WEB REPUTATION Firenze – come cancellare una notizia da google

Togliere una notizia da Google o eliminare il proprio passato è un compito arduo ma non impossibile. Per questo motivo abbiamo chiesto il parere ad un esperto in cancellazione di notizie negative dal web che ci illustra come muoversi.

Stiamo parlando di Cristian Nardidella società di WEB REPUTATION  – RTS  consulente per molti studi legali, opera in molte città d’Italia tra cui Venezia, Padova, Treviso e Ferrara.  Fondatore della piattaforma web privacygarantita.it si occupa del delicato compito di eliminare notizie non gradite da Google. Un’attività che sta diventando indispensabile per molti privati e professionisti che richiedono a norma di leggere di rimuovere il proprio nome dalla rete.

Qual è il danno che può causare all’immagine e alla reputazione un articolo scandalistico?

Le posso rispondere con una domanda: quanto vale per lei la sua reputazione? quindi la risposta equivale al danno.  Vederci apparire il proprio nome tra le prime pagine dei motori di ricerca per molti comporta serie problemi, come ad esempio un prestito negato in baca, o meglio ancora vedersi sfuggire un affare. Purtroppo il nostro interlocutore prima prendere qualsiasi decisione istintivamente interroga la rete, uno scenario molto inquietante sotto questo punto di vista, in quando non prevale più il rapporto di buona fede, ma tecnico.

Cos’è fondamentale nel vostro lavoro?

Io credo la massima riservatezza e la garanzia del risultato. C’è da dire che noi privacygarantita.it partiamo sempre da una semplice chiacchierata con il cliente, gratuita e senza impegno, cercando insieme una soluzione al problema.

In pratica come si cancella una notizia informazione dalla rete?

Ci sono diverse soluzioni, ad esempio nel caso di divulgazione di foto, video, intime e senza consenso bisogna rivolgersi subito alla Polizia Postale  oppure ad una persona esperta in reputazione che sappia come muoversi nell’immediato. Ma purtroppo in alcuni casi parliamo di procedure lunghe dove a monte prevale una vera denuncia, anche se negli ultime tempi la giurisprudenza ha fatto grandi passi avanti e in alcuni casi eccezionali come la diffusione di un video hot tramite WhatsApp la rimozione è immediata. Nell’era digitale chiunque può pubblicata una notizia in rete senza essere rintracciato. A questo proposito Google ha messo online un modulo per la richiedere la rimozione dai link non desiderato, una soluzione che non sempre funziona.

Per concludere come bisogna comportarsi?

la rimozione dei link non è un lavoro del tutto semplice, bisogna conoscere tecniche di SEO e di posizionamento ed esperienze nel settore legale e di diritto altrimenti si rischia di fare danni.  La mole di difficoltà che si incontrano sono molte, come gli spessi imprevisti, anche lì dove esiste la possibilità di appellarsi al diritto all’oblio, noi consigliamo di contattaci per semplice consiglio l’abbiamo fatto molte volte, siamo consapevoli dell’imbarazzo che causa questo tipo di problema, ed avvolte un consiglio può migliorare la vita.

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Come rimuovere una notizia non desiderata su google

Oggi per la rubrica dedicata alla web Reputation Roma abbiamo incontrato il manager Cristian Nardi che opera a stretto contatto con studi legali di diverse città italiane, Residente a Teramo in Abruzzo opera tra Pescara, Roma, Milano e Torino. Fondatore dellapiattaforma web privacygarantita.it la sua attività principale è  occuparsi del delicato compito di cancellare notizie negative e video, immagini dal web. Un’attività che sta diventando indispensabile per molti privati e professionisti di qualsiasi settore. Nardi negli anni si è occupato di diversi casi complessi internazionali  più volte citato dalle più importati giornali europei come the Atlantic per le sue battaglie contro i colossi del web. Nardi spiega che molte sono le soluzioni da intraprendere esempio in caso di diffamazione mezzo stampa ci si può rivolgere al  corecom, oppure in altri casi alla Polizia Postale esistono molte vie di uscita tra cui il diritto all’oblio, purtroppo in molti casi rivolgersi ad un istituzione prevede tempi lunghi, la rimozione dei link non è un mestiere del tutto semplice, le molte difficoltà per rimuovere una notizia indesiderata, anche lì dove esiste la possibilità di ottenere il  diritto all’oblio. Ma allora come cancellare una notizia da Google?  Con questa intervista vogliamo mettere a fuoco alcuni aspetti fondamentali della gestione della reputazione lasciando spazio ad un esperto in materia di rimozione di contenuti lesivi dalla rete che ci illustra diverse possibilità soprattutto chi contattare in casi si è al centro di uno scandalo.

Diffamatori Sui Social Network: Dodici Denunce nella provincia di Chieti, come comportarsi?

CHIETI. I carabinieri di Chieti Scalo hanno identificato e denunciato per diffamazione aggravata 12 persone delle quindici che avevano commentato sui social un articolo di stampa: era stata una donna, titolare di una palestra, che risentita per la condanna per disturbo alle persone emessa a suo carico, aveva pubblicato l’articolo che parlava della vicenda, accompagnato da commenti allusivi e diffamatori nei confronti della coppia che, secondo lei, aveva fatto partire la denuncia nei suoi confronti. I coniugi si sono riconosciuti nelle espressioni utilizzate dalla donna, e hanno presentato una querela ai carabinieri, poiché nel frattempo 15 persone avevano commentato il post insultandoli e diffamandoli. In sostanza, sono stati denunciati coloro che, secondo quanto accertato durante le indagini, hanno utilizzato linguaggi piuttosto coloriti e «lesivi del decoro e dell’onore dei querelanti»

Purtroppo come spiega Cristian Nardi   fondatore di www.privacygarantita.it   molte volto non conosciamo la potenza di questi mezzi, Molto probabilmente tutti o quasi. È la dimostrazione che i social network, la loro consultazione e la pubblicazione di post sugli stessi sono parte integrante della nostra vita “reale”. La nostra rete sociale sembra sia costituita da “amicizie virtuali”, like, commenti e continui aggiornamenti dello status o di qualsiasi altra informazione della vita personale, ma anche di quella degli altri.

È chiaro ai più che attraverso i social network è permesso “conoscere” fatti, stati emotivi, vicende personali della cosiddetta “cerchia di amici” di cui è composto il profilo personale di Facebook o di Instagram, ad esempio, ma è sempre poco chiaro a chi è “social” quali siano le conseguenze di determinati comportamenti, che potrebbero portare anche alla commissione di illeciti penali. L’evolversi della coscienza “social”, la rapidità diffusoria delle informazioni attraverso Internet, l’impossibilità o comunque la difficoltà di controllare la provenienza e l’autorevolezza delle informazioni hanno posto il problema di individuare il ruolo dell’informazione e della liceità della stessa, così come il rapporto tra ciò che è considerato libertà e spontaneità della informazione e ciò che invece sfocia inevitabilmente nel reato di diffamazione. A tale riflessione, però, si deve aggiungere un ulteriore elemento, che non può essere trascurato quando si parla di informazione e di manifestazione del pensiero, e cioè la distinzione tra colui che comunica un’informazione a livello professionale, veicolata tramite una testata giornalistica online, e chi, invece, comunica determinate informazioni attraverso mezzi di diffusione del pensiero, quali i social network, che altro non sono se non “un servizio di rete sociale, basato su una piattaforma software scritta in vari linguaggi di programmazione, che offre servizi di messaggistica privata ed instaura una trama di relazioni tra più persone all’interno dello stesso sistema” (Corte di Cassazione, sez. V penale, sentenza n. 4873/2017). Difatti, contrariamente a quanto avviene attraverso i media tradizionali (cartacei o digitali), in Internet la diffusione delle notizie, dei commenti e delle più disparate opinioni di coloro che utilizzano la rete non è (almeno ad oggi) oggetto di preventiva analisi e il margine di cadere, pertanto, nella commissione del reato di diffamazione è proporzionalmente più alto rispetto a quanto avvenga invece nei media tradizionali. Veniamo perciò all’individuazione del delitto di diffamazione, previsto all’art. 595 del codice penale: “chiunque […] comunicando con più personeoffende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1032 Euro”. Ai commi 2 e 3 del medesimo articolo si sottolinea che se l’offesa consiste nell’attribuzione di un determinato fatto, la pena aumenta, e se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516 (diffamazione aggravata). Gli elementi che distinguono il reato di diffamazione sono pertanto la comunicazione con più persone, intesa come pluralità di soggetti che siano in grado di percepire l’offesa e di comprenderne il significato, e poi l’offesa alla reputazione del soggetto che si vuole colpire, in maniera cosciente e consapevole. Una volta individuata la condotta delittuosa, l’articolo fa cenno a elementi aggravanti e in particolar modo richiama il mezzo con cui l’offesa della reputazione altrui può essere commessa, il mezzo stampa o altro mezzo di pubblicità.

La giurisprudenza, almeno inizialmente, non aveva ravvisato la commissione del reato di diffamazione nell’ambito dei social network per la mancata individuazione degli elementi sopra richiamati, come ad esempio l’elemento della “comunicazione con più persone”, escludendo la diffamazione in quanto il profilo privato di chi diffondeva il messaggio veniva identificato come ambiente virtuale “chiuso” e quindi privo degli elementi della “diffusività” e della “pubblicità”. E sono infatti gli elementi della diffusione e della pubblicità attraverso il social network ad essere stati riscontrati nella sentenza della Corte di Cassazione n. 16712/2014, che ha ricondotto la fattispecie della diffamazione aggravata attraverso l’utilizzo del mezzo di pubblicità all’ipotesi di diffamazione attraverso il social network. Ha ribadito infatti la Corte di Cassazione che la pubblicazione di una frase offensiva su un social network rende la stessa accessibile ad una moltitudine indeterminata di soggetti con la sola registrazione al social network e pertanto è indubbio che uno degli elementi essenziali della diffamazione venga riscontrato.

Il carattere quindi della diffusività del “profilo”, della “bacheca” e di ogni altro spazio presente sui social network è oramai stato assodato dalla più recenti sentenze della Suprema Corte, che si sono succedute negli ultimi anni e che hanno rilevato quanto i social network siano mezzi idonei per realizzare la pubblicizzazione e la circolazione, tra un numero indeterminato di soggetti, di commenti, opinioni e informazioni, che, se offensivi, comportano l’integrazione del reato di diffamazione, aggravata dall’utilizzo di un mezzo di pubblicità.

E’ quanto è stato affermato dalla recente sentenza dalla Corte di Cassazione (sentenza n. 50/2017), secondo cui “la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “Facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 terzo comma del codice penale, poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone; l’aggravante dell’uso di un mezzo di pubblicità, nel reato di diffamazione, trova, infatti, la sua ratio nell’idoneità del mezzo utilizzato a coinvolgere e raggiungere una vasta platea di soggettiampliando – e aggravando – in tal modo la capacità diffusiva del messaggio lesivodella reputazione della persona offesa, come si verifica ordinariamente attraverso le bacheche del social network, destinate per comune esperienza ad essere consultate da un numero potenzialmente indeterminato di persone, secondo la logica e la funzione propria dello strumento di comunicazione e condivisione telematica”.

La sopra richiamata sentenza della Cassazione sottolinea ancora una volta l’orientamento costante della Suprema Corte in merito alla valutazione del social network come mezzo potenziale, idoneo e capace per la consumazione del reato di diffamazione. Non vi è dubbio infatti, che a differenza del “mezzo stampa”, la giurisprudenza abbia ampliato il concetto di “qualsiasi mezzo di pubblicità”, richiamato nel comma 3 dell’art. 595 del codice penale, includendo la diffusione a mezzo fax, attraverso pubblico comizio, o a mezzo posta elettronica, tra gli strumenti atti a trasmettere dati e informazioni a un numero ampio, o anche indeterminato, di soggetti.

Oggi pertanto siamo attori e spettatori di un sistema che ci permette di inviare e di ricevere molteplici e differenti informazioni, grazie anche alla facilità e rapidità di accesso alla rete. I social network sono pertanto diventati l’ambiente virtuale più frequentato al mondo, dove ogni giorno milioni di persone interagiscono con gli altri, scambiandosi opinioni, foto, commenti e informazioni. L’azione più semplice di tutte, cioè l’esprimere un proprio pensiero o una propria opinione, racchiude però insidie e conseguenze, anche di natura penale, che a volte vengono ignorate e che invece il buon senso e la corretta utilizzazione dei social network dovrebbero aiutarci a conoscere.

In diretta su Rai Tre il 7 maggio la relazione annuale che chiude il settennato del Garante Privacy

L’Autorità Garante per la protezione dei dati personali (composta da Antonello Soro, Augusta Iannini, Giovanna Bianchi Clerici, Licia Califano) presenta il giorno 7 maggio, alle ore 11,00, presso la Sala della Regina della Camera dei Deputati (Piazza di Monte Citorio), la Relazione sull’attività svolta nel 2018.

La Relazione chiude il settennato del Collegio presieduto da Antonello Soro e illustra i diversi fronti sui quali è stata impegnata in questi anni l’Autorità. La Relazione fa inoltre il punto sullo stato di attuazione della legislazione in materia, anche alla luce del nuovo Regolamento Ue, e indica i nuovi scenari che si aprono per la protezione dei dati personali.

La cerimonia avverrà alla presenza dei Presidenti di Camera e Senato, di Ministri, rappresentanti del Parlamento, delle Istituzioni, del mondo dell’impresa e delle associazioni di categoria.

L’evento sarà tramesso in diretta streaming sul sito della Camera e in diretta tv su Rai Tre.

Fonte: Garante Privacy

Come verificare un account senza usare il numero di cellulare

Ultimamente, quando si accede a qualsiasi account di posta elettronica, che sia Facebook, YouTube, applicazioni mobili etc… viene sempre chiesto un numero di cellulare per “garantire la sicurezza dell’account” o per “verificare che tu sia una persona reale” nel caso dei profili di rete sociale. Potremmo essere in grado di saltare questo passaggio più volte, ma arriva un momento in cui non ci lasciano iscrivere a meno che non forniamo un numero di cellulare.

Non so tu, ma io sono molto riluttante a mettere il mio numero di cellulare in giro per la rete. Dicono che è per la vostra sicurezza, ma è un dato di fatto che poi i numeri risultino facilmente disponibili agli interessi delle grandi aziende. Poi la pubblicità inizia a tartassarci con lo spam, o nel peggiore dei casi, a seconda di dove si va a lasciare il proprio numero, ci si ritrova iscritti ad un servizio a pagamento senza saperlo. Inoltre, alcuni servizi non lasciano usare il ​​numero di telefono più volte, in modo tale che non é possibile avere piú di un solo account.

Per ovviare a questo inconveniente ci sono pagine che permettono la ricezione di messaggi a un numero di telefono virtuale. In poche parole bast ascegliere un numero sulla pagina (non importa il paese o il numero, basta selezionare il prefisso corrispondente) e attendere alcuni secondi per ottenere il messaggio mostrato pubblicamente nello stesso luogo. Ci sono molte pagine di questo tipo, per esempio:

http://www.receive-sms-online.info
http://hs3x.com
http://receive-sms.com
http://www.receive-sms-now.com

Nella home page appaiono molti numeri. Sceglietene uno, basta inserirlo dove viiene richiesto ed infine andare su una di queste pagine e selezionare “leggere SMS” per ricevere il messaggio in pochi secondi.

I messaggi possono essere visualizzati da tutti, ma nessuno sa cosa a cosa corrispondono esattamente. Inoltre, ciò che viene ricevuto non sono password, bensí codici di attivazione che vengono utilizzati solo una volta.

Occhio! Nel caso di Facebook queste pagine descritte sopra non funzionano, i messaggi non arrivano. La pagina che funziona è www.k7.net

Da facebook la grande truffa con le foto dei bambini malati

Se su Facebook qualcuno ti chiede un “Mi piace” o di scrivere “Amen” nei commenti per solidarizzarti con un bambino malato di cancro, e poi ti assicurano che se si condivide la pubblicazione, 1 Euro sarà devoluto per curare i malati, ebbene sì, si tratta di una truffa in cui milioni di persone cadono. Ecco come funziona.

Lo scopo di queste pagine che sono presumibilmente di solidarietà è semplicemente quello di fare soldi a scapito di persone ingenue. Un caso recente ha mostrato le immagini di un bambino con la descrizione “questa piccola ha il cancro” e la promessa che Facebook avrebbe fatto donazioni finanziarie per finanziare il suo intervento chirurgico se gli utenti avessero cliccato su “Mi piace” e lasciato commenti.

Più di un milione di persone hanno condiviso la pubblicazione nel corso del mese di febbraio. Centinaia di migliaia hanno cliccato “Mi piace” o hanno aggiunto altre reazioni.

Un’indagine della BBC ha alla fine scovato il bambino: Jasper Allen, di tre anni. La madre ha spiegato che le immagini sono state scattate lo scorso anno quando il figlio ha subito una grave forma di varicella. Ora stanno circolando su Internet sotto la falsa promessa di curare un cancro che chiaramente non ha.

Gli amministratori di Facebook hanno disattivato l’account che ha rubato le immagini, ma da qualche giorno é stato attivato un nuovo account. Mentre le foto di Allen sono state eliminate, ci sono altre pubblicazioni con bambini malati di cancro che sono altrettanto false. La BBC ha elencato una manciata di queste immagini e ha rivelato la loro vera origine. Le immagini mostrano:

  • Una bimba di tre anni in Inghilterra, che è rimasta ferita in un incidente stradale nel 2015. L’immagine appartiene ai loro genitori.
  • Un ragazzo adolescente del Texas in coma per meningite virale. La sua famiglia aveva lanciato una campagna di crowdfunding per pagare per il suo trattamento.
  • Una ragazza del Texas con progeria, una malattia che causa l’invecchiamento precoce. Sua madre aveva fatto un blog sulla sua vita.
  • Una ragazza della Pennsylvania che aveva bisogno di una operazione di onfalocele, un difetto di nascita nel suo addome. I suoi genitori avevano condiviso le foto del suo intervento chirurgico su Internet.
  • 0 Un bambino della Florida che è morto dopo essere nato con un difetto del diaframma. L’immagine era apparsa sulla stampa locale.

Questo account di Facebook ha anche diverse immagini di bambini morti nelle loro bare che minacciano gli utenti con “76 anni di sfortuna” se se ne vanno senza dare un “Mi piace” o condividere.

Il fondatore di Facecrooks, un sito web che denuncia le truffe e altre attivitá poco delittive in Facebook, crede che la maggiorparte di utenti sanno che queste minacce non sono reali. “Il buon senso ti dice che non è vero, ma poi nella loro mente pensano: E se fosse vero? Che problema ho a cliccare un semplice mi piace?”

Tuttavia, così facendo, ci si espone a un rischio ben maggiore. I creatori di queste pagine accumulano milioni di seguaci in Facebook e quindi svuotano il contenuto della pagina e promuovono, ad esempio, i prodotti di una società che paga per la pubblicità. O direttamente vendono nei forum informazioni riservate sull’utente oppure condividono links falsi contenenti programmi con virus che possono prendere il controllo dei pc e telefoni degli utenti. Quest’ultimo caso è particolarmente pericoloso per l’utente.

Queste pagine di Facebook con molti seguaci sono l’ideale per il montaggio di una condivisione di links malevoli: pagine che puntano ad altri siti che pagano una tassa per quei link. Come dicevamo prima, nel peggiore dei casi, i link possono essere utilizzati per diffondere malware o phishing attacchi al fine di ottenere i dati personali degli utenti, come password o carta di credito.

“Possono chiedervi di partecipare ad un concorso e dirvi che avete vinto un premio e cercare di convincervi a dare il proprio numero di telefono e iscrivervi a un servizio premium, o chiedere ulteriori informazioni personali”, ha spiegato un esperto di sicurezza informatica alla BBC..

In breve: la prossima volta che vedete un vostro contatto che mette “Amen” in un commento o dà “Mi piace” a una foto di un presunto bambino con il cancro, piuttosto che ridere della sua ingenuità, cercate di spiegargli il rischio a cui è esposto quando fa click su qualcosa di apparentemente innocuo.

Buzzoole: in crescita l’uso degli hashtag #AD e #ADV. A giugno +45% rispetto al mese precedente

hashtag

È passato quasi un anno da quando l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha raccomandato a VIP e creator l’uso di hashtag specifici per rendere più chiara la partecipazione ad attività sponsorizzate e di influencer marketing.

Anche IAP dal giugno 2016 ha varato la Digital Chart (rieditata nel 2017) nella quale, oltre alla mappatura delle principali forme di comunicazione commerciale digitale, l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria fornisce, per ciascuna di esse, indicazioni su come renderle trasparenti. Per capire, quindi, l’impatto avuto sul mercato italiano da questa azione di moral suasionBuzzooleinfluencer marketing solution providerin grado di connettere i brand ai content creator attraverso l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, ha analizzato l’uso dei due hashtag più utilizzati in questo tipo di attività, ossia #ad e #adv, dal 1° febbraio al 30 giugno 2018 su Instagram, Twitter e Facebook.

In questi ultimi cinque mesi i post in italiano contenenti questi “hashtag della trasparenza” sono stati 55.000 generati da 15.200 account e hanno suscitato 42 milioni di interazioni sui social media. Il dato interessante è che nell’ultimo mese si è registrata una crescita di questi post del +45% rispetto al mese precedente. Un dato che segnala un incremento inedito che lascia ben sperare e che può essere frutto anche dell’azione combinata di diversi soggetti che hanno abbracciato la bandiera della trasparenza: autorità, associazioni, aziende del settore come Buzzoole.

Il luogo principale in cui vengono condivisi i messaggi promozionali è Instagramdove è stato prodotto il 50% dei post totali. Segue Twitter con il 39% e Facebook con l’11% (quest’ultimo è sicuramente un dato sottostimato dato che il social è prevalentemente chiuso, dunque difficile da monitorare). Ma se si guarda all’engagement generato dai post si scopre che il 98% di tutte le interazioni legate alle campagne analizzate avviene su Instagram.

I settori nei quali si è riscontrato il maggior uso degli hashtag “ad” e “adv” sono l’abbigliamento (e scarpe) per il 35%, il beauty (cosmetici, profumi) per il 22%, accessori (gioielli e orologi) il 13% e Food & Beverage 12%.

Gli influencer che hanno partecipato a campagne trasparenti e che hanno generato il maggior numero di interazioni sono stati: Cecilia Rodriguez che con 17 post nel periodo ha generato 1,4 milioni di interazioni, Paola Turani che con 37 post ha ottenuto 1,3 milioni di like e commenti, Beatrice Valli che con 23 post ha ricevuto 1,1 milioni di interazioni. Dentro la soglia del milione seguono Ludovica Pagani e Ludovica Bizzaglia.

“La nostra esperienza ci insegna che la scelta del creator è fondamentale per riuscire a raggiungere il giusto target e, soprattutto, stimolare le interazioni con i consumatori. Nell’ottica di un approccio consulenziale che da sempre ci contraddistingue, consigliamo di porre attenzione anche agli aspetti formali nella scelta del content creator, e quindi di privilegiare chi applica gli hashtag di trasparenza che il mercato richiede e che vanno a portare benefici a tutta la filiera. Il creator capace di aggiungere un tocco personale e creativo è senz’altro apprezzato, ma grazie alla nostra tecnologia, si possono facilmente individuare i profili che, oltre alla creatività, sanno anche rispettare le regole”, dichiara Vincenzo Cosenza, Head of Marketing Italy di Buzzoole.

“Inoltre, dall’analisi emerge che spesso le aziende preferiscono puntare sulle Celebrity lasciando in secondo piano il concept creativo della campagna e la brand affinity. In questo modo si ottengono molti like, ma si rischia di penalizzare il prodotto che non rimane adeguatamente impresso nella memoria dei follower”, aggiunge Cosenza.

“Uno degli aspetti più importanti che, come Unione Nazionale Consumatori, abbiamo riscontrato è una nuova attenzione per la trasparenza da parte dell’influencer marketing ma ancora non basta, come dimostra la stessa analisi condotta da Buzzoole”, dichiara Massimiliano Dona, Presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Dal nostro osservatorio possiamo affermare che lo scenario è ancora in continua evoluzione: da un lato troviamo influencer più scrupolosi che utilizzano l’hashtag #ad, ma d’altro canto sono ancora molti coloro che trascurano questa regola. La strada per una totale trasparenza è ancora lunga e passa attraverso iniziative di monitoraggio utili per rafforzare la compliance alle nuove esigenze di rispetto dei consumatori”.

Il revenge porn è reato, giustizia per Tiziana

Dalla Campania un nuovo caso che tira in ballo Mark Zuckerberg. L’avvocato Sparascio: “Giustizia lenta e strumenti inadeguati contro i colossi del web, sembra di combattere contro fantasmi”

Napoli.  

È scoppiata in lacrime Maria Teresa Giglio, la madre di Tiziana Cantonequando ha ricordato davanti alla stampa nazionale gli ultimi momenti passati con la figlia, morta suicida nel settembre del 2015 a Mugnano di Napoli dopo la diffusione sul web di suoi video privati. 

«Per la prima volta vedo un po’ di luce, qualcuno ha ascoltato il mio grido di aiuto – ha detto la donna che da quando è stata travolta da quella tragedia è diventata portavoce di una battaglia che coinvolge decine di donne, molte delle quali giovani e giovanissime.

Oggi il revenge porn è finalmente un reato. La Camera ha approvato all’unanimità, con 461 voti, l’emendamento al disegno di legge ‘codice rosso’. Il testo prevede che chiunque invii, consegni, ceda, pubblichi o diffonda immagini o video di organi sessuali o a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5000 a 15000 euro. La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o il video li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento.

Una pagina importante per il nostro paese, un traguardo che segna un punto di svolta per tutte quelle battaglie legali che sono in corso contro gli autori di questo squallido reato, quasi sempre uomini che non si sono rassegnati alla fine di una relazione. Una forma di violenza tra le più barbare, che ha fatto troppe vittime, molte delle quali proprio in Campania.

La pena è aumentata se i fatti sono commessi del coniuge, anche separato o divorziato, o da una persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici. La pena viene poi aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza. Il delitto viene punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela e di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale.

Di Maio: «Ora norme complessive su revenge porn». «Bene l’emendamento unitario sul reverge porn. Ora portiamo subito in Aula la legge della senatrice Elvira Evangelista per regolamentare la materia nel suo insieme. Lo dobbiamo alle vittime e alle loro famiglie». Lo scrive su Twitter il leader M5S, Luigi Di Maio.

All’ok unanime alla Camera all’emendamento che introduce il reato infatti, seguirà il ddl al Senato per approvare una legge organica, che accanto agli strumenti di repressione si occupi dei temi della privacy, dell’oblio, della responsabilità delle piattaforme web e dei percorsi di educazione per gli studenti e di formazione per i docenti.

E proprio ai colossi del web è rivolto l’appello della madre di Tiziana. “E’ necessario che le grandi piattaforme del web si rensponsabilizzino rispetto a questo fenomeno – ha detto – perchè non basta il deterrente, ci vuole la massima attenzione anche sui social”.

E sempre dalla Campania arriva infatti un nuovo caso di Revenge Porn che chiama in causa anche Mark Zuckerberg. Il papà di facebook è stato querelato perché a distanza di quattro anni è ricomparso un falso profilo in precedenza oscurato creato da un 51enne di Pompei, che lavorava come badante di persone anziane e disabili in Puglia. La vittima è una donna della provincia di Lecce. Dopo aver troncato quella relazione, la signora, separata e madre di due figli, è piombata in un incubo senza fine.

L’uomo, ora sotto processo al Tribunale di Torre Annunziata, aveva creato un profilo facebook a nome della donna, sul quale aveva postato svariati video e foto che la ritraevano visibile in volto, scattate durante i rapporti sessuali, immagini realizzate nell’intimità della coppia, che mai e poi mai la signora avrebbe reso pubbliche.

Con quel profilo l’ex compagno inviava richieste di amicizia a tutti. Le immagini hanno finito per devastare la vita della donna che è stata costretta a lasciare la famiglia, il suo paese e il suo lavoro. Una donna completamente distrutta, costretta a prendere psicofarmaci per non cedere ai pensieri suicidi.

La donna si è rivolta all’avvocato Giancarlo Sparascio del foro di Lecce per ottenere giustizia. Sparascio presentò un atto di denuncia-querela contro il 51enne di Pompei con la richiesta di sequestro dei dispositivi elettronici. Il profilo venne oscurato 72 ore dopo l’attivazione grazie all’intervento della polizia postale di Lecce. Dopo molti ostacoli e rallentamenti giudiziari il processo è stato traferito per competenza al tribunale di Torre Annunziata. Ma due anni dopo i fatti denunciati quel falso profilo è tornato attivo. Il cinquantunenne deve rispondere dei reati di sostituzione di persona, diffusione di immagini pornografiche e diffamazione aggravata.

Ma a questo punto il legale ha deciso di tirare in ballo anche il colosso del web.
“Purtroppo devo riscontrare la totale inadeguatezza del sistema di controllo e di sicurezza predisposto dai vertici aziendali di Facebook che, in Europa, dispone di un solo ufficio, situato in Germania, deputato alle operazioni di verifica e rimozione di post che vengono utilizzati come strumento di revenge porn. In Italia non sai a chi rivolgerti, è stata un’impresa trovare un riferimento, sembra di combattere contro i mulini a vento, contro dei fantasmi. Tanto che sul fascicolo della mia assistita in un passaggio scritto a matita vicino al nome di Zuckerberg il magistrato ha messo cinque punti interrogativi”.

Il dibattimento è ora stato aggiornato al 15 luglio. L’udienza era stata rinviata già altre volte, e c’è il rischio concreto che se si arriva al 2020 il reato va in prescrizione. Un rischio che l’avvocato Sparascio non vuole correre. La sua assistita, una donna che per questa storia ha dovuto rinunciare a tutto, si è vista letteralmente strappata la dignità e la sua intera vita così come la conosceva.

“Prima di allora la signora non aveva mai usato un social network, nemmeno uno smarthphone, usava un vecchio motorola e non aveva nemmeno whatsapp.ì – aggiunge il legale – Ad insospettirsi fu il fratello che ricevette una richiesta di amicizia da un profilo a nome della donna. Quando vide i contenuti del profilo scoppiò uno scandalo in paese, la famiglia non volle più sapere nulla della signora, anche i genitori e i figli. Non ci può essere un risarcimento per tutto questo – conclude l’avvocato Sparascio – ma il nostro obiettivo è ottenere giustizia e fare in modo che non accada più a nessun’altra donna”.

Pornovendetta, ok al reato ma tempi troppi lunghi per la rimozione dei video

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Il reato di porno vendetta – il cosiddetto revenge porn – introdotto nel Codice rosso prevede da uno a sei anni di carcere e una multa da 5.000 a 15.000 euro per chi diffonde immagini o video sessualmente espliciti di una persona senza il suo consenso.
Un risultato importante, senza dubbio, ma che lascia irrisolti alcuni nodi. Spesso, infatti, i colpevoli non vengono identificati e il nodo cruciale resta la rimozione dei video, come nel caso di Tiziana Cantone: il 25 aprile 2015 su un portale viene caricato uno dei suoi filmati hard che poi invadono la rete. Il 13 settembre 2016 Tiziana si suicida. “Ottenere la rimozione totale dei filmati è praticamente impossibile, spesso sono caricati su siti con sedi in paradisi fiscali o comunque Oltreoceano”, ci racconta Andrea Orefice, il legale amministrativista che assiste Maria Teresa Giglio, la mamma di Tiziana, dinanzi al Garante per la Privacy.

Per ottenere la deindicizzazione di quasi tutti i 130 link con i video o i frame segnalati – che continuano quindi a esistere ma il motore di ricerca non li inserisce più nelle ricerche utenti – ci sono voluti circa sei mesi. “Tempi troppo lunghi”, spiega Orefice, “a novembre 2016 abbiamo chiesto ai motori di ricerca la deindicizzazione delle pagine che pubblicavano illecitamente i video pornografici. Non ottenemmo nessuna risposta. Dopo un mese abbiamo posto la questione al Garante della privacy, che ha avviato l’istruttoria, ha accertato l’esistenza delle pagine e ha inviato la richiesta ai motori. Solo dopo 4-5 mesi le pagine segnalate sono state deindicizzate”.

“Inoltre – continua l’avvocato – nel corso del procedimento abbiamo chiesto al Garante che venissero comminate delle sanzioni per i ritardi, senza avere mai risposta”. In una lettera inviata lo scorso 4 aprile a Maria Teresa Giglio, il Garante della privacy esprime la massima disponibilità a un ulteriore confronto per valutare possibili azioni, sottolineando la complessità tecnico-giuridica di prevedere misure di filtraggio per impedire l’immissione in rete dei contenuti. “”Siamo sicuri che il Garante adotterà quanto prima un provvedimento formale in ordine alle istanze ritualmente presentate dalla signora Giglio, adottando i provvedimenti richiesti o fornendo le dovute spiegazioni dell’eventuale rifiuto”, sottolinea Orefice, che conclude: “Servirebbero accordi sugli obblighi di cancellazione e bisognerebbe rivedere il decreto legislativo del 2003 sul commercio elettronico, che non individua una tempistica predefinita per la rimozione dei video”.

Offshoreleaks, ecco che cosa sono le società off shore


ITALIA. Un pool di giornalisti associati di tutto il mondo hanno confezionato l’inchiesta giornalistica più imponente della storia, servendo sul piatto uno scoop che si preannuncia uno scandalo planetario.
Sono stati diffusi i file con nomi e informazioni di centinaia di migliaia di società off shore, cioè in paradisi fiscali, che potrebbero nascondere traffici illeciti e corruzione. Non è detto però anche se il sospetto viene quando si tratta di personaggi pubblici, pubblici amministratori o politici. 
Nella lista ci sarebbero almeno 200 gli italiani citati.
“L’Espresso” nel numero in edicola oggi presenta le prime quattro storie di italiani che hanno un ruolo in due colossali conglomerati di società offshore creati nei paradisi fiscali delle Cook Islands e delle British Virgin Islands. 

Il settimanale pubblica in esclusiva per l’Italia l’inchiesta realizzata dal media network di Washington, The International consortium of investigative journalists (Icij), con la collaborazione di 86 giornalisti investigativi di 38 testate. «Per la prima volta», spiega il giornale, «il pool investigativo è potuto entrare nei segreti della finanza offshore esaminando un database su 122mila società offshore, che fanno capo a due vere e proprie multinazionali ombra che muovono più di mille miliardi di dollari: somme in grado di destabilizzare l’economia del pianeta. In questa rete hanno un ruolo duecento cittadini italiani».
Dai primi documenti esaminati da “l’Espresso” ad esempio emerge il nome del commercialista Gaetano Terrin. 
Un altro Trustee indica come amministratori due vip della piazza finanziaria milanese: i fratelli Oreste e Carlo Severgnini, commercialisti, professionisti che hanno avuto incarichi nei più importanti gruppi italiani e in passato anche consiglieri di Stefano Ricucci. A loro fanno riferimento pure altre due entità domiciliate nei paradisi fiscali.

Invece Silvana Inzadi in Carimati di Carimate risulta avere dato vita nel 2002 a una complessa struttura di trust nelle Cook Islands.
Corre allora l’obbligo di sapere precisamente che cosa è una società off shore e a che cosa serve.
Il termine società offshore (o off-shore) – si legge su Wikipedia – identifica una società registrata in base alle leggi di uno stato estero, ma che conduce la propria attività al di fuori dello stato o della giurisdizione in cui è registrata. 
Si parla però spesso di società che offrono condizioni fiscali favorevoli derivanti dalla registrazione in ordinamenti che prevedono scarsi controlli e pochi adempimenti contabili.
Insomma una società off shore potrebbe servire ad eludere il peso fiscale del paese di origine del titolare.
Le società off shore possono offrire anche al tri vantaggi come la protezione del patrimonio, la semplificazione della burocrazia, l’ottimizzazione dei costi e soprattutto la riservatezza (Wikileaks permettendo).
Da una veloce ricerca sul web non si trovano agevolmente esempi di scopi leciti che possano in qualche modo giustificare e legittimare un uso corretto e legale di tale tipo di società. Nella pratica, le società offshore sono talvolta utilizzate per realizzare spericolate speculazioni lontano da possibili riflettori, operazioni vietate o illecite o nascondere perdite di bilancio.


Molte multinazionali utilizzano società off shore proprio per rendere in equilibrio il loro bilancio.
Non solo le classiche isole tropicali (Bahamas, Seychelles, Isole Vergini, Vanuatu, ecc.) ma anche grandi stati non comunemente ritenuti offshore offrono l’opportunità di creare società a tassazione nulla o prossima allo zero. Regno Unito, Nuova Zelanda, USA, Portogallo, Austria, Paesi Bassi sono solo alcuni esempi.
Negli ultimi anni sono aumentate a dismisura le società che offrono consulenza in materia per la costituzione di una “società in paradiso” e la concorrenza ha permesso la diminuzione dei prezzi tanto da permettere la apertura gestione e spese per un anno anche a meno di 1000 euro.
La legge sulla tutela del risparmio (L. 28 dicembre 2005 n. 262) ha iniziato ad incidere sul fenomeno delle società offshore, attribuendo al Ministro della giustizia il potere di determinare gli Stati «i cui ordinamenti non garantiscono la trasparenza della costituzione, della situazione patrimoniale e finanziaria e della gestione delle società». Sulle S.p.A. aperte italiane che controllino o siano collegate con società aventi sede in tali Stati ricadono particolari obblighi informativi.
Il Ministro della giustizia può inoltre individuare Stati che presentino «carenze particolarmente gravi». Le S.p.A. aperte italiane che intendano controllare società registrate in questi paesi sono tenute a rispettare un regolamento stabilito dalla Consob che valuti «le ragioni di carattere imprenditoriale» che motivano tale scelta. La Consob, qualora rilevi irregolarità, può presentare denuncia al tribunale.