Foro Italico. 30 minuti al via: tra mezz’ora il match 6vs6 che vede in campo i team di Francesco Totti e Luis Figo.

Ph. Carlo Piersanti

Mezz’ora alla partita de La Notte dei Re, il grande evento calcistico che, oggi 2 giugno, vede i team di Francesco Totti e Luis Figo sfidarsi in un match 6vs6 da sogno all’interno dello Stadio del Tennis del Foro Italico. L’evento nasce da un’idea di IFDA – International Football Development Association – per dare nuova vita professionale ai campioni che sono diventati leggende.

Una folla di persone è in attesa nel Villaggio del Foro Italico. L’attesa cresce. Una splendida giornata di sole a Roma e il pubblico è impaziente di vedere i propri idoli in campo. Gli organizzatori impeccabili hanno pensato anche a questo: si rivela perfettamente riuscito l’intrattenimento del pubblico: lo spettacolo, infatti, non è solo sul campo, ma anche nel Villaggio, situato suio fuori lo Stadio del Tennis, a partire dalle ore 16 di questo pomeriggio.

L’intrattenimento sul palco vede la presenza dei conduttori e dei dj di Dimensione Suono Roma, in particolare dei protagonisti de La Sveglia e La Ritirata dei Gladiatori, che hanno presentato le loro gag sul palco, coinvolto il pubblico con giochi e gadget e hanno intervistato le stelle del calcio protagoniste del match 6vs6! 

Intanto si svolgono le prime interviste ai giocatori. Noi di Exito Style le seguiamo una per una! Ricordiamo che al fianco dei padroni di casa Totti e Figo, sono scesi in campo tanti prestigiosi partner: Toyota, in qualità di Presenting, Garmont, come Main, poi Knorr, Cornetto Algida, X-MEN Dark Phoenix, Manpower Group, Nike, Mars e Fisiocream.

Nigeria-Argentina 1-2, magia Messi: ma è Rojo che manda la Selección agli ottavi

Rojo e Messi festeggiano il gol della vittoria (afp)
Un bel gol del difensore del Manchester United proietta i sudamericani alla sfida con la Francia, dopo una partita giocata sul filo dei nervi. Splendido vantaggio del 10, pari su rigore di Moses, quindi la zampata a 4′ dalla fine che fa impazzire Maradona sugli spalti
SAN PIETROBURGO – Tutta la verità sulle tumultuose ore successive al tracollo dell’Argentina con la Croazia si scoprirà probabilmente nei prossimi anni, con le conferme o le smentite degli spifferi che raccontavano di un Sampaoli sfiduciato dal gruppo. Sugli almanacchi finirà invece la qualificazione sofferta dell’Albiceleste, che resta in Russia dopo aver assistito al suo stesso funerale in questi cinque giorni di tritacarne emotivo. Non è una bella Argentina, quella che piega la Nigeria più di pancia che di testa. Gioca un tempo dignitoso, poi rivede i fantasmi dopo il pari delle Super Aquile. Sbanda, trema, soffre, rischia a più riprese il ko. Poi, con praticamente tutte le punte a disposizione in campo, è un difensore come Rojo a vestirsi da centravanti per firmare il gol qualificazione. È un turbinio di emozioni, l’incubo eliminazione che svanisce, Diego Armando Maradona (vittima di un malore all’intervallo) che arringa la folla dalla tribuna sfoderando un doppio dito medio che non brilla per eleganza ma rischia di diventare la fotografia di una notte senza alcun filo logico.

LA FESTA DI SAMPAOLI – In uno scenario totalmente privo di spartito, può capitare veramente di tutto. Anche che Jorge Sampaoli, l’uomo che un’intera popolazione avrebbe voluto vedere rispedito a calci a casa, esulti come un pazzo nel momento in cui Rojo raccoglie al volo, con il destro, il cross di Mercado. La corsa disperata dell’ex c.t. del Cile, che parrebbe aver recepito anche le critiche sul look (oggi una semplice tuta sociale bianca), può avere il sapore della rivincita, dopo giorni in cui non deve essere stato semplice convivere con una pressione che l’Argentina sembrava essersi scrollata di dosso con una convincente prima parte di gara. Stravolgendo la formazione vista con la Croazia, Sampaoli ha schierato Banega da intermedio nel centrocampo a 3 insieme a Perez e Mascherano, aprendo Di Maria come ala sinistra e utilizzando Messi a ridosso di Higuain, partendo dal centro destra. Proprio sull’asse Banega-Messi è nato il gol del vantaggio. Splendido il lancio dell’ex interista, sublime la preparazione al tiro della stella del Barcellona. Controllo iniziale di coscia, pallone portato avanti dolcemente con un tocco di piede sinistro, diagonale destro imparabile per Uzoho, decisivo qualche minuto più tardi in uscita bassa su Higuain. Il palo colpito da Messi poco dopo la mezz’ora, su una punizione tutt’altro che irresistibile, è stato l’ultimo sussulto di un primo tempo in cui la Nigeria è parsa troppo disordinata per essere vera.

ILLUSIONE MOSES – Ighalo per Iheanacho è stata la mossa di Rohr per provare a smuovere le carte in tavola ma ad accorrere in suo aiuto ci ha pensato Mascherano, con una sciocca trattenuta su Ndidi: calcio di rigore trasformato con freddezza da Moses, “el Jefecito” è il lontano parente del giocatore che ha incantato l’Europa per poco più di un decennio. Sampaoli, preso dal panico alla vista di un’Argentina nuovamente preda delle sue stesse paure, ha iniziato a cambiare tutto. Pavon per Perez, quindi Meza per un Di Maria crollato drammaticamente alla distanza, infine Agüero per Tagliafico, in un all-in di pura disperazione. In mezzo, due chance sprecate da Ighalo: destro al volo di poco a lato dopo un intervento scellerato testa-mano di Rojo, che ha costretto Cakir al Var, e una conclusione da due passi sul corpo di Armani. Anche Higuain aveva fallito una buonissima occasione, alzando troppo la mira dal cuore dell’area, tre minuti prima del pandemonio provocato dal destro di Rojo. L’Argentina è ancora in Russia, troverà la Francia agli ottavi. Ma prima dovrà ritrovare se stessa, aiutata dalla scossa di nervi che le ha permesso di non salire su un aereo che era già in fase di rullaggio.

NIGERIA-ARGENTINA 1-2 (0-1)
Nigeria (3-5-2): Uzoho; Balogun, Ekong, Omeruo (45′ st Iwobi); Moses, Etebo, Mikel, Ndidi, Idowu; Musa (47′ st Simy), Iheanacho (1′ st Ighalo). All.: Rohr
Argentina (4-3-3): Armani; Mercado, Otamendi, Rojo, Tagliafico (35′ st Agüero); Perez (15′ st Pavon), Mascherano, Banega; Messi, Higuain, Di Maria (26′ st Meza). All.: Sampaoli
Arbitro: Cakir (TUR)
Reti: 14′ pt Messi, 6′ st rig. Moses, 41′ st Rojo
Ammoniti: Balogun, Mikel, Banega, Messi, Mascherano
Recupero: 2′ e 4′

Argomenti 

Serbia-Svizzera 1-2: in gol i due ‘kosovari’ Xhaka-Shaqiri. E la loro esultanza irrita Belgrado

Shaqiri realizza la rete della vittoria svizzera (reuters)
Mitrovic illude i suoi dopo 5′, nella ripresa la rimonta svizzera completata al 90′ dall’ex interista, il migliore in campo, che fa festa sfidando i serbi con l’aquila albanese in memoria della guerra. Elvetici a un passo dagli ottavi. Ai ragazzi di Petkovic basterà un successo contro la Costa Rica (già eliminata) per passare il turno, Milinkovic e compagni dovranno invece battere il Brasile

KALININGRAD – La Svizzera è ad un passo dagli ottavi di finale. Merito della vittoria, tutta cuore e orgoglio, in rimonta 2-1 sulla Serbia. Ma la vittoria ha uno strascico “politico”, per l’esultanza dei due goleador elvetici, entrambi di origine kosovara, per la quale si è irritata Belgrado, che contesta anche l’arbitraggio ritenuto scorretto del tedesco Felix Brych.

A passare in vantaggio, dopo appena 5′, la nazionale di Krstajic grazie a Mitrovic, nella ripresa le reti di Xhaka e Shaqiri a ribaltare tutto. Agli elvetici basterà ora superare la Costa Rica (già eliminata) per accedere agli ottavi. I serbi invece, che recriminano per un rigore abbastanza evidente non concesso a Mitrovic alla metà del secondo tempo sull’1-1, non hanno alternative: devono compiere un’impresa e battere il Brasile.

LA “RIVINCITA” DEI KOSOVARI – Un duro colpo per i serbi, sui quali per un curioso incastro del destino, hanno messo la firma due dei giocatori che più degli altri avevano stimoli per accanirsi contro i rivali. Xhaka e Shaqiri, infatti (come pure Behrami), sono nati nel Kosovo e poi fuggiti con le loro famiglie in Svizzera ai tempi della guerra nella ex Jugoslavia e delle persecuzioni serbe contro l’etnia albanese. E dopo i gol i due giocatori hanno esultato mimando l’aquila, simbolo proprio dell’Albania. “La mia esultanza dopo il gol al 90′? Preferirei non parlarne, diciamo che ero molto emozionato dopo aver segnato” ha glissato Shaqiri a fine gara. E l’allenatore Petkovic ha provato ad archiviare la questione: “E’ chiaro che nel momento del gol un calciatore sente emozioni particolari. Però credo che tutti noi dobbiamo lasciare fuori la politica dal calcio”. Ma il capitano svizzero Stefan Lichsteiner, ai microfoni di Mediaset, è più esplicito: “C’è stata una guerra durissima per molti genitori dei nostri giocatori, c’erano pressioni e provocazioni, quindi per me Xhaka e Shaqiri hanno fatto bene”.

Lacrime e commozione, tutto lo stadio ricorda Astori: ”Capitano per sempre”

Prima partita al Franchi senza il difensore scomparso domenica scorsa. Minuto di silenzio toccante, migliaia di palloncini al cielo. Al minuto 13 la partita si ferma, la Fiesole si veste di viola con la scritta ‘Davide 13’. La partita con il Benevento finisce 1-0, decide Hugo

FIRENZE – Una grande scritta in mezzo al campo, con la maglia numero 13 viola. “Capitano per sempre!”. Lo striscione in curva Fiesole: “Ci sono uomini che non muoiono mai, ci sono storie che verranno tramandate in eterno. Buon viaggio Capitano”. Il silenzio assordante all’ingresso in campo dei giocatori, un silenzio lunghissimo e profondissimo. Toccante. E poi migliaia di palloncini bianchi e viola che vengono liberati in aria mentre tutto lo stadio Franchi (oggi gremito) applaude e grida forte “Davide Astori“, “C’è solo un capitano”. Brividi lunghissimi, che toccano i cuori di tutti i presenti, così come il minuto di raccoglimento. Un silenzio vero, a una settimana dalla scomparsa del capitano della Fiorentina Davide Astori. Al minuto 13 la partita si ferma, lo stadio applaude, applaudono i giocatori, la curva Fiesole si colora di viola. Un nome ‘Davide’, un numero, il 13. E sono altre lacrime.

Morte Astori, minuto 13: Fiorentina-Benevento si ferma per l’ultimo saluto al capitano

LA RETE DI HUGO ALLE ORE 13 – Sul campo finisce 1-0 e anche questa è una storia che ha dell’incredibile. Perché la rete la mette a segno Vitor Hugo, il difensore brasiliano al posto proprio di Astori. E lo fa di testa, emulando proprio il capitano che era solito salire sui calci piazzati per sostenere le azioni offensive della propria squadra. Hugo segna alle ore 13 e indossa la maglia numero 31 (gli anni di Davide). Tutto il gruppo lo abbraccia e il brasiliano corre a prendere una maglia in panchina e la espone a tutto il pubblico presente e saluta guardando la tribuna portandosi la mano alla fronte. Una rete nel segno di Astori. Nel primo tempo la Fiorentina mette sul campo tutto il suo cuore, tutta la sua grinta e sfiora più volte il vantaggio con Simeone. Poi la rete di Hugo e un secondo tempo a ritmi decisamente più bassi, col palo colpito da Coda all’88’. E allo scadere palo anche per Badelj, capitano viola. Il risultato ha poco senso oggi ma le due squadre escono tra gli applausi, così come i viola omaggiano i sostenitori del Benevento.

L’OMAGGIO DI TUTTO IL FRANCHI – Il lungo e sentito omaggio del Franchi era iniziato ore prima del fischio d’inizio della gara tra Fiorentina e Benevento (delle 12.30), con il pellegrinaggio dei tifosi al “muro viola”, ovvero alla cancellata dello stadio sotto la tribuna dove sono centinaia e centinaia le sciarpe, i disegni, i ricordi in omaggio di Astori. Il riscaldamento della squadra di Stefano Pioli con la maglia numero 13 (compreso il tecnico e tutto lo staff). Poi le due squadre sono entrate in campo accompagnate dai bambini che hanno indossato le maglie della Fiorentina, del Benevento e del Cagliari. L’altra società che, insieme a quella viola, ha deciso di ritirare la maglia numero 13. Lo stesso accadrà nella sfida tra Cagliari e Lazio delle ore 15. In tribuna presenti anche Diego e Andrea Della Valle, applauditi a lungo da parte di tutto lo stadio. Ci sono anche Marco e Bruno, i fratelli di Davide, seduti vicino al vice presidente viola Gino Salica. Striscioni e cori anche da parte dei tifosi del Benevento, uniti nel dolore insieme ai viola.

decisamente in secondo piano. “Vogliamo mettere in campo tutta la voglia e la grinta che metteva Davide – dice Milan Badelj, con la fascia da capitano – Davide è stato il seme che ha unito e fatto crescere questa squadra, il compito nostro sarà continuare quello che lui aveva fatto in maniera stupenda”.

Fiorentina, morto Davide Astori: arresto cardiaco mentre era in albergo a Udine. Rinviata tutta la giornata di campionato

Il capitano viola aveva 31 anni, lascia la compagna e una bambina di 2 anni. In segno di lutto non si gioca

UDINE – Tragedia nel mondo del calcio. Davide Astori, 31enne capitano della Fiorentina e difensore della Nazionale, è stato trovato morto questa mattina in un albergo di Udine (‘Là di Moret’) dove si trovava con la squadra per la partita di oggi contro la formazione friulana. A causare il decesso sarebbe stato un arresto cardiaco. Astori lascia la compagna, Francesca Fioretti, e una figlia, Vittoria, di due anni. In segno di lutto è stata rinviata a data da destinarsi tutta la giornata di campionato di serie A e le tre partite di B previste tra oggi e domani. Un minuto di silenzio è stato disposto dalla Figc su tutti i campi di calcio dove si gioca oggi e domani.

Visualizza l'immagine su Twitter

SPORTIELLO L’ULTIMO A VEDERLO – Il giocatore questa mattina era atteso per la colazione, non vedendolo arrivare compagni e tecnici si sono preoccupati. Un massaggiatore è salito in camera – Astori dormiva da solo – ma lo ha trovato morto. L’ultimo compagno ad averlo visto è stato Sportiello con cui ieri aveva giocato alla playstation. Il portiere è stato ascoltato dai Carabinieri. Il pubblico ministero titolare dell’inchiesta ha invece ascoltato, all’interno dell’albergo, alcuni dirigenti viola e il medico sociale della società gigliata.

MALAGO’: ”SONO SCONVOLTO” – “Sono sconvolto. E’ una notizia che mi ha choccato. Quando questa mattina mi ha chiamato la Fiorentina per raccontarmi l’assurda tragedia che ha colpito Davide Astori, sono rimasto allibito e senza parole” ha detto Giovanni Malagò, Commissario Straordinario della Lega Serie A e presidente del Coni. “Sono stato assalito da mille pensieri, riflettuto a lungo sul dramma di un ragazzo che nel pieno della sua maturità sportiva ed agonistica scompare in una stanza d’albergo a poche ore da una partita di campionato. L’improvvisa scomparsa di Astori deve ancora una volta porre l’accento sulle necessità di controlli fisici assidui e costanti non solo per il calcio professionistico ma nello sport in generale. Oggi è un giorno triste per il nostro mondo. Alla famiglia di Astori, ai suoi cari e alla Fiorentina rivolgo i sentimenti più vivi di condoglianze da parte di tutto lo sport italiano”.

LA SCHEDA – Nato a San Giovanni Bianco in provincia di Bergamo il 7 gennaio 1987, difensore centrale mancino di buona tecnica. Inizia a giocare nel Ponte San Pietro, squadra satellite del Milan: viene integrato nella primavera milanista fino alla stagione 2005-2006. Nel 2006-2007 viene ceduto in prestito al Pizzighettone, in Serie C1. Tornato al Milan, nella stagione 2007-08 passa, sempre in prestito, alla Cremonese in Serie C1. Nell’estate

2008 viene acquistato dal Cagliari, squadra con cui esordisce in Serie A e con cui colleziona 174 presenze e 3 gol. Gioca la stagione 2014-2015 con la Roma (29 presenze e una rete), il 4 agosto 2015 viene ufficializzato il suo passaggio alla Fiorentina, in maglia viola collezione 88 presenze segnando 3 gol diventandone anche il capitano. Astori ha disputato anche 14 partite con la maglia della Nazionale, il suo esordio il 29 marzo 2011, a 24 anni, nell’amichevole Ucraina-Italia (0-2).

La Digos blinda il Bari calcio dopo la minaccia degli ultrà: allenamenti vigilati

La lettera dei Seguaci della nord è finita sotto osservazione. “Intensificheremo una pericolosa spirale che non si sa dove possa portare”: sono le parole dei tifosi che destano allarme

Il Bari è una polveriera. Dopo la seconda figuraccia consecutiva, quello fatto partire ieri dai Seguaci della Nord è un vero e proprio ultimatum a squadra, allenatore, direttore sportivo e presidente. ” La nostra pazienza è finita” , è la sintesi dello sfogo. In coda anche una minaccia, visto che in assenza di una reazione il gruppo più rappresentativo del tifo organizzato barese anticipa che ” sarà costretto a proseguire con la linea dura di Venezia, innescando una pericolosa spirale che non si sa dove possa portare”. Parole che sono finite sotto la lente di ingrandimento della Digos, che vigilerà sugli allenamenti dei biancorossi e che sabato, in occasione della gara interna contro il Frosinone, intensificherà i controlli all’esterno e all’interno del San Nicola.

Arbitro e Napoli piegano il Bologna: 3-1

Palacio gol dopo 25″, autorete Mbaye, infortunio a Verdi, rigore negato ai rossoblù e generosamente concesso agli azzurri: la doppietta di Maertens spegne i sogni È un pomeriggio di sogni frustrati, quello del San Paolo, tra infortuni beffardi, autogol e chiamate arbitrali che non contribuiranno a creare concordia tra due tifoserie non propriamente amiche. Il Bologna cade a Napoli, dopo essere andato avanti alla prima palla disponibile, mentre Verdi al San Paolo pare proprio non volerci giocare, quella che era attesa come la sua partita finisce in 4’, subito infortunato. Ma la rabbia rossoblù va verso le scelte di Mazzoleni, reo di un fischio quantomeno generoso sul decisivo rigore del 2-1, oltre che di quello mancato su un precedente fallo di mano di Koulibaly (più opinabile, questa). Un anno fa il fischietto bergamasco, fede fortitudina, si prese gli improperi dell’intero Dall’Ara per un mancato rigore contro l’Inter, e anche oggi finisce nel mirino dei tifosi rossoblù.

Arbitro e Napoli piegano il Bologna: 3-1

Donadoni sceglie di tenere fuori Destro per avere tre punte da movimento, con Palacio centravanti. E l’argentino gli dà subito ragione, capitalizzando al meglio di testa il contropiede portato avanti da Dzemaili e Di Francesco, oltre che il buco di Koulibaly. Dopo 27 secondi il Bologna è già avanti, a sorpresa, ma i sorrisi si spengono presto. Verdi si ferma per un problema al flessore e dopo 5’ la sua partita, quella più sentita, è già finita. Come ha vita breve anche il vantaggio del Bologna, raggiunto immediatamente con un cross di Mario Rui deviato da Palacio e poi infilato nella sua porta dal mancato rinvio di Mbaye. Tutto da rifare, tutto cambiato, in una manciata di secondi i rossoblù perdono il vantaggio e il loro giocatore migliore, ma il piano di Donadoni non cambia, dentro va Krejci e non Destro. Il Napoli attacca con Insigne, Callejon, Allan, ma le occasioni vere sono tutte per gli emiliani e sempre per Palacio. Prima viene murato sottoporta da Koulibaly (con un braccio involontario, dice il Var), poi lanciato in campo aperto da Pulgar si fa ipnotizzare da Reina. Ai punti al Bologna andrebbe stretto il pari, ma sul finale di tempo si trova sotto col rigore di Maertens: Masina si lascia scappare Callejon, vero, ma il suo tocco sulle spalle dello spagnolo sembra molto lieve.

Arbitro e Napoli piegano il Bologna: 3-1

Ora attaccare il Napoli è più difficile, non per questo il Bologna rinuncia, e anche nel secondo tempo parte con coraggio, ma gli spazi lasciati dagli uomini di Sarri nel primo tempo si chiudono. La differenza la può fare una giocata, solo che arriva dall’altra parte, visto che il più talentuoso dei rossoblù è in infermeria, mentre i padroni di casa hanno Mertens che al 59’ s’inventa dal nulla il 3-1. Gol che chiude anticipatamente i conti, fiaccando, anche mentalmente, la spinta rossoblù. Entra Destro, ma non c’è la forza né il fiato per tentare imprese.

Arbitro e Napoli piegano il Bologna: 3-1

Napoli-Bologna 3-1
Napoli (4-3-3): Reina; Hysaj, Chiriches, Koulibaly, Mario Rui; Allan, Jorginho (29’st Diawara), Hamsik

(21’st Zielinski); Callejon, Mertens, Insigne (35’st Rog). All: Sarri
Bologna (4-3-3) – Mirante; Mbaye, De Maio, Helander, Masina; Poli (37’st Donsah), Pulgar, Dzemaili; Verdi (5’pt Krejci), Palacio (28’st Destro), Di Francesco. All: Donadoni
Arbitro: Mazzoleni di Bergamo
Reti: 1’pt Palacio, 5’pt Mbaye (aut.), 37’pt (rig) e 14’st Mertens
Note: ammoniti Masina, De Maio, Mario Rui

Champions, Juventus-Barcellona 0-0: niente ottavi, decisiva ultima con Olimpiakos

Niente ottavi: Juve pareggia col Barcellona 0-0

TORINO – Nel calcio si può decidere di non rischiare di prenderle, è un realistico azzardo e la Juve l’ha giocato. Ha preferito non farsi male, non provando a far male al Barcellona che era peraltro d’accordissimo con questa visione del mondo: altrimenti, mica avrebbe tenuto in panchina Messi per una cinquantina di minuti. Risultato: i catalani si qualificano come primi del girone con un turno di anticipo, mentre i bianconeri dovranno masticare la loro pagnotta ad Atene, contro l’Olimpiakos, campo focoso ma avversario debolissimo, il 5 dicembre. E sarà una pericolosa rogna: pericolosa, perché comunque in certi stadi si può piangere; rogna, perché arriverà in mezzo al Napoli e all’Inter. In soldoni, la Juve passa se non perde in Grecia e se lo Sporting non vince a Barcellona. Dunque al 99 per cento passerà.

Ma la Juve di adesso poteva davvero battere il Barcellona? No, probabilmente no. Dunque ha capito che la cosa migliore era addormentare una sfida che è diventata presto un sedativo, l’ha compreso anche il pubblico che ha invitato la squadra a non mollare, cioè, almeno, a non perdere. E la difesa che quest’anno ha preso sberle un po’ da tutti, per una volta ha chiuso la porta. Tutto bene non quel che finisce bene, ma quello che ancora non è finito.

Se un colosso del calcio decide di non schierare Messi proprio in una gara del genere, è chiaro che il destino è già scritto. Poi, certo, qualcosa può sempre spostare l’equilibrio: difatti Rakitic centra un palo al 21′ e Ter Stegen vola su Dybala nei minuti di recupero. Ma non pensiamo di sbagliarci dicendo che un eventuale vantaggio di Juve o Barcellona sarebbe stato seguito da un pronto e convinto pareggio: è la regola del non farsi male. E’ anche vero che la Juventus dovrebbe diffidare delle ultime partite del girone, ricordando la fine che fece contro il Galatasaray e poi la sconfitta di Siviglia che costò il primo posto e la consegnò al Bayern. Stavolta, tuttavia, occorre molta immaginazione per credere che l’Olympiacos possa battere i campioni d’Italia (e comunque la Juve potrebbe passare anche perdendo, se lo Sporting non vincerà al Camp Nou: però il Barça deve un favore ai bianconeri e lo onorerà). Ma già si profila un eventuale sorteggio degli ottavi non facile, da seconda. Per questo c’è tempo; prima bisogna capire come stanno davvero i bianconeri, cos’hanno dentro, dove possono arrivare. A queste domande non ha risposto il Barcellona, che gliene importava.

JUVENTUS -BARCELLONA 0-0
JUVENTUS (4-2-3-1) Buffon, Barzagli, Benatia, Rugani, Alex Sandro, Pjanic (21’ st Bentancur), Khedira, Cudrado (26’ st Marchisio), Dybala, Douglas Costa (40’ st Matuidi), Higuain.
BARCELLONA (4-4-2) Ter Stegen, Semedo, Piqué, Umtiti, Digne, Rakitic, Busquets, Iniesta (37’ st Jordi Alba), Paulinho, Deulofeu (11’ st Messi), Suarez.
Arbitro: Ristic (Ser).
Note: ammoniti Pjanic, Paulinho, Alex Sandro, Digne, Piqué. Spettatori 40.876, incasso 3.251.391 euro.

Figc, Tavecchio si è dimesso: “Sciacallaggio politico”. Malagò: ”Unica soluzione è commissariamento”

Figc, Tavecchio si è dimesso: "Sciacallaggio politico".  Malagò: ''Unica soluzione è commissariamento''

Carlo Tavecchio (ansa)

L’annuncio nel corso del Consiglio Federale. Il presidente ha rimesso il mandato: ”Contro di me sciacallaggio politico”. Il capo del Coni: ”Unica strada è commissario”

ROMA –  E’ durato un solo minuto il consiglio federale stamattina: Carlo Tavecchio si è dimesso (come da noi anticipato ieri) da presidente della Figc. Ha deciso quando ha capito che anche la sua Lega, quella Dilettanti, dove era stato vent’anni, gli aveva voltato le spalle. Gli avevano voltato le spalle in tanti, ormai: Malagò, Lotti, Gravina, Abete, Cairo, Squinzi, De Laurentiis, Tommasi, Sibilia…. Pochi i fedelissimi, fra cui Ulivieri.

E così Tavecchio, in carica dal 2014 e riconfermato il 6 marzo di quest’anno, si è arreso. Ha parlato di “sciacallaggio politico”: è infuriato soprattutto con Malagò e con Sibilia. Resterà in carica come commissario della Lega di A sino all’11 dicembre, ma la Figc non lo avrà più al comando, anche in una fase transitoria. Perché “c’è la volontà di commissariare la Federcalcio, lo dice lo statuto della Figc. Senza la governance mi sembra l’unica soluzione”. Questa la decisione di Malagò. Mercoledì alle 16,30 si terrà a Roma la Giunta straordinaria del Coni: “Siamo obbligati perché lo statuto recita che abbiamo 48 ore dal momento della convocazione”, ha sottolineato Malagò spiegando il motivo che spinge il Coni a commissariare la Federcalcio: “I fatti sono chiari e oggettivi. Se ci fosse stato un consiglio federale completo, compatto, forte, ci potevano essere anche altre soluzioni finali, ma se in un contesto così eccezionale come l’eliminazione del Mondiale, ti ritrovi che alcune componenti prendono posizioni così antagoniste, come Calciatori e Lega Pro, e anche in altre parti c’erano dei rumors di scricchiolii (Lega Dilettanti, ndr), e aggiungi che due componenti neanche esistono, quella di A e di B, non è che serve uno scienziato per arrivare alla conclusione che avevo individuato già da qualche ora”, ha concluso Malagò.

Tavecchio ha saputo della decisione del n.1 dello sport, con cui ormai è in rottura totale, durante la sua conferenza stampa e ha risposto gelido :”Ma quale commissario… Un fatto molto grave, ci sono le garanzie di legge, gli statuti…”. Il consiglio federale non si è dimesso, come chiesto da Tavecchio: tutti si aspettavano quindi che la Figc proseguisse in condizioni di prorogatio, e andasse ad elezioni entro 90 giorni. Ora cambia la prospettiva: Tavecchio potrebbe andare al Tar del Lazio contro Malagò. Qualche consigliere potrebbe appoggiarlo. Ecco cosa prevede l’articolo articolo 24 punto 9 dello statuto. “In caso di decadenza o impedimento non temporaneo del Presidente federale, decade immediatamente l’intero Consiglio federale. In caso di dimissioni del Presidente federale, decadono immediatamente il Presidente e l’intero Consiglio federale. L’espletamento dell’ordinaria amministrazione è garantita in prorogatio dal Presidente federale e dal Consiglio federale. In caso di dichiarata impossibilità da parte del Presidente federale, l’espletamento dell’ordinaria amministrazione è garantita in prorogatio dal Vice Presidente federale e dal Consiglio federale. In ogni caso, l’Assemblea viene convocata senza indugio ai sensi dell’art. 21, comma 3del presente Statuto”.

Malagò non aveva alternative, non poteva andare in rotta di collisione col ministro Luca Lotti, rischiando una crisi istituzionale ancora più ampia. Il commissariamento sarà deciso mercoledì pomeriggio: per ora tocca a Malagò che almeno ufficialmente si tira fuori. Ma se la Giunta, a lui fedelissima, glielo chiedesse allora potrebbe restare commissario straordinario proprio lui (diversamente potrebbe esserci una scelta interna, magari Roberto Fabbricini, stimatissimo dallo stesso Malagò). Ci potrebbero essere alcuni subcommissari. Si fa il nome di Franco Carraro. Di sicuro non sarà un commissariamento breve: forse sei mesi, assicurano fonti Coni, perché questa è l’occasione unica per fare quelle riforme del calcio che in questi anni nessuno è stato in grado di fare. Nessuno. Malagò ci proverà: ha le idee chiare, il calcio è il suo mondo. C’è da mettere mano a tutto, statuto compreso. Di sicuro la Lega di A non potrà scegliere (il 27 novembre) il suo presidente e il suo amministratore delegato contro il parere di Malagò, mentre giovedì Balata dovrebbe essere eletto presidente della Lega di B. Poi, ci sarà un traghettatore della Nazionale (Malagò stima molto Di Biagio) e poi, ma chissà quando, si penserà al nuovo presidente Figc. In corsa Cosimo Sibilia, il favorito. Potrebbe fare il ticket con i calciatori. La Lega dilettanti ha il 34 per cento, i calciatori il 20. Gioco fatto, in teoria, con a Tommasi affidata la gestione del Club Italia (addio Ulivieri). Ma Sibilia a marzo sarà in corsa per esser riconfermato senatore di Forza Italia, gli converrebbe che le elezioni Figc fossero dopo, molto dopo,

magari verso l’estate del 2018 quando la Figc festeggerà i 120 anni. La politica si intreccia col calcio, ci saranno anche polemiche. Quelle per la verità non mancano mai. Altri candidati per la presidenza Figc sono Gravina, a meno che i calciatori decidano di puntare su un loro uomo (ma Albertini è ancora proponibile?). Improbabile la soluzione Pierluigi Collina, sta bene dov’è, stimatissimo dai presidenti Fifa e Uefa.

Nazionale, Ventura: ”Grande dispiacere, ma sconfitte non hanno una sola verità’

Nazionale, Ventura: ”Grande dispiacere, ma sconfitte non hanno una sola verità”

Nazionale, Ventura: ''Grande dispiacere, ma sconfitte non hanno una sola verità''
Gian Piero Ventura 

L’ex ct azzurro torna a parlare dopo la mancata qualificazione al Mondiale e il successivo esonero: ”Provo una sensazione di incompiutezza, ero convinto di farcela. Al mio successore auguro di riportare l’Italia dove merita”. Nessuna parola sulle mancate dimissioni

ROMA – “Le sconfitte, soprattutto quelle più dolorose, non si possono spiegare con una sola verità”. Gian Piero Ventura, ex ct azzurro, ha voluto dare l’addio ai tifosi della nazionale con una lunga dichiarazione all’Ansa nella quale all’amarezza per la mancata qualificazione al Mondiale aggiunge qualche venatura polemica. Ma, ci tiene a far sapere, “sarò il primo tifoso: al mio successore auguro di riportare l’Italia dove merita”. L’ex ct ha voluto ringraziare i giocatori, esprimere il dispiacere per la mancata qualificazione ai Mondiali in Russia, ma nemmeno una parola per spiegare e giustificare le mancate dimissioni e il licenziamento che gli garantisce gli 800 mila euro di stipendi dovuti fino a luglio.

“Sono stati, e sono, giorni difficili – afferma Ventura – e di profondo dispiacere: provo una sensazione di incompiutezza dal momento in cui non ho raggiunto il traguardo dei Mondiali. Guidare la Nazionale mi ha trasmesso senso di appartenenza ed orgoglio mai provati prima perché non ci può essere niente di più grande. Ho lavorato con tutto me stesso, con serietà e professionalità: non sono riuscito là dove ero convinto di farcela alla guida di un gruppo di ragazzi che non smetterò mai di ringraziare”.

E ancora: “Ho lavorato anche per preparare i più giovani al grande salto che potevano, e possono, ancora fare in modo da arricchire tutto il nostro movimento. Nel calcio,

le vittorie sono sempre il prodotto del merito di tanti. Allo stesso tempo le sconfitte, soprattutto quelle più dolorose, non si possono spiegare con una sola verità: nel momento dell’insuccesso bisogna dare risposte ad una lunga serie di interrogativi”. “Ora – la conclusione dell’ex ct –  nel momento della ripartenza sarò il primo tifoso: al mio successore auguro di riportare l’Italia dove merita”.