Google Chrome vuole superare Url: “Molti utenti non capiscono l’utilizzo”

ROMA – Gli Url spariranno? L’elenco dei caratteri che indica, in modo univoco, un contenuto presente online ha sempre fatto parte del web. Adesso però gli ingegneri di Chrome, il browser di Google, stanno lavorando a un modo per superarle. Almeno per come le conosciamo oggi.

“Gli utenti hanno difficoltà a comprendere gli Url – ha spiegato Adrienne Porter Felt, responsabile tecnico di Chrome, a Wired.com – sono complicati da leggere ed è difficile sapere quale sia attendibile. E, in generale, non penso che stiano funzionando bene come metodo per trasmettere l’identità del sito”.

Il team di Chrome sta quindi lavorando a un’idea che renda “l’identità web comprensibile a tutti, che faccia capire con chi stiamo parlando e fornisca elementi per decidere se fidarci o meno”. Tutto questo, continua Porter Felt, “comporterà grandi cambiamenti nel modo e nei tempi in cui Chrome visualizzerà gli Url”.

E’ “una sfida” che Google ha accolto puntando “al giusto modo per trasmettere l’identità di un indirizzo. Non ci sono dettagli. E dalle parole di Porter Felt non sembra sarà un traguardo imminente. Un primo passo potrebbe essere fatto entro la fine dell’anno o nel 2019. Ma solo per iniziare a sondare il terreno e la risposta del pubblico. “Non so come saranno” i discendenti degli Url, ha affermato il capo degli ingegneri di Chrome Parisa Tabriz, “al momento c’è una discussione attiva nel team. So che qualunque cosa proporremo sarà controversa. Ma è importante che facciamo qualcosa, perché tutti sono insoddisfatti degli Url”.

Google accelera sulla guida autonoma: su strada le auto senza pilota (e con passeggeri) di Waymo

Non più domani, ma già oggi. Almeno a Phoenix la guida autonoma, totalmente autonoma e senza pilota di supporto, è già una realtà. Lo ha ufficializzato a Lisbona nel corso del Web Summit 2017 John Krafcik, numero uno di Waymo, la società controllata da Alphabet, la holding proprietaria di Google. “Stiamo testando queste macchine a guida completamente autonoma in un’area metropolitana di Phoenix, in Arizona”, è il virgolettato attribuito al manager dalla rivista Forbes. L’obiettivo è quello di coprire a breve l’intera superficie della città, che è più estesa di Londra. “Il nostro obiettivo – insiste Krafcik – è quello di portare la nostra tecnologia a guida autonoma in più città degli Stati Uniti e nel mondo”.

Il test dell’auto di Google senza conducente con i veri passeggeri a bordo

Waymo, insomma, è un passo avanti a tutti gli altri. La colossale mole di datiraccolta in questi anni grazie anche agli utenti di telefoni cellulari, tablet e computer e gli otto anni di sperimentazione con le Google Car hanno assicurato un vantaggio competitivo alla società. Dopo aver mandato in pensione gli“ovetti” senza conducente, Waymo ha raggiunto un accordo con FCA che aveva inizialmente fornito una flotta di 100 Chrysler Pacifica ibride, nel frattempo salita a 600 unità. Un passo significativo che ha sancito il tramonto dell’ipotesi che Alphabet si lanciasse anche nel business della produzione: con la controllata si occuperà solo di sviluppare le tecnologie per la guida autonoma.

 

AP

 

Waymo sta bruciando i tempi, anche perché da un recente sondaggio che la stessa società ha commissionato, la maggiore parte dei 3.000 adulti intervistati negli Stati Uniti ha dichiarato di aspettarsi in strada solo per il 2020 le auto a guida autonoma. “Ma non sta accadendo nel 2020, sta accadendo oggi”, ha sottolineato Krafcik.

 

 

Altri costruttori hanno annunciato test e prove (giusto ieri Renault ha reso noto che il proprio laboratorio della Silicon Valley ha sviluppato una funzione per evitare gli ostacoli che sbaglia quanto i piloti professionisti), ma a quanto pare solo Waymo è così avanti da potersi permettere quello che sembra il livello 5 di guida autonoma, cioè il massimo possibile. Perché i test stanno avvenendo su strade pubbliche e, appunto, senza pilota di supporto. Krafcik ha lasciato intendere che già nel corso dei primi mesi del 2018 dovrebbe venire lanciato uno specifico servizio di trasporto “on demand” a guida autonoma nella zona di Phoenix

Google segnala il tempo di attesa presso i ristoranti:

come funziona Google arricchisce Maps e i risultati delle SERP del suo motore di ricerca con un’informazione utile: il tempo di attesa per sedersi al tavolo presso qualunque ristorante. Spieghiamo come funziona e in che modo l’informazione può essere attendibile.

oogle ha appena pubblicato un aggiornamento relativo al servizio Maps che permette di conoscere il tempo di attesa presso qualunque ristorante prima di potersi sedere al tavolo. Grazie all’integrazione di Maps nel motore di ricerca, basta cercare un ristorante e fare riferimento al riquadro che compare nella parte di destra della pagina dei risultati (SERP).

In corrispondenza della voce Orari con il maggior numero di visite, cliccando su qualsiasi orario d’ora in avanti sarà indicato non soltanto quanto, di solito, il locale è affollato ma anche il tempo di attesa medio.

Google segnala il tempo di attesa presso i ristoranti: come funziona

Ma come fa Google per stimare gli orari con il maggior numero di visite per le attività commerciali?
Come avevamo evidenziato nell’articolo Posizionamento Google di un’attività: come migliorarlo, per proporre tali informazioni Google “utilizza i dati forniti dagli utenti che hanno scelto di memorizzare le informazioni sulla posizione“.
Il meccanismo viene descritto in questa pagina): se l’utente autorizza l’invio della propria posizione ai server di Google, il dato verrà riutilizzato anche per stimare l’afflusso medio di clienti presso un esercizio commerciale, non soltanto quindi a livello di ristoranti.Inoltre, come spiega Google, “i tempi di attesa di un ristorante con posti a sedere riflettono la durata dell’attesa dei clienti prima di sedersi a tavola. Invece, i tempi di attesa di un negozio di alimentari riflettono il tempo che i clienti passano alla cassa per acquistare il loro articolo“.

L’auto a guida autonoma è vicina: Google pronta a lanciare un servizio per viaggi a chiamata In futuro gli utenti potranno prenotare un passaggio e farsi portare

L’auto driverless è un po’ più vicina ad andare su strada dopo che Waymo, l’azienda controllata da Alphabet, la holding di Google, ha rivelato di aver condotto test di guida autonoma senza alcun umano al posto del guidatore. Dopo anni di test, Waymo lancerà un servizio di ride-sharing senza guidatore in cui gli utenti potranno chiamare l’auto driverless ed essere condotti a destinazione senza alcun autista.

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L’annuncio è stato dato oggi al Web Summit di Lisbona dal Ceo di Waymo, John Krafcik, che è salito sul palco con una Chrysler Pacifica, l’auto Fca con la quale sono stati condotti i test da metà ottobre. Si tratta di un deciso passo avanti nell’affollata corsa all’epoca dell’auto driverless. Waymo ha così confermato di voler raggiungere la piena autonomia, invece di puntare su un concetto di guida assistita. “Le auto driverless sono qui ora, non dobbiamo aspettare il 2020”, ha detto Krafcik.

Krafcik ha mostrato un video che documenta i test fatti senza alcun umano al volante nelle scorse settimane a Pheonix, Arizona. Nei prossimi mesi, ha annunciato Waymo, i test saranno aperti al pubblico: chi si iscriverà al programma di prova potrà vedere direttamente come funziona l’auto driverless. All’inizio i passeggeri saranno accompagnati – sui sedili posteriori – della Pacifica da un dipendente di Waymo, poi saranno lasciati da soli, come nel servizio che la società vuole offrire. Nella fase iniziale il servizio sarà gratuito, anche perché per Waymo, come per tutte le aziende tecnologiche, è fondamentale raccogliere dati e fare esperienza con gli utenti. Successivamente Waymo potrebbe decidere di far pagare le corse, mettendosi in diretta concorrenza con la guida privata, i taxi e i vari servizi di ride-sharing presenti sul mercato, a partire da Uber.

Waymo è arrivata a questo punto dopo otto anni di test in varie zone degli Stati Uniti. Prima di debuttare ufficialmente con il servizio, la società dovrà fare i conti con le regole: non è un caso che il test sia in corso a Phoenix, perché l’Arizona non impone restrizioni alle auto driverless.

L’intensa concorrenza, nell’industria dell’auto e dagli attori della tecnologia, spiega la volontà di accelerare, per provare a imporre Waymo quale primo vero marchio dell’epoca driverless.

Hey Google, Google Assistant cambia parola d’ordine

OK Google diventa Hey Google. L’Assistente Google cambia parola d’ordine con Big G che decide di usare un richiamo più colloquiale modificando il comando che lo richiama nato originariamente con Google Now, prima versione dell’assistente intelligente della grande G e integrato nell’ormai storico Moto X presentato nel 2013.

Google Now può essere considerata una versione più “ingessata” e meno flessibile dell’assistente Google, ma con l’arrivo del più moderno Google Assistant l’interazione con l’intelligenza artificiale era diventata più naturale e colloquiale. La decisione di cambiare la frase di attivazione è dunque figlia di tale evoluzione: “Hey Google” (oltre ad essere molto simile all’attivatore “Hey Siri” di Apple) appare più naturale e colloquiale rispetto a “Ok Google”.

Google, apprendimento sempre più legato a tecnologia Così Prabakhar Raghavan all’Internet Festival di Pisa

Google, apprendimento sempre più legato a tecnologia © AP
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Google, apprendimento sempre più legato a tecnologia © ANSA/AP

PISA – “Il futuro dell’apprendimento sarà sempre più legato alla tecnologia perché è una modalità che ci porta tante informazioni che diventeranno parte essenziale della nostra vita”. Lo ha detto Prabakhar Raghavan, numero due di Google, a margine del suo intervento nell’appuntamento dedicato al futuro dei motori di ricerca nell’ambito dell’Internet Festival in corso a Pisa.

Sul dibattito, relativo a una diversa imposizione fiscale nei confronti dei giganti del web, Raghavan ha invece glissato: “sono un tecnico, un informatico e non sono la persona più adatta a parlare di questioni economico-finanziarie”.

‘Bullismo di massa’, Selvaggia Lucarelli svela cosa sia successo a Katia Ghirardi dopo il video virale della banca 

 E’ stato il video più visto della giornata: tutti hanno parlato e riso del filmato online di Katia Ghirardi che esorta i suoi dipendenti e i possibili nuovo correntisti a metterci il cuore. A mettere un punto su tutta la vicenda è Selvaggia Lucarelli che spiega cosa sia successo a Katia Gherardi dopo l’onda mediatica che l’ha travolta: la giornalista fa anche sapere che quel video non doveva andare online. Ecco cosa è successo

 Katia Ghirardi vittima del video virale su Banca Intesa San Paolo, le parole di Selvaggia Lucarelli

Se cerchiamo sui motori di ricerca ‘Katia’, il primo risultato che otteniamo è ‘Katia banca intesa’. Sappiamo tutti bene di cosa si tratta, d’altronde parliamo del video più visto, commentato e condiviso di ieri, e anche Selvaggia Lucarelli ha voluto dire la sua su Katia Ghirardi, direttrice della filiale di Castiglione delle Stiviere.

Il messaggio commovente di Katia Ghirardi per suo figlio: dopo il caso mediatico ecco il post Facebook che fa riflettere

Quel video faceva parte di un contest interno che Banca Intesa San Paolo aveva promosso per un po’ di sana competizione tra i dipendenti delle tante sedi, ma è finito online rovinando la vita della donna che, sì ci ha messo la testa, la faccia e il cuore, e ci ha rimesso – a occhio e croce – anche la carriera e la reputazione.

Sono piovute parodie sulla clip, addirittura in un video Katia faceva la stessa fine della mamma colpita da un meteorite di un noto spot e ancora c’è chi ha scritto direttamente a Banca Intesa chiedendo come stesse Fabio, il dipendente assente che si è salvato dal massacro senza senso e senza regole messo in atto nelle ultime 24 ore.

Selvaggia Lucarelli contro Maurizio Costanzo, durissimo l’attacco della blogger: ecco perché

Selvaggia Lucarelli parla di effetto Irma, un uragano che non possiamo arginare e difende la direttrice memore del tragico suicidio di Tiziana Cantone dopo il filmato privato a luci rosse finito sul web.

In un passaggio del lungo sfogo della blogger leggiamo:

“Dopo Tiziana, il mostro dovremmo conoscerlo tutti. Gli alibi non ci sono più. Il web non è più quello di qualche anno fa in cui c’era un video buffo e ci ridevamo un po’, senza che l’onda si gonfiasse come dopo il passaggio di Irma.
Ora è sempre Irma. Ora, sappiamo tutti di avere tutti in mano una pistola. E sono un miliardo di pistole che possono essere rivolte contemporaneamente contro una persona sola.

La persona sola, ieri, è stata Katia, la direttrice della banca… Sì, è un gigantesco, orrendo bullismo di massa”.

La riflessione della giornalista si dipana sulle conseguenze che quel video avrà per sempre sulla vita della donna, pubblicamente massacrata, non difesa dai suoi stessi superiori e ora legata a quelle immagini di fantozziano gusto.

Il post della Lucarelli si conclude così, con la speranza che la tolleranza spezzi il terribile vortice che ha rapito Katia:

“Parliamo agli adulti e diciamo: “Comportatevi da persone perbene”. Noi, per primi. Ciao Katia, il prossimo conto lo apro da te. Tu ci metti la faccia, io il portafoglio, dai”

Google, editori decideranno quante notizie fornire gratis

Google, editori decideranno quante notizie fornire gratis

Stop alla politica del “First click free”, che consentiva di leggere un minimo di tre notizie senza costi prima di arrivare a quelle a pagamento. Al via il modello ‘Flexible sampling’

Google fa un nuovo passo verso gli editori e mette fine alla politica del “First click free”, che consentiva di leggere un minimo di tre notizie gratis prima di arrivare a quelle a pagamento, inaugurando il ‘Flexible Sampling’. Lo ha annunciato online il colosso di Mountain View, precisando che in base a questa nuova policy gli editori saranno in grado di decidere autonomamente quanti contenuti mettere gratuitamente a disposizione del lettore prima di attivare il ‘paywall’, ovvero la consultazione a pagamento.

Nel dare il via a quello che definisce un “processo a lungo termine”, Google, nel nome della condivisione, presterà la sua assistenza agli editori per capire come semplificare il processo di acquisto dei contenuti da parte dell’utente e, nel lungo periodo, intende “aiutare gli editori a raggiungere nuovi lettori, far crescere gli abbonamenti e i ricavi sviluppando una suite di prodotti e servizi”.

Infatti, “sebbene le ricerche mostrino che le persone stanno cominciando ad abituarsi a pagare per le notizie – sottolinea Mountain View -, talvolta la macchinosità del processo per attivare un abbonamento può rappresentare un disincentivo e ovviamente questa non è una buona notizia per gli editori di news che vedono negli abbonamenti una fonte di fatturato di crescente importanza. Il nostro obiettivo è far si che gli abbonamenti funzionino in modo semplice ovunque e per tutti”.

La decisione di passare alla ‘prova flessibilè arriva dopo un periodo di ricerche e di esperimenti congiunti con il New York Times e il Financial Times. Proprio da questi due quotidiani vengono i primi commenti positivi. “Siamo anche incoraggiati dal desiderio di Google di considerare altri modi di supportare i modelli di business in abbonamento e siamo felici di continuare a lavorare

con loro per costruire soluzioni intelligenti al problema”, ha commentato Kinsey Wilson, adviser di Mark Thompson, ceo del New York Times.  E per Jon Slade, chief commercial officer di Ft, “è importante ora costruire su quanto finora discusso e e accelerare il processo”

COME CANCELLARE UNA NOTIZIA ONLINE

Il diritto all’oblio, inizialmente riconosciuto soltanto a livello giurisprudenziale sia in campo europeo che nazionale, con l’entrata in vigore del nuovo Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati Personali (RGPD, Regolamento UE 2016/679) riceve finalmente un’espressa regolamentazione che ne indica portata e limiti.

Questo diritto, che non ha carattere assoluto in quanto dev’essere inevitabilmente contemperato con altri interessi (primo fra tutti il diritto di cronaca), può essere definito come l’interesse di un singolo ad essere dimenticato: la sua esplicazione consiste nella cancellazione dei contenuti, dalle varie pagine web, di precedenti informazioni (spesso pregiudizievoli come ad esempio precedenti penali) che non rappresentano più la vera identità dell’interessato.

diritto alloblio

Vi è, dunque, la possibilità di richiedere l’eliminazione di notizie relative a fatti avvenuti in passato per tutelare la riservatezza e l’identità personale attuale di un soggetto.

Quanto detto, tuttavia, non può avvenire in modo incondizionato e, prima le Corti nazionali e comunitarie, poi la regolamentazione del RGPD hanno stabilito quali debbano essere le condizioni necessarie per un corretto esercizio di questo diritto, soprattutto ai fini della sua compatibilità con il diritto d’informazione che, nei casi in cui le notizie siano attuali e di interesse pubblico, dovrà comunque prevalere sull’interesse del singolo.

Nell’articolo tratterò inizialmente dell’iter giurisprudenziale che ha portato alla regolamentazione del diritto all’oblio, per poi analizzare la disciplina dettata dal RGPD.

Gli sviluppi giurisprudenziali

Il tema, prima della sua esplicita regolamentazione, è stato più volte portato all’attenzione dei giudici e, prima la Corte di Giustizia a livello europeo, poi la Cassazione a livello nazionale, ne hanno indicato limiti e portata, tracciando già, a grandi linee, la stessa disciplina che adesso si rinviene all’interno del RGPD.

La Corte di Giustizia si è pronunciata sulla questione con una sentenza del 2014 (causa C-131/12) nella quale veniva riconosciuto a un soggetto il diritto di richiedere la deindicizzazione di una determinata informazione sul web, in quanto interesse prevalente rispetto a quello economico del gestore del sito web (obbligato dunque alla cancellazione), ma non su quello di informazione degli utenti della rete: quando la notizia è attuale e di interesse pubblico, l’informazione prevale sul diritto alla riservatezza.

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Anche la Corte di Cassazione veniva chiama ad esprimersi sulla questione (sent. 23771/15) e dopo aver ribadito la possibilità per un soggetto di richiedere l’eliminazione dei link contenenti notizie per lui pregiudizievoli, nel caso di specie, rigettava le richieste dell’interessato stabilendo, sulle basi dell’appena citata sentenza della Corte di Giustizia, che quando la notizia è recente e meritevole di attenzione da parte della collettività, sarà sempre il diritto di cronaca a prevalere.

La Suprema Corte ha comunque precisato che qualora non ricorrano questi due ultimi elementi (attualità ed interesse pubblico), il gestore di ricerca è obbligato alla deindicizzazione dei dati e, in caso contrario, l’interessato è legittimato a ricorrere alle autorità competenti: Garante per la protezione dei dati e giudici.

Prima di passare all’analisi dell’attuale regolamentazione è opportuno analizzare altresì le precisazioni effettuate dal Garante della Privacy in merito a quest’istituto (newsletter 400/2015).

Anche il Garante è in linea con le decisioni dei giudici nazionali e comunitari: a suo dire è necessario, ai fini dell’esercizio del diritto, che sia trascorso un importante lasso di tempo tra l’avvenimento narrato e la richiesta della cancellazione e che l’informazione abbia natura privata.

Nel caso non si possa esercitare il diritto per mancanza dei requisiti suddetti, il Garante precisa che chiunque, se ritiene inesatte le informazioni sul proprio conto, può comunque rivolgersi all’editore per richiedere la modifica o la rettifica delle stesse.

La regolamentazione

Come anticipato, con il nuovo Regolamento sulla privacy Ue (approvato nel 2016 ma operativo dal 2018), il diritto all’oblio, denominato più genericamente diritto alla cancellazione, riceve una regolamentazione espressa.

Già dal preambolo del RGPD si comprende l’importanza dell’istituto in quanto vengono dedicati ben 3 articoli, che specificano la necessità del diritto in questione per l’ordinamento UE (65-66-156).

diritto all oblio

Secondo quanto previsto dall’articolo 17 del RGPD, l’interessato ha diritto di ottenere, senza ingiustificato ritardo, la cancellazione dei dati che lo riguardano da parte del titolare quando ricorre una delle seguenti condizioni:

  • Se i dati non siano più necessari ai fini del trattamento per il quale sono stati raccolti o trattati;
  • Nel caso in cui l’interessato revochi il consenso al trattamento dei dati, il periodo di conservazione degli stessi sia spirato oppure quando non vi siano altri legittimi motivi per proseguire il trattamento;
  • Quando vi è opposizione da parte dell’interessato al trattamento dei dati personali;
  • Se un tribunale (o altra autorità di regolamentazione comunitaria) ordini in maniera definitiva ed assoluta la cancellazione dei dati;
  • Nell’ipotesi in cui i dati siano stati trattati illecitamente.

In tali casi, dunque, il titolare dovrà procedere alla cancellazione dei dati e astenersi da ogni successivo trattamento degli stessi, anche se non in maniera assoluta: ci sono ipotesi previste dalla stessa norma in cui il diritto non può essere esercitato.

In primo luogo, come già detto, il diritto all’oblio non trova applicazione quando va a scontrarsi con il diritto di cronaca e il diritto di informazione che sono prevalenti.

La sua applicazione può, inoltre, essere limitata nei casi in cui la conservazione sia necessaria per adempiere ad obblighi previsti dal diritto comunitario o nazionale o per motivi di interesse pubblico nel settore della sanità, della ricerca scientifica e storica o a fini statistici.

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Da ultimo, il diritto alla cancellazione non trova espressione quando i dati siano necessari per l’accertamento, l’esercizio o la difesa di un dritto in sede giudiziaria.

Di seguito riporto il testo integrale dell’articolo:

1.   L’interessato ha il diritto di ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei dati personali che lo riguardano senza ingiustificato ritardo e il titolare del trattamento ha l’obbligo di cancellare senza ingiustificato ritardo i dati personali, se sussiste uno dei motivi seguenti:

a) i dati personali non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati;

b) l’interessato revoca il consenso su cui si basa il trattamento conformemente all’articolo 6, paragrafo 1, lettera a), o all’articolo 9, paragrafo 2, lettera a), e se non sussiste altro fondamento giuridico per il trattamento;

c) l’interessato si oppone al trattamento ai sensi dell’articolo 21, paragrafo 1, e non sussiste alcun motivo legittimo prevalente per procedere al trattamento, oppure si oppone al trattamento ai sensi dell’articolo 21, paragrafo 2;

d) i dati personali sono stati trattati illecitamente;

e) i dati personali devono essere cancellati per adempiere un obbligo legale previsto dal diritto dell’Unione o dello Stato membro cui è soggetto il titolare del trattamento;

f) i dati personali sono stati raccolti relativamente all’offerta di servizi della società dell’informazione di cui all’articolo 8, paragrafo 1.

Il titolare del trattamento, se ha reso pubblici dati personali ed è obbligato, ai sensi del paragrafo 1, a cancellarli, tenendo conto della tecnologia disponibile e dei costi di attuazione adotta le misure ragionevoli, anche tecniche, per informare i titolari del trattamento che stanno trattando i dati personali della richiesta dell’interessato di cancellare qualsiasi link, copia o riproduzione dei suoi dati personali.

I paragrafi 1 e 2 non si applicano nella misura in cui il trattamento sia necessario:

a) per l’esercizio del diritto alla libertà di espressione e di informazione;

b) per l’adempimento di un obbligo legale che richieda il trattamento previsto dal diritto dell’Unione o dello Stato membro cui è soggetto il titolare del trattamento o per l’esecuzione di un compito svolto nel pubblico interesse oppure nell’esercizio di pubblici poteri di cui è investito il titolare del trattamento;

c) per motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica in conformità dell’articolo 9, paragrafo 2, lettere h) e i), e dell’articolo 9, paragrafo 3;

d) a fini di archiviazione nel pubblico interesse, di ricerca scientifica o storica o a fini statistici conformemente all’articolo 89, paragrafo 1, nella misura in cui il diritto di cui al paragrafo 1 rischi di rendere impossibile o di pregiudicare gravemente il conseguimento degli obiettivi di tale trattamento; o

e) per l’accertamento, l’esercizio o la difesa di un diritto in sede giudiziaria.

Web content, non possono essere Facebook o Google a stabilire cosa è illecito online

Web content, non possono essere Facebook o Google a stabilire cosa è illecito online

E’ una comunicazione ponderata, articolata, ricca di contenuti quella che la Commissione europea ieri ha trasmesso al Parlamento e al Consiglio in materia di lotta ai contenuti illeciti online.

Si sbaglierebbe – come forse un po’ troppo frettolosamente taluni hanno fatto – a bollarla come un semplice ultimatum a FacebookGoogleTwitter & C. perché si diano più da fare per tenere pulita la rete dai terabyte di contenuti spazzatura che i quasi 4 miliardi di suoi utenti vi riversano quotidianamente e si sbaglierebbe, allo stesso modo, a considerarla il punto di arrivo di una riflessione che, evidentemente, al contrario, non è ancora sufficientemente matura, equilibrata e bilanciata.

Ci sono alcuni principi condivisibili e, anzi, sacrosanti e ce ne sono altri che lasciano perplessi e, anzi, stridono o, almeno, rischiano di produrre derive stridenti, con taluni principi fondamentali nei quali i Paesi dell’Unione europea si riconoscono.