Diffamatori Sui Social Network: Dodici Denunce nella provincia di Chieti, come comportarsi?

CHIETI. I carabinieri di Chieti Scalo hanno identificato e denunciato per diffamazione aggravata 12 persone delle quindici che avevano commentato sui social un articolo di stampa: era stata una donna, titolare di una palestra, che risentita per la condanna per disturbo alle persone emessa a suo carico, aveva pubblicato l’articolo che parlava della vicenda, accompagnato da commenti allusivi e diffamatori nei confronti della coppia che, secondo lei, aveva fatto partire la denuncia nei suoi confronti. I coniugi si sono riconosciuti nelle espressioni utilizzate dalla donna, e hanno presentato una querela ai carabinieri, poiché nel frattempo 15 persone avevano commentato il post insultandoli e diffamandoli. In sostanza, sono stati denunciati coloro che, secondo quanto accertato durante le indagini, hanno utilizzato linguaggi piuttosto coloriti e «lesivi del decoro e dell’onore dei querelanti»

Purtroppo come spiega Cristian Nardi   fondatore di www.privacygarantita.it   molte volto non conosciamo la potenza di questi mezzi, Molto probabilmente tutti o quasi. È la dimostrazione che i social network, la loro consultazione e la pubblicazione di post sugli stessi sono parte integrante della nostra vita “reale”. La nostra rete sociale sembra sia costituita da “amicizie virtuali”, like, commenti e continui aggiornamenti dello status o di qualsiasi altra informazione della vita personale, ma anche di quella degli altri.

È chiaro ai più che attraverso i social network è permesso “conoscere” fatti, stati emotivi, vicende personali della cosiddetta “cerchia di amici” di cui è composto il profilo personale di Facebook o di Instagram, ad esempio, ma è sempre poco chiaro a chi è “social” quali siano le conseguenze di determinati comportamenti, che potrebbero portare anche alla commissione di illeciti penali. L’evolversi della coscienza “social”, la rapidità diffusoria delle informazioni attraverso Internet, l’impossibilità o comunque la difficoltà di controllare la provenienza e l’autorevolezza delle informazioni hanno posto il problema di individuare il ruolo dell’informazione e della liceità della stessa, così come il rapporto tra ciò che è considerato libertà e spontaneità della informazione e ciò che invece sfocia inevitabilmente nel reato di diffamazione. A tale riflessione, però, si deve aggiungere un ulteriore elemento, che non può essere trascurato quando si parla di informazione e di manifestazione del pensiero, e cioè la distinzione tra colui che comunica un’informazione a livello professionale, veicolata tramite una testata giornalistica online, e chi, invece, comunica determinate informazioni attraverso mezzi di diffusione del pensiero, quali i social network, che altro non sono se non “un servizio di rete sociale, basato su una piattaforma software scritta in vari linguaggi di programmazione, che offre servizi di messaggistica privata ed instaura una trama di relazioni tra più persone all’interno dello stesso sistema” (Corte di Cassazione, sez. V penale, sentenza n. 4873/2017). Difatti, contrariamente a quanto avviene attraverso i media tradizionali (cartacei o digitali), in Internet la diffusione delle notizie, dei commenti e delle più disparate opinioni di coloro che utilizzano la rete non è (almeno ad oggi) oggetto di preventiva analisi e il margine di cadere, pertanto, nella commissione del reato di diffamazione è proporzionalmente più alto rispetto a quanto avvenga invece nei media tradizionali. Veniamo perciò all’individuazione del delitto di diffamazione, previsto all’art. 595 del codice penale: “chiunque […] comunicando con più personeoffende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1032 Euro”. Ai commi 2 e 3 del medesimo articolo si sottolinea che se l’offesa consiste nell’attribuzione di un determinato fatto, la pena aumenta, e se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516 (diffamazione aggravata). Gli elementi che distinguono il reato di diffamazione sono pertanto la comunicazione con più persone, intesa come pluralità di soggetti che siano in grado di percepire l’offesa e di comprenderne il significato, e poi l’offesa alla reputazione del soggetto che si vuole colpire, in maniera cosciente e consapevole. Una volta individuata la condotta delittuosa, l’articolo fa cenno a elementi aggravanti e in particolar modo richiama il mezzo con cui l’offesa della reputazione altrui può essere commessa, il mezzo stampa o altro mezzo di pubblicità.

La giurisprudenza, almeno inizialmente, non aveva ravvisato la commissione del reato di diffamazione nell’ambito dei social network per la mancata individuazione degli elementi sopra richiamati, come ad esempio l’elemento della “comunicazione con più persone”, escludendo la diffamazione in quanto il profilo privato di chi diffondeva il messaggio veniva identificato come ambiente virtuale “chiuso” e quindi privo degli elementi della “diffusività” e della “pubblicità”. E sono infatti gli elementi della diffusione e della pubblicità attraverso il social network ad essere stati riscontrati nella sentenza della Corte di Cassazione n. 16712/2014, che ha ricondotto la fattispecie della diffamazione aggravata attraverso l’utilizzo del mezzo di pubblicità all’ipotesi di diffamazione attraverso il social network. Ha ribadito infatti la Corte di Cassazione che la pubblicazione di una frase offensiva su un social network rende la stessa accessibile ad una moltitudine indeterminata di soggetti con la sola registrazione al social network e pertanto è indubbio che uno degli elementi essenziali della diffamazione venga riscontrato.

Il carattere quindi della diffusività del “profilo”, della “bacheca” e di ogni altro spazio presente sui social network è oramai stato assodato dalla più recenti sentenze della Suprema Corte, che si sono succedute negli ultimi anni e che hanno rilevato quanto i social network siano mezzi idonei per realizzare la pubblicizzazione e la circolazione, tra un numero indeterminato di soggetti, di commenti, opinioni e informazioni, che, se offensivi, comportano l’integrazione del reato di diffamazione, aggravata dall’utilizzo di un mezzo di pubblicità.

E’ quanto è stato affermato dalla recente sentenza dalla Corte di Cassazione (sentenza n. 50/2017), secondo cui “la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “Facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 terzo comma del codice penale, poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone; l’aggravante dell’uso di un mezzo di pubblicità, nel reato di diffamazione, trova, infatti, la sua ratio nell’idoneità del mezzo utilizzato a coinvolgere e raggiungere una vasta platea di soggettiampliando – e aggravando – in tal modo la capacità diffusiva del messaggio lesivodella reputazione della persona offesa, come si verifica ordinariamente attraverso le bacheche del social network, destinate per comune esperienza ad essere consultate da un numero potenzialmente indeterminato di persone, secondo la logica e la funzione propria dello strumento di comunicazione e condivisione telematica”.

La sopra richiamata sentenza della Cassazione sottolinea ancora una volta l’orientamento costante della Suprema Corte in merito alla valutazione del social network come mezzo potenziale, idoneo e capace per la consumazione del reato di diffamazione. Non vi è dubbio infatti, che a differenza del “mezzo stampa”, la giurisprudenza abbia ampliato il concetto di “qualsiasi mezzo di pubblicità”, richiamato nel comma 3 dell’art. 595 del codice penale, includendo la diffusione a mezzo fax, attraverso pubblico comizio, o a mezzo posta elettronica, tra gli strumenti atti a trasmettere dati e informazioni a un numero ampio, o anche indeterminato, di soggetti.

Oggi pertanto siamo attori e spettatori di un sistema che ci permette di inviare e di ricevere molteplici e differenti informazioni, grazie anche alla facilità e rapidità di accesso alla rete. I social network sono pertanto diventati l’ambiente virtuale più frequentato al mondo, dove ogni giorno milioni di persone interagiscono con gli altri, scambiandosi opinioni, foto, commenti e informazioni. L’azione più semplice di tutte, cioè l’esprimere un proprio pensiero o una propria opinione, racchiude però insidie e conseguenze, anche di natura penale, che a volte vengono ignorate e che invece il buon senso e la corretta utilizzazione dei social network dovrebbero aiutarci a conoscere.

WhatsApp, Instagram e Facebook down in Italia

WhatsApp, Facebook e Instagram down in Italia. I tre servizi che fanno capo alla società di Zuckerberg risultano non funzionanti in questo momento. La celebre app di messaggistica istantanea non consente di inviare messaggi né di riceverli, mentre sui due social network non è possibile aggiornare il feed né tantomeno le Stories. Non ci sono per adesso comunicati ufficiali, ma il disservizio sembra essere esteso a tutto il territorio italiano.

Dunque, nel caso in cui non stiate riuscendo ad inviare un messaggio su WhatsApp o a visualizzare una Stories su Facebook e Instagram, sappiate che la cosa non dipende dal vostro profilo, dal vostro smartphone o dal vostro computer. Come sempre in questi casi, il team di sviluppo sarà già a lavoro per individuare il problema e risolverlo nel più breve tempo possibile

Ovviamente, il problema riguarda tanto le versioni Android che quelle iOS, ma non sono escluse neanche le controparti desktop, e in quest’ultimo caso i portali di Facebook e Instagram risultano – in questo momento – completamente irraggiungibili. Come sempre in questi casi, il noto portale downdetector sta già riportando la mappa del disservizio, che sembra riguardare anche altre aree d’Europa come Spagna, Regno Unito, Portogallo. Trovate maggiori informazioni a questo link.

Stupro su Facebook: “La vendetta del mio ex mi ha rovinato la vita. Ma ora io combatto”

La testimonianza di Marta, vittima del revenge porn che si è ritrovata immagini private su gruppi chiusi e  account fittizi a suo nome in cui appariva nuda. E che ha deciso di denunciare l’aggressore. Per uscire dall’inferno e perché vuole che la sua sofferenza non sia inutile

“La mia vita era cambiata già prima, con un uomo pessimo da cui sono andata via e che si è vendicato in mille modi. Poi hanno tentato di distruggermi, ma non gliel’ho data vinta. Adesso è in corso un complesso processo penale. Spero che quel mostro finisca in galera. E questa è la mia storia”. A proposito di brodi di coltura dello stupro, di cyberbullismo a sfondo sessuale e di quei gruppi privati misogini e sessisti che infestano Facebook.

La chiamano revenge porn, la condivisione sui social (e su Telegram e Whatsapp) di scatti di vita intima di coppia da parte di ex fidanzati meschini e dei branchi che riescono ad aggregare online. Per rappresaglia, senza nessun consenso femminile. Parecchie donne, messe alla gogna su Internet, meditano ogni giorno di farla finita. Temono di essere entrate in un tunnel della vergogna senza uscita. Credono di dover espiare una colpa arcana. Si sentono gli sguardi morbosi estranei puntati addosso.

Le loro foto rubate galleggiano e proliferano ormai in ogni anfratto della Rete e in poche trovano la forza di reagire, di denunciare. Marta, un po’ più di trent’anni (solo il nome è di fantasia) è una di queste eccezioni: “Ho convissuto con un uomo. Lo amavo moltissimo. Era geloso e irascibile, ma lo chiamava amore. Diceva che era geloso perché mi amava troppo. Era iscritto a una serie di gruppi Facebook più o meno segreti. Passava tantissimo tempo attaccato al cellulare. Ero infastidita da questa sua ossessione per Facebook, ma di tanto in tanto mi faceva vedere i contenuti. Ancora non si parlava di donne e di sesso, o forse me lo ha tenuto nascosto, ormai non so più dirlo”.

Il rapporto tra i due si logora e la ragazza decide di lasciarlo: “La situazione si fa subito oscura. Lui comincia a contattare chiunque potesse conoscermi riversando bile, odio e insulti. Inizia a minacciarmi di utilizzare le foto intime che aveva scattato nei due anni trascorsi insieme se avessi osato raccontare di lui. Io taccio, non proferisco sillaba. Una mattina però mi chiama un mio conoscente, dicendomi: “Guarda che mi è arrivata una tua richiesta d’amicizia su Facebook, ma con un altro tuo profilo, pieno di scatti non proprio edificanti. Sei davvero tu quella?”.

È questo il prologo del suo inferno: “Diciassette account con il mio nome e cognome, affollati sia di foto prese dalla mia pagina Facebook ufficiale che dal suo cellulare. E queste ultime contengono anche scene di sesso, o con me nuda: immagini immortalate dal suddetto nel corso della nostra relazione sentimentale. Diciassette profili falsi in un solo mese”. Fantasmi maligni, contagiosi e per lo più anonimi sbattono le loro mani luride intorno alla preda: “Io li segnalo uno dopo l’altro. Mi faccio aiutare dagli amici. E si trasformano tutte le mie abitudini quotidiane. Ogni mattina, per esempio, ora cerco ossessivamente le mie generalità su Facebook. Trovandomi spesso riprodotta come natura mi ha fatta e bersagliata da commenti sprezzanti: umiliata e offesa”.

Cronaca di una spirale perversa: “A quel punto il mio ex prende a pubblicare le foto su un gruppo Facebook. Me lo riferisce una persona fidata a cui era stato chiesto: “Ma quella non è la tua amica?”. Cliccando su un link ben visibile si è rimandati a un post farcito di mie istantanee, corredate da storie inventate di sana pianta su miei presunti rapporti lascivi e su un mio fantomatico passato di pornostar involontaria. Non mancano dettagli inerenti la mia famiglia e il mio indirizzo di casa, con tanto di street view di Google Maps. Lui intanto se la ride e mi dipinge come una sgualdrina. Parallelamente, continuano a giungermi messaggi e richieste di amicizia da perfetti sconosciuti con battute triviali, allusioni, foto mie, foto loro (o meglio dei loro genitali), ingiurie di ogni genere, minacce e richieste esplicite di sesso. Almeno un migliaio i contatti di questo tenore. Io che su Facebook nemmeno li ho mille amici”.

Facile, in teoria, affidarsi alla legge: “Alla fine vado in questura, all’anticrimine. Non alla polizia postale: gli uffici del mio capoluogo di provincia sembrano inaccessibili e se chiami spiegando l’accaduto devi innanzitutto illustrare come funziona Facebook e i suoi gruppi. Provo a denunciarli questi gruppi, ma incorro in risposte disarmanti come “Eh ma lei non doveva farsi fare queste foto”. Alla fine cambio questura; ma anche lì sulle prime fanno storie, questa volta adducendo ragioni giurisdizionali perché io risiedo da un’altra parte. Eppure Internet non è una città, non ha localizzazioni geografiche precise e se devi spiegarlo alla Postale, è grave”.

La via crucis dura mesi (“ero distrutta, tutte le persone che mi conoscono mi hanno vista fare sesso, e non per mia scelta. Ho perso molti pseudo-amici”) finché un tribunale non emette un’ordinanza e l’ex di Marta si vede sequestrare tutti i devices connettibili a Internet.

Ha inizio un procedimento giudiziario con diversi capi d’accusa: dalla sostituzione di persona alla diffamazione ai maltrattamenti fisici. Il gip dispone il suo divieto di avvicinamento alla ragazza che millantava di amare. E il processo è ancora in corso. Le foto di Marta finiscono nel frattempo in uno sconcertante “archivio”, in un “dossier” tuttora scaricabile da Google di video e immagini hard che hanno come “star” anche minorenni.

Mittenti, i partner vendicativi; destinataria, l’orda famelica del web; esecutori materiali, nugoli di hacker della generazione dei millenials, magari di buona famiglia. “Io ero in una di queste directory”. E segnalare non è semplice. Google e Dropbox eliminano quasi sempre i file contestati, una volta descritto il contenuto.

Facebook invece non li rimuove quasi mai i suoi gruppi più abietti, e quando prova a farlo, quelli rinascono di nuovo sotto ritoccate spoglie. Per perseguirli bisognerebbe aprire rogatorie internazionali. Marta ha visto molto da vicino l’occhio di uno dei più terribili ciclopi del nostro tempo. Si è salvata perché è di temperamento forte, ha una famiglia che la ama e non la molla mai e ha una “fede brutale che invece di spingermi al suicidio mi tiene in piedi in questa guerra, per ottenere giustizia per me e le altre”.

Per tanti mesi non ha trovato però il coraggio di uscire di casa, ha avuto paura “perché quegli imbecilli depravati sapevano dove abitavo e non pochi sono arrivati fin sotto casa mia. Ho dovuto imparare a difendermi, anche nella vita reale, da chi mi urlava “troia” per strada. Ho cambiato molte abitudini, non faccio più lavori a contatto col pubblico per timore di essere riconosciuta. E se qualcuno mi chiede l’amicizia su Facebook, invece di pensare di potergli piacere sospetto che voglia accedere al mio privato per brandirlo contro di me”.

Non si fida più degli uomini, non ha una relazione, “loro non vogliono una donna con un peso così grande sulle spalle. E io non sarò serena fino a quando il mio ex non sarà punito”. Marta combatte anche per le tante ragazze più giovani che stanno rivivendo la sua stessa odissea ancestrale, nonostante vada in scena su potenti, candidi computer di ultimissima produzione: “Ho bisogno di sapere che la mia sofferenza aiuterà altre come me”. Nel nome di chi non ce l’ha fatta e di tragedie da scongiurare come quella di Tiziana Cantone

fonte: http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/01/24/news/stupro-sul-web-una-vittima-vendetta-dell-ex-profili-falsi-su-Fb-1.294054?ref=huffpo

Intervista ad un dellepiù importanti influencer, lookmaker Italiane: Sonia Sangiorgio

Dalle passerelle della Fashion Week di Milano per interpretare uno stile di donna agli studi di medicina estetica, per aiutare le donne a riscoprire la propria femminilità e bellezza.

Un passo lungo e per certi versi anche azzardato, ma spinto dal coraggio della Lookmaker Sonia Sangiorgio che – dopo avere trascorso undici anni nei “salotti” della moda in tutta Italia – ha deciso di tornare nella sua città, Catania per trasmettere il proprio know how, con trasparenza leggerezza e semplicità….del resto, è questa Sonia: una donna acqua e sapone, anche se può venir difficile crederci poiché di trucco si parla, anzi di “camouflage”. La sfida della professionista: riuscire a costruire un’immagine Vincente per ogni donna, che la renda sicura e che, allo stesso modo, parli di sé agli altri, con l’aiuto di cosmetici e – perché no – partendo da piccoli accorgimenti nel guardaroba: una Lookmaker, si sa, ha sempre il consiglio giusto da dare: «Curo lo stile e lo rendo di tendenza – incalza Sonia – ma, prima ancora, ho la necessità di comprendere l’esigenza di una persona, mettendone a nudo l’anima. Occorre tenere sempre a mente l’obiettivo, cioè aiutare a far emergere l’identità e lo Stile, tramite colori, forme e dettagli».

È sempre possibile, però, parlare di style & make-up di fronte alla testimonianza tangibile di un dolore?

Alcune donne sono sfigurate a causa di un incidente, di una violenza fisica, domestica e purtroppo anche da “malattie disarmanti” che privano loro di ogni vezzo, riducendole ad “abitare” una pelle che non riconoscono. Ecco perche un tocco di pennello potrebbe diventare un colpo di frusta, altrettanto parlare di fondotinta, matita e rossetto. Forse perché ci si abitua a non amarsi, forse perché non ci si riesce a guardare più allo specchio, o ancora perché si è persa l’autostima in se stesse… .

A chi sono rivolti i corsi di auto-trucco che tieni in studio medico e quale lo scopo

I corsi di Self Make up sono rivolti a tutte le donne, sia a quelle che aspirano semplicemente a riscoprire la  propria immagine sia a coloro che attraverso il make up  necessitano di un supporto psicologico. Infatti, molte donne dopo aver subito, le terapie anti tumorale richiedono il supporto di una specialista in camouflage con lo scopo di aiutarle a migliorare non solo l’aspetto fisico ma contribuendo a migliorarne la qualità di vita e  favorisce una migliore adesione alle cure e rappresentando un ulteriore stimolo nella lotta quotidiana contro la malattia.

Qual è l’importanza del camouflage?

«… Una macchia scura, una piccola cicatrice, un angioma sono piccoli (o grandi) attacchi alla nostra bellezza. Le tecniche del Camouflage aiutano a nascondere questi inestetismi cutanei, a ritrovare fiducia e sicurezza in sé stessi” afferma Sonia, che di questo si occupa, in collaborazione con la  dottoressa Lanza e il dermatologo Caruso presso lo studio medico di via Monfalcone al civico 28 A, di Catania  –  cercando di andare incontro a tutti quei pazienti che, desiderano “camuffare” un inestetismo cutaneo, aiutandolo al superamento del disagio psicofisico adesso correlato, migliorando quindi le capacità relazionali e sociali.

 Un efficace passo preliminare, ad un definitivo trattamento laser che aiuta il paziente stesso ad abituarsi “step by step” al risultato finale.

La crescente presa di coscienza che la parola salute possa indicare una condizione di benessere non solo fisico, ma anche psichico, ha indotto molti medici a offrire all’interno della propria struttura  supporto di make up medico estetico per il trattamento di alcune discromie cutanee  come angiomi, vitiligini, ustioni cloasmi o tatuaggi  vitiligine o alopecie e in questi ultimi casi che confrontarsi con un paziente è davvero difficile quando non si ha una competenza in make up correttivo quale è il camouflage.».

Spesso l’expertise si trova davanti  a donne pigre dove la bellezza vien in secondo piano e non rappresenta un reale problema fisico ma psicologico si parla di donne che hanno dimenticato di inserire nella propria agenda l’appuntamento con sé stesse perché, come da copione, esiste una litania quotidiana che accomuna un po’ tutte.

eppure a volte basta davvero poco per regalarsi un sorriso ritagliando del tempo per se, un po di sano egoismo a volte è quel che ci vuole.

Ecco, dunque, che “un figlio viene prima di tutto”, “il lavoro diventa la condizione primaria  e poi c’è la casa, ci sono i clienti e di nuovo il figlio e di nuovo il lavoro e di nuovo la casa… Ma di nuovo non c’è niente.

Cosa desiderano le donne quando si affidano a te?

Tutte le donne vogliono essere belle, giovani e sicure di se stesse, attraverso l’ascolto e l’amore per il mio lavoro cerco di donare loro un mondo a colori carico di energia positiva che al contempo doni la sicurezza è il piacere di piacersi.

«Ogni tanto i cambiamenti danno respiro.  Bisogna sempre parlare di rispetto nei confronti del gentil sesso e le prime a metterlo in pratica dobbiamo essere proprio noi.

Il cambiamento è una fase positiva nella vita di ogni persona, rappresenta di un miglioramento un evoluzione interiore ed esteriore.

Compito di un Lookmaker è quello di accompagnare la cliente passo dopo passo per far emergere in lei un’immagine avvincente che la valorizzi e la faccia sentire unica. Ecco perché mi piace analizzare il carattere della persona con cui mi relaziono, l’ascolto è una fase fondamentale del mio lavoro, indispensabile per riuscire non solo a capire necessità ed aspettative del cliente ma per riuscire a stupirla.

Ciò che mi sorprende delle siciliane è che mostrano più di altre un forte bisogno di esaltare la propria autenticità», con credibilità, purezza, genuinità e schiettezza.

D’altronde, il fine ultimo di un Lookmaker è essere un consigliere di fiducia che sa comprendere i punti di forza e debolezza, esaltando la figura e lo stile di ogni donna.

Ma un professionista, soprattutto, deve essere in grado di cogliere l’aspetto caratteriale e intimo di ciascuna, per esaltarlo tramite i suoi strumenti: il make-up, l’outfit, l’acconciatura. L’immagine ha una valenza estetica, forte sia professionale che sociale da cui non si può prescindere. Se è vero, com’è vero, che il modo in cui ci vestiamo, pettiniamo e trucchiamo dice molto su di noi, altresì è possibile dire che in ogni donna sono racchiuse un insieme di storie e l’immagine, il più delle volte, è un veicolo per raccontarle al mondo.

FONTE: LA SICILIA https://www.lasicilia.it/

ARTICOLO DI PIERANGELA CANNONE

site: www.soniasangiorgio.it
mail: angypersonalassistent@gmail.com

Elisabetta Fantone: L’emblema dell’autenticità

credit photo John Ciambrone
credit photo John Ciambrone

Cuore ribelle, spirito libero, stiamo parlando di Elisabetta Fantone, artista e attrice americana di grande successo, la sua creatività è diventare un’esperienza imperdibile, un’occasione per comprendere il proprio inconscio, ogni approccia alle sue opere sono gestite in maniera diversa, con lo stile unico ed autentico, un arte che  sta contagiando sempre più un grande pubblico su scala internazionale, tutto questo grazie alla particolarità, alla sua fervida fantasia,  un arte dunque che sta facendo il giro del mondo dagli Stati Uniti, al Canada passando per L’Europa. Ma Elisabetta Fantone È anche una persona semplice, speciale e soprattutto una splendida mamma.  Nata in Canada da una famiglia di origine Italina, oggi è diventata una POP del Reality americano, trasferirsi a Miami dove attualmente vive. Nella sua lunga biografia la troviamo sempre  in un ruoli di grande spessore come in “Big Eyes” diretto da Tim Burton.  Attualmente Elisabetta è impegnata a girare una fiction come protagonista per una produzione Major Network.  Romantica, sentimentale, Elisabetta è una vera donna semplice e complessa allo stesso modo, Elisabetta ama senza ombra di dubbio sperimentare, Folle e pragmatica lascia trasparire in ogni sua parola l’entusiasmo che ha per la vita ed ecco allora la sua intervista autentica, reale dove traccia un piccolo bilancio della sua vita e dice: c’è ancora molto da impara.

Ciao grazie per aver accettato la nostra intervista su BREAK MAGAZINE come prima domanda ti vorrei chiedere quali sono stati i momenti più significativi della tua carriera?

Mi considero fortunata perché ho avuto molti momenti significativi nella mia carriera, sia con la mia carriera di recitazione che con la mia pittura. Sono stata in alcune produzioni televisive e cinematografiche che sono  state piuttosto gratificanti come il mio primo film, My Name is Sandy e Big Eyes di Tim Burton, dove ho avuto modo di condividere lo schermo con Amy Adams e il grande Christophe Waltz. Ho pubblicato due libri, ho disegnato due orologi per CORUM, l’orologiaio di fama mondiale, ho collaborato con Marie Saint Pierre, una designer di moda internazionale, su una linea di abiti, ho dipinto numerosi murales di grandi dimensioni, due dei quali si trovano a Wynwood, Miami e che è considerato uno dei quartieri artistici più importanti del Nord America e mi è stato commissionato di dipingere alcune delle celebrità più famose del mondo come Muhammad Ali, Celine Dion e le Kardashian. Più recentemente, ho rinnovato artisticamente il National Hotel di Miami Beach, compreso il rifacimento totale di una suite che ora rivela il mio nome, che è piuttosto gratificante.

Che rapporto hai con la tua bellezza?

Contro quello che molti potrebbero pensare, il mio aspetto non è sempre stato positivo nella mia carriera artistica. Ho dovuto lavorare sodo ed essere estremamente persistente per far parlare il mio lavoro da solo. Ho ricevuto molti “no” prima di sentire un “sì”. Penso che una persona possa essere fisicamente carina, ma ciò che può essere veramente descritto come essere di pura bellezza è la mente e il cuore.

 Prima attrice poi artista ci racconta come ti sei avvicinata all’arte.

L’arte mi ha sempre dato un senso di sé. Ho sempre trovato un certo conforto nell’arte. Sin dalla tenera età guardavo sempre altri artisti e il lavoro che stavano facendo e mi sono ritrovato ad avere questa straordinaria attrazione. Potrei fissare un dipinto per ore e ore, estasiato. Anche se non l’ho sempre capito, ero molto consapevole di come mi sentisse. Sapevo di voler essere parte del dialogo e volevo essere in grado di crearlo per lo spettatore. Volevo essere un partecipante. Ho iniziato la mia carriera senza sapere che sarebbe diventata una carriera. Tutto è accaduto davvero in modo organico. Dai miei anni più giovani sono sempre stata molto abile quando si trattava di arte. All’università ho continuato a studiare arti creativi e poi ho continuato a studiare interior design e architettura, dove sono stato esposto a diverse tecniche artistiche. Nel 2006 avevo raccolto abbastanza opere per chiamarlo collezione e attirò l’attenzione di un curatore che mi ha regalato la mia prima mostra personale. Sono stato molto fortunata a iniziare la mia carriera in quel modo. Non avrei mai potuto davvero immaginare che un giorno sarei stato in grado di guadagnarmi da vivere facendo l’artista.

 

Oggi cosa rappresenta per te l’arte?

L’arte è potente. Credo che l’arte abbia il potere di cambiare il mondo e connettere tutti. L’arte è un’esperienza di vita intensa e vivida che cerco di condividere con gli altri attraverso il mio lavoro. Voglio toccare tutti su uno su uno. Faccio arte che è un riflesso del mondo in cui vivo e mi affido a idee universali per catturare lo spettatore e invitarlo all’esperienza, perché tutto ciò che riguarda l’arte è esperienza.

Da dove tra origine la tua arte?

Sono sempre stata affascinato dalle persone e dalle loro storie. Ho perfezionato le mie capacità di ritrattista per molti anni. Sono stato particolarmente stimolata da alcuni dei più grandi artisti del mondo di ieri e di oggi. Ricreando ritratti famosi, i miei dipinti sono spesso influenzati dalla cultura pop degli anni ’50. Il colore è il cuore del mio lavoro. Ho scelto di riempire ciascuna delle mie tele con sfumature e tinte attentamente orchestrate, creando immagini che lasciano un senso di piacere rilassante allo spettatore. Il mio interesse nel creare questi ritratti è quello di catturare l’essenza della persona e non la persona. Sotto la superficie di alcuni dei miei colorati dipinti caotici giace il sottotesto di vitalità e mortalità. Sono infatuazione dell’esistenza. La vita è brillante ma è anche fragile

 Esiste un equilibrio tra la vita da attore e quella di artista?

Si tratta di gestire il tuo tempo con saggezza. Sapere dove stai andando e stabilirti degli obiettivi. Preferisco affrontare un progetto alla volta, dedicargli tutta la mia attenzione e la mia energia per assicurarmi di farlo bene prima di passare a quello successivo. Si tratta anche di dire “no” al superfluo. Il tempo è prezioso

C’è un’opera a cui sei particolarmente legata? E perché?

Ci sono molti progetti artistici di cui sono davvero orgoglioso. Metto molto amore e passione nel mio lavoro. La parte che preferisco in ciò che faccio è avere un’idea, qualcosa di intangibile e farlo prendere vita. Più di recente, ho progettato un segnatempo per la nuova collezione Bubble Watch di Corum. Ho un enorme rispetto per il marchio e sono oltre onorato per la nostra collaborazione. Ho sempre messo in discussione cosa rende la “Mona Lisa” un capolavoro e cosa la rende così famosa. Il principio di ‘Cumulative Advantage’ è ciò che mi ha ispirato a creare il quadrante per il segnatempo. Il fenomeno in cui i “ricchi diventano più ricchi ei poveri diventano più poveri”. In questo caso, è usato metaforicamente, riferendosi alla popolarità della Gioconda. Ho anche progettato la scatola di orologi ispirata al Louvre, sede della “Mona Lisa”.

 Che rapporto ha una donna cosi straordinaria come te con il tuo corpo?

Il mio corpo ha dato vita, nutrito e cresciuto un essere umano bello e sano. Ciò mi porta a rispettarlo, a prendermene cura e ad amarlo.

 In questo momento dove sono concentrati le tue energie?

Attualmente sto lavorando a due grandi progetti televisivi. Uno è una nuova serie americana di sceneggiature intitolata Paper Empire di Robert Gillings e l’altra è un importante programma televisivo canadese intitolato XOXO. Entrambi devono essere mandati in onda questo autunno. Sto anche lavorando a diversi nuovi pezzi d’arte e continuando la mia collaborazione con il marchio di orologi di lusso CORUM. Tutto questo pur essendo una madre e una moglie a tempo pieno!

 Mentre nella tua vita privata cosa accade?

Fortunatamente, i miei giorni non sono mai monotoni. Vivo una vita non convenzionale che mi lascia aperta a nuove correnti di creatività. Devo sapere che sono libera e padrone dei miei giorni. È l’essenza della mia immaginazione. Mi sveglio e abbraccio il giorno. A volte i miei giorni sono notti. Qualunque sia, coinvolge sempre la creazione e l’essere madre per la mia figlia di due anni.

 Un’ultima domanda il senso della vita?

È una domanda senza tempo credo che tutti abbiamo faticato a trovare la risposta in un dato momento. Penso che in fondo tutti abbiamo questo desiderio, che esortiamo a fare la differenza e a dare un senso alla nostra vita, ad aiutare gli altri. Ho soddisfatto questo desiderio attraverso la mia arte ma ho trovato un vero scopo con la nascita di mia figlia. Questa piccola creatura ha trovato un modo per darmi la risposta senza dire una parola. Io questo senso Credo che tutto dipenda dal puro amore e felicità.

 

Eliane Crettaz:do not stop dreaming

Today for our cover of Break Magazine we have the honor of interviewed Elena Crettaz, a young model with an oriental look, beautiful, charming but above all creative, with a personality, a tenacity that leaves no way out. Born in the Val d’Anniviers, in Switzerland Eliane Crettaz despite her young age, can boast a rich path in the world of fashion as freelance, her zodiac sign is Aquarius, Solar, Transformist, and here is his story.

how do you define yourself?

I am a big dreamer, someone positive and curious who like to experiment new recipes from all the world, a big fan of pineapple, avocado and nature in general or just a happy young adult. I’m a young freelance model for 2 years. I have begin with a model agency called “Casting de rue” and after, I started the shooting and I have learned how to pose with some videos on internet. I have two best memories of my model career. The first is the shooting the last week for optic 2000 and the second was the hairshow for the brand Goldwell the last month. It was such a great adventure! I have the chance to collaborate every month with David D’agostini, a friend and photograph who just accept my crazy projects and is always ready for new experiments. Now I do less photography shooting but bigger project…More to come…

What relationship do you have with your beauty?

I have the chance to have learning to love myself. This is one of the most important thing because you will live with your body everyday

 What is your dream in the drawer?

I dream to travel, to learn more languages, to be happy every day.

What is the relationship between a woman so beautiful with your body? I do not think to be pretty or not, I think only that I am good in my body without artifice and I believe that the beauty is to love as we are with us defects and our qualities

How do you see yourself in five years?

 I hope that I will be a dietician or a primary school teacher, that I live in an apartment with my boyfriend, but I just let the time do his work

right now, on coast are you working?

No, for the moment I am studying, I am doing the maturity in health to do next year a high school specialized in dietetics and nutrition.

Would you like to write a book of your life? and if so what could be the title?

I do not think I have a life interesting and original enough to write an autobiography, but it would interest me more to write a book with my favorite vegan recipes.

is there a professional “photographer with whom you would like to work?

There is a lot of photographers that I just dream to work with like Peter Lindbergh, Lara Jade, Dennis Leupold or Matthew Priestley.

What happens in your private life? are there other passions outside of fashion?

In my private life, I am just a simply student who do not like to wake up early and love eating  I dance every week with a group in my Valley and I love skiing and to walk with my dog Truffe.

A last question the meaning of life? 

For me the meaning of life is to fully enjoy the small pleasures of everyday life surrounded by family and friends.

 

 

photograph Credit by David D’agostini.

Jelena Chocosite: La modella dal cuore ribelle

Jelena Chocosite
Jelena Chocosite

Semplice e trasgressiva, pragmatica Jelena Chocosite lascia trasparire in ogni sua parola l’entusiasmo che ha per il suo lavoro. Modella, indossatrice e attrice è nota a livello inter­nazionale anche grazie ai lavori effettuati con importanti fotografi come TAJohannes, Jelena  ci racconta di ad una passo dal realizzare il suo grande sogno,  Una passione per  tutto quello che gioca intorno al Luxury e allo shopping senza trascurare il viaggio, l’esplorazione, la conoscenza di nuove culture e di nuovi mondi,  noi di Break Magazine abbiamo dedicato una cover speciale per una donna speciale. Ma Jelena Chocosite è anche una grande trasformista, una di quelle sempre alla avanguardia potatrice sana di quel nuovo movimento dell’avvenire, poi si racconta del suo essere, romantica e passionale, romantica   Jelena è una vera donna che ama tutto quello che la circonda. Dunque il suo corpo diventa un opera d’arte sempre in movimento alla continua ricerca di se stessi. Oggi Jelena apre gli orizzonti alla conoscenza ed alla sperimentazione ed qui che  cerca il suo trampolino di lancio per renderla famosa in tutto il mondo.

foto credit : TAJohannes  Instagram;TAJohannes

Gianmarco Orciani : il tempo del cambiamento

Schietto, leale intraprendente è cosi che vogliamo definire il personaggio  di oggi,  lui si chiana Gianmarco Orciani  Attore trasformista quando vuole.. un uomo che  ha ben chiaro i suoi obbiettivi  “essere attore” pragmatico e romantico oggi Gianmarco fa parte di quel nuovo movimento di cambiamento che  l’italia aspettava. 

Iniziamo dalla prima domanda: Cosa rappresenta per te l’attore in un cotesto sociale?: Personalmente, credo  che, all’interno della società di oggi, l’attore abbia acquisito responsabilità sociali e morali non poco rilevanti, dal momento che molti giovani traggono ispirazione dai personaggi pubblici, il che comporta ovviamente un grande onore, ma al contempo un gran peso emotivo per l’attore.

Hai raggiunto tanti obiettivi, qual è quello più significativo per te?: Ammetto che posso definirmi abbastanza soddisfatto di quello che ho fatto fino ad ora. Ho solo quasi 25 anni e posso dire con certezza di essere già stato molto fortunato. Sebbene la mia giovane età, ho avuto diverse esperienze in campo cinematografico e teatrale. Allo stesso tempo, però, non ho ancora raggiunto i traguardi a cui aspiro. Sono felicissimo delle mie piccole soddisfazioni attuali, ma sono anche convinto che non si smetta mai di crescere e migliorare.

Puoi dirci a cosa stai lavorando adesso?: Attualmente, sono impegnato in diversi progetti. Sto, ad esempio, lavorando per un’appassionante web serie dal titolo “Overt”, un thriller psicologico nato dall’idea e la regia di Maurizio Di Nassau. La trama avvincente si sviluppa intorno a diversi intrecci riguardanti i più svariati temi, tra cui l’omofobia, l’infanticidio e il disturbo di personalità. Grazie alla collaborazione di grandi professionisti, posso dire con orgoglio che sarà un interessantissimo progetto.
Altro prodotto di enormi potenzialità è il film “Gavon”. L’idea è nata da Jefferson Di Massa, anche primo regista, accompagnato dal secondo regista Salvatore Allocca e lo sceneggiatore Gennaro Artiaco. Su questo progetto preferisco mantenere un velo di mistero in più. Non voglio rischiare di bruciarvi la sorpresa. Vi dico solo che sarà il primo vero caso di Film Fantascientifico italiano con le F maiuscole. L’intento è quello di far raggiungere al cinema italiano lo splendore di quello americano. Bisogna rivoluzionare l’ambito fantascientifico con serietà e senza più sfociare nel trash e vi assicuro che questi maestri del cinema lo stanno riuscendo a fare.
Infine ho in serbo qualche altra sorpresina di cui purtroppo non posso ancora parlare, ma continuate a seguirmi e a breve avrete grandi news.

Raccontaci una tua Gionata tipo?: La mia giornata tipo è quella di un comunissimo ragazzo di 25 anni. Mi sveglio affianco alla mia ragazza e alla mia cagnolina. Studio per gli esami all’università, ripeto i copioni da portare non tanto sui set quanto sul palco, palestra, caffè con gli amici, vari impieghi lavorativi nel campo della moda e il tutto finalizzato a potermi ritirare di nuovo a casa per mettermi sotto le coperte con la mia piccola ma tanto grande famiglia.

Come vorresti vederti tra 10 anni?: Tra 10 anni, spero di essere la stessa persona di oggi, magari con un po’ di maturità ed esperienze in più. Non spero in enormi cambiamenti nella vita, ma, tra 10 anni, vorrei senz’altro riuscire ad aver raggiunto gli obbiettivi attoriali a cui sto puntando.

Artisticamente, quale è l’attrice a cui vorresti somigliare?: Non vorrei somigliare a nessun attore in tutta onestà. Il fascino di questo mestiere è proprio quello di poter essere chiunque si voglia. Oggi sono un poliziotto, domani un insegnante e il giorno dopo ancora un marziano. Non vedo perché puntare a somigliare a un attore. Stimo tantissimi artisti americani e italiani, ma cercare di emularli non è il mio scopo primario.

Cosa vorresti che le persone capissero di te?: Quanto effettivamente valgo, il mio reale valore, né più né meno di questo. Vorrei capissero chi sono e cosa posso fare. Tutto il resto, tutti i pregiudizi, positivi o negativi che siano, non sono cose che mi interessano.

c’è un ruolo in particolare a cui tu sei lagato/a? e se si per quale motivo?: Pensandoci, sì. C’è un ruolo che ha lasciato il segno nel mio cuore. Probabilmente perché fu il mio primo ruolo da protagonista. Ricordo ancora il tremolio che avevo prima di aprir bocca. Ero un gangster americano in un cortometraggio girato in lingua inglese. Giravo, tra i vari, anche con un mio collega che stimo molto incontrato per la prima volta sul set della serie tv americana “Sense8”. Le sensazioni che provavo le sento ancora vivide: paura, emozione, imbarazzo, eccitazione. E tutte queste dovevano scomparire immediatamente subito dopo aver sentito un’unica parola: AZIONE. Dei momenti che non dimenticherò mai.
Che considerazione hai della recitazione Italiana?: La recitazione italiana ha un ottimo livello di recitazione, senza dubbio. Ma ammetto che non rispecchia i miei canoni. Preferisco di gran lunga lo stile americano, più realistico laddove deve esserlo e più caricaturizzato dove richiesto.

Qual’è la tua battuta preferita del cinema?: Devo sceglierne una? Davvero? Una sola? Ok… Posso dire che tra le mie preferite c’è senza dubbio questa: “Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi e smetto di cercare di tenermela stretta”.

ci sono ruoli che avresti voluto recitare?: Tutti. Non c’è un ruolo che non mi piacerebbe. Ogni ruolo è una sfida nuova ed essere un attore significa proprio questo: riuscire a superare i proprio limiti, anche morali, per riuscire a dare al pubblico quello che si merita.

Come nasce la passione per il cinema?: Non ricordo come mi sia nata. Ero troppo piccolo per averne memoria. Posso solo dire che sin dalla giovane età sognavo di poter essere chiunque, fare qualunque cosa. Forse è proprio per questo motivo che è nata la mia passione.

Quali sono le difficoltà di intraprendere questo mestiere in italia?: Purtroppo, come in tanti altri campi, sento troppo spesso di colleghi che “scendono a compromessi” o che ottengono una parte solo tramite conoscenze. Non è quello a cui aspiro e non è per questo che ho scelto di fare l’attore. In Italia, dobbiamo accettare il fatto che bisogna essere molto pazienti e, quando finalmente si avrà l’occasione giusta, non bisognerà assolutamente farsela scappare. Le opportunità qui in Italia non sono tantissime e troppi errori non sono ammessi.

Ultima domanda… il senso della vita?: Ah, vorrei saperlo anche io! Anche se… in effetti… sto bene così. Io ho il MIO senso della vita. Ho la mia famiglia, tanto amore da dare e ricevere, impegno costante per ottenere ciò che desidero, qualcosa e qualcuno da proteggere. Il mio senso della vita è questo e a me basta.

Daniela Caruso: il bello della mia vita sono i colpi di scena

Rivoluzionaria,  esploratrice, curiosa, sensuale cosi che noi di Break Magazine definiamo il personaggio di oggi, lei si chiama Daniela Caruso è una di quelle  modelle che non lascia nulla al caso,  le sue scelte sono sempre  studiate nei minimi particolari e dice: amo dare spazio all’immaginazione, alla provocazione, una strategia “ogni volta”, coraggiosa… la dote di saper comprendere,  “nel vero senso della parola”  nuovi mondi, saper rispondere alle necessità di un mondo  in continua evoluzione .

Perché hai deciso di diventare fotomodella?

Salve a tutti, ho iniziato a posare 10 anni , tutto è nato per caso , un fotografo mi notò
e di li partì la mia avventura…pensare che sono passati quasi 10 anni non mi sembra vero … ho vissuto belle esperienze,
viaggiato molto e conosciuto persone nuove…amo questo lavoro e ci metto tanta passione!

Hai frequentato dei corsi per sviluppare le tue capacità, o sei autodidatta?

penso che avere delle basi sia molto utile, ho fatto
dei corsi di posa e portarmento e poi devo dire che facendo tanti set ho maturato davvero molta esperinza.

Lavori come freelance o per un’agenzia?

lavoro come freelance , ormai sono nel giro da anni e penso che riesco a muovermi
abbastanza in questo ambiente , senza dividere somme con terzi

Qual è stato il momento che ha dato una svolta alla tua carriera?

Diciamo che non mi mancano lavori e pubblicazioni importanti,
posso essere fiera di quello che ho fatto fino ad oggi con tutte le mie forze e continierò sempre più a progredire

Per quale genere di fotografia ti piace di più posare?

E quale ritieni più impegnativo? fashion, adoro la moda e lavorare
con grandi team , lavorare per uno scopo editoriale mi realizza e coinvolge tanto

Cosa ti distingue dalle altre modelle?

penso che ogni modella abbia la sua caratteristica, ognuno di noi è diversa una dall’ altra,per stile di posa, fisicità, esperienza etc

Cosa ti piace di più del tuo lavoro e cosa meno?

unire al mio lavoro la possibilità di viaggiare, mi piace molto
scoprire e conoscere posti nuovi, mi piace meno cambiare molto spesso il letto

Con quale genere fotografico ti trovi più a tuo agio e perché?

mi trovo bene con tutti i generi fotografici , sarà anche
che ho maturato tanta esperienza e ormai per me è routine

Come influisce la tua formazione di attrice nel tuo modo di posare per gli shooting?

si , perchè in ogni set devi recitare..interpretare
un personaggio e catturare l’occhio dell’ osservatore.

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Foto dei bambini sui social: genitori a rischio denuncia? Secondo un articolo apparso su Le Figaro, sì. Ne abbiamo discusso con un avvocato e uno psichiatra

La foto di vostro figlio con il faccino sporco di pappa o il video mentre muove i suoi primi passi? Pensateci bene prima di pubblicarli su Facebook. Il consiglio arriva dalla Francia, dove un articolo pubblicato su Le Figaro avvisa mamme e papà che condividere sui social immagini dei propri piccoli senza il loro permesso potrebbe portarli a essere denunciati dai loro bambini diventati adulti per violazione della privacy. Le pene: una sanzione di 45mila euro e fino a un anno di carcere.  Il caso è estremo, certo, ma l’articolo apparso sulle pagine del sito del giornale transalpino, ha ridato vita al dibattito: le foto online dei bambini sono figlie di un innocuo orgoglio familiare o andrebbero evitate? In Inghilterra uno studio del 2015 ha evidenziato che ogni anno un bambino appare in media in 195 istantanee postate sul Web. Prima che compia 5 anni quello stesso bambino è protagonista almeno di 973 scatti. Il rischio che le immagini vengano rubate e finiscano nel giro della pedopornografia online è già stato ribadito da più voci. Qualche mese fa, la Polizia postale italiana ha lanciato un monito eloquente alle mamme: «Tornate in voi. Non pubblicate più foto». Preoccupazioni esagerate? Mark Zuckerberg sembra condividere foto della piccola Max senza troppi patemi. O forse dovremmo davvero iniziare a riflettere sulla sovraesposizione mediatica dei nostri pargoli?

 

COMMENTO – La follia collettiva della sfida delle mamme   «La seconda», risponde l’avvocato esperta di nuovi media Marisa Marraffino. Che ritorna sulla questione lanciata da Le Figaro. «Anche in Italia, il pericolo di azioni legali contro i genitori “social” è concreto. Già oggi il tema viene tirato in ballo nelle cause di separazione. Nel 2013, una sentenza del tribunale di Livorno ordinava a una mamma di cancellare tutte le foto della figlia minore dalla sua pagina Facebook. In futuro non è strano pensare che anche i figli potranno muoversi in prima persona, sia in sede cautelare, chiedendo anzitutto la rimozione delle immagini, sia nel merito, muovendosi per ottenere un risarcimento danni».  A sostenere l’eventuale azione giudiziaria c’è un elenco di norme molto lungo. All’articolo 23, il testo unico sulla privacy dice che il trattamento di dati personali è ammesso soltanto con il consenso espresso dell’interessato. Chi li diffonde senza autorizzazione è punito con la reclusione fino a due anni (articolo 167). «E le foto sono ovviamente un dato personale perché rendono identificabile un individuo», puntualizza l’avvocato. Aspetti ripresi anche agli articoli 96 e 97 della legge sul diritto d’autore: il ritratto di una persona non può essere esposto senza il consenso di quest’ultima, a meno che non si tratti di un personaggio noto o la pubblicazione non sia giustificata. Anche la Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo considera la privacy un diritto fondamentale dell‘essere umano.  «Oltre alla riservatezza c’è anche un secondo problema, cioè il dovere educativo dei genitori verso i figli, che passa pure attraverso il rispetto dell’immagine», ragiona Marraffino. E spiega: «Il nostro volto e il nostro corpo hanno un peso e bisogna farne uso con parsimonia. I genitori dovrebbero pensarci almeno fino a quando i figli non cresceranno e potranno decidere per sé». Ma davvero la pubblicazione di foto o video su Facebook può portare a un danno psicologico tale da spingere i figli a trascinare chi li ha cresciuti in tribunale?  «Io lo ritengo un po’ eccessivo francamente. Se succedesse una cosa del genere in una famiglia, mi preoccuperei», commenta lo psichiatra Federico Tonioni, che guida il primo ambulatorio italiano sulla dipendenza da Internet all’ospedale Gemelli di Roma ed è da poco stato protagonista di un tour di Tim dove ha raccontato ai ragazzi i rischi di una vita «troppo online». «Quello su cui dovremmo riflettere, semmai, è il peso esagerato che gli adulti danno al cellulare. Lo smartphone è quasi una droga. Quando nostro figlio compie gli anni ci sono più persone che fanno video e foto da postare online rispetto a quelli che battono le mani e sorridono accanto a lui. Cerchiamo di recuperare con i bambini un rapporto più diretto, più autentico. Poi penseremo a pubblicare la foto su Facebook».