiuggi contesta le dichiarazioni di Salvini sull’alleanza di centrodestra: “Inaccettabili”. E su Casalino: “In una democrazia avrebbe già le valigie in mano”


ROMA – “Se con la manovra alzassimo il deficit e l’Europa dovesse respingerla, lo spread salirebbe e sarebbe un disastro. E purtroppo da quello che sento, la Bce ritiene questo rischio molto elevato”. Silvio Berlusconi torna a parlare in pubblico a Fiuggi, dove annuncia la sua candidatura allle Europpe, e punta l’indice sui progetti di legge di Bilancio del governo gialloverde e contro la tentazione di sforare i parametri imposti dall’Ue per realizzare alcuni punti del programma.

IL CENTRODESTRA Il Cavaliere riappare alla manifestazione organizzata da Antonio Tajani, dopo il vertice del centrodestra di Palazzo Grazioli dove Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia avevano annunciato di aver ritrovato l’unità politica attacca. E soprattutto dopo le stilettate arrivate ieri alla festa di Atreju, dove Matteo Salvini ha liquidato il rapporto con Forza Italia a una questione di accordi solo locali: “Il vertice del centrodestra – ha detto Berlusconi – ha confermato che la coalizione è definitiva per tutti e tre i partiti. Salvini ha delle uscite che non sono gradevoli e accettabili da parte nostra. Forse deve tentare di non far scoppiare un diverbio assoluto con i Cinque Stelle, quel diverbio che noi auspichiamo anche presto”. Dunque, l’interpretazione che l’unità ritrovata si applicherebbe solo alle elezioni Regionali e locali è respinta al mittente. Con gioia dei militanti che tributano al leader un applauso e il coro “Silvio Silvio”.

CASALINO ll Cavaliere non risparmia naturalmente il Movimento Cinque stelle e il capo della comunicazione grillina, quel Rocco Casalino, portavoce di Palazzo Chigi, al centro delle polemiche per le sue minacce ai tecnici del ministero dell’Economia. In una democrazia il signor Casalino dovrebbe stare già fuori con la valigia in mano”, dice l’ex presidente del Consiglio. “Oltre a offendere i funzionari del ministero, – continua Berlusconi – Casalino ha minacciato il loro allontanamento se non trovassero i soldi per le promesse che il M5S aveva inventato per trovare i voti e che il nostro bilancio non consente”.

IL GOVERNO Berlusconi cerca poi di rimarcare le differenze tra i grillini e la Lega. Dice allora che “questo governo e in particolare il Movimento Cinque Stelle sono nemici della libertà. Ma ci sono due squadre: una della Lega, che si è presentata con il programma scritto al 95% da noi. E l’altra, quella del M5s, che si sta rivelando peggiore di quanto immaginavamo, peggiore della sinistra, nemico delle imprese e delle infrastrutture, propenso alle nazionalizzazioni”.

MEDIASET Un tema questo che sta molto a cuore a Berlusconi che elenca le “nefandezze” pensate e volute dai grillini contro le imprese e la libertà economica. E non nasconde neanche gli interessi di bottega quando dice: “Hanno annunciato misure sui tetti pubblicitari che farebbero chiudere Mediaset il giorno dopo e limitano la libertà delle imprese che vogliono decidere dove meglio allocare la loro pubblicità”.

CANDIDATO Infine il cavaliere annuncia: “Sarò anche io in campo alle prossime elezioni per salvare il paese che amo”. E lo riconferma ai cronisti dopo la fine dei lavori: ” Io candidato alle Europee? “Penso di sì, è ciò che mi chiedono tutti. E poi, se dobbiamo, salvare l’Italia, bisogna cominciare a fare le cose sul serio”, dice il Cavaliere. Antonio Tajani glielo aveva chiesto dal palco venerdì scorso e il Cavaliere ha sciolto il dubbio. Nonostante i retroscena raccontino che di un Salvini è sicuro che Berlusconi non correrà alle Elezioni europee. “L’altro giorno – avrebbe raccontato il leader leghista – quando ci siamo visti a Palazzo Grazioli, Berlusconi mi ha assicurato che non ha alcuna intenzione di candidarsi alle Europee. Dice che è concentrato su altro, che non se la sente di affrontare un impegno così e che preferisce dedicarsi alla famiglia”.

IL RILANCIO L’annuncio di Berlusconi fa parte di un progetto di rilancio dell’iniziativa politica di Forza Italia, riassunto in un documento che il Cavaliere legge dal palco. Ma serve anche a placare i malumori nel partito che crescono, prendono corpo. Un pezzo di classe dirigente forzista maschera a fatica l’avversione contro Salvini. Gianfranco Micciché, presidente dell’Assemblea regionale siciliana e commissario azzurro nell’isola, lo attacca duramente, parlando di subalternità di Forza Italia al Carroccio. “Samo i servi di Salvini, continuiamo a far crescere la Lega e noi perdiamo voti al nord – dice parlando a Fiuggi – In compenso, se si fa l’analisi del voto, in alcune regioni del centro e in tutte quelle del sud siamo sempre al 20 per cento”.

“A proposito di migranti, – continua Micciché – vi avrei invitati tutti sulla nave Diciotti, sulla nave maledetta, a vedere le condizioni in cui erano ridotte quelle 170 persone, per capire se Salvini è un leader, un uomo di stato. Da ragazzo avrei voluto morire socialista, poi mi hanno convinto anche a morire popolare, ma nazista e razzista non mi ci fanno morire”.

Pensioni d’oro, rischiano molti vip: da Amato a Bonanni, da Prodi a Napolitano

Sindacalisti, professori universitari, top manager e politici sono tra i pensionati finiti nel mirino del governo. I magistrati non dovrebbero essere toccati.

ontinua la ricorsa tra Lega e M5S di provvedimenti “pop”: il governo ha infatti ripresentato alla Camera un disegno di legge sul taglio delle pensioni d’oro, il cui testo riprende quello dello scorso agosto con due novità. Anzitutto il tetto a partire dal quale si attuerà il “ricalcolo” viene portato a 4.500 euro netti al mese (rispetto agli 80 mila euro netti annui, circa 4.000 euro netti mensili, del testo precedente), equivalente ad un reddito lordo superiore ai 90 mila euro l’anno.

In più viene inserita una “stretta” anche sugli assegni ai sindacalisti, di fatto facendo propri i rilievi sollevati dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, in merito ad una norma del 1996 che consente ai rappresentanti sindacali (come Raffale Bonanni, ex numero uno della Cisl, andato in pensione con un assegno di 336 mila euro lordi annui) di alzare la propria pensione grazie al versamento di una quota aggiuntiva di contributi poco prima di andare in pensione.

 

Ma dei 17.886.623 pensionati esistenti il primo gennaio 2018, ai quali l’Inps ha erogato nel 2018 200,5 miliardi di euro in tutto (con un assegno medio, per le pensioni di vecchiaia, di 1.165,18 euro netti, ma che nel 62,2% dei casi non arriva a 750 euro netti al mese), quanti e chi sono quelli titolari di “pensioni d’oro”?

Nel complesso non più di 33-35 mila persone tra cui oltre a sindacalisti anche politici, magistrati, banchieri, top manager, professori universitari, professionisti, medici, notai e alti gradi militari, come l’ex vicecomandante dei Ros, poi prefetto e direttore del Sisde, il generale Mario Mori, che da pensionato percepisce oltre 15 mila euro lordi al mese, la stessa cifra che percepisce l’ex presidente Giorgio Napolitano (che quando era in carica percepiva 18.300 euro lordi al mese).

In un elenco, quello dei “pensionati d’oro”, in cui nomi “anonimi” si mischiano a nomi celebri, alcuni ex dipendenti della Presidenza della repubblica, della Camera e del Senato e delle Regioni, riescono a raggiungere pensioni fino ai 200 mila euro lordi l’anno. Tra i volti noti spiccano quelli di alcuni banchieri molto vicini alla politica come Lamberto Dini.

Ex direttore generale di Banca d’Italia, ex ministro ed ex premier, autore della riforma previdenziale del 1996 che porta il suo nome, Dini gode non di una ma di tre “pensioni d’oro”: la più modesta (7 mila euro lordi al mese) è quella Inps, la più robusta (18 mila euro) quella di Banca d’Italia. A queste va aggiunto un vitalizio di 6 mila euro, per un totale di circa 32 mila euro lordi mensili, una cifra non dissimile a quella percepita dall’ex governatore di Banca d’Italia, Antonio Fazio (andato in pensione con un assegno di 30 mila euro lordi mensili).

Il taglio del vitalizio approvato dalla Camere (ma non dal Senato, per ora) lo scorso luglio e destinata a entrare in vigore il primo gennaio 2019 dovrebbe già riportare Dini sotto i 30 mila euro al mese di assegno, ma non lo metterà al riparo da ulteriori riduzioni, come potrebbe invece accadere a Gianni De Michelis, che vedrà il suo assegno ridursi da quasi 9400 a meno di 4500 euro lordi, Nichi Vendola (da 8 mila a 5 mila euro), Gianni Rivera (da 9200 a poco più di 5500 euro lordi) o Alfonso Pecoraro Scanio (da oltre 9 mila a poco più di 5500 euro lordi).

Come Dini non eviteranno una nuova “sforbiciata” all’assegno neppure Calogero Mannino (che dal primo gennaio passerà già da 10 mila a meno di 6700 euro lordi), Rosa Russo Iervolino il cui vitalizio dovrebbe altrimenti ridursi solo da 10 mila a 9.555 euro lordi al mese o Romano Prodi. Il vitalizio di Prodi è destinato a calare da 4725 a 3860 euro lordi al mese, ma anche l’ex numero uno dell’Iri percepisce altre due pensioni: quella da ex presidente della Commissione Ue (oltre 5200 euro lordi al mese) e quella da ex professore universitario (oltre 4200 euro lordi al mese), per oltre 14250 euro lordi al mese in tutto.

Rischierebbero, in teoria, anche molti magistrati, visto che l’importo annuo lordo medio di tutte le pensioni in pagamento dei magistrati (comprese le pensioni ai superstiti) è secondo dati Inps di circa 103.000 euro. Ma l’Inps ha già messo le mani avanti, precisando come un taglio delle pensioni d’oro o meglio un ricalcolo delle stesse applicando il metodo contributivo non dovrebbe pesare per più di un 10%-12%.

Non solo: se dal taglio, come sembra, resteranno esclusi coloro che sono andati in pensione dopo i 65 anni, visto che i magistrati hanno tendenzialmente carriere molto “lunghe” ad essere toccati dal provvedimento sarebbero pochi casi, tra cui probabilmente l’ex giudice costituzionale (ed ex premier) Giuliano Amato, che dovrebbe percepire una pensione di 22 mila euro lordi mensili (circa 11500 euro netti).

Un modo, forse, per limitare il rischio di centinaia di ricorsi  per incostituzionalità da parte di ex magistrati, dopo che sono già stati presentati oltre 300 ricorsi da parte dei deputati contro il taglio dei vitalizi della Camera. Per evitare del tutto il rischio di incostituzionalità il provvedimento dovrà dunque presentarsi come una modifica generale del sistema di calcolo pensionistico, dettata da esigenze di solidarietà previdenziale, con un prelievo sostenibile e tale da rispettare il principio di proporzionalità. Come dire che il testo che verrà licenziato dal Parlamento dovrà essere ponderato parola per parola.

Fondi Lega, sequestro “a rate” da 600.000 euro ogni 12 mesi: così rimborso in 76 anni

Fondi Lega, sequestro
Un conto dedicato su cui versare ogni due mesi 100 mila euro, per un totale – minimo – di 600 mila euro all’anno. Sono i termini dell’intesa tra gli avvocati della Lega e la procura di Genova (secondo cui «non si tratta di un accordo, ma di un’istanza della difesa» accolta dai pm) sulle modalità di esecuzione del sequestro preventivo dei 49 milioni di euro frutto della presunta maxi truffa ai danni dello Stato, tra il 2008 e il 2010, sui rimborsi elettorali.

Queste modalità permettono al partito di non chiudere e ai magistrati di recuperare i soldi, ma non mancano le polemiche.

«Pagheranno i parlamentari per eventuali reati commessi dieci anni fa da chi c’era prima di me. I parlamentari cacceranno fuori ogni mese il ‘cash’». Così in serata il vicepremier Matteo Salvini risponde ad una domanda sui fondi della Lega durante la trasmissione Dimartedì di La7.

«La #LegaLadrona ha deciso di restituire i soldi spariti in comode rate. Ci metteranno più o meno lo stesso tempo di quello che impiegheranno per rimpatriare i clandestini: 80 anni», twitta l’esponente Dem Maria Elena Boschi. «Quasi un secolo per restituire il bottino di una truffa ai danni degli italiani? Una furbata mai vista, una colossale presa in giro», rincara la dose il deputato Pd Andrea Romano. Non ci vede nulla di strano, invece, il procuratore di Genova, Francesco Cozzi. Nell’illustrare le modalità del sequestro, il magistrato sottolinea come sia stato usato col partito lo stesso metodo adottato con le aziende «per evitare di soffocarle e permettere loro di continuare le attività». Nelle casse del Carroccio, al momento, ci sono solo 130 mila euro.

Una cifra che nei prossimi giorni verrà sequestrata dagli uomini del nucleo di polizia tributaria della finanza di Genova. Gli altri prelievi partiranno dall’esercizio 2019. I soldi che la Lega mette a disposizione della procura potranno arrivare o dall’affitto di via Bellerio, sede milanese del Carroccio, o da quello che il partito ottiene in altro modo scritto in bilancio, e cioè dalle donazioni dei cittadini, dal 2 per mille delle dichiarazioni dei redditi o dai versamenti degli eletti del partito. Non sono invece previsti prelievi da altri conti, come quelli di onlus, fondazioni e associazioni riconducibili al Carroccio. Ma tutto questo non blocca l’inchiesta sul presunto riciclaggio di parte dei fondi. Le indagini proseguono per verificare se le accuse mosse dall’ex revisore contabile, Stefano Aldovisi, siano fondate. Nel caso in cui i pm genovesi dovessero provare che 10 milioni (su 49) sono stati effettivamente trasferiti in Lussemburgo, verrebbero sequestrati.

Gli avvocati del Carroccio, però, hanno annunciato oggi di avere depositato il ricorso in Cassazione contro la decisione del Riesame che dava il via libera ai pm genovesi di continuare nei sequestri. L’ultima speranza potrebbe essere il processo d’appello nei confronti di Umberto Bossi, Francesco Belsito e i tre ex revisori contabili. Proprio oggi il sostituto procuratore generale Enrico Zucca ha chiesto la conferma della condanna in primo grado – 4 anni e 10 mesi – per l’ex tesoriere. Se tutti gli imputati dovessero essere assolti, allora i soldi sequestrati un anno fa (tre milioni) e quelli che verranno acquisiti prima del pronunciamento dei giudici d’appello, verrebbero restituiti al partito di Salvini.

Unione europe, Mattarella: “No a mercanteggiamenti sul bilancio e a nazionalismi”

Il capo dello Stato – al vertice dei presidenti a Riga – ricorda la sua idiosincrasia per i nazionalismi: “Forse perché sono nato durante i bombardamenti”, dice. E sugli scontri in materia economica: “I benefici dell’integrazione non sono monetizzabili”. E infine: “Non c’è movimento che possa mettere in discussione questo valore storico”


Da Roma, da Bruxelles e da Vienna arrivano notizie di scontri su diversi fronti in tema di Europa. E Sergio Mattarella, parlando al vertice del gruppo Arraiolos a Riga – che riunisce i presidenti di 13 Paesi Ue – ribadisce la propria vocazione europeista. Ricorda che i risultati raggiunti non sono mai “acquisiti per sempre”. E soprattutto fa sentire la sua voce sul bilancio Ue – nei giorni in cui si lavora e si litiga sulla manovra, con minacce di veti nei confronti dell’Unione: “L’Italia è un contributore attivo dell’Unione. Ma mi sono sempre rifiutato di considerare questi rapporti sul piano del dare e avere, anche perché i benefici dell’integrazione non sono quasi mai monetizzabili interamente. Non è attraverso il calcolo contabile che si definisce il vantaggio che l’Unione assicura a tutti i suoi componenti”. Avverte: “Non c’è movimento che possa mettere in discussione questo valore storico, però va fatto comprendere con maggiore efficacia”

La parola nazionalismo gli provoca l’idiosincrasia, non fosse altro che per una questione generazionale. L’obiettivo è invece una Europa forte, solidale, pacifica, che non si attarda a mercanteggiare sugli spiccioli di bilancio ma guarda al valore più alto e concreto di “un futuro in comune”. Mattarella ricorda la sua esperienza: “Io sono avanti negli anni, sono nato durante i bombardamenti e, forse per questo, mi è rimasta un’innata diffidenza, e un’innata idiosincrasia verso qualunque pericolo di nazionalismo e di guerre” per cui “occorre riflettere su questo perché corriamo il rischio che riproporre dentro l’Unione un clima che non è soltanto concorrenziale ma è di contrapposizione, che poi diventa contrasto, poi diventa ostilità, diventa non sappiamo cosa”.

ensioni a 64 anni (36 contributi). Flat tax solo odore. Reddito M5S coi soldi di Renzi

ROMA – Pensioni a 64 anni, in pensione a 64 anni di età con 36 anni di contributi previdenziali pagati. Insomma la famosa quota 100. Ci sarà quota 100 nella legge di bilancio 2019 scritta a più mani tra Salvini, Di Maio e Tria. Ci sarà il ritornare a prima, il riandare in pensione prima. La Lega non può rinunciare a questo obiettivo, non se ne parla nemmeno di posticipare. Quota 100 ci sarà per le pensioni a partire dall’anno prossimo.

Legge Fornero dice: pensione a 67 anni. Legge Salvini (Di Maio) dirà: in pensione a 64 anni. Non tutti però, bisognerà aver versato almeno 36 anni di contributi. Quindi un gran vantaggio (una sorta di pacchia continua?) per chi ha quasi l’età delle pensione, un altro favore ed omaggio alla generazione dai cinquanta in su che 36 anni di contributi in qualche modo li mette insieme intorno ai 60 e passa di età.

Molto meno conveniente quota 100 per chi ha trenta o quaranta anni, per chi non ha posti fissi, carriere ininterrotte, versamenti continui. La generazione che oggi ha venti, trenta o quaranta anni, 36 anni di contributi versati non li mette insieme intorno ai 60 di età.

Comunque quota 100 sarà e verrà l’anno prossimo e si potrà dire di aver smontato la legge Fornero e costerà, pare, il primo anno cinque miliardi. Costo a salire negli anni successivi.

Della Flat tax, della tassa piatta, dell’abbattimento dell’Irpef e delle sue aliquote nella legge di bilancio 2019 ci sarà invece solo l’odore. Vago aroma. Forfait del 15 per cento per le partite Iva con incassi fino a 100 mila euro annui. Insomma un’estensione di quello che già c’era. L’Irpef, la tassa per eccellenza pagata da lavoratori dipendenti e pensionati? Magari un altro anno dei cinque e passa che Salvini e Di Maio contano di restare al governo. Il primo anno, l’anno prossimo, non si può abbassarla. Lo sanno e cominciano ad ammetterlo anche loro. Se lo sono per così dire ammesso anche tra loro nello stesso vertice di governo in cui hanno deciso che quota 100 pensioni si fa e Flat Tax…solo l’odore appunto.

E il reddito di cittadinanza, la bandiera M5S? Ci sta nelle legge Bilancio e ci sarà nel 2019. Magari da maggio e non da gennaio o forse da luglio, insomma da metà anno che così costa ovviamente di meno. Nonostante lo sconto temporale il reddito di cittadinanza a pare cinque milioni di italiani l’anno prossimo costa 10 miliardi. Dove si prendono? In parte, buona parte, dai soldi di Renzi, dai soldi spesi dai governi di Renzi e del Pd per la povertà e disagio sociale.

Tre miliardi di Renzi, quelli del reddito di inclusione, fanno a fare reddito di cittadinanza che reddito di inclusione scompare. E due/tre miliardi si prendono dai fondi della malvagia Europa. Malvagia sì ma è la Ue che finanzia e paga i centri per l’impiego italiani. Così, con altri tre/quattro miliardi il reddito di cittadinanza si fa, anche riciclando e ridenominando la spesa sociale che già c’era (come per il forfait Iva la vera sostanziale novità è che si spende di più).

Cinque per le pensioni della Lega, tra i tre e i quattro per il reddito M5S, qualcosa per il più largo forfait Iva. Tutti in più rispetto e riciclando la spesa sociale che già c’è. Sommandoli ai 12,5 miliardi per non aumentare l’Iva appunto, ai circa cinque di spesa straordinaria ma già prevista e la paio di miliardi che ogni Legge di Bilancio paga come pedaggio in Parlamento alle varie famiglie e lobby elettorali, fa tra i 25 e i 30 miliardi da trovare nuovi di zecca.

Circa due punti di Pil. Anche aumentando il deficit sul Pil di un punto (il massimo massimo senza che i mercati finanziari fiutino odore di insolvenza) ci sono 10/15 miliardi che invece non ci sono. Di Maio è convinto di trovarli tagliando pensioni alte e vitalizi di ex parlamentari. Ci crede davvero, è auto ipnosi: per questa strada trova al massimo mezzo di miliardo. Salvini invece è certo più pragmatico: spera di trovare miliardi con un nuovo condono fiscale chiamato “pace fiscale”.

A Salvini avevano detto c’erano 60 miliardi da prendere. Lui ci aveva creduto, forse pensava fosse la cifra, per difetto dell’evasione fiscale annua. Equivoco: i miliardi ogni anno evasi saranno anche di più, quelli invece accertati come evasi e riscuotibili perché i debitori col fisco ancora economicamente in vita sono appena tre.

Mettiamo vada alla grande a Salvini Capitan Condono: quattro miliardi e passa. Più il mezzo di Di Maio strizza pensioni grasse fa cinque. Mancano almeno dieci miliardi. Se il Pil non cala, se non si nazionalizza un tubo. Dieci miliardi: al vertice Lega-M5S-Ministero del Tesoro si sono lasciati per ora soddisfatti: pensavano ne mancassero il triplo. Almeno il triplo se si prendevano tra loro in parola, come ai tempi della campagna elettorale del Contratto di Governo.