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La Patria del Popolo è la Repubblica

Alcide De Gasperi e Francesca Romani
ai tempi del loro fidanzamento

Vi è in Italia un quarto Partito, che può non avere molti elettori, ma che è capace di paralizzare e di rendere vano ogni nostro sforzo, organizzando il sabotaggio del prestito e la fuga dei capitali, l’aumento dei prezzi o le campagne scandalistiche. L’esperienza mi ha convinto che non si governa oggi l’Italia senza attrarre nella nuova formazione di Governo, in una forma o nell’altra, i rappresentanti di questo quarto Partito, del partito di coloro che dispongono del denaro e della forza economica.” (Alcide De Gasperi in un consiglio dei ministri dell’aprile 1947; citato in E. Sereni, Il Mezzogiorno all’opposizione, Torino 1948, p. 21)

Cos’è la Patria? E’ un territorio? Direi di no, perché questo può cambiare nel corso del tempo, ad esempio i Russi abitavano un tempo nell’attuale Ucraina. La Patria è allora una razza, o un’etnia? Non direi, perché gli USA sono un melting-pot. Forse la Patria coincide con la condivisione di una storia comune e di valori religiosi o laici condivisi? Che dire però dei Balcani, in particolare i serbi e i croati, dei quali si dice che sono la stessa merda divisa in due dal solco della Storia? E non è forse vero che Stalin, per mobilitare il popolo alla lotta contro il nazismo, fece appello alla Patria, prima ancora che alla Nazione?

Cos’è dunque la Patria? Per me la Patria è un’organismo politico che nasce nel momento in cui un’ampia collettività di esseri umani si dà istituzioni democratiche; si sviluppa in funzione del successo di queste; e inizia a declinare, fino a morire, quando le istituzioni democratiche collassano. Vi propongo, come esempio maggiore, la storia della Roma repubblicana. Dal 509 a.c. la città fu scossa da un’aspra lotta di classe tra il patriziato e la plebe, che si concluse nel 451 a.c. con l’esposizione delle 12 tavole di bronzo, nelle quali erano incise le leggi della Repubblica, codice considerato come la base di tutto il diritto romano. E’ in quel momento che nacque, per gli antichi romani, l’idea di Patria. La Patria esisteva, ed era sentita, come un’entità cui si apparteneva, perché la sua difesa coincideva, per ogni cittadino, con quella di un accordo politico del quale era egli stesso protagonista e “azionista“. Non più la fedeltà a un Re, o alla tribù di appartenenza sulla base dei soli legami di parentela più o meno allargata, ma un patto costituzionale tra pari, con diritti politici riconosciuti percepiti come un vantaggio la cui difesa impegnava ognuno. Ovviamente la Patria era dei cittadini, non invece degli schiavi i quali, quando crebbero di numero, provarono senza successo a ribellarsi; dunque il concetto di Patria non implica necessariamente la giustizia sociale. Questo è un punto di fondamentale importanza che merita un approfondimento.

Se la Patria è un fatto politico, allora possono esistere le Patrie oligarchiche: cioè il concetto di Patria non coincide con quello di democrazia universale. Anzi, esso ne è la negazione, perché la parità dei diritti è esclusivo privilegio dei soli cittadini. Patria, dunque confini, che non sono di natura territoriale, etnica o culturale, bensì definiti dall’appartenenza o meno al gruppo umano che sottoscrive il patto politico fondamentale, la Costituzione tra pari, che vale per coloro che godono dei diritti di cittadinanza, e per essi solo. Non è necessario parlare una stessa lingua, vivere nello stesso territorio, condividere un orizzonte valoriale: sebbene tutte queste cose aiutino, esse non sono né necessarie né sufficienti. L’aristocrazia terriera dell’Europa medievale aveva una Patria, da cui erano esclusi i servi della gleba, ed era una Patria oligarchica.

Le plebi entrano in gioco, irrompono per così dire nella storia, quando riescono ad operare una trasformazione fondamentale, quella da “classe in sé” a “classe per sé“, con ciò prendendo coscienza della propria forza fino a darsi un’organizzazione politica. Ogni volta che ciò è accaduto le plebi, trasformatesi in Popolo, hanno dovuto affrontare due avversari: la Patria comune delle oligarchie e le sue articolazioni insediate negli stati nazionali dominati dalle oligarchie locali. In Europa, dal XVI secolo in poi, con l’affermarsi degli stati nazionali, l’unità di Patria dell’aristocrazia terriera entrò in crisi, e con essa le idee di universalismo che avevano dominato per tutto il medio evo, perché la crescente competizione tra gli stati-nazione apriva spazi e opportunità alle plebi, dapprima arruolate negli eserciti dei grandi casati in lotta tra di loro, in seguito, con la rivoluzione francese, divenendo nerbo e fondamento della forza militare espansiva della Francia repubblicana, subito imitata dagli altri stati-nazione. Questo processo di segmentazione dell’unità di Patria dell’aristocrazia terriera europea ha creato, a partire dal XIX secolo, le condizioni per un confronto meno squilibrato, in termini di forza militare, tra le articolazioni locali delle classi dominanti (che nel frattempo erano divenute classi borghesi) e le organizzazioni politiche popolari, che hanno iniziato a premere dal basso al fine di conquistare crescenti margini di rappresentatività politica entro i confini nazionali nei quali si era disgregata l’ormai defunta Patria oligarchica europea. Un terreno più favorevole alle istanze dal basso, quello degli stati-nazione in competizione reciproca, ha finito col mutare gli equilibri preesistenti, in favore dei popoli.

Quando il conflitto di classe non si svolge più in campo aperto, ma nei più ristretti confini degli stati-nazione, per cui le classi dominanti nazionali non possono più invocare l’intervento militare della loro Patria comune per mettere in riga il proprio Popolo, anche l’esito della lotta non è più uniforme, ovvero sempre favorevole alle classi dominanti, e anzi in ogni stato-nazione si raggiunge un particolare equilibrio. La Santa Alleanza di Metternicht fu un tentativo, di breve respiro, di resuscitare la Patria aristocratica europea:

Santa Alleanza: Dichiarazione politica, poi sistema politico che regolò la vita dei principali Stati europei dal 1815 al 1830. La dichiarazione, firmata a Parigi il 26 settembre 1815 da Alessandro I di Russia, Federico Guglielmo III di Prussia e Francesco II d’Austria, fu voluta dallo zar e affermò il principio che i tre sovrani, rappresentanti delle confessioni ortodossa, protestante e cattolica, dovevano restare sempre uniti come fratelli e governare i popoli con paterna sollecitudine per alimentare in essi lo spirito di fratellanza evangelica e l’amore della religione, della pace, della giustizia. In seguito aderirono anche i re di Francia, dei Paesi Bassi, di Svezia e di Sardegna; non aderirono invece Pio VII e il principe reggente d’Inghilterra. Tuttavia il ministro degli esteri britannico R.S. Castlereagh promosse il rinnovamento (20 novembre 1815) della quadruplice alleanza con Austria, Prussia e Russia del 1° marzo 1814, che fu la base concreta della cosiddetta politica dei congressi condotta poi dalle potenze alleate. L’apogeo della S. è rappresentato dalla repressione dei moti italiani del 1820-21 e dalla campagna spagnola del 1823. Entrò in crisi con la rivoluzione francese del 1830.

Degno di nota è il fatto che “non aderirono invece Pio VII e il principe reggente d’Inghilterra“, a conferma del fatto che non tutte le classi dominanti sono miopi (che poi sono le classi dominanti in prospettiva più pericolose, giammai degli alleati nei quali riporre un’ingenua fiducia – n.d.a.). Tanto è vero che, nell’ambito dei dominanti, oggi sono ancora la Chiesa e l’Inghilterra a sfilarsi dal demente progetto di unificazione europea, ovvero il tentativo di ricostituire la Patria aristocratica europea, nella mutata pelle di classe finanziaria globale.

La Patria comune dell’oligarchia

Il patto tra pari dei dominanti è sempre basato su un elemento, che possiamo definire l’invariante della Patria oligarchiaca. E’ necessario che vi sia un fattore di produzione, cioè di ricchezza, che sia sottoposto a una giurisdizione comune riconosciuta e accettata da tutte le articolazioni locali della classe dominante. Può essere la proprietà della terra, come nel medio evo, con tutto il corredo di norme sui privilegi dei proprietari e i doveri dei servi della gleba, oppure, in epoca moderna, la proprietà, cioè il monopolio, dei mezzi di pagamento. Se il simbolo della proprietà terriera è stato l’araldica, quello della proprietà della moneta è stato, ed è, l’oro. Trasformatosi, in tempi storicamente recentissimi, nel potere di emettere, e dunque regolare in quantità, i mezzi di pagamento fiduciari.
Per i popoli l’essere esclusi dal controllo dell’emissione e regolazione quantitativa dei mezzi di pagamento equivale, oggi, ad accettare il principio medievale per cui la terra apparteneva ai feudatari che la davano in concessione ai contadini, privi di ogni diritto su di essa. Se un tempo i servi della gleba valorizzavano la terra, ma non ne erano proprietari, oggi i servi della finanza privata la valorizzano col loro lavoro, ma non ne hanno il controllo. Il kernel di questo sistema non è l’euro, che pure va distrutto senza se e senza ma insieme con l’Unione Europea, ma un principio più astratto, quello di indipendenza delle banche centrali.

Il principio dell’indipendenza delle banche centrali fu imposto in Italia nel 1981 da un semplice scambio di lettere tra il Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi e il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta, e dunque mai discusso in Parlamento. La sua accettazione da parte dell’opinione pubblica fu facilitata da un’ampia pubblicistica, in particolare dal quotidiano “La Repubblica“, e dalla totale assenza di reazioni da parte delle forze politiche di sinistra e dei sindacati, con l’unica e lodevole eccezione del socialista Rino Formica. Analoghi cambiamenti si verificavano nello stesso periodo in tutta Europa. Si usciva così da un lungo periodo in cui le Banche Centrali erano state dipendenti dal potere politico, in particolare gli anni dal 1945 al 1975, per tornare ai suggerimenti di David Ricardo che, in un saggio del 1824, accusava la Banca d’Inghilterra, fondata oltre un secolo prima, di essere prona al potere esecutivo, identificando così i tre pilastri dell’indipendenza di una banca centrale:

  1. separazione istituzionale tra il potere di creare denaro e quello di spenderlo
  2. divieto di finanziamento monetario del bilancio dello Stato
  3. obbligo in capo alla banca centrale di render conto della politica monetaria svolta (accountability).

Già nella conferenza di Bruxelles del 1920, tenutasi sotto l’egida della Lega delle Nazioni, alla stabilità dei prezzi venne attribuito il rango di obiettivo primario, per raggiungere il quale, si sosteneva nel rapporto finale, occorreva affidare il potere di emettere moneta a banche centrali indipendenti dai governi.

Per una serie di circostanze, tra le quali spiccano evidentemente la sconfitta della Germania nazista ad opera soprattutto dell’URSS, nonché il fatto che il nuovo ruolo di superpotenza presupponeva per gli Stati Uniti la leva del controllo politico dell’emissione monetaria, nei primi decenni del dopoguerra il principio di indipendenza delle Banche Centrali conobbe un momento di eclissi, per riemergere non appena alcuni stati europei, soprattutto Germania e Francia, con l’Italia che cercava di accodarsi, videro in esso uno strumento per bilanciare il predominio americano. Il punto di svolta si ebbe nel 1975, ad appena quattro anni dall’annuncio shock di Nixon che poneva fine al gold exchange standard, ovvero la convertibilità del dollaro in oro al prezzo di 35 dollari per oncia, in occasione di un incontro del G5 nel corso del quale venne avanzata dagli USA la proposta di rallentare il processo di unificazione europea in favore di una strategia trilaterale mirante a coordinare le politiche delle aree industrializzate (USA, Europa e Giappone). La proposta americana non fu accolta, soprattutto per l’opposizione di Francia e Germania, le cui classi dirigenti intrapresero, da quel momento, un percorso che avrebbe disegnato un’architettura dell’Unione Europea fermamente orientata verso l’obiettivo della stabilità monetaria, presupposto inderogabile del quale è il principio di indipendenza delle Banche Centrali. Che infatti troviamo ben incastonato nel Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) nel quale:

  • all’art.123, troviamo scritto “Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia … a istituzioni, organi od organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito …“.
  • all’art. 127 troviamo l’affermazione “l’obiettivo principale del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) … è il mantenimento della stabilità dei prezzi”, laddove per “stabilità dei prezzi”, come chiarito dal Consiglio direttivo della BCE,  deve intendersi un tasso d’inflazione su livelli inferiori, ma prossimi, al 2 per cento nel medio periodo.
  • all’art.128 troviamo “la Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione
  • all’art.130 viene esplicitamente stabilito il principio di indipendenza delle Banche Centrali, in particolare la BCE: “… né la Banca centrale europea né una banca centrale nazionale né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni, dagli organi o da organismi dell’Unione, dai governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni, gli organi e gli organismi dell’Unione nonché i governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali nell’assolvimento dei loro compiti.

In sostanza, nell’UE:

  1. la BCE non finanzia gli stati, né alcuna amministrazione pubblica
  2. La BCE si riserva il diritto esclusivo di operare strette creditizie in vista dell’obiettivo della stabilità dei prezzi
  3. l’unico soggetto autorizzato alla creazione di moneta è la BCE
  4. la BCE non risponde a nessun organismo pubblico
Dunque la BCE è il Parlamento della Patria oligarchica, e il suo Governatore ne è il sommo margravio. Un parlamento, quello della Patria oligarchica, nel quale vige un principio di rappresentatività che non è per capita, bensì per quote azionarie stabilite all’atto dell’adesione all’eurozona di ogni paese. Ne consegue che i players non sono i singoli cittadini, ma i sistemi bancari dei singoli stati, tra i quali qualsiasi forma di redistribuzione pro bono è proibita e sostituita da prestiti, contabilizzati attraverso il sistema di clearing TARGET2 gestito dal SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali o euro sistema) che devono necessariamente essere ripagati.

La Patria repubblicana

Del tutto opposto è il patto tra pari che è alla base della nostra Costituzione. Non solo gli interventi redistributivi tra i sottoscrittori della carta fondamentale (che sono i singoli cittadini) non sono proibiti, ma sono obbligatori. La Patria repubblicana, disegnata dalla nostra Costituzione, all’art.3 impegna i governi a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Ciò significa che gli interventi redistributivi sono un dovere di qualsiasi governo, da attuarsi sia con l’intervento diretto dello stato nell’economia, finanziato tramite lo scoperto di tesoreria (che invece nello statuto della BCE è proibito dall’art.123) sia utilizzando la leva monetaria, oltre che fiscale.
Ne consegue che la prassi di considerare i trattati europei come sovraordinati rispetto alla Costituzione configura de facto un colpo di stato, le cui gravissime conseguenze non sono ancora state comprese dalla maggioranza della popolazione. In effetti, è stato solo con l’incrudirsi della crisi, da molti percepita inizialmente come un fatto temporaneo, che una minoranza di cittadini, sia perché dotati degli strumenti culturali e politici per capire, sia perché di carattere più ribelle, ha iniziato a prendere coscienza dell’accaduto. Occorre invece capire, fino in fondo, che quella che stiamo vivendo non è una crisi economica, sia pure più dura del solito, ma la conseguenza di lungo periodo (il cui drammatico stadio finale è lungi dall’essere stato raggiunto) di un fatto politico di primaria importanza: l’abolizione della Patria repubblicana nazionale e l’imposizione di una Patria oligarchica europea, di cui le élites finanziarie e industriali del nostro paese costituiscono una delle articolazioni.
Solo se si capisce questo si possono valutare, nella giusta prospettiva, le posizioni di quanti vanno cianciando di cambiare i trattati restando nell’UE o addirittura anche nell’euro, e prenderne le necessarie distanze. Che costoro si illudano in buona fede, oppure che siano servi consapevoli della Patria oligarchica, è necessario voltar loro le spalle senza esitazione alcuna. Non c’è mai stata, né mai ci sarà, la possibilità di un compromesso amichevole tra l’oligarchia e il popolo, ma solo un sempre temporaneo equilibrio basato sui reali reciproci rapporti di forza, per modificare i quali, oggi che la Patria repubblicana è stata abbattuta per il tradimento di quel quarto partito di degasperiana memoria citato all’inizio dell’articolo, è necessario che tutto il popolo torni ad occuparsi della res pubblica, cioè all’impegno politico.
Viva la Patria repubblicana. Viva l’Italia.

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