Bari calcio, scaduti i termini: 11 le cordate in corsa per il club. De Laurentiis è il favorito

Verso una clamorosa svolta con un asse con il Napoli. Tra le candidature potrebbero esserci anche quelle di Lotito, Ferrero e Preziosi. La commissione già al lavoro


Il tempo è scaduto: sono 11 le cordate in corsa per il Bari calcio. Tra queste c’è quella di Aurelio De Laurentiis che è in pole positon per l’acquisto del club. Tra i big del calcio piombati in picchiata sul club biancorosso, sarebbe il patron del Napoli quello che più degli altri avrebbe convinto il sindaco Antonio Decaro. Il progetto calcistico sarebbe importante, ma ancora di più è la suggestione di un vero e proprio polo del Sud che nasce intorno ad un pallone. Anche per questo il sindaco ha deciso di bruciare i tempi, convocando alle 12,30 la commissione che è al lavoro per dare il parere per la cessione del titolo sportivo.

“Lavoreremo interrottamente – ha detto Decaro – finché individueremo il proponente che avrà dimostrato maggiore solidità economica e il miglior progetto dal punto di vista sportivo. La commissione farà solo un’istruttoria, la responsabilità delle scelta, così come previsto dalle norme della Figc, è in capo al sindaco ma mi farò aiutare da un gruppo di lavoro, esperti in bilanci, impianti sportivi e gestione di attività sportive”. “I criteri che saranno presi in considerazione – ha concluso – sono il business plan e il progetto sportivo triennale che deve coinvolgere la città attraverso i giovani e le donne”.

De Laurentiis è tutt’altro che spaventato dall’idea di ripartire dalla D, visto che a Bari le premesse sono le stesse di quanto rilanciò il Napoli, a quei tempi fallito e piombato in C/1, ma oggi tra i club più apprezzati d’Europa, come dimostra il recente sì di Carlo Ancelotti. Sulle tracce del Bari, oltre a De Laurentiis ci sono altri padroni del calcio italiano, a cominciare da Claudio Lotito, presidente della Lazio. In corsa anche Enrico Preziosi del Genoa,  mentre Urbano Cairo, presidente del Torino, ha già assicurato supporto tecnico alla cordata degli imprenditori baresi.

Nella sola giornata di lunedì 30 luglio, hanno visto la luce l’Asd Bari Calcio dell’imprenditore tarantino Luigi Blasi e la Bari Calcio Academy, rappresentata dall’avvocata Francesca Ferri, della quale si parlò molto qualche tempo fa per una turbolenta vicenda che riguardava il Comune di Valenzano, dove rivestiva il ruolo di vicesindaco.

Poche notizie su quest’ultima cordata, composta da alcuni imprenditori locali e che sarebbe disposta a mettere subito sul piatto 3milioni di euro. Non ci sono misteri invece sul progetto di Luigi Blasi, già nel passato patron del Taranto e ora fortemente interessato al Bari.

“Non sono qui per speculare economicamente, ma solo con intenti sportivi. Il mio unico obiettivo è riportare questa squadra sui palcoscenici dove merita. Il calcio è passione, non speculazione”. Blasi ha anche manifestato interesse per il restyling dello stadio, “perché il San Nicola è la casa del Bari”. Per due nuovi soggetti interessati al Bari, uno che si è sfilato, quello composto dal tandem che vedeva protagonisti l’imprenditore barese Ferdinando Napoli ed Andrea Radrizzani, presidente del Leeds.

Proprio quest’ultimo non se l’è sentita di partecipare all’iniziativa volta alla rifondazione del Bari, forse perché preoccupato dall’impatto che questo impegno avrebbe avuto sui tifosi del club inglese. “Sì, il partner Radrizzani ha scelto di non impegnarsi nel progetto”, sono state le parole di Napoli. “Resto a disposizione per future intraprese in nome della mia passione per il Bari”. Ieri intanto riunione della cordata composta da otto imprenditori baresi, che avrebbe condiviso il progetto da consegnare al sindaco Decaro.

La società, partita con un capitale di 640mila euro, è pronta a raddoppiare l’investimento in caso di assegnazione del titolo sportivo. Il contatto con Cairo, segnala un certo fermento, per non farsi trovare impreparati in vista dei primi impegni ufficiali: il 19 agosto il debutto in Coppa Italia e il 2 settembre quello in campionato. Molto attivi anche gli altri “due Bari”, quelli che fanno capo all’imprenditore barese Nicola Canonico ed il gruppo rappresentato da Fulvio Monachesi.
Di Paola lascia il Consiglio comunale: “Impegnato nel progetto per il Bari calcio, scelta di correttezza”

Intanto Mimmo Di Paola, consigliere comunale e candidato sindaco nel 2014, ha annunciato la sua decisione di lasciare il consiglio comunale.
Di Paola, infatti, fa parte della cordata di imprenditori baresi scesi in campo per il salvataggio del Bari calcio. Di qui dunque la scelta di lasciare l’incarico: “Considerato – ha spiegato l’ex manager di Adp – che il gruppo di imprenditori baresi, di cui mi onoro di fare parte, si accinge a formalizzare la propria proposta per fronteggiare una crisi sportiva e cittadina senza precedenti, non ritengo corretto stare dalla parte di chi propone un progetto e, in qualche modo, anche dalla parte di chi lo riceve”. Le ragioni alla base delle dimissioni sono state spiegate in una lettera inviata al presidente del Consiglio comunale, Michelangelo Cavone.

Fausto Brizzi, chiesta archiviazione per accuse di violenza sessuale

Per i pm “il fatto non sussiste”. Il regista era stato iscritto nel registro degli indagati dopo la denuncia di tre donne per episodi avvenuti nel 2014, 2015 e 2017


La procura di Roma ha chiesto l’archiviazione per il regista Fausto Brizzi, indagato per violenza sessuale a seguito di denunce presentate da tre donne. Per i pm “il fatto non sussiste”. Il regista era stato iscritto nel registro degli indagati nello scorso mese di aprile.

Le denunce riguardavano tre presunti episodi avvenuti nel 2014, 2015 e 2017. Gli inquirenti, coordinati dal procuratore aggiunto Maria Monteleone, hanno svolto accertamenti anche per i due casi, quelli risalenti ad alcuni anni fa, le cui denunce erano arrivate oltre i termini di legge. Secondo le tre giovani, Brizzi le avrebbe invitate nel suo loft per un provino e le avrebbe poi obbligate a subire atti sessuali. In base a quanto accertato dai magistrati nella vicenda non sono stati riscontrati profili di natura penale. Nello scorso mese di aprile lo stesso Brizzi è stato ascoltato dai pm fornendo una serie di chiarimenti.

Alcune ragazze avevano rilasciato le loro testimonianze a Le Iene, lo scorso novembre, dichiarando che le violenze risalivano a parecchio tempo prima. Tra queste, anche l’ex miss Italia Clarissa Marchese che raccontò: “Mi sono sentita brutalizzata. Fausto deve chiedere scusa e poi farsi curare”.

Dopo lo scoppio del caso, la Warner ha fatto uscire in sala il film di Natale di Brizzi senza avvalersi però della sua promozione. La moglie del regista è intervenuta conuna lettera in difesa del marito. L’avvocato di Brizzi ha sempre dichiarato che il suo assistito “come già fatto in passato e in qualsiasi presente e futura circostanza, ribadisce di non aver mai avuto nella sua vita rapporti che non fossero consenzienti”.

Olimpiadi 2026, Malagò: “Candidatura unitaria Milano-Torino-Cortina”

Il presidente del Coni ha trovato la soluzione: “Non ci sarà una città capofila”. Ora si aspetta la Appendino, se non firma è fuori. Mercoledì Consiglio Nazionale


ROMA – La soluzione. “Candidatura unitaria Milano-Torino-Cortina”: Giovanni Malagò, n.1 del Coni e membro Cio (dal prossimo ottobre), ha trovato la via giusta per vincere e organizzare le Olimpiadi invernali 2026. “La commissione del Coni indica come strada da seguire e come auspicio la possibilità di una candidatura congiunta con le tre città di Cortina, Milano e Torino, senza una capofila, per far sì che ci sia una vera candidatura italiana, del Paese”. “Questa è una novità assoluta nella storia del processo delle candidature. È stato ottenuto dal Cio la possibilità di avere un riscontro di pari dignità da parte delle tre città”.Milano e Cortina sono già d’accordo col Coni, “ora aspettiamo Torino” ha detto Malagò. “Ma è una occasione più unica che rara nella storia delle Olimpiadi “. La Appendino deve aggiungere la sua firma a quelle di Sala e Ghedina, altrimenti è fuori.”L’obiettivo è stata l’unitarietà della candidatura, poi l’aspetto dei costi-benefici. Questa è la candidatura che costa meno a detta dalla valutazione delle singole candidature. Si è cercato di prendere il meglio da ogni singolo dossier”. Giovanni Malagò ha spiegato così, al termine della riunione della commissione di valutazione sui Giochi 2026, la strada scelta che è quella di unificare la candidatura. Il capo dello sport italiano ha specificato che “abbiamo ricevuto la disponibilità di Milano e di Cortina. Aspettiamo di sapere se c’è anche quella di Torino. Questa è un’occasione più unica che rara nella storia delle Olimpiadi”. Se la Appendino non accetta, Torino è fuori. Da sola non può correre.

Sono giorni da bollino rosso. In una giornata rovente di piena estate, domani, mercoledì 1 agosto, il governo dello sport dovrà votare. Torino e Cortina da sole non possono vincere. Milano è la più forte. In tre sarebbero ancora più forti. Giovanni Malagò le ha tentate tutte ed è stato bravo a districarsi fra i giochi politici (Lega, Pd, 5Stelle) e dossier poco convincenti. Ora vuole chiudere subito la partita, per questo ha convocato la Giunta in mattinata e il consiglio nazionale nel pomeriggio. In ottobre a Baires si tiene la sessione Cio e il dossier italiano dovrà essere all’altezza delle altre rivali (Stoccolma, Calgary, Erzurum, Sapporo) anche se non è escluso che qualcuna possa ritirarsi, cosa che forse non spiacerebbe al Cio. Stavolta possiamo davvero farcela: Giochi low cost, massimo 400 milioni di spesa, come vuole il Cio ma anche il governo italiano.

I Governatori sono tornati all’assalto in mattinata. Fontana (Lombardia): “La proposta di Milano va privilegiata. Ok al ticket con Cortina”. Zaia (Veneto): “Giusto l’approfondimento del Coni, fiducia in Malagò e nella commissione tecnica. Ma Cortina c’è. Una proposta low cost con 380 milioni di euro, che garantisce 15 discipline olimpiche tutte in montagna, quindi tutte nell’hub più grande degli sport invernali in Europa”. Chiamparino (Piemonte): “Se ora il Coni formalizza che c’è una possibile candidatura a tre città senza che nessuna sia capofila, credo che bisogna quanto meno sedersi al tavolo e andare a vedere. Ma finora questo non è stato formalizzato da nessuno”. Torino da sola non può vincere contro Stoccolma, ci sono troppe cose nel dossier preparato dagli “esperti” della Appendino che non stanno bene al Cio, al governo e al Coni. E’ stato spiegato chiaramente ieri da Malagò, Carraro e Pescante

Roma, maxi-blitz nel campo rom di Castel Romano con volanti, cani ed elicottero

Il campo nomadi di Castel Romano di nuovo ai raggi X. In mattinata è scattato un maxi-blitz della polizia e dei vigili urbani nell’accampamento tra i più grandi della Capitale. Secondo quanto si è appreso, l’operazione, che si avvale anche di un elicottero, è volta all’identificazione e al controllo delle persone effettivamente residenti nel campo. Impiegato anche il reparto cinofili della polizia, per verificare l’eventuale presenza di droga e armi, e agenti della polstrada di Aprilia, che indagano sul lancio di sassi sulle auto avvenuto la settimana scorsa.

In una nota del sindacato Ugl-pl, il coordinatore romano, Marco Milani, dice: “Per anni abbiamo denunciato le precarie condizioni di sicurezza dei caschi bianchi romani, impiegati in inutili quanto rischiosi piantonamenti, ad insediamenti che si erano nel tempo trasformati in vere e proprie enclavi di illegalitâ diffusa. Diamo atto a Comando Generale ed Amministrazione Comunale, di essere riuscito finalmente a cambiare l’approccio, demandando le attivitâ di controllo ad operazioni anche in sinergia con altre forze, finalmente efficienti e svolte in numero di operatori tali, da garantire la sicurezza e la tutela dei lavoratori impiegati. Non piú meri quanto inutili piantonamenti di facciata ma efficienti interventi di ripristino di legalitâ e sicurezza in dei luoghi, per troppo tempo abbandonati a se stessi. Nell’ auspicarci il prosieguo di tali modalitâ operative, non possiamo non esprimere il nostro plauso e la nostra soddisfazione per aver recepito il grido della categoria, rimasto purtroppo inascoltato per troppi anni”.

TORINO: Olimpiadi 2026, Malagò: “Partita aperta, tutte le ipotesi sono in piedi”

“Restano in piedi tutte le ipotesi, la partita è tutta aperta”. Così il presidente del Coni, Giovanni Malagò, al termine degli incontri andati in scena a Roma con i sindaci di Cortina, Milano e Torino, città candidate a rappresentare l’Italia nella corsa all’assegnazione delle Olimpiadi invernali del 2026. “La giornata è andata bene, ho trovato delegazioni disponibili al dialogo e al confronto – aggiunge il capo dello spor all’uscita da Palazzo H -. Per il resto, devo aspettare la riunione di domani della commissione che deve relazionare al Consiglio nazionale”.
“Torino non disponibile a una candidatura unitaria? Questi sono discorsi successivi, tutte ipotesi che non mi sento di smentire né confermare, vediamo domani cosa succede – prosegue Malagò -. Il sindaco Appendino ha dichiarato di non aver ricevuto proposte di collaborazione? Non so cosa si intende per proposta di collaborazione, ma ci sono dei punti indicati anche dal Governo sulla disponibilità a capire e valutare se c’è un’ipotesi di una candidatura allargata. Se c’è bene altrimenti si va avanti come previsto, questa è la realtà dei fatti. Restano in piedi tutte le ipotesi, la partita è tutta aperta”.
Infine, su una eventuale possibilità di far slittare la decisione dopo l’1 agosto, Malagò è chiaro: “Presumo di no e penso di no, anche perché la sessione del Cio è ai primi di ottobre e bisogna costruire molte cose del dossier. Bisogna anche essere seri. Il Governo ha indicato che sia il Consiglio nazionale a decidere, come è giusto che sia, poi ha messo tra le varie possibilità quella di prendere una decisione o l’altra”.

Così il ministro Toninelli ha mentito sulla chiusura dei porti

In quelle ore concitate in cui Salvini lanciò la prima azione in Europa per fermare il salvataggio dei migranti, il titolare delle Infrastrutture non firmò nessun decreto. Per la prima volta un governo ha agito esclusivamente via Twitter. Senza nessun atto formale

Giacca scura. Sguardo tenebroso. Non è più tempo di slogan, ma di azione. È il 10 giugno, una foto di Matteo Salvini sta per fare il giro del mondo. “#Chiudiamoiporti” è l’hashtag. Ma in uno stato democratico non basta un tweet per un’azione così dura, la prima in tutta Europa pensata per fermare i migranti e chi li salva dal mare. Serve un decreto, come recita il codice della navigazione. Per il neoministro dell’Interno Salvini è fondamentale l’appoggio del collega del M5s, Danilo Toninelli, titolare delle Infrastrutture e dei Trasporti, che ha la competenza sui porti. E in una prima fase i due ministri sembrano parlare con una voce sola: diramano note congiunte, intimano a Malta di aprire i suoi porti e “non voltarsi dall’altra parte”, minacciano il sequestro delle imbarcazioni delle Ong che si avvicinano ai porti italiani.

In realtà non c’è un solo atto formale, un solo decreto. La strategia del governo gialloverde viaggia su canali esclusivamente orali fino al 29 giugno, quando ad avvicinarsi alle acque italiane sono le imbarcazioni Open Arms e Astral della Ong spagnola Proactiva. Salvini insiste: quelle navi devono vedere l’Italia soltanto “in cartolina”, e annuncia la chiusura dei porti anche per gli scali tecnici e i rifornimenti.

Ma è il ministro pentastellato a imprimere un salto di qualità all’esecutivo: Toninelli rende noto con un comunicato di aver disposto, “in ragione della nota formale che giunge dal Ministero dell’Interno e adduce motivi di ordine pubblico, il divieto di attracco nei porti italiani per la nave Ong Open Arms, in piena ottemperanza dell’articolo 83 del Codice della navigazione”. Il primo provvedimento formale del governo sui porti, così lo descrivono i giornali. Ma in quelle ore, e nei giorni successivi, il decreto non si trova. Non l’hanno visto i marinai e i legali di Open Arms, a cui quell’atto dovrebbe essere notificato. Non riescono a recuperarlo i giornalisti, nonostante le rassicurazioni continue del portavoce del ministro Toninelli. Quel documento non c’è. L’Espresso è in grado di rivelare che in quelle ore concitate, in cui le uniche imbarcazioni di Ong nel Mediterraneo in grado di raggiungere la zona di ricerca e soccorso libica erano quelle di Proactiva Open Arms, il ministro Toninelli ha mentito. Il decreto non è mai stato firmato.

La conferma arriva il 23 luglio scorso dal Comando generale delle Capitanerie di porto, in risposta a una richiesta di accesso agli atti di Open Arms: “Non risulta che sia stato adottato, nel caso indicato, alcun provvedimento ministeriale ai sensi dell’articolo 83 del Codice della navigazione” precisa il capo del terzo reparto, contrammiraglio Sergio Liardo. Nessun problema di ordine pubblico. Nessun decreto del ministro. La Guardia costiera italiana esclude anche che sia stato firmato qualsiasi altro provvedimento di interdizione “del mare o degli ambiti portuali” nei confronti di navi della Ong Proactiva. Contattato dall’Espresso, il ministro Toninelli non ha voluto commentare. Fonti del Mit sostengono che “il provvedimento è decaduto immediatamente, dato che poco dopo la Open Arms prese a bordo una sessantina di migranti, e l’atto non poteva più reggere essendo valido per l’assetto della nave con a bordo il solo equipaggio. Il decreto in realtà era in formazione, perché era appena arrivata la nota del Viminale”.

Non si tratta solo di una questione formale. Il 28 giugno le due imbarcazioni Astral e Open Arms sono rimaste le uniche navi di Ong attrezzate per la ricerca e il soccorso in mare in grado di operare davanti alla Libia. Sono partite da Valencia e, dopo giorni di navigazione, avanzano la richiesta di uno scalo tecnico: la nave più grande ha bisogno di un cambio di equipaggio, di viveri, di fare rifornimento. Dopo aver incassato il diniego di Malta, il capitano della Open Arms, Marco Martínez Esteban, gira la richiesta di attracco alla Capitaneria di porto di Pozzallo, in Sicilia. Comincia uno scambio di email tra la nave spagnola e la capitaneria italiana, con richiesta di una serie di informazioni da parte dell’autorità portuale sul motivo della scelta di Pozzallo in luogo di La Valletta, sulla quantità di carburante necessario e l’autonomia residua dell’unità navale.

Intanto dal Viminale parte una nota urgentissima a firma del capo di Gabinetto, Matteo Piantedosi, indirizzata al ministro dei Trasporti Toninelli: “Non si possono escludere riflessi sull’ordine pubblico derivanti dall’accoglimento dell’istanza” di accesso al porto presentata dalla Ong, scrive il dicastero di Salvini. Non solo: per gli Interni non c’è “alcuna situazione emergenziale” nelle richieste avanzate da Open Arms, che nel frattempo rinuncia ad attraccare nel porto di Pozzallo e con il carburante al minimo continua a muoversi in acque internazionali, dirigendosi verso la zona search and rescue antistante la Libia. Il resto è cronaca.

Quel giorno, in un naufragio, secondo l’Unhcr muoiono più di cento persone nelle acque libiche, tra cui tre bambini. Gran parte dei corpi rimangono in mare. Verso le 9 del mattino del 29 giugno l’equipaggio della Open Arms aveva intercettato una comunicazione sul canale 16 relativa a un barcone in pericolo nella zona di Al-Khums, vicino alla costa di Tripoli, a 80 miglia nautiche dalla nave. Ma la Open Arms non poteva raggiungerlo facilmente: “È molto lontano e hanno avvisato i libici. Noi siamo con il diesel al minimo – ha raccontato il comandante di Open Arms al quotidiano spagnolo El Diario – non siamo in grado di accelerare per arrivare in tempo”.

Roma non lancia l’allarme tanto che, alla fine, l’allerta ufficiale sul natante da soccorrere la diramerà La Valletta. Ma nonostante l’offerta di supporto da parte della Ong, quel giorno “l’intervento della nave Open Arms non viene accordato dalle autorità italiane – ricorda la Ong Proactiva – che non rispondono positivamente alle nostre chiamate”. In serata, mentre comincia a circolare la notizia di un naufragio con cento dispersi, arriva la nota di Toninelli che nega ufficialmente l’approdo in porto alla Open Arms. In un primo momento il ministro sbaglia persino imbarcazione, sostenendo di aver “disposto il divieto per la nave Ong Astral”. Due ore dopo la rettifica: “La nave a cui si riferisce il provvedimento è la Open Arms e non la Astral. Entrambe fanno capo alla Ong Proactiva Open Arms”. Ma non esiste nessun provvedimento.

“È stato un tentativo di far desistere le Ong e le strutture che avrebbero potuto fare i salvataggi in mare, una sorta di messaggio all’Europa e al mondo – illustra l’avvocato di Open Arms, Rosa Emanuela Lo Faro – perpetrato via social network, senza ricorrere ad atti formali. Si è trattato quindi sicuramente un modus operandi anomalo, perché l’azione di un governo deve esplicarsi attraverso la formazione di atti amministrativi e non via Twitter. Una cosa comunque la possiamo dire con certezza: se la nave di una Ong volesse entrare in un porto italiano oggi potrebbe farlo, perché non è mai stato chiuso nessun porto: i porti italiani sono aperti. Sono stati chiusi solo a parole”.

Come nel caso della Aquarius e della Lifeline, la linea dura del governo ha funzionato ancora una volta senza far ricorso a troppe carte bollate: a Salvini sono bastati dei tweet, qualche post su Facebook e un intervento alla radio; a Toninelli l’annuncio di un decreto mai firmato. Per riuscire a mettere in discussione princìpi scolpiti, prima che nelle leggi, in più di duemila anni di storia del Mediterraneo.

Degrado a Mergellina, tra erbacce e rifiuti

Lungomare di Napoli, area prediletta di cittadini e turisti per una passeggiata al molo o un caffè ai tipici chioschi dell’area. Ma alla bellezza del luogo si affianca l’inciviltà di alcuni. In largo Sermoneta cumuli maleodoranti di sporcizia accolgono i turisti che vanno a Posillipo. E tra le aiuole c’è persino chi accende fuochi per cucinare. Le aiuole sono piene di rifiuti, talmente maleodoranti da doversi turare il naso, e cumuli di erbacce tagliate e lasciate lì a marcire accolgono il turista che da Mergellina va a visitare la collina di Posillipo. Passa un turista dopo l’altro davanti allo spettacolo indegno. C’è anche chi si ferma a fotografare: una bambina francese indica al papà il cumulo di rifiuti mentre passeggia, in parte anneriti da un principio di incendio.

Lo sgombero del Camping River, l’appello dei prof: “Quei ragazzi rom hanno diritto di tornare a scuola”

Parlano i docenti di Labaro: “Molti si sono laureati”. Le famiglie sfollate ora dormono sotto i ponti a Saxa Rubra


Come educatori abbiamo il dovere di difendere il diritto all’istruzione di tutti i nostri ragazzi, perché, come scriveva Don Milani: “Se si perdono i ragazzi più difficili, la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati”. Nella citazione c’è tutto il disappunto dei 30 insegnanti dell’istituto comprensivo Largo Castelseprio, a Labaro, che hanno scritto una lettera aperta alla città per difendere il diritto allo studio dei loro 20 alunni rom,sgomberati dal Camping River e ora a forte rischio esclusione sociale. Studenti con profitto, che adesso sopravvivono accampati in piazza Saxa Rubra, a Prima Porta.

“Diversi alunni del nostro istituto (accorpa materna, elementari e medie, Ndr) residenti nel campo – scrivono i professori – nel corso degli anni hanno proseguito con successo gli studi, ben oltre la scuola dell’obbligo, giungendo in alcuni casi perfino alla laurea. Tutto questo lungo lavoro rischia di essere vanificato con lo sgombero”.

Flavia D’Angeli, 45 anni, insegna italiano, storia e geografia alla scuola media, cita a memoria il nome di quasi tutti gli alunni rom che ha seguito con passione negli anni. ” Lo sgombero – osserva – è una contraddizione che annulla il lavoro per l’inclusione fatto anche con finanziamenti pubblici. Brucia anni di lavoro sulla scolarizzazione”. La professoressa ricorda le feste di fine anno organizzate nel piazzale dell’ex insediamento in via di Tenuta Piccirilli. “Tanti alunni stavano facendo progressi, ora rischiano di perdersi ” , esclama D’Angeli.

“Chicca aveva sostenuto l’esame di terza media l’estate scorsa, frequenta l’Alberghiero a Fidene – dice la professoressa – Alessio, suo fratello, ha finito la prima media quest’anno. Ha vinto anche la borsa di studio”. Adesso, due dei suoi alunni più brillanti, dormono accampati nello stanzino degli attrezzi ricavato all’interno di un pilone del cavalcavia sulla Flamina, all’altezza dello svincolo per Saxa Rubra. Da lì, il River dista solo una manciata di chilometri.

Le circa 150 famiglie sfollate, dopo aver rifiutato la sistemazione nella tendopoli in via Ramazzini, a Monteverde, hanno trascorso la notte tra domenica e lunedì sull’asfalto di Prima Porta, a pochi metri dalla stazione. Juliana, 38 anni, invece ha rifiutato il rimpatrio assistito offerto dal Comune, è tornata a Craiova, in Romania, autonomamente per lasciare la figlia Maria, 9 anni, ai nonni: “Poi tornerò a Roma per lavorare – promette – faccio la colf ” . Anche lei è vittima della ” politica delle ruspe”.

Proprio sul clima alimentato da M5s e Lega nel Paese, il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, dice: “La differenza di atteggiamento politico su l’intolleranza è tutta qui. Tra chi vuole dar fuoco all’Italia e chi la vuole salvare

Epidemia di legionella a Bresso, i casi salgono a 46. Al via le analisi di massa in tutti i condomini

Metà dei pazienti sono ancora in ospedale. Tre i casi che si sono rivelati mortali


Continua a salire il numero di persone coinvolte nell’epidemia di legionella a Bresso, 27mila abitanti alle porte di Milano: a lunedì pomeriggio, due settimane dopo l’accertamento dei primi casi, i malati hanno raggiunto quota 46. Di questi, la metà è ancora ricoverata in ospedale, tra il Niguarda e il Sacco di Milano, il Bassini di Cinisello Balsamo, il San Gerardo di Monza e il Mater Domini di Catanzaro. Quest’ultimo caso riguarda infatti un cittadino bressese che ha iniziato a manifestare i primi sintomi durante una vacanza in Calabria: di lì, il ricovero nella struttura catanzarese. Per cercare di trovare la causa dei contagi, e fermare l’epidemia, il sindaco in accordo con gli amministratori di condominio ha deciso di procedere, allora, con le analisi “di massa” di tutti gli impianti idrici bressesi.

Perchè, nel giro di appena quindici giorni, nel comune alle porte di Milano si siano verificati così tanti casi di legionellosi – di cui tre, finora, mortali – è ancora un mistero. Che si infittisce dopo ogni segnalazione di un nuovo paziente: tra domenica e lunedì sono stati 6 i casi nuovi che sono stati presi in carico dai sanitari. Non solo: anche a Milano, un consigliere del municipio 9 (che confina con Bresso) è stato contagiato. Si tratta Maurizio La Loggia, eletto in quota Forza Italia e ricoverato da qualche giorno al Policlinico: il caso è escluso dal conteggio bressese poichè il paziente risiede a Milano. Dalle prime informazioni, però, il consigliere forzista frequenterebbe spesso Bresso, per ragioni personali: l’ipotesi, allora, è che anche lui sia stato contagiato nel comune dell’hinterland di Milano.

L’Ats metropolitana di Milano ha effettuato numerosi campionamenti nelle abitazioni dei malati, che in molti casi vivono nella zona a sud est del centro storico della cittadina, nonché in alcuni luoghi pubblici. Finora, però, non sono ancora arrivati i risultati definitivi dei campionamenti, se non in pochissimi casi: solo in una casa e in una fontana di fronte alla parrocchia centrale del paese, la legionella pneumophila (il batterio responsabile dei contagi, che vive nell’acqua tra i 25 e i 55 gradi, e si annida in tubature e condizionatori) è stato allora riscontrato. Proprio per questo l’amministrazione bressese, guidata dal sindaco Simone Cairo, insieme con l’Ats oggi ha incontrato tutti gli amministratori di condominio. Per procedere con campionamenti “di massa” di tutti i condomini, gli stabili e gli appartamenti della cittadina: la decisione segue quella presa dal Comune già la settimana scorsa, di inviare nelle case popolari e degli anziani seguiti dall’assistenza domiciliare i volontari della Protezione Civile. Il mandato, in quel caso, era di fare – armati di tuta, mascherina e prodotto specifico – la bonifica degli impianti delle case dove vivevano i cittadini con più di 65 anni, i più a rischio di contrarre la malattia.

L’obiettivo è cercare di estirpare, alla radice, la causa dei contagi. Che rischiano di salire ancora, se l’origine non verrà rintracciata a breve: il consorzio Cap, che controlla l’acquedotto bressese, ha comunciato nei giorni scorsi di aver effettuato 13 campionamenti nella sua rete, tutti risultati negativi. Mentre l’Ats, dal canto suo, al momento nei laboratori di via Juvara a Milano ha in coltura 426 campioni prelevati presso 41 abitazioni e 29 luoghi esterni: i risultati sono attesi nei prossimi giorni.

Sul caso nei giorni scorsi anche la procura di Milano ha acceso un faro, avviando degli accertamenti per cercare di capire come mai, a distanza di quattro anni, a Bresso il problema si sia ripresentato: già nel 2014, infatti, nella cittadina c’erano stati diversi ammalati a causa della legionella. In quel caso, però, i pazienti sono stati segnalati nell’arco di diversi mesi, e solo in un caso la malattia ha avuto esito mortale.