PROGETTO ARTISTI MAG – 1^ EDIZIONE – “Impressioni d’autore”

L’ambizioso programma della Prima Edizione “Progetto Artisti MAG” parte da Battipaglia (SA) con la collettiva Impressioni d’autore, che si terrà dal 21 al 26 ottobre 2019, presso la galleria Life Art Gallery.

La mostra vedrà protagoniste, negli spazi della Life Art Gallery, le opere di moltissimi artisti italiani emergenti, provenienti da tutte le regioni della nostra Penisola.

L’esposizione gratuita“Impressioni d’autore” sarà solo il primo step di una lunga serie di eventi, mostre e fiere, che vede nel progetto MAG (Mediolanum Art Gallery), un’autorevole joint venture con le gallerie SPIRALE MILANO, ART&CO MUSEUM e LIFE ART GALLERY.

Seguendo l’evoluzione dell’arte, con grande responsabilità, MAG porta avanti un importante progetto di valorizzazione dell’arte italiana e soprattutto dei suoi artisti, alla ricerca costante di messaggi visivi che, attraverso la pittura, la scultura e la fotografia, raccontano il nostro tempo.

Nella serata conclusiva, il 26 ottobre, dalle ore 17:30 si darà il via all’esclusivo MAG Party per celebrare i protagonisti dell’esposizione, preceduto da una Conferenza Stampa.

Testimonial d’eccezione il Maestro Paolo De Cuarto che si esibirà in una spettacolare live performance. Il noto artista, con grandissima abilità, ha saputo riportare il passato nel presente, trasformandolo in Pop art. Le immagini delle sue opere, dal 2002 ad oggi, hanno celebrato il Carosello della memoria in Italia e nel mondo, fino ad approdare in Cina nel 2014. Con “Tracce”, la mostra che ha inaugurato i percorsi di Matera, dichiarata Patrimonio dell’Umanità e Capitale Europea della Cultura 2019, il pittore ha mostrato in maniera inequivocabile l’originalità del suo talento.

L’attore e doppiatore statunitense James Earl Jones qualche anno fa dichiarò: “Le arti sono sempre state importanti per la salute di una nazione, ma non lo abbiamo ancora capito”. Questo concetto, invece, è stato ampiamente compreso dalla MAG, la cui mission è proprio quella di Dare Voce a coloro che utilizzano un medium espressivo artistico per protestare, per raccontare e raccontarsi, per tracciare una linea del nostro tempo.

La MAG, fautrice di un notevole cambiamento nel campo artistico-culturale, oltre a dare una vetrina ai talenti emergenti, mette in connessione le eccellenze della filiera dell’arte contemporanea con gli artisti da sempre marginalizzati dal pugno di ferro di alcuni privilegiati che permeano questo ambiente. Gli autori, infatti, riscontrano molte difficoltà nel mettere in luce la propria arte o nel districarsi nelle imbrigliate lobby di gallerie e musei.

La rete di Gallerie coinvolte in questo progetto, attuano da anni una nuova politica per abbattere le barriere di fruizione ed aprirsi all’attuale mercato globale. Con le sedi negli States, a Miami e New York, e in Italia, a Padova, Milano, Parma, Lecce e Battipaglia, dedicano i propri spazi mediante attività galleristiche d’eccellenza, finalizzate a moltiplicare la voce dell’artista in maniera esponenziale.

Una vera e propria rivoluzione, uno svecchiamento dei sistemi a cui l’arte si era ancorata. Fondamentale, quindi, in questo programma così completo, è stato il percorso innovativo per dare un valore aggiunto alle opere. E nel rinnovamento ha trovato posto anche il product placement. Attraverso lo screen placement, la filmografia italiana potrà raccontare l’artista o le sue opere. Grazie alla pellicola, si abbattono definitivamente le barriere di comprensione dell’arte contemporanea. Una nuova era artistica che sdogana le immagini dell’artista e lo consacra attraverso un mezzo nuovo e universale.

I Cataloghi dedicati e una Comunicazione mirata, saranno gli strumenti di preminenza dell’artista, con un Comitato Scientifico dedicato pronto ad interpretare le tendenze della contemporaneità non di fronte all’artista, ma al suo fianco, per condividere insieme un Percorso Nuovo.

Una vasta programmazione, dunque, che vedrà la valorizzazione a lungo termine di dotati ed estrosi artisti contemporanei che potranno finalmente avere visibilità. Per tutto il restante 2019 e per i due anni a seguire, non solo saranno protagonisti di una serie di eventi mirati negli spazi della MAG a Milano e Padova, in quelli della MAG – Art&Co Museum, a Parma e Lecce, e in quelli della MAG Life Art Gallery di Battipaglia, ma vedremo le loro opere pubblicate su un catalogo personale e su importanti riviste d’arte. Seguiranno le fiere d’arte italiane più importanti dove ci sarà uno spazio dedicato a MAG ed una visibilità collettiva.

I più talentuosi, scelti dal Comitato Scientifico, dopo un’attenta analisi di vari parametri, avranno la possibilità di esporre i propri lavori, attraverso mostre personali o collettive, all’interno di prestigiosi musei nazionali, come il Lu.C.C.A.,la REGGIA di Caserta, il MARCA di Catanzaro e la REGGIA di Monza.

Presenzierà alla serata di chiusura l’intero Comitato Scientifico,daMaurizio Vanni, Direttore del Lu.C.C.A. e Docente Universitario di Museologia, da Mirko Mele, Direttore Artistico della Life Art Gallery, a Carlo Colombo, Archistar Internazionale, da Massimo Ferrarotti, Presidente di Spirale Milano e Spirale d’Idee, a Stefano Pirrone, Mediolanum Art Gallery. E poi, Giampaolo Prearo, Prearo Editore, Tiziano Giurin e Simone Viola, Art&Co Museum, Fabio Vece, Life Art Gallery, Vito Caggianelli, CEO di Ismaele Film.

Il patrimonio artistico non può essere trascurato né ignorato, e deve ‘necessariamente’ essere trasmesso alle generazioni future. La MAG, apre percorsi pioneristici, proiettando l’arte verso nuovi orizzonti.

Iolanda Pomposelli

For You Communication

Press Office

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E-mail: iolandapomposelli@yahoo.it

Il 15 ottobre online la pagina Facebook ufficiale “Maria Teresa Guadagno – Acqua Roma” dove racconterà il suo disegno dal vero.

Stile, creatività, disegno…Dal vero. Da inizio 2019 nella Capitale si sente parlare di Maria Teresa Guadagno.

L’abbiamo vista quasi tutti i lunedì in locali come il Don Giovanni, Via Emanuele Filiberto 110, coordinare gruppi di persone, artisti, appassionati intorno al “lavoro” del disegno dal vero con modella/o. L’attività è ripresa proprio lunedì 7 ottobre ed è proseguita ieri, lunedì 14 ottobre.

Se disegnare dal vero delle forme statiche come ad esempio vasi o anfore è molto istruttivo ed utile per il percorso professionale di disegnatore e pittore, sarà nel disegno della modella che si riusciranno ad ottenere le soddisfazioni maggiori.

La possibilità di lavorare con pose che cambiano continuamente e con punti di vista differenti permette, infatti, di affrontare problematiche sempre nuove e di maggior difficoltà. Tutto questo si traduce con il tempo in una vera e propria evoluzione dell’intelligenza visiva, capace di tradurre sulla carta la realtà.

Della carriera artistica e dei prossimi progetti di Maria Teresa Guadagno parleremo in prossimi articoli e brevi interviste. Per il momento lei ci ha svelato che da oggi, 15 ottobre vedremo online la sua nuova pagina Facebook “Maria Teresa Guadagno – Acqua Roma” e più in là si passerà anche ad instagram.

Vi ricordiamo che il 21 Ottobre avrà luogo il prossimo appuntamento del Disegno Dal Vero al Don Giovanni.

No Antonio Valente anas, architetto, scenografo e costumista teatrale e cinematografico italiano è nato a Sora

Antonio Valente, architetto, scenografo e costumista teatrale e cinematografico italiano è nato a Sora (Frosinone) il 14 luglio 1894. Laureatosi alla scuola superiore d’architettura di Roma, subito dopo la I guerra mondiale si recò per cinque anni a Parigi dove realizzò le scene di alcuni sketches d’avanguardia su testi di A. Aniante. Fu per due anni a Berlino,approfondendo lo studio della scenotecnica e dell’illuminotecnica. Tornato a Roma entrò al Teatro degli Indipendenti di Bragaglia. anas

A Venezia diresse una compagnia di balletti italo-russi, con intenti d’avanguardia, con i quali sperimentò un tipo di scene mutabili a vista mediante effetti di luci colorate. Per temperamento portato alla “rivoluzione permanente”, Valente potè riallacciarsi alla tradizione senza dimenticare le proprie origini, come dimostrò nell’ardita concezione scenografica de “L’opera da tre soldi” di Brecht. Valente oppose alla scena dipinta la scena costruita, con la sua spazialità tridimensionale. Suo il merito di aver progettato i Carri di Tespi, teatri popolari itineranti. Svolse una considerevole attività come scenografo di prosa e d’opera. Vincitore nel 1930 di un concorso nazionale, progettò un grande teatro drammatico di Stato da erigere su un’area di 5.000 metri quadrati nella zona di Castro Pretorio a Roma (la cui costruzione si attende ancora…). Fondò gli stabilimenti cinematografici di Tirrenia, ha svolto l’attività di architetto in Italia e all’estero, in Turchia, Romania, Venezuela. Ha partecipato a importanti mostre di scenografia a New York, Vienna, Berlino, Dusseldorf, Parigi, Venezia e Roma.


Ha collaborato a riviste di scenotecnica teatrale e cinematografica e all’enciclopedia dello spettacolo.Sulle scene liriche, dalla Scala all’Opera di Roma, al Maggio musicale fiorentino, legò il proprio nome a Puccini (Madama Butterfly), a Verdi (Falstaff) e a Strawinsky (Edipo Re). Valente ha collaborato a numerosi film come scenografo: Camicia Nera, Villafranca di G. Forzano, La vedova di G. Alessandrini, La peccatrice di A. Palermi.

Ma il contributo più importante di Valente al cinema è stato la realizzazione del Centro Sperimentale di Cinematografia appositamente ideato per una scuola modello e un centro studi per l’insegnamento tecnico-artistico cinematografico. Valente realizzò per la prima volta in Italia un complesso organico, completo di tutte le strutture necessarie. Valente propone una palestra razionale, attrezzata in tutte le necessarie componenti, realizzata nel 1936 sull’area prospiciente Cinecittà e dove lo stesso artista tenne cattedra di scenotecnica e scenografia fino al 1968. Valente Valente concepisce la struttura in modo tale che ogni elemento fosse organicamente collegato ad altre situazioni, in un rapporto di continua integrazione. Per il Centro sperimentale di Cinematografia egli progetta e realizza una costruzione di circa 5.000 mq, comprendente l’edificio scolastico centrale sviluppato attorno ai due cortili e i teatri di posa dotati degli elementi più moderni e pratici per la lavorazione e per l’insegnamento tecnico, artistico e di produzione. Nel progetto iniziale si accede all’edificio tramite la scalinata e l’ampio porticato di facciata. Il primo fabbricato accoglie sul piano rialzato una piccola sala di proiezione.

La costruzione del Centro di Antonio Valente Una mattina del lontano giugno 1934 fui dal dott. Luigi Chiarini, allora Commissario della Scuola di recitazione presso l’Accademia di S. Cecilia, invitato a passare al suo ufficio: mi parlò subito con entusiasmo da neofita della costruzione di una scuola modello per l’insegnamento tecnico-artistico cinematografico, sollecitandomi lo studio e l’esecuzione del progetto di massima.

A quel tempo si affacciavano problemi di rinnovamento del teatro e più ancora del cinema, con conseguente necessità di formare nuovi e più larghi quadri di artisti, tecnici, addetti alla produzione, i quali potessero essere immessi gia preparati nell’industria cinematografica. La zona scelta si presentava sopraelevata di 6 o 7 metri rispetto al terreno circostante, ma nuda e senza neppure un arboscello però la posizione sua dominante mi dava una segreta gioia di aver scelto bene e già lo vedevo animarsi da vasti lineari manufatti collegati da patii e viali alberati in cui pini messi a dimora qua e là si sarebbero stagliati solennemente nel cielo e avrebbero inquadrato anche dal fondo, sull’orizzonte, la bruna corona dell’antico acquedotto romano […]

Su questa zona, dunque alquanto ridotta, ma sempre abbastanza vasta, progettai il Centro Sperimentale di Cinematografia, il primo nel mondo come importanza ed efficienza.Voglio antonio valente anas dire che se anche allora vi siano state sporadiche scuole teatrali, queste si limitavano sempre alla sola branca di recitazione impartita a pochi allievi, servendosi spesso, come sedi, di piccoli teatri in disuso o di sale più o meno vaste. Mai però era stato sino allora creato un complesso costruttivo così vasto e complesso come il nostro Centro, che istituiva corsi completi per tutte le branche: tecniche, artistiche, di produzione , e che oltre all’insegnamento poteva dedicarsi attraverso i moderni laboratori, all’uopo istituiti, alle ricerche ed alle esperienze necessarie per i nuovi apporti tecnici interessanti a migliorare l’industria cinematografica.

Ebbe infatti subito grande risonanza anche all’estero: immediatamente altre nazioni ci copiarono l’iniziativa e molte furono le visite meravigliate degli stranieri interessati. Vollero visitarlo, vederlo in funzione, e debbo confessare che anche personalmente mi pervennero spesso richieste di foto, grafici del progetto, dall’Egitto, dalla Francia, dalla Rumenia, dalla Polonia. Questo fu, al suo nascere, il battesimo più ambito del Centro Sperimentale di Cinematografia. […] Antonio Valente architetto cine – teatrale e la progetazione del complesso polifunzionale del Quadraro Le fasi di sviluppo del Centro Sperimentale dagli anni trenta agli anni ottanta Sin dal giugno 1934 Luigi Chiarini, allora Commissario straordinario della destituenda Scuola Nazionale di Cinematografia, aveva incaricato l’architetto Antonio Valente di studiare il progetto di massima per un modello di scuola organica e multidisciplinare, articolata fra sperimentazione pratica e preparazione culturale. Il progetto viene presentato una prima volta nel dicembre 1936. I lavori iniziano presumibilmente alla fine del 1937 e all’inizio dell’anno accademico 1939-1940 la scuola si installa nei locali definitivi di via Tuscolana, inaugurati il 16 gennaio 1940 con la visita ufficiale del Duce che, nell’occasione, definisce il Centro come “la premessa indispensabile, ma già realizzata, per raggiungere il primato della Cinematografia italiana.” Il Centro Sperimentale è infatti una delle prime scuole di cinematografia nel mondo, soprattutto per la sua concezione architettonica, diversificata nelle funzioni ed efficiente. Per il Centro Sperimentale di Cinematografia Valente progetta e realizza una costruzione di circa 5.000 mq, comprendente l’edificio scolastico centrale sviluppato attorno ai due cortili e i teatri di posa. Nel progetto iniziale si accede all’edificio tramite la scalinata -che segue I’orografia del terreno -e l’ampio porticato di facciata. Il primo fabbricato accoglie sul piano rialzato: una piccola sala di proiezione; un’ampia aula collettiva; una grande sala di recitazione; il gabinetto scientifico di ottica con il relativo laboratorio di sviluppo e stampa fotografica e guardaroba; il gabinetto scientifico di scenografia con annesso laboratorio e i reparti per il disegno e per l’esecuzione di piccoli plastici; lo spogliatoio per i generici seguito dai camerini per gli attori muniti di bagno e sala trucco; il bar; un magazzino per mobili e attrezzi; un teatro di posa per la lavorazione artistica delle scene; locali per decoratori, stuccatori e miniaturisti; un grande locale per il parco fotoelettrico; un secondo teatro di posa; i camerini per le attrici muniti di sala trucco e bagno e seguiti dallo spogliatoio per i generici; un’aula per i figurinisti con annesso laboratorio e ambienti per la coloritura delle stoffe, gli essiccatori, ecc.; il gabinetto scientifico del sonoro con i relativi laboratori e guardaroba (a); la biblioteca; la segreteria; gli uffici della direzione con la sala d’aspetto, l’archivio, la segreteria. Nel seminterrato sono dislocati: un laboratorio fotografico di sviluppo e stampa con camere oscure; la palestra di danza con annessi spogliatoi e docce ; due cineteche per conservare nuovi e vecchi film di cui il corso di Storia del Cinema oppure la Direzione Generale per la Cinematografia si sarebbero potuti servire per scopi didattici; salette di esercitazione per il montaggio con moviola Prevost e relativi camerini studio per gli allIevi registi; la sartoria; una grande sala-tipo di proiezione capace di 250 posti e dotata di una cabina a doppio posto per film sonori a passo normale; la sala di sincronizzazione dotata di recording e mixer; il parcheggio macchine. Per rispondere alle specifiche esigenze della scuola il progetto del 1936 subisce alcuni ampliamenti e modifiche prima dell’inizio dei lavori. Sul prospetto principale, al di sopra del porticato d’ingresso, è aggiunto un Salone per le Conferenze. Nella prospettiva di attivare nel Centro un’autonoma produzione coinvolgendo gli allievi e permettendo loro di fare pratica professionale nella lavorazione vera e propria dei film, su suggerimento di Blasetti, vengono cambiati i reparti di lavorazione. I due piccoli teatri di posa di metri 7x30x15 ciascuno adibiti esclusivamente all’insegnamento, sono sostituiti da un unico grande teatro di metri 15,30x50x25 (alla sommità delle capriata raggiunge i 20 metri d’altezza), dotato di un parco lampade di circa duecento unità. Il Teatro n. 1, uno dei più grandi allora nel mondo. Su progetto di Valente nascono il Teatro n. 3 di m. 48×22 43 e, per fini didattici, il Teatro n. 2. In un secondo momento, presumibilmente nella seconda metà degli anni Quaranta, vengono costruiti all’esterno dell’edificio principale appositi cellari per la raccolta sistematica delle pellicole cinematografiche infiammabili 48 e, a pochi metri, la mensa della casa di produzione Universalia, a pianta circolare e tetto a pagoda. La funzione specifica di qualsiasi struttura non è, mai studiata e progettata come elemento isolato, bensì come elemento organicamente collegato ad altre sistemazioni, in un rapporto di continua integrazione. Seguendo il filo di questo discorso per cui tutto è concepito secondo la logica del rapporto uomo-ambiente (sia esso di lavoro, svago, impegno, cultura, quotidiana abitazione), Valente sposta progressivamente la propria attenzione dall’architettura per il cinema all’architettura civile all’urbanistica. Il Centro Sperimentale di Cinematografia può essere considerato la sintesi delle capacità tecniche e artistiche di Antonio Valente.

Dealer Ezra Chowaiki a 18 mesi in prigione ma resta un affascinta truffatorie, tra le ore anche Wassily Kandinsky.

Un giudice distrettuale statunitense ha condannato il commerciante d’arte Ezra Chowaiki a 18 mesi di carcere per una truffa sugli investimenti che ha frodato importanti collezionisti, tra cui Helly Nahmad e “Baby Jane” Holzer, da milioni di persone. Avrebbe potuto affrontare fino a due decenni di carcere, ma i pubblici ministeri hanno raccomandato una condanna tra soli quattro e cinque anni.

Chowaiki si è dichiarato colpevole a maggio di aver frodato e ha ammesso di aver venduto partecipazioni in opere che in realtà non possedeva. “Ha derubato le sue vittime stipulando accordi fraudolenti” per comprare o vendere arte attraverso la sua galleria su Park Avenue, secondo una dichiarazione del procuratore distrettuale Geoffrey S. Berman. “Ha venduto le opere d’arte dei clienti senza autorizzazione e ha prelevato i soldi dei clienti per l’acquisto di opere d’arte che non ha mai acquistato”. Chowaiki spesso utilizzava i fondi ricevuti per rimborsare altri debiti in sospeso.

Judd Grossman, un avvocato che rappresentava sei delle vittime di Chowaiki, ha condannato la sentenza del giudice. “Dove Chowaiki ha sicuramente rubato milioni di dollari in denaro e arte, molte delle sue vittime credono che una condanna di 18 mesi – meno della metà di quanto raccomandato dal governo – sia particolarmente leggera data l’entità di questi crimini”.

Chowaiki è stato anche condannato a tre anni di libertà vigilata e ha ordinato di rinunciare al suo interesse per più di 20 opere d’arte, incluse quelle di Pablo Picasso , Edgar Degas e Alexander Calder . Deve anche pagare la restituzione delle sue vittime per un importo da determinare in un secondo momento.

Secondo i documenti del tribunale, Chowaiki ha fondato la galleria nel 2004 e messo in scena mostre di artisti blue-chip tra cui Picasso, Calder, Marc Chagall e Degas. Una causa intentata nel 2009 da un ex dipendente della galleria ha descritto il rivenditore come uno “sceneggiatore fallito” ed ex venditore di gelati con “nessuna istruzione formale o esperienza nell’arte”.

Chowaiki alla fine ha perso il controllo della galleria lo scorso novembre, quando l’azienda ha presentato istanza di fallimento ed è stata rilevata da un fiduciario per sovrintendere alla liquidazione.

Il caso riecheggia quello dell’ex mercante d’arte Lawrence Salander, che si è anche impegnato in un massiccio piano pluriennale in cui ha effettuato vendite non autorizzate, incassato in contanti i proventi e venduto azioni in una vendita che non possedeva. Anni dopo che il suo piano si era sbrogliato, i collezionisti – comprese le vittime di alto profilo come John McEnroe e Robert De Niro – stavano ancora esaminando le accuse legate alla frode.

Nel 2010, Lisbeth Salander si è dichiarata colpevole di 29 capi di furto e un conteggio di intrighi per frodare. All’epoca, l’ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan stimava che costasse alle sue vittime 120 milioni di dollari e gli ordinò di rimborsarli per intero. È stato condannato a sei-otto anni di prigione di stato, di cui, a quanto riferito, ha prestato servizio per sette anni ed è stato rilasciato alla fine del 2017.

Daniel Parker, un avvocato per Chowaiki, non ha immediatamente risposto a una richiesta di commento.

Come un affascinante mercante d’arte è diventato un truffatore ricercato

Per la maggior parte delle indicazioni, Ezra Chowaiki si è classificato tra i migliori mercanti d’arte di New York. Dal 2004 al 2017, la sua omonima galleria su Park Avenue ha mostrato opere di artisti come Degas, Picasso e Calder. Ha trattato con ricchi collezionisti tra cui l’ex superstar di Warhol “Baby” Jane Holzer. I rivenditori di fascia alta Helly Nahmad e Michael Black hanno fatto affari con lui.

“Era un affascinante [e] simpatico ragazzo”, ha detto Thomas C. Danziger, un avvocato di Manhattan che ha negoziato con Chowaiki a nome dei clienti. “Un sacco di persone molto affidabili si sono occupate di lui”.

Ma nessuno probabilmente ha previsto che Chowaiki sarebbe emerso come un criminale che ha sfogliato denaro, venduto arte che non possedeva e trascurato di pagare i clienti per i lavori che ha venduto per loro conto. Supplicando di aver frodato le frodi, ha commesso circa 10 milioni di dollari di truffe legate all’arte e inizierà a scontare una pena detentiva di 18 mesi il 30 novembre.

La storia di Chowaiki illustra come una persona ambiziosa può essere intrappolata dalla sfortuna, dalle decisioni sbagliate, dai cattivi tempi e dalla volontà di prendere scorciatoie illecite per rimanere solvibile.

“Si è trovato nei guai e ha continuato a pensare di poter scavare la sua via d’uscita”, ha detto un amico artista. “Ma poi si è messo in testa ed era troppo tardi.”

Chowaiki, 50 anni, è cresciuto benestante a Città del Messico, dove suo padre era un importatore / esportatore. Dopo la laurea, si è trasferito a Manhattan per studiare cinema alla New York University e ha incontrato la sua futura moglie, Mindy Schwartz. Le ambizioni cinematografiche di Chowaiki sono state messe da parte per un lavoro nel settore dei gelati dei suoi suoceri. Ma non era abbastanza per lui. Dopo aver studiato arte del 19 ° e 20 ° secolo al Sotheby’s Institute of Art di Manhattan, ha spostato le marce.

È apparso sulla scena nei primi anni 2000, aggirando le gallerie e le aste, alla ricerca di un appiglio.

L’artista ha ricordato una situazione in cui ha considerato di co-acquistare un’opera di Egon Scheile. “Ha studiato e studiato”, ha detto l’artista. “Abbiamo esaminato l’immagine con esempi in un catalogo e in un libro. Abbiamo trovato un elemento, in una riga, che non era morto, e [lui] ha concluso che si trattava di una copia. Ezra era scrupoloso riguardo alla ricerca. “

Chowaiki divenne una specie di intermediario. “Ha trovato persone che avevano bisogno di arte e le hanno abbinate a persone che vendevano arte”, ha detto un membro del settore. “Era molto bravo in questo.”

Intorno al 2004, incontrò l’imprenditore farmaceutico David Dangoor, che finì per finanziare la galleria Ezra Chowaiki in un appartamento al 500 Park Avenue. “Mi è piaciuto Ezra e lui era molto ben informato”, ha detto Dangoor.

Chowaiki generò fiducia essendo l’antitesi del brillante mercante d’arte newyorkese, vestendosi spudoratamente e talvolta dormendo durante la notte nella galleria. Lui e Dangoor hanno collaborato con il collega Luba Mosionzhnik.

Gestire una galleria non è economico, con l’affitto (Chowaiki’s era di circa $ 8.000 al mese), l’assicurazione, i pasti e i pasti dei clienti (secondo un amico di Chowaiki, $ 10.000 al mese non era inusuale per lui) e, naturalmente, acquisto di arte. Chowaiki non viveva in maniera stravagante. Ma, ha detto l’insider, “non sapeva come controllare le sue spese … la sua gestione del denaro è terribile”.

Un accordo con Sotheby’s è andato a sud quando un lavoro di Matisse rappresentato da Chowaiki è stato messo all’asta per meno del minimo garantito, lasciandolo a pagare circa $ 3 milioni alla casa d’aste.

Ezra Chowaiki con delaers di belle arti Baird Ryan (a sinistra) e Michelle Tillou (a destra) nel 2011
Ezra Chowaiki con delaers di belle arti Baird Ryan (a sinistra) e Michelle Tillou (a destra) nel 2011OWEN HOFFMANN /PatrickMcMullan.c

Poi Chowaiki ha sperperato circa 5 milioni di dollari aiutando il bankroll in una causa fallita dall’ereditiera greca di spedizione Aspasia Zaimis in cui lei sostiene di essere stata truffata da una collezione d’arte meritevole di un museo dopo la morte di sua zia. Chowaiki avrebbe avuto un primo colpo a vendere i lavori.

Nel frattempo, secondo i documenti del tribunale, Mosionzhnik è stato licenziato dalla galleria nel 2008 per presunte scorrettezze in relazione al suo impiego. Successivamente ha citato in giudizio Chowaiki, Dangoor, la galleria e altri per una serie di rivendicazioni inclusa la violazione del contratto. E gli imputati hanno affermato le domande riconvenzionali contro Mosionzhnik.

Il caso è stato risolto ma “costa $ 1 milione di spese legali”, ha detto Dangoor.

Entro il 2015, Chowaiki e la galleria avevano debiti che alla fine sarebbero stati vicini a $ 10 milioni, secondo Dangoor.

Ai Chowaiki era stato diagnosticato il diabete. Sua moglie, con la quale ha due figli, lo aveva lasciato.

Le crepe hanno cominciato a mostrare.

“Abbiamo lavorato insieme per più di 10 anni”, ha detto un rivenditore di New York. “Era sempre così concentrato. Ma all’improvviso Ezra iniziò a sembrare distaccato e distante … qualcosa era decisamente sbagliato. “

All’inizio, amici e colleghi hanno ridotto Chowaiki quando le cose diventavano sospette. Un amico ha ricevuto un’e-mail inquietante da un commerciante di Manhattan che ha letto, in parte, “Non è bello quello che fa il tuo amico – vendendo qualcosa che non dovrebbe”. L’amico ha chiesto a Chowaiki, ma lascialo andare quando il gallerista si è scrollato di dosso.

Secondo i documenti del tribunale depositati nella causa civile, in almeno un caso Chowaiki ha travisato il prezzo di acquisizione di un’opera d’arte, affermando che era più alto di quello che era in realtà, e ha mantenuto i fondi aggiuntivi.

Il collezionista Rick Silver, in quel caso, mise su $ 1,2 milioni in modo che Chowaiki potesse comprare “Bouquets de giroflées” di Marc Chagall, venderlo e condividere i profitti con lui, secondo i documenti del tribunale. Ma il prezzo reale pagato da Chowaiki era “significativamente inferiore”, ha detto l’avvocato Judd Grossman, che rappresenta diversi ex clienti della galleria in contenzioso civile contro il mercante d’arte. Sostanzialmente, i querelanti sostengono che “ha truffato il signor Silver e intascato la differenza”. Ha poi “promesso illegalmente [il Chagall] come garanzia su un prestito di $ 800.000”, ha detto Grossman.

Un modello cominciò a emergere mentre Chowaiki prendeva in prestito denaro o arte, quindi lo utilizzava per coprire i debiti. “Aveva sempre bisogno di prestiti da bridge”, ha detto un avvocato con il quale era amico. “Era brillante ma non liscio”. Eppure, ha detto l’artista, gli amici credevano che “alla fine avrebbe fatto il suo lavoro e sistemato le cose”.

Nel 2016, Chowaiki è stato consegnato per vendere il dipinto “Ettore e Andromaca” dell’artista Giorgio de Chirico che si dice valga $ 1 milione. Secondo i documenti del tribunale, Ely Sakhai, condannato per frode artistica, dichiara di aver acquistato il lavoro con una valutazione di $ 500.000. Ma il proprietario del dipinto, Naftali Leser, ha detto di non avere idea dell’affare.

Inoltre, Chowaiki è accusato nel caso civile di rinunciare a un dipinto di Max Ernst – valutato a circa $ 250.000 da Christie’s – per cancellare un prestito, ma non è riuscito a pagare il proprietario che lo ha consegnato per venderlo.

Colpendo il fondo nel 2017, Chowaiki ha venduto un interesse del 50% in una scultura per $ 900.000. Ha promesso all’investitore un profitto di $ 100.000 dopo una rivendita, ma Chowaiki non avrebbe posseduto il lavoro.

Incredibilmente, Chowaiki è stato infine arrestato a causa di un problema di contabilità.

Nell’ottobre 2017, Dangoor è stato informato delle irregolarità di fatturazione da un impiegato della galleria che ha detto che Chowaiki stava recitando in “moody and grassy”.

Fu organizzato un incontro tra Chowaiki, l’avvocato di Dangoor, Anthony Dougherty e un collega di Dougherty, che, in una svolta scioccante, portò il rivenditore a subire una litania di misfatti. “Non aveva un regalo di avvocato ed era molto trasparente”, ha detto Dougherty. “Stava cercando di confessare.”

(L’avvocato civile di Chowaiki, Adam Felsenstein, ha dichiarato: “Penso che Ezra sia stato sorpreso quando le dichiarazioni rese al legale della galleria sono diventate la base di cause civili e penali. Pensava che stesse aiutando la galleria e i suoi clienti, ma non costituisse la base contenzioso contro di lui personalmente. “)

All’indomani dell’incontro, Chowaiki chiamò almeno due amici. “Ha detto, ‘La mia vita è s-t. Vengo licenziato dalla galleria “, ha raccontato uno di loro. “Mi ha detto che stava per uccidersi.”

Chowaiki ha rifiutato di commentare.

Sebbene abbia confessato in tribunale di fare ciò che ha fatto, alcuni credono ancora che Chowaiki non abbia premeditato le sue azioni.

“Ezra non è machiavellico”, ha detto un investitore che ha perso $ 100.000 – ma non lo ha citato in giudizio. “È un bravo ragazzo che si è preso una marmellata.”

Anche Dangoor, che è fuori $ 2,7 milioni, è d’accordo. “Ezra ha supplicato di non essere denunciato alla polizia”, ​​ha detto Dangoor. “Si è scusato e si è scusato. E ‘stata una scena molto triste. Ma non avevo scelta. “

Nonostante tutto, Chowaiki ha ancora i suoi potenziamenti.

Le lettere di ex clienti mandate a Manhattan il giudice distrettuale degli Stati Uniti Jed S. Rakoff hanno giocato un ruolo nel gallerista ottenendo una condanna mite – i pubblici ministeri avevano raccomandato da quattro a cinque anni – e viene citato in giudizio civilmente solo da una piccola parte di coloro a cui deve i soldi.

“La sua simpatia era un vantaggio”, ha ammesso Grossman.

BIC-LAB: ARRIVA AL DON GIOVANNI IL LABORATORIO DI DISEGNO FRUGALE

Dopo il successo dell’iniziativa del “Disegno dal vero”, ormai appuntamento fisso del locale sito a Via Emanuele Filiberto 110, arriva al Don Giovanni la proposta laboratoriale di disegno a penna!

Attraverso la spiegazione di diverse tecniche di disegno, facili ed intuitive, si darà forma a personaggi e situazioni di vita reale con una semplice penna nera.


La particolarità di questo laboratorio di disegno “frugale” è l’utilizzo di  strumenti di facile reperibilità, una penna bic ed un taccuino, con i quali possiamo esercitarci e creare in ogni luogo = arte alla portata di tutti.
Non c’é bisogno di saper disegnare ma è sufficiente la voglia di mettersi in gioco e lasciarsi andare.


Conduce Alessandro Bassetti pittore ed illustratore formatosi presso la Scuola Comics di Roma.

Mercoledì 22 Maggio dalle 18:00 alle 20:00 si terrà la prima giornata.
Per info e iscrizioni scrivere ad abss@hotmail.it all’attenzione di Alessandro Basetti.

«Falsi Modigliani, rete gestita dagli Usa tra curatori complici e ricatti dei mercanti»

Genova – «Sono oltre 30 anni che mi batto contro i falsi Modigliani che escono in continuazione fin dagli anni Ottanta. Purtroppo anche le istituzioni che avrebbero dovuto aiutarmi si schierarono contro finendo anche per processarmi e lasciando impunemente che i falsari imperversassero». Lo afferma Carlo Pepi profondo conoscitore dell’opera di Modigliani. «Per questi motivi decisi di lasciare gli Archivi Modigliani e la Casa Natale che avevo fondato e diretto. Il 10 settembre 1990 formalizzai le dimissioni davanti al notaio. Ora finalmente ci si accorge di quello che sono andato sempre predicando».

«Falsi Modigliani, rete gestita dagli Usa tra curatori complici e ricatti dei mercanti» (di Marco Grasso e Matteo Indice) 
Un blitz dell’Fbi e le carte dell’inchiesta sulle opere fasulle di Amedeo Modigliani esposte a Genova nel 2017, permettono di smascherare il «sistema» che da almeno vent’anni copre le emulazioni d’uno dei pittori più ricercati e costosi alle aste internazionali, morto nel 1920.

I dubbi sull’Archivio Modigliani

Secondo la Procura del capoluogo ligure e i carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale di Roma, un gruppo attivo fra New York, Lugano e l’Italia piazza copie di Modì nelle esibizioni di mezzo mondo, per farne lievitare il valore e poi rivenderle a collezionisti poco ferrati.

Di più: l’ex presidente dell’Archivio Modigliani, che dovrebbe confermare la reale appartenenza d’un quadro al maestro, ammette al terzo interrogatorio che il medesimo archivio è di fatto una scatola vuota, senza certificazioni originali. Ed è pressoché impossibile stabilire l’autenticità di centinaia di dipinti in circolazione. Ancora: uno dei più accreditati organizzatori in Italia e in Europa, Mondo Mostre Skira, è accusato d’aver truccato a sua volta delle carte, ricattato da un mercante e da un curatore in combutta. I quali minacciavano di far saltare l’esposizione genovese se non fosse stata garantita l’immunità dai sequestri su numerose tavole di provenienza sospetta, che erano riusciti a propinare quale nucleo cardine dell’evento: «Spargevano profumo di verità su falsi clamorosi», la sintesi dell’Arma.

In sei verso il processo

Per orientarsi bisogna metter mano agli atti dell’indagine per truffa, falso e contraffazione di opere appena chiusa a vario titolo su sei persone: Massimo Zelman, presidente di Mondo Mostre Skira, che imbastì l’appuntamento al Palazzo Ducale di Genova su delega della Fondazione Ducale a partecipazione pubblica; Joseph Guttman, mediatore originario dell’Ungheria con base a New York; Rudy Chiappini, italiano trapiantato in Svizzera, curatore; Nicolò Sponzilli, direttore mostre Skira; Rosa Fasan, dipendente Skira; Pietro Pedrazzini, scultore svizzero, proprietario d’un “Ritratto di Chaim Soutine” che agli occhi di chi indaga piazzò come autentico pur sapendolo fasullo. Gli accertamenti scattano nella primavera 2017, a mostra in corso, dopo la denuncia del critico Carlo Pepi, e fra i testimoni-chiave s’individua l’esperto francese Marc Restellini.

L’articolo integrale sull’edizione cartacea o sull’edicola digitale

fonte:
https://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2019/03/26/AEZft7WB-curatori_modigliani_complici.shtml

Vercelli, la Magna Charta Libertatum arriva all’Arca con eccezionali misure di sicurezza

La Magna Charta Libertatum è arrivata a Vercelli in gran segreto dall’Inghilterra, con un volo fino all’aeroporto della Malpensa e poi, su un furgone blindato scortato da due auto della polizia stradale. Eccezionali misure di sicurezza per il manoscritto redatto nel 1217, proveniente dalla Cattedrale di Hereford, ritenuto da molti studiosi il primo documento fondamentale per il riconoscimento universale dei diritti del popolo, nonché quello  che ha decretato la nascita del moderno stato di diritto. Il prezioso carico è stata poi portato all’interno del Polo Espositivo dell’Arca di San Marco da due guardie private con i polsi saldamente ammanettati alla cassa di metallo usata per il trasporto, circondate da poliziotti armati. La Magna Charta sarà visibile dal 23 marzo al 9 giugno. 

di Alessandro Contaldo

L’ARTICOLO: Vercelli, scortata con le manette arriva “la Magna Charta della libertà”

Nato con l’Austria-Ungheria e morto nell’era digitale. Il tempo si era dimenticato di Gillo Dorfles e lui viveva nel futuro

Sembrava quasi che il tempo si fosse dimenticato di lui, che la morte avesse deciso di risparmiare questo gigante del novecento: filosofo, pittore, critico d’arte eclettico (sua fu la definizione del “Kitsch”), intellettuale sempre irriverente. “Ho dimenticato metà secolo e sto dimenticando l’altra metà perché voglio vivere nel futuro”, aveva 107 anni Gillo Dorfles ma viveva costantemente proiettato nel futuro.

Non basterebbe una raccolta enciclopedica per descrivere la vita straordinaria di Dorfles, nato nella Trieste dell’imperatore Francesco Giuseppe e vissuto per un tempo quasi eterno attraversando tutti gli sconvolgimenti degli ultimi cento anni.

L’unico modo per parlare di Gillo è lasciare che lo faccia lui, così come ha fatto nell’intervista (riportata di seguito) che ha rilasciato a Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera in cui racconta in prima persona gli episodi più importanti della sua vita.

La Trieste degli Asburgo
Il mio vero nome è Angelo, ma nessuno mi ha mai chiamato così. I Dorfles sono una famiglia di origine austriaca, trasferita a Gorizia: mio nonno era presidente del teatro Verdi, molto fiero di avervi portato Eleonora Duse. Sono nato a Trieste il 12 aprile 1910. Ricordo la città pavesata di bandiere gialle e nere con le aquile, i colori dell’impero. Quasi ogni giorno uscivo in passeggiata con mia madre. Incontravamo un pope barbuto, un prete greco, che mi vezzeggiava: questo mi faceva sentire importante. E passavamo dalla libreria antiquaria di via San Nicolò, gestita da un uomo burbero: “Cos’ti vol picio? No xe roba per ti!”. Era Umberto Saba. Non vidi l’arrivo dei marinai italiani, nel novembre di cent’anni fa; durante la Grande Guerra la mamma mi aveva portato a Genova, dov’era nata. Mio padre, irredentista, era al confino a Vienna. Ma il liceo lo feci a Trieste: il Dante Alighieri. Linuccia, la figlia di Saba, divenne una delle mie più care amiche. Andavo a casa sua almeno due pomeriggi a settimana; e se il padre mi sopportava a malapena, la madre, Lina, era molto gentile. Poi Linuccia si fidanzò con un ragazzo meraviglioso, Bobi Bazlen: fu lui a farmi scoprire Proust, Kafka e soprattutto Joyce. Andavamo a lezione da un professore che l’aveva conosciuto e ci spiegava l’Ulisse, allora ignoto in Italia».

Il salotto di Svevo
«Irredentisti e nazionalisti si trovavano a casa di Elsa Dobra, sorella di Elodie Stuparich, una delle muse di Scipio Slataper: il “barbaro sognante”, l’eroe del Carso. Io frequentavo il salotto di Olga Veneziani, che aveva una fabbrica di vernici sottomarine: una signora dal carattere terribile, che mal tollerava le prove letterarie del genero, Ettore Schmitz, che nessuno conosceva ancora come Italo Svevo. Con lui facevamo gite sul Carso, giocavamo a bocce nelle locande. Il mio primo articolo sul Corriere della Sera, chiestomi da Dino Buzzati, raccontava proprio casa Veneziani. C’era una giovane pittrice, Leonor Fini, eccentrica e vistosa; un mio professore ci vide camminare a braccetto e telefonò a mia madre allarmatissimo: “Suo figlio si accompagna a donne di malaffare!”. Ai bagni Savoia diventai amico di Leo Castelli, che avrei ritrovato a New York, divenuto il più grande mercante d’arte del secolo. Un nipote di Svevo sposò una pittrice, Anna, che sarà la mamma di Susanna Tamaro; che quindi è pronipote dello scrittore».

La Milano dei Navigli
«Da bambino andavo a trovare mia bisnonna, che abitava in corso Venezia, nel palazzo con le quattro colonne al numero 34, costruito da mio prozio. La bisnonna era stata amica di Carducci e mi parlava del Risorgimento: lei c’era. Cent’anni fa Milano era ancora un borgo tranquillo, circondato da orti e cascine. I Navigli erano bellissimi, interrarli è stato un errore. Abituato a città nautiche come Trieste e Genova, Milano mi parve una città d’acqua. Fu un incontro fatale. Passeggiavo lungo il Naviglio che ora è via Senato, andavo in barca nel laghetto di San Marco. Più tardi cominciai a frequentare gli artisti, in particolare Lucio Fontana. Lo vedevo spesso, studiava a Brera con Adolfo Wildt; non tagliava ancora le tele, faceva statue di ceramica, ma era già un grande. Andavo ai concerti con Fausto Melotti e suo cognato Gino Pollini, l’architetto».

L’elettroshock
«Nonostante la passione per l’arte, mi sentivo obbligato a prendere una laurea seria, e mi iscrissi a Medicina. Volevo diventare psichiatra come Ugo Cerletti, l’inventore dell’elettroshock. Fu lui a insegnarmi come si fa: si mettono due elettrodi alle tempie del paziente, la scossa elettrica gli fa perdere coscienza. Era molto impressionante. Dava qualche risultato, ma si usava anche quando non ce n’era bisogno. Dopo tre anni a Milano mi trasferii a Roma, dove fui allievo e assistente di Cesare Frugoni. Ricordo i primi pazienti che interrogai. Un paranoico si credeva Gesù. Un uomo raccontava di aver partorito quattro gemelli di dieci chili l’uno. Un altro viveva in uno stato di priapismo continuo, e disegnava ovunque maialini. Capii che il mio mestiere non era la medicina, ma l’estetica».

Artù Toscanini
«Alla Scala mi portò per la prima volta lo zio Ernesto: era sordo, ma se sedeva in prima fila con la trombetta d’argento riusciva a sentire qualcosa. C’era Toscanini, dirigeva il Falstaff. Io ero fidanzato con Lalla Gallignani, la figlia di Giuseppe, un faentino legato a Verdi che l’aveva portato a Milano per dirigere il conservatorio. Alla sua morte, Toscanini divenne il tutore di Lalla. Fu lui a portarla all’altare quando ci sposammo. “Artù”, come amava firmarsi, era pieno di umanità, molto alla mano; innamorato delle donne, anche troppo. Suo figlio Walter fu testimone di nozze, il ricevimento lo facemmo a casa Toscanini, in via Durini, e andammo in viaggio di nozze all’Isolino, l’isola nel Lago Maggiore di sua proprietà. Le figlie, Wally e Wanda, avevano ereditato l’esuberanza del padre. Dopo la guerra rividi “Artù” a New York. Era molto stanco, ma alle prove gli errori dell’orchestra lo rinvigorivano: “Corpo di una madonnaccia!” urlava gettando la bacchetta».

Il superstite dei lager
«Avevo fatto il militare nel Nizza Cavalleria. Avrei preferito il Savoia, per via delle divise, ma l’impiegato a cui mi ero fatto raccomandare fece confusione. In cavalleria non era obbligatorio il saluto fascista, con mio grande sollievo, perché detestavo il Duce. Allo scoppio della guerra non fui richiamato alle armi, avevo già compiuto trent’anni. Sfollammo in un casolare in Toscana, ma andavo spesso a Firenze, alle Giubbe Rosse. Un testimone mi parlò di piazzale Loreto: non riuscivano a fucilare Starace, catturato in pantofole, perché c’era troppa gente, per sparargli dovettero distenderlo sopra il corpo di Mussolini. L’anatomopatologo Cattabeni, amico e collega, mi disse che dall’autopsia emerse che il Duce stava benissimo, a parte le cicatrici di un’ulcera; le malattie che gli attribuivano erano leggende. Incontrai un ebreo livornese quindicenne, sopravvissuto a Dachau e a Buchenwald: mi raccontò che erano costretti a cibarsi dei compagni morti. E vidi passare la brigata ebraica, con la stella di David — gialla su fondo biancoazzurro — ostentata con baldanza».

Montale e la Mosca
«Montale me lo presentò Bazlen a Trieste: fu Eugenio, che chiamavamo Eusebio, a far conoscere Svevo ai lettori italiani. Lo rividi poi a Genova, a Firenze, a Milano, nella sua casa di via Bigli. Stava con la Mosca, che in realtà si chiamava Drusilla Tanzi, ed era terribilmente gelosa di lui. Teneva mia moglie per ore al telefono per lamentarsi delle rivali, fino a quando Lalla osò dire: “Ma perché non lo lasci un po’ in pace?”. Da un giorno all’altro la mia amicizia con Montale finì. Recuperammo in parte solo dopo la morte della Mosca, nel ‘63».

La Milano di oggi
«Tutto questo slancio, chiedo scusa, non lo vedo. Dopo la Seconda guerra mondiale Milano era diventata la capitale culturale d’Italia, soppiantando Torino, Firenze, Roma. Con Munari e Soldati fondammo l’arte concreta. C’erano il design e la grande editoria: Sereni, Vittorini, che oltretutto era un uomo affabile, a differenza di Moravia, un po’ presuntuoso. Ora la società letteraria non esiste più, e non vedo nuovi protagonisti. L’ultimo è stato Umberto Eco».

La longevit�
«Com’è la vita oltre i cent’anni? Non amo l’argomento. Ci si annoia, perché si fatica a leggere. Le novità mi piacciono, ho anche preso il cellulare. Non sono morigerato, ho sempre mangiato le cose che mi piacevano: gli gnocchi alla romana, i carciofi, i tartufi; e i fritti. Sono un discreto cuoco, specialità fiori di zucca. Ho sempre bevuto vino rosso, ho una passione per il cannonau. Una volta lo dissi in tv e vari produttori sardi mi mandarono a casa una cinquantina di bottiglie. Poi purtroppo hanno smesso».

Gustav Klimt e le sue donne d’oro: angeli teneri e perversi di un seduttore incallito

Erano l’ossessione artistica del pittore che ha dato forma a un’epoca, mostrando splendori e consunzione dell’impero austriaco in dissoluzione. Sensualissime anche quando sono ritratte nel più casto dei modi, come nel Bacio, diventato un’icona

A OGNI epoca la sua arte e a ogni arte la sua libertà”: dal 1898 la frase campeggia sulla facciata del Palazzo della Secessione, il movimento che ruppe in Austria i vecchi canoni artistici dell’Ottocento. Parole vere sempre e comunque, ma mai così esatte per descrivere quella stagione breve e intensa che visse il cuore dell’Europa a cavallo dei due secoli.

Gustav Klimt fu anima e motore di quella scena artistica, e se c’è un pittore che ha saputo dare forma a un’epoca, mostrare gli splendori e la consunzione di un impero in dissoluzione, questo è lui. Ancora oggi, davanti ai suoi quadri, possiamo respirare l’atmosfera – ricchissima, terribile e struggente – della Finis Austriae: un mondo che muore, scosso e affascinato dalle ombre disvelate da Freud, attraversato da nuove avventure culturali, folgorato nelle sue certezze dalle illuminazioni di Einstein, travolto infine dalla Guerra mondiale. E’ il regno dell’Uomo senza qualità, o meglio, di un insieme di mille qualità senza l’Uomo. Così Musil lo ha descritto. Così Klimt lo ha dipinto.

Eppure non gli assomigliava. Non bisogna farsi confondere dall’eleganza estrema dei suoi quadri. Era un uomo energico, un artista di rottura, un ribelle capace di grandi innovazioni, che conquistò Vienna con la sua bravura, poi la scandalizzò con i suoi affreschi (quelli destinati all’aula magna dell’università furono rifiutati), e infine la sedusse definitivamente con la sua maestria.

‘Klimt & Schiele – Eros e psiche’ – clip in anteprima: La nascita della secessione viennese

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Non era cresciuto nei salotti. Secondo di sette figli, nasce in un sobborgo di Vienna il 14 luglio 1862: il padre non vive nell’agiatezza è un modesto artigiano, orafo. Ma forse il suo mestiere è la fortuna di Klimt, che eredita una prodigiosa capacità manuale, frequenta la Scuola di Arti Applicate, segue i corsi di grafica, intaglio, oreficeria, studia i metalli e il mosaico: conosce la bellezza della decorazione, impara a sentire e padroneggiare ogni materia. Chissà se, senza questa lezione iniziale, avrebbe potuto creare, poi, i suoi capolavori. La sua mano felice gli apre presto molte porte, insieme ai fratelli ottiene commissioni per affrescare molti edifici pubblici, fra cui il Kunsthistorisches Museum e il Burgtheater di Vienna. Si nutre della pittura dell’epoca: storica e accademica. Segue la lezione simbolista dei Franz Von Stuck e degli Odilon Redon, ma è un uomo troppo sensibile per non sentire lo spirito del tempo, per non avvertire il vento che scuote in Europa ogni certezza formale.

Gustav Klimt e le sue donne d'oro: angeli teneri e perversi di un seduttore incallito

Giuditta ICondividi  
Per questo spacca l’Accademia di Belle Arti di Vienna, e raggruppa intorno a sé una serie di artisti e architetti (i migliori: Egon SchieleKoloman MoserOtto WagnerJoseph Maria OlbrichJosef Hoffman). Hanno mezzi e mecenati che li sostengono, possono costruire la loro sede tutta nuova (Il Palazzo della Secessione, appunto) che racchiude molte delle soluzioni architettoniche e decorative del movimento: superfici vagamente classiche con ornamenti lineari e sinuosi. I secessionisti non sono settari: organizzano mostre aperte a tutte le avanguardie che si affacciano nel nuovo secolo, inseguono l’opera d’arte totale sognata da Wagner, lavorano per la collaborazione delle arti, sull’onda del movimento inglese Arts&Crafts di William Morris perseguono la produzione di manufatti artigianali ad alto contenuto estetico. Se Vienna ha il volto che oggi conosciamo, lo si deve anche a loro.

Se conosciamo il volto delle donne della Vienna di allora, invece, lo si deve solo a Klimt. La sua è una lunga indagine sull’universo femminile, a volte angelicato a volte tentatore, tenero o perverso, quasi sempre sensualissimo, anche quando viene disegnato nel più casto dei modi

Se conosciamo il volto delle donne della Vienna di allora, invece, lo si deve solo a Klimt. “Non ho mai dipinto un autoritratto. La mia persona come soggetto di un quadro non mi interessa, mi interessano gli altri, soprattutto le donne“. E anche se la frase non è completamente vera (il volto del pittore appare piccolissimo in una decorazione del Burgtheater) è rivelatrice della sua ossessione artistica: una lunga indagine sull’universo femminile, a volte angelicato a volte tentatore, tenero o perverso, quasi sempre sensualissimo, anche quando viene disegnato nel più casto dei modi. Contraddizione che lo accompagna anche nella vita quotidiana: Klimt vive come un monaco (in casa con la madre e le sorelle, in studio dalla mattina alla sera) ma è un seduttore seriale, (soprattutto delle sue modelle).

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La leggenda dice che sia diventato padre per ben 14 volte (se sono maschi li chiama Gustav), ma non sposerà mai la donna che sceglie come compagna di vita, Emile Floege, e le quattrocento lettere che le scrive rivelano un intenso rapporto spirituale, basato – sembra – sulla castità. Fra le prime amate ce n’è però una speciale: quell’Alma Schindler destinata ad essere la musa (e l’amante o la moglie) dei più importanti artisti di inizio secolo: Mahler, Gropius, Kokoshka, Werfel. Curiosamente fu proprio lei a stroncare le opere più famose dell’ex amante: “Circondò di lustrini i suoi quadri, che prima erano concepiti grandiosamente, e la sua visione artistica decadde al livello del mosaico d’oro e della decorazione. Era circondato solo da donnette e mi cercava perché sentiva che potevo aiutarlo”.

Forse era un destino, visto il mestiere del padre, o forse era una necessità dello stile dell’epoca: ma certo dal 1900 in poi Klimt ricopre sempre più d’oro le sue donne

Già, l’oro. Per quanto sia stato uno straordinario pittore di paesaggi (i suoi Faggeti vibrano in un meraviglioso pulviscolo multicolore, molto più vero e intenso del pointillisme alla Seurat), per quanto abbia dipinto tanti quadri con colori normali, Klimt viene ricordato soprattutto come il pittor aureo. Forse era un destino, visto il mestiere del padre, o forse era una necessità dello stile dell’epoca: ma certo dal 1900 in poi Klimt ricopre sempre più d’oro le sue donne. Giuditta I (1901) è circondata da una lamina luminosa che sembra racchiuderne la sconvolgente sensualità: ne emergono solo il volto, il braccio, il candore del seno nudo, la testa di Oloferne è solo un dettaglio laterale. Se ne vede solo metà. La donna ritratta sembra più una perfida e seducente Salomè che non l’eroina biblica: una delle tante donne fatali che abitano la cultura dell’epoca.

Milano: Klimt, le origini del mito

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Ma due anni dopo Giuditta, Klimt compie uno dei pochi viaggi della sua vita: destinazione Ravenna, dove, evidentemente, viene folgorato dallo splendore dei mosaici bizantini, un tuffo in una nuvola di luce. Ci torna una seconda volta. Da quell’immersione nell’atmosfera bizantina il pittore ritorna ancora più determinato: modula le superfici d’oro dei suoi quadri, animandole con linee sinuose, figure geometriche, piccoli simboli, accensioni di porpora o di verde acqua. Il quadro è un manto aureo che vibra in un’atmosfera che appare senza tempo, e solo una piccolissima porzione della tela è dedicata al volto e alle spalle, alle mani della donna che si affaccia – quasi con stupore – su tanta magnificenza.

Gustav Klimt e le sue donne d'oro: angeli teneri e perversi di un seduttore incallito

Ritratto di Adele Bloch-BauerCondividi  
L’ornamento, che per Adolf Loos sarà un delitto, per lui è una ricchezza. Di più: è la tela di cui è tessuta la realtà dell’arte. L’esempio più celebre è forse il Ritratto di Adele Bloch-Bauer (1907), reso ancora più famoso dal processo che costrinse l’Austria a restituirlo alla famiglia cui i nazisti l’avevano preso. Un libro e un film (Woman in gold) hanno immortalato la battaglia della nipote di Adele per rientrare in possesso del quadro. Ci sono altre due tele manifesto di questo periodo aureo: una è Il bacio, diventato l’icona delle Gallerie del Belvedere di Vienna, con tanto di postazione apposita per i selfie.

Strano che Il Bacio, l’opera più popolare sia forse la più casta di Klimt: le bocche dei due amanti non si toccano, lui sfiora solo la guancia di una virginea ragazza che sembra ritrarsi nell’abbraccio

Gustav Klimt e le sue donne d'oro: angeli teneri e perversi di un seduttore incallito

DanaeCondividi  
Strano che l’opera più popolare sia forse la più casta di Klimt: le bocche dei due amanti non si toccano, lui sfiora solo la guancia di una virginea ragazza che sembra ritrarsi nell’abbraccio. L’altra è il suo opposto e rivela invece un eros potente: è la Danae dipinta tra il 1907 e il 1908. Come poteva, d’altronde, il pittore dell’oro resistere alla tentazione di dipingere la figlia del re di Argo posseduta da Giove che si trasforma proprio in una nuvola d’oro? La Danae di Klimt è una tizianesca bellezza dai capelli rossi, sognante, accondiscendente e accoglie volentieri tra le gambe che dominano il primo piano del quadro la brillante metamorfosi del dio.

I 150 anni di Klimt: da Venezia a New York

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Ma, alla fine, di tanto oro si può morire: e mentre si spegne lo splendore dell’Austria che finirà presto sotto le cannonate della prima guerra mondiale, Klimt sente la crisi e trova la forza di rinnovarsi ancora. La sua pittura diventa più intensa, forte, espressionista.

Gustav Klimt e le sue donne d'oro: angeli teneri e perversi di un seduttore incallito

La cullaCondividi  
Uno degli ultimi quadri è La culla (1917-18). In cima alla tela si intravede il volto di un neonato, quasi soffocato da una montagna di coperte e tessuti variopinti. L’oro è scomparso, e quelle stoffe non sono più preziosi mantelli istoriati, ma stracci, vessilli del nuovo secolo già diventati macerie.

Argomenti:Protagonisti:Gustav Klimt