Mercoledì scorso, 24 giugno, i carabinieri della sezione radiomobile di Verona hanno arrestato un cittadino di nazionalità tunisina

Arresto | Carabinieri | Corso Milano | Verona | Zoppica | Spaccio | Eroina
Mercoledì scorso, 24 giugno, i carabinieri della sezione radiomobile di Verona hanno arrestato un cittadino di nazionalità tunisina per detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio. Le iniziali del nome dell’arrestato sono K.M.. L’uomo ha 42 anni ed ai carabinieri risulta coniugato, pregiudicato e nullafacente.
Ad attirare l’attenzione dei militari di pattuglia in Corso Milano sarebbe stata la particolare andatura claudicante dell’uomo. Gli operanti conoscevano già il 42enne e, vedendolo zoppicare sul marciapiede vicino ad un locale pubblico, l’hanno bloccato per un controllo. L’intuito dei militari ha colto nel segno. Attraverso la perquisizione, i carabinieri hanno trovato 19 dosi di eroina nascoste negli slip di K.M., oltre a 250 euro in contanti, trovati nelle tasche dei pantaloni e nel portafogli.
Arrestato e condotto in cella a dispozione dell’autorità giudiziaria, K.M. è stato processato con rito direttissimo. E, a seguito della convalida, è stato gravato dalla misura cautelare dell’obbligo quotidiano di presentazione alla polizia giudiziaria, in attesa della prossima udienza fissata per il prossimo 19 novembre.
D https://www.veronasera.it/cronaca/zoppica-spaccia-eroina-slip-corso-milano-verona-27-giugno-2020.html

 

Trans Napoli: Sex worker, categoria dimenticata, per la quale neanche il Covid-19

NAPOLI. Sex worker, categoria dimenticata, per la quale neanche il Covid-19 è riuscito a mettere in quarantena i pregiudizi. In prevalenza donne e trans che «non possono accedere alle prestazioni sociali istituite come misure di emergenza dal Governo dopo il Dpcm “Io resto a casa”», «abbandonate dalla politica e senza tutele per il mancato riconoscimento della professione di “lavoratrice sessuale”», e adesso «sull’orlo del baratro di una povertà estrema»”. Uno scenario drammatico che Pia Covre, storica rappresentante del Comitato per i diritti civili delle prostitute, denuncia all’Adnkronos, lanciando un appello al Governo e agli italiani: «Non fermatevi a giudicare. Aiutate chi ha più bisogno di voi». Quindi annuncia: «Domani insieme alle organizzazioni anti-tratta e ai collettivi di sex worker lanceremo una raccolta fondi sulla piattaforma “Produzioni dal basso” intitolata “Covid 19, solidarietà immediata per le sex worker più colpite dall’emergenza”». Tra queste, le trans di Napoli: «Si stanno organizzando, scenderanno in piazza. Dicono: meglio morire di malattia, che come i topi, che di fame», racconta all’Adnkronos Loredana Rossi, vicepresidente Associazione transessuali del capoluogo campano. Parole ricalcate dalla collega, Gabriella Iovio, trans napoletana che con voce rotta dall’emozione domanda: «Dobbiamo restare chiusi per evitare di morire? Ma cosi moriamo lo stesso! Se non fosse stato per chiese e associazioni non avremmo resistito alla fame. Noi non siamo bestie. Dateci un contributo per una sopravvivenza dignitosa o qua scoppierà una rivolta».

Ed era stato implicato nel crollo dello Scorciavacche ed imputato nel processo Dama Nera

Crollo del ponte ad Albiano capo compartimento della Toscana Liani Stefano. già imputato nel crollo del viadotto Scorciavacche e già imputato con processo Dama Nera Anas

Viadotto crollato dopo una settimana, nuovo rinvio per il processo: incombe la prescrizione „Lo Scorciavacche, sulla Palermo-Agrigento, venne inaugurato prima di Natale 2014 e venne giù il 30 dicembre. Il dibattimento è impantanato da quasi 3 anni e ora che doveva ricominciare da zero è stato bloccato da un problema nelle notifiche. Tra gli imputati anche l’ex presidente dell’Anas, Pietro Ciucci“

Viadotto crollato dopo una settimana, nuovo rinvio per il processo: incombe la prescrizione

l viadotto Scorciavacche restò in piedi per appena una settimana: inaugurato prima del Natale 2014, infatti, non arrivò intero a Capodanno, perché crollò il 30 dicembre. Il processo a carico di 13 persone, tra cui l’ex presidente dell’Anas, Pietro Ciucci, è però impantanato da quasi tre anni e, ora che doveva finalmente ripartire da zero, si è aperto ed è stato subito rinviato per un problema di notifiche. Nel frattempo, le accuse di falso ed attentato alla sicurezza stadale contestate dalla Procura rischiano di cadere in prescrizione: sono rimasti due anni e mezzo, infatti, per arrivare ad una sentenza definitiva.

Il crollo del ponte, che si trova sulla Palermo-Agrigento, nel territorio di Mezzojuso, secondo il sostituto procuratore Giovanni Antoci, che ha coordinato le indagini, sarebbe avvenuto perché l’opera sarebbe stata costruita su un terreno instabile. Elemento che sarebbe stato noto sia all’Anas che alla “Bolognetta scpa” che realizzò i lavori. Tuttavia, si decise di inaugurare lo stesso il viadotto, addirittura prima della data prevista per la consegna, senza collaudo, ma in pompa magna.

L’indagine era stata chiusa dalla Procura di Termini Imerese a giugno del 2017. Già durante l’udienza preliminare, però, gli avvocati sollevarono un problema di competenza territoriale, sostenendo che la sede naturale del processo avrebbe dovuto essere Palermo, dove sarebbe stata firmata l’ordinanza per l’apertura del ponte, e non Termini, dove invece era avvenuto materialmente il crollo. Il gup respinse l’eccezione e rinviò tutti a giudizio. Oltre a Ciucci, gli imputati sono anche altri dirigenti dell’Anas, Alfredo Bajo, Stefano Liani, Michele Vigna, Salvatore Giuseppe Tonti, Claudio Bucci, Maria Coppola, e poi i vertici della “Bolognetta scpa”, Pierfancesco Paglini, Stanislao Fortino e Giuseppe Russello, Fulvio Giovannini, Giuseppe Buzzanca e Nicolò Trovato.

Il fascicolo, però, finì prima per errore alla sezione monocratica, poi venne assegnato ad una delle sezioni collegiali, che – per equilibrare i carichi di lavoro – decise di mandarla all’altra. A gennaio dell’anno scorso, quando finalmente il processo era iniziato, gli avvocati riproposero la questione della competenza territoriale. Che venne accolta a marzo dai giudici, che decisero così di trasferire tutto a Palermo. E’ stato necessario quindi ripartire da zero e fissare una nuova udienza preliminare, che effettivamente si è tenuta qualche giorno fa davanti al gup Claudia Rosini. Ma che è stata subito rinviata per un difetto di notifica. E’ probabile, peraltro, che quando si entrerà nel vivo, venga nuovamente sollevato il problema territoriale: sembra infatti che l’ordinanza di apertura del ponte sia stata firmata ad Agrigento e non a Palermo.

Coronavirus, nuovo modulo dell’autocertificazione.

Sono passati appena tre giorni dall’ultimo modulo di autocertificazione, ma con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, la scorsa notte, di altre disposizioni, il testo per certificare gli spostamenti muta ancora.

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Lo ha annunciato il capo della Polizia, Franco Gabrielli, a SkyTg24. Su questo, ha spiegato, “sono state fatte ironie, ma cambiano le disposizioni e noi dobbiamo aggiornare il modulo, anche per intercettare” i quesiti che arrivano dai cittadini. Il nuovo modulo prevede, oltre alla dichiarazione di non essere sottoposti alla quarantena e di non essere positivo, anche la consapevolezza – oltre alle misure disposte dal governo nazionale – anche di eventuali provvedimenti adottati dai presidenti delle Regioni coinvolte in eventuali spostamenti nel territorio, dunque quella da cui ci si sposta e quella in cui si arriva che potrebbero avere adottato ulteriori limitazioni.

Il modulo poi esplicita tutta una serie di situazioni di necessità per cui è consentito lo spostamento in modo da evitare interpretazioni diverse. E dunque tra gli stati di necessità sono compresi, ad esempio, il rientro dall’estero, le denunce di reati, gli obblighi di affidamento di minori, l’assistenza a congiunti o persone con disabilità.

Cambia infine anche il riferimento alle sanzioni, ora multe amministrative, e non più penali, previste per chi viola le norme.

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Coronavirus, l’Italia diventa “zona protetta”: spostamenti vietati se non per comprovate necessità. Conte: “Non c’è più tempo”

ROMA – “Tutta Italia sarà zona protetta”. Non più zona rossa, verde o gialla. Tutti gli spostamenti sono vietati se non per comprovate necessità, in tutta Italia come fino a oggi in Lombardia e nelle 14 province. Lo ha annunciato il premier Conte in una conferenza stampa a Palazzo Chigi, confermando quanto preannunciato il ministro per i Rapporti con le Regioni, Francesco Boccia, parlando di “progressiva omogenizzazione delle regole su tutto il territorio nazionale”.

Il premier si presenta in sala stampa da solo per quello che è senza dubbio l’annuncio più drammatico della sua esperienza di governo: “Abbiamo adottato una nuova decisione che si basa su un presupposto: tempo non ce n’è”, scandisce. “I numeri ci dicono che stiamo avendo una crescita importante dei contagi, delle persone ricoverate in terapia intensiva e subintensiva e ahimè anche delle persone decedute. La nostre abitudini quindi vanno cambiate. Vanno cambiate ora. Ho deciso di adottare subito misure ancora più stringenti, più forti”. Il provvedimento è quello atteso e ormai ritenuto inevitabile: “Sto per firmare un provvedimento che possiamo sintetizzare come ‘io resto a casa’. Non ci sarà più una zona rossa nella penisola. Ci sarà l’italia zona protetta”, aggiunge.

“Spostamenti vietati se non per comprovate necessità”

Come già oggi in Lombardia e nelle 14 province del nord, gli spostamenti delle persone sono vietati se non per comprovate necessità di salute, di necessità o di lavoro. “Sono pienamente consapevole della gravità e della responsabilità”, spiega Conte. “Non possiamo permetterci di abbassare la guardia. E’ il momento della responsabilità e tutti l’abbiamo.

Voi cittadini tutti con me. La decisione giusta oggi è di restare a casa. Il futuro nostro è nelle nostre mani”, aggiunge.

“Per i trasporti non è all’ordine del giorno una limitazione dei trasporti pubblici, per garantire la continuità del sistema produttivo e consentire alle persone di andare a lavorare”, precisa il premier. Sarà possibile “l’autocertificazione” per la giustificazione degli spostamenti, “ma se ci fosse una autocertificazione non veritiera ci sarebbe un reato”, precisa.

Le nuove misure, che saranno stasera in Gazzetta Ufficiale e diventeranno operative da domattina, riguardano anche scuole e manifestazioni sportive: in tutta Italia gli istituti rimarranno chiusi fino al 3 aprile. Gli eventi sportivi non proseguiranno.

Italia, oggi 1598 nuovi contagiati

Parte dai guariti il capo della protezione civileAngelo Borrelli, nel suo punto quotidiano sull’emergenza coronavirus in Italia: sono 724, 102 in più di ieri. Poi il conteggio dei morti: sono 463, 97 in più di ieri. Con la divisione per fasce di età: 1% da 50 a 59 anni; 10% da 60 a 69; 31% da 70 a 79; 44% da 80 a 89; 14% ultra novantenni. Infine i malati, che sono 7.985, con un incremento di 1.598 persone rispetto a ieri. Il commissario ha poi fatto sapere che sono state consegnate in tutto il paese circa un milione di mascherine protettive, centomila delle quali sono state fornite agli impianti penitenziari. “Da domani distribuiremo 100 mila mascherine negli istituti penitenziari, dove sono state montate 80 tende di pre-triage” per lo screening del coronavirus.

 

Boccia: “Chiusi tutti gli impianti sciistici”

Poco prima il ministro per gli Affari regionali e le autonomie Francesco Boccia, presente alla conferenza stampa, ha annunciato: ” Il governo sta lavorando ad una ‘progressiva omogenizzazione delle regole su tutto il territorio nazionale”. Boccia ha precisato che oltre alle regole si sta lavorando anche con le regioni per “prescrizioni e disciplina” omogenee su tutto il territorio nazionale, operazione che verrà fatta anche attraverso il confronto politico. Il ministro ha anche annunciato la chiusura degli impianti sciistici da martedì. Il ministro ha sottolineato che c’è pieno accordo, in merito a questa decisione, da parte di tutti i presidenti delle Regioni e delle Province autonome, oltre che di Anci e Upi, che hanno costituito un tavolo permanente che si riunisce ogni giorno – attraverso collegamenti video – nella sede del Dipartimento della Protezione civile. Boccia ha anche stigmatizzato la speculazione fatta da alcuni gestori di impianti sciistici, citando in particolare l’area dell’Abetone.

Lombardia centro del contagio, Roma osservata speciale

Quanto ai malati in terapia intensiva, ha specificato Borrelli, sono 733, 83 in più rispetto a ieri. Di questi 440 sono in Lombardia, che ha avuto un incremento in un giorno di 41 casi. Sono invece 4.316 i malati con sintomi ricoverati e 2.936 quelli in isolamento domiciliare. “Oggi è proseguita l’attività di raccordo con le regioni per la strumentazione necessaria, e abbiamo avviato la consegna di 325 ventilatori respiratori per le terapia intensive e subintensive, la distribuzione parte con la Lombardia”, ha aggiunto Borrelli. “L’età media dei pazienti in terapia intensiva, ricoverati in condizioni critiche, è molto elevata in Italia”, ha osservato il capo dipartimento malattie infettive dell’Iss, Gianni Rezza. Sono 463 le vittime italiane per il coronavirus. “Se stratifichiamo per età i tassi di letalità” in Italia “vediamo che sono più bassi di quelli della Cina. È possibile poi che, dal momento che si vanno a tamponare le persone sintomatiche – aggiunge l’esperto – si restringe il denominatore alle persone con sintomi o ospedalizzate, e dunque il tasso di letalità della malattia sembra più alto di quello che è”.

Uccise padre violento a Monterotondo, Deborah torna libera. Il procuratore: “Ha agito per difendersi”

La giovane di 19 anni che domenica scorsa ha sferrato un colpo fatale al padre che da tempo vessava la famiglia con violenze e aggressioni, era ai domiciliari. L’accusa derubricata in eccesso colposo di legittima difesa

Torna libera Debora Sciacquatori, la ragazza di 19 anni che domenica scorsa ha sferrato un colpo fatale al padre, poi morto, che da tempo vessava la famiglia con violenze e aggressioni a Monterotondo, vicino a Roma.

DALLA NOSTRA INVIATA MARIA ELENA VINCENZILa Procura di Tivoli ha firmato il decreto di remissione in libertà. Debora era ai domiciliari: l’accusa nei suoi confronti è stata derubricata da omicidio volontario in eccesso colposo di legittima difesa.

DI MARCO LODOLI
“Papà fermati, non fare più niente”.  Prima di colpirlo e ucciderlo la ragazza aveva scongiurato e implorato l’uomo di fermarsi. Un tentativo disperato quanto vano. Le parole della 19enne sono confermate dal procuratore di Tivoli e riferite da alcuni testimoni.

“Al momento la ragazza è indagata per eccesso colposo di legittima difesa, ma non è escluso che, nelle prossime 2 settimane, si possa chiedere al gip l’archiviazione perché la ragazza, allo stato degli atti a nostra conoscenza, ha agito per difendersi”, ha detto il procuratore capo di Tivoli, Francesco Menditto. Che ha aggiunto: “Non possiamo colpevolizzare Deborah per non averlo denunciato prima e neanche sua madre, forse siamo responsabili anche noi, le istituzioni che non sono riuscite a riscuotere la fiducia necessaria”.

Una denuncia che in realtà era stata presentata da Antonietta, mamma di Deborah, nel 2014. Per quell’episodio Lorenzo Sciacquatori, l’ ex pugile di 41 anni, era stato arrestato con l’accusa di maltrattamenti.

Milano, forte grandinata a Malpensa: piste imbiancate e voli bloccati per quasi un’ora

Una coppia di ragazzi, tra cui una studentessa universitaria, sono stati identificati per aver contestato la proposta sostenuta da Matteo Salvini, vicepremier e ministro dell’Interno, di reintrodurre la leva civile e militare obbligatoria. Un’idea rilanciata durante l’adunata degli Alpini in corso a Milano. “Non vogliamo il servizio militare non lo vogliamo, vogliamo un altro tipo di educazione” hanno detto i due contestatori che hanno accompagnato le frasi con dei ‘buuu’ e ‘vergogna’. La coppia è stata subito identificata dalla Digos. La mini contestazione è avvenuta tra gli stand della manifestazione in piazza del Cannone.

Pensionato ucciso a Manduria, il pm: «Quei video giravano in tutto il paese»

«Polizia», «Carabinieri»: urla disperato Antonio Stano, il 66enne morto il 23 aprile scorso dopo essere stato bullizzato, rapinato, torturato e picchiato in più occasioni da un gruppo di giovani, otto dei quali (sei minori e due maggiorenni) oggi sono stati sottoposti a fermo a Manduria. Il pensionato viene accerchiato per strada dalla baby gang e cerca di difendersi urlando, mentre quei ragazzini lo prendono in giro e ridono «siamo qua, siamo qua», e lo prendono a calci e pugni fino ad ammazzarlo.APPROFONDIMENTIPrevious

La Polizia ha diffuso uno dei video delle aggressioni. Proprio quelle immagini girate con un telefonino da uno dei gli indagati, hanno consentito di attribuire responsabilità precise agli otto giovani (6 minori di 17 anni e due maggiorenni di 19 e 22 anni) sottoposti a fermo dalla Polizia. Altri sei minori restano indagati in stato di libertà. La misura cautelare non riguarda l’ipotesi di omicidio preterintenzionale perché si attende il responso dell’autopsia eseguita dal medico legale Liliana Innamorato per stabilire l’eventuale nesso di causalità tra violenze e decesso, o se le percosse abbiano aggravato lo stato di salute di Stano fino a determinarne la morte.

Le contestazioni che hanno portato al fermo sono relative ai reati di tortura, danneggiamento, violazione di domicilio e sequestro di persona aggravati. I giovani, secondo gli inquirenti, durante gli assalti nell’abitazione dell’uomo e per strada si sarebbero ripresi con i telefonini – poi sequestrati dagli investigatori – mentre sottoponevano la vittima a violenze e torture con calci, pugni e bastoni di plastica, per poi diffondere i video nelle chat di Whatsapp. I componenti della baby gang, che si facevano chiamare «gli orfanelli», si erano accaniti contro il pensionato, ex dipendente dell’Arsenale militare, che soffriva di un disagio psichico ed era incapace di difendersi e di reagire.

«Quei video circolavano non solo nelle chat ma in tutta la cittadina di Manduria. In tanti sapevano», ha detto il procuratore del tribunale per i minori Pina Montanaro illustrando i dettagli dell’inchiesta sulla morte del 66enne pensionato di Manduria.«Chi ha visto e sentito quella violenza inaudita, non ha chiamato le Forze dell’ordine»

«Noi – ha aggiunto Montanaro – abbiamo acquisito diverso materiale probatorio a seguito dei sequestri dei cellulari di tutti gli indagati. Da questo materiale, con l’ausilio di una consulenza tecnica, stiamo estraendo non solo file video ma anche audio. L’insieme delle conversazioni in chat che i ragazzi avevano. Cosa emerge da questo primo esame del materiale? Un uso distorto del web. Queste ragazzi utilizzavano il web per esaltare, condividere le loro nefandezze». La visione «dei video e l’ascolto dei file audio – ha precisato il magistrato inquirente – evidenzia come la crudeltà e la violenza si autoalimentasse e aumentasse in maniera esponenziale laddove le nefandezze venivano diffuse all’interno del web, non soltanto nelle chat di cui gli indagati facevano parte ma in tutta la cittadina, su altri telefoni. La quasi totalità della cittadina manduriana era a conoscenza di quello che accadeva e aveva modo di visionare queste crudeltà che sistematicamente venivano poste in atto».

Aeroporto Firenze, candidati sindaco del centrodestra in ordine sparso. Bocci: “Si faccia”. Spada: “Non se ne parla”

Aeroporto Firenze, candidati sindaco del centrodestra in ordine sparso. Bocci: “Si faccia”. Spada: “Non se ne parla”

Con le amministrative alle porte, l’annosa questione di Peretola torna sul tavolo. Per il candidato di Prato non se ne parla, mentre l’antagonista di Nardella per Palazzo Vecchio è per il sì: “Sono decenni che se ne parla e non si è ancora arrivati a niente. Questa volta non ci sono più scuse, va fatta”

La pax nel centrodestra toscano è durata meno di un giorno. Giusto il tempo per trovare il nome dei candidati sindaco a Firenze, Prato e Livorno ed esultare alla “unità del centrodestra”. Da sabato poi è tornata la rottura interna su un tema molto caro ai due capoluoghi che andranno al voto a maggio (Firenze e Prato): l’ampliamento dell’aeroporto di Peretola. Nella sua prima uscita pubblica, il candidato sindaco di Firenze Ubaldo Bocci ha detto che la nuova pista voluta da Matteo Renzi e Marco Carrai “va fatta assolutamente”: “Sono decenni che se ne parla e non si è ancora arrivati a niente – ha tuonato –. Questa volta non ci sono più scuse, va fatta”.

La linea di Bocci sull’aeroporto di Firenze però non è condivisa da Daniele Spada, l’altro candidato sindaco del centrodestra, a Prato, città che sarà coinvolta nella costruzione della nuova pista da 2.400 metri: ieri il 46enne funzionario della Confcommercio ha partecipato alla manifestazione “No Aeroporto” a Sesto Fiorentino a cui hanno partecipato circa 3mila persone. “Il primo impegno da Sindaco sarà incontrare i colleghi di Pistoia, Pisa e Firenze per rivedere il piano dei collegamenti e dei trasporti – ha scritto Spada su Facebook –. La questione dell’aeroporto passa anche dai collegamenti tra i principali centri. In Toscana gli equilibri sono cambiati”. Come dire: basta lo scalo di Pisa ed è necessario rafforzare la rete ferroviaria.

Aeroporto sì, aeroporto no – La questione del nuovo aeroporto di Firenze sta creando da mesi spaccature interne alla maggioranza Lega-M5S ma anche dentro il centrodestra toscano: la sindaca di Cascina e segretaria regionale del Carroccio Susanna Ceccardi si è sempre detta contraria per non danneggiare loscalo di Pisa, mentre gli alleati di Forza Italia dicono “sì” all’opera. A febbraio, però, la Lega Toscana è stata costretta ad un’inversione di rotta dopo le parole del vicepremier, Matteo Salvini, che ha dato il suo placet alla nuova pista: “Va fatta – aveva detto – c’è bisogno di arrivare a Firenze con più facilità, velocità e spendendo meno”. Bocci, che lunedì accoglierà proprio il ministro dell’Interno a Firenze, si è subito allineato: “Dire oggi se la pista deve essere un metro in più o un metro in meno non lo so – ha detto il candidato a Palazzo Vecchio in quota Lega – questo è un problema dei tecnici, ma certamente va fatta, e mi chiedo perché ancora non sia stata fatta negli ultimi 50 anni quando Provincia, Comune e Regione sono stati governati dallo stesso partito: mi sembra buffo che si sveglino tutti ora e vogliano vare l’aeroporto”.

Prato è per il “no” – A pochi chilometri di distanza, però, il suo collega di Prato non la pensa allo stesso modo. Il capoluogo guidato oggi dal dem, Matteo Biffoni, infatti è uno dei sette comuni della Piana fiorentina (tutti di centrosinistra: insieme a Prato ci sono Sesto Fiorentino, Campi Bisenzio, Calenzano, Signa, Poggio a Caiano e Carmignano) che ha fatto ricorso al Tar contro il decreto Via (Valutazione Impatto Ambientale) e dopo l’approvazione del masterplan da parte della Conferenza dei Servizi a inizio febbraio, il giudizio del Tribunale amministrativo ha assunto un peso fondamentale sulla fattibilità dell’opera. Sabato Spada ha così manifestato insieme ai sette sindaci contrari all’aeroporto e ha fatto capire che imposterà buona parte della sua campagna elettorale proprio sul “no” all’ampliamento dell’aeroporto di Firenze. Chissà come la prenderanno all’interno della coalizione.

“Bocci non è un sovranista” – Ma non c’è solo l’aeroporto di Peretola a provocare i primi dissapori interni alla coalizione di centrodestra. Il nome di Bocci per provare a scalzare il renzianissimo Dario Nardella sta creando molti malumori nella base: il 57enne  fiorentino non è un leghista vecchio stile, ma un manager di successo molto amico di Marco Carrai e che negli ultimi anni ha guidato la Fondazione Unitalsi che si occupa da sempre di progetti per l’integrazione dei migranti. Non proprio il primo requisito per il verbo salviniano: “Io ho criticato la scelta del candidato perché viene da un’area troppo vicina al mondo renziano, a Carrai in primis – ha detto sabato il senatore di Fratelli d’Italia, Achille Totaro, al Sito di Firenze – A Firenze, per vincere, si doveva scegliere una persona in grado di rappresentare l’universo denominato sovranista. Bocci non mi pare l’uomo capace di interloquire con il nostro elettorato popolare”.

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Violenza sulle donne, Bongiorno: “Il mio tweet sulle isteriche? Non chiedo scusa. È colpa dei social. Sì a castrazione chimica”

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Verona, polemica sul gadget con il feto. Boldrini: “Operazione mostruosa”

Verona, polemica sul gadget con il feto. Boldrini: "Operazione mostruosa"

Le esponenti di Towandadem: “Sponsor di un convegno di barbari” e Muroni (Leu): “Gesto gravissimo, offesa per tutte”. Gli organizzatori del Congresso: “

Sono le donne della politica a reagire per prime al gadget con il feto di gomma distribuito in uno degli stand del Congresso mondiale delle famiglie di Verona. “È semplicemente mostruoso fare un’operazione di questo genere – dice Laura Boldrini, deputata di Leu – Se l’obiettivo è quello di suscitare sdegno collettivo nei confronti delle donne che sono costrette a interrompere la loro gravidanza sappiano, questi signori, che a vergognarsi dovrebbero essere loro”.

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Boldrini, con altre esponenti della politica e dei movimenti per i diritti civili sarà a Verona alla contromanifestazione di domani: “Un motivo in più per essere presenti a Verona a sostegno dei diritti delle donne, a difendere le leggi dello Stato e a promuovere una società dove nessuno venga discriminato”, conclude l’ex presidente della Camera.

Congresso famiglie Verona, gadget con feti finti e libri pro-vita

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Parlano di “odiatori medievali” le donne del Pd di Towandadem, l’associazione di donne nata per cambiare il Pd e combattere le disuguaglianze nel Paese: “Come ben sapevamo il cosiddetto Congresso mondiale delle famiglie è in verità un meeting internazionale di gruppi d’odio. La distribuzione di un feto di plastica come gadget conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, che i rappresentanti di governo della Lega, Regione Veneto e Friuli-Venezia Giulia sono i principali sponsor di un incontro di barbari”. Le donne del Pd annunciano poi: “Domani saremo migliaia di donne da tutt’Italia per dimostrare che i diritti delle donne non si toccano e soprattutto che le donne di questo paese sono pronte a togliere la fiducia a chi vuole farle retrocedere in un assurdo Medioevo”.

La segretaria di Possibile, Beatrice Brignone, definisce il gadget “robaccia feticista”. “Ecco il valore che questi individui danno alla vita e alla maternità. Il feto diventa un gadget per perorare una battaglia ideologica, che vuole imporre la propria abominevole visione a tutte. Questa robaccia è contro il rispetto della vita e della maternità ed è di una violenza raccapricciante. E trova l’appoggio del governo. Più che feto, è feticismo”.

Per Rossella Muroni di Leu è “Un gesto di una gravità inaudita. Mi sento male e non lo dico per esagerare, per farvi capire. Chiunque di noi abbia subito un aborto, spontaneo o volontario, sa che questo è come una fustigazione sulla pubblica piazza”. “Un gesto contro le donne”, ripete Muroni. “Perché ci volete chiuse in casa o nelle case chiuse. Sto cercando di evitare che la mia rabbia si trasformi in odio. Non voglio odiare”, conclude.

È “disgusto” la parola più usata anche sui social, dove in molti hanno rilanciato la notizia. L’avvocata e attivista Lgbt Cathy La Torre sottolinea: “Questa è la stessa gente che si scandalizza per i vibratori! Orrore e raccapriccio!”. La maggior parte dei commenti sottolineano il dubbio gusto della trovata chiedendosi chi può aver avuto una simile idea. C’è chi ironizza proponendo di sostituire al feto un cervello, come gadget e chi invece disquisisce sul fatto che il pupazzetto di plastica riproduce un bambino già formato e non un feto abortito. Ma i più sottolineneano che la trovata esprime il contrario del rispetto per la vita.

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Il gadget del feto distribuito dalla rivista dell’associazione Pro Vita, uno dei maggiori sponsor del Congresso, non è però l’unico discutibile omaggio tra quelli che si possono avere tra gli stand di Verona. Oltre a magliette con scritte varie e opuscoli ci sono anche portachiavi azzurri con la forma dei piedini dei feti e la scritta ’10 settimane’: quella è la grandezza che hanno dopo quasi tre mesi; oltre al portachiavi c’è la spilletta, sempre con i piedini stavolta dorati ma della ‘misura’ di 12 settimane.

In serata gli organizzatori del Congresso hanno diffuso una nota: “Tanto rumore per nulla – affermano – Certa stampa non sa a cosa attaccarsi per denigrare il congresso di Verona. Non esiste alcun gadget del Congresso di Verona. La riproduzione di un feto di 11 settimane è un residuo della vecchia campagna che ha reso famosa l’associazione Provita e che comprese anche l’affissione del manifesto grande quanto la facciata di un palazzo. Fu creata per aprire un dibattito sulla vita. E sulla vita ci concentriamo”, hanno scritto Toni Brandi e Jacopo Coghe.