Sindacalisti, professori universitari, top manager e politici sono tra i pensionati finiti nel mirino del governo. I magistrati non dovrebbero essere toccati.

ontinua la ricorsa tra Lega e M5S di provvedimenti “pop”: il governo ha infatti ripresentato alla Camera un disegno di legge sul taglio delle pensioni d’oro, il cui testo riprende quello dello scorso agosto con due novità. Anzitutto il tetto a partire dal quale si attuerà il “ricalcolo” viene portato a 4.500 euro netti al mese (rispetto agli 80 mila euro netti annui, circa 4.000 euro netti mensili, del testo precedente), equivalente ad un reddito lordo superiore ai 90 mila euro l’anno.

In più viene inserita una “stretta” anche sugli assegni ai sindacalisti, di fatto facendo propri i rilievi sollevati dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, in merito ad una norma del 1996 che consente ai rappresentanti sindacali (come Raffale Bonanni, ex numero uno della Cisl, andato in pensione con un assegno di 336 mila euro lordi annui) di alzare la propria pensione grazie al versamento di una quota aggiuntiva di contributi poco prima di andare in pensione.

 

Ma dei 17.886.623 pensionati esistenti il primo gennaio 2018, ai quali l’Inps ha erogato nel 2018 200,5 miliardi di euro in tutto (con un assegno medio, per le pensioni di vecchiaia, di 1.165,18 euro netti, ma che nel 62,2% dei casi non arriva a 750 euro netti al mese), quanti e chi sono quelli titolari di “pensioni d’oro”?

Nel complesso non più di 33-35 mila persone tra cui oltre a sindacalisti anche politici, magistrati, banchieri, top manager, professori universitari, professionisti, medici, notai e alti gradi militari, come l’ex vicecomandante dei Ros, poi prefetto e direttore del Sisde, il generale Mario Mori, che da pensionato percepisce oltre 15 mila euro lordi al mese, la stessa cifra che percepisce l’ex presidente Giorgio Napolitano (che quando era in carica percepiva 18.300 euro lordi al mese).

In un elenco, quello dei “pensionati d’oro”, in cui nomi “anonimi” si mischiano a nomi celebri, alcuni ex dipendenti della Presidenza della repubblica, della Camera e del Senato e delle Regioni, riescono a raggiungere pensioni fino ai 200 mila euro lordi l’anno. Tra i volti noti spiccano quelli di alcuni banchieri molto vicini alla politica come Lamberto Dini.

Ex direttore generale di Banca d’Italia, ex ministro ed ex premier, autore della riforma previdenziale del 1996 che porta il suo nome, Dini gode non di una ma di tre “pensioni d’oro”: la più modesta (7 mila euro lordi al mese) è quella Inps, la più robusta (18 mila euro) quella di Banca d’Italia. A queste va aggiunto un vitalizio di 6 mila euro, per un totale di circa 32 mila euro lordi mensili, una cifra non dissimile a quella percepita dall’ex governatore di Banca d’Italia, Antonio Fazio (andato in pensione con un assegno di 30 mila euro lordi mensili).

Il taglio del vitalizio approvato dalla Camere (ma non dal Senato, per ora) lo scorso luglio e destinata a entrare in vigore il primo gennaio 2019 dovrebbe già riportare Dini sotto i 30 mila euro al mese di assegno, ma non lo metterà al riparo da ulteriori riduzioni, come potrebbe invece accadere a Gianni De Michelis, che vedrà il suo assegno ridursi da quasi 9400 a meno di 4500 euro lordi, Nichi Vendola (da 8 mila a 5 mila euro), Gianni Rivera (da 9200 a poco più di 5500 euro lordi) o Alfonso Pecoraro Scanio (da oltre 9 mila a poco più di 5500 euro lordi).

Come Dini non eviteranno una nuova “sforbiciata” all’assegno neppure Calogero Mannino (che dal primo gennaio passerà già da 10 mila a meno di 6700 euro lordi), Rosa Russo Iervolino il cui vitalizio dovrebbe altrimenti ridursi solo da 10 mila a 9.555 euro lordi al mese o Romano Prodi. Il vitalizio di Prodi è destinato a calare da 4725 a 3860 euro lordi al mese, ma anche l’ex numero uno dell’Iri percepisce altre due pensioni: quella da ex presidente della Commissione Ue (oltre 5200 euro lordi al mese) e quella da ex professore universitario (oltre 4200 euro lordi al mese), per oltre 14250 euro lordi al mese in tutto.

Rischierebbero, in teoria, anche molti magistrati, visto che l’importo annuo lordo medio di tutte le pensioni in pagamento dei magistrati (comprese le pensioni ai superstiti) è secondo dati Inps di circa 103.000 euro. Ma l’Inps ha già messo le mani avanti, precisando come un taglio delle pensioni d’oro o meglio un ricalcolo delle stesse applicando il metodo contributivo non dovrebbe pesare per più di un 10%-12%.

Non solo: se dal taglio, come sembra, resteranno esclusi coloro che sono andati in pensione dopo i 65 anni, visto che i magistrati hanno tendenzialmente carriere molto “lunghe” ad essere toccati dal provvedimento sarebbero pochi casi, tra cui probabilmente l’ex giudice costituzionale (ed ex premier) Giuliano Amato, che dovrebbe percepire una pensione di 22 mila euro lordi mensili (circa 11500 euro netti).

Un modo, forse, per limitare il rischio di centinaia di ricorsi  per incostituzionalità da parte di ex magistrati, dopo che sono già stati presentati oltre 300 ricorsi da parte dei deputati contro il taglio dei vitalizi della Camera. Per evitare del tutto il rischio di incostituzionalità il provvedimento dovrà dunque presentarsi come una modifica generale del sistema di calcolo pensionistico, dettata da esigenze di solidarietà previdenziale, con un prelievo sostenibile e tale da rispettare il principio di proporzionalità. Come dire che il testo che verrà licenziato dal Parlamento dovrà essere ponderato parola per parola.