Il 27 agosto alle 21:00 Annalisa Favetti presenterà il thriller Pop Black Posta al Nuovo Cinema Aquila a Roma

In occasione della sua uscita nelle sale cinematografiche, a partire dal 22 Agosto 2019 distribuito da Ahora! Film, il thriller/black comedy Pop Black Posta di Marco Pollini verrà presentato Martedì 27 Agosto 2019, alle ore 21.00, presso il Nuovo Cinema Aquila di Roma, da Annalisa Favetti, una delle tre protagoniste femminili del film.

Il lungometraggio, con protagonista la due volte vincitrice del David di Donatello Antonia Truppo, qui in inedite vesti di psicopatica, include nel cast Denny Mendez, Enzo Garramone, Pino Ammendola, Alessandro Bressanello, Hassani Shapi, Aaron T. Maccarthy, Luca Lobina, Noemi Maria Cognigni e Luca Romano. La colonna sonora del film è stata curata dal compositore Marco Werba che ha registrato i brani con l’orchestra sinfonica della Bulgaria.

Pop Black Posta è ambientato in un luogo piuttosto inusuale: un ufficio postale. L’ufficio postale è diventato, infatti, negli ultimi anni, un luogo stravagante, caratterizzato nell’immaginario collettivo da un servizio poco accurato, da lungaggini burocratiche, file interminabili, macchinari obsoleti, personale frustrato e, non ultimo, a rischio di rapine. All’interno del film viene ricreato questo luogo immaginario, ma non lontano dalla realtà e caratterizzato da un’atmosfera claustrofobica e decisamente sopra le righe.

Sinossi:Alessia (Antonia Truppo) è un’impiegata di una piccola posta di provincia che, in un giorno qualunque, prende in ostaggio cinque persone e le obbliga a confessare vari crimini commessi.

I cinque, un pastore di una chiesa evangelica (Hassani Shapi), una latinoamericana (Denny Mendez), un ragazzo del Sudan (Aaron T. Maccarthy), una bionda elegante (Annalisa Favetti) e un signore grasso apparentemente tecnologico (Alessandro Bressanello), dovranno difendersi da loro stessi e dagli errori compiuti, cercando di  sopravvivere e di compiacere Alessia, che, nella sua follia, è pronta ad ucciderli per vendicare il suo passato.

A questo link è possibile visionare il trailer del film:
https://www.youtube.com/watch?v=JNFERCX-uT4&feature=youtu.be

Di seguito alcuni Partner che hanno collaborato  al film POP BLACK POSTA: Phonopress, Finstral , Composad, SicurItalia, Vimar, Signor Peperoncino,  Zorzi, Leader Form/Extreme printing, Residence All’Adige, Agec, Verona Film Commission, Fondazione Arena di Verona,  Mibac, Regione Veneto, Comune di Verona, Regione Lazio, Reel One, Sud Sound Studios.

Tutto vero per Tenet, Christopher Nolan cerca nuovi volti italiani

Il nuovo film di Christopher Nolan, dal titolo Tenet, si girerà in parte in Italia. Il regista cerca comparse

Tene t è il prossimo segretissimo film di Christopher Nolan (trilogia de Il Cavaliere Oscuro, Interstellar) del quale si sa ancora pochissimo. Quello che è certo però è che il film verrà girato in parte in Italia sulla costiere Amalfitana e più precisamente a Ravello dal 31 luglio al 18 agosto

Le selezioni per le comparse partiranno il 4 luglio all’auditorium “Oscar Niemeyer” dalle 10 alle 17.

Si cercano soprattutto uomini e donne dai 18 ai 70 anniresidenti in Costiera Amalfitana e nelle zone limitrofe, in particolare  : camerieri e maître di professione, dai 25 ai 55 anni, ambosessi, uomini e donne dai 18 anni stranieri di tutte le etnie, atleti alti , dalla carnagione chiara, con occhi chiari, di nazionalità italiana e straniera, uomini e donne operanti nel settore marittimo, medici ambosessi dai 40 ai 50 anni, è necessario essere maggiorenni, disponibili dal 31 luglio al 18 agosto e portare al casting fotocopia di un documento di identità valido e del codice fiscale.

In questo nostro articolo potete scoprire chi fa parte del cast di Tenet. Warner Bros. Pictures ha reso noto che il prossimo film del regista Christopher Nolan sarà nelle sale Americane il 17 luglio 2020. Ovviamente sarà in IMAX come consuetudine del regista.

FONTE  lascimmiapensa.com!

È morto Omar Sharif, addio al Dottor Zivago

Aveva 83 anni ed era malato di Alzheimer. Era nato ad Alessandria d’Egitto e entrò nella storia del cinema con il ruolo di protagonista nell’adattamento cinematografico del romanzo di Boris Pasternak. Candidato all’Oscar per la sua partecipazione a “Lawrence d’Arabia”

Addio all’attore Omar Sharif, l’attore egiziano diventato la “leggenda araba” di Hollywood come protagonista e co-protagonista di grandi classici come Lawrence d’Arabia e Il Dottor Zivago. Sharif aveva 83 anni e da poco il figlio Tarek aveva reso noto che soffriva di Alzheimer. La notizia è stata data dai siti egiziani e poi rilanciata dalla BBC. Nato nel 1932 ad Alessandria, in Egitto, per il suo ruolo in Lawrence d’Arabia era stato candidato all’Oscar.

Sharif (il cui vero nome era Michel Dimitri Shalhoub), figlio di genitori libanesi, era nato ad Alessandria d’Egitto. Diplomato all’inglese Victoria College, laureato in matematica e fisica al Cairo, scoprì il cinema quasi per caso nel 1953 grazie al regista Youssef Chahine, che lo scelse per  Lotta sul fiume. In otto anni interpretò oltre 20 film in Egitto, tra cui La castellana del Libano e I giorni dell’amore, che vennero distribuiti anche in Italia. Per sposare l’attrice Faten Hamama si convertì all’Islam e scelse il nome che lo accompagnerà per la vita, Omar El Sharif.

Video

Omar Sharif inizia la sua carriera d’attore con un ruolo nel film egiziano “The Blazing Sun” nel 1953; il primo film in inglese arriva però solo nel 1962. quando Sharif è chiamato a interpretare Shar?f ‘Ali ibn al-Khar?sh in “Lawrence d’Arabia”. Ecco una delle scene tratte dal film di David Lean

Così si presentò a David Lean che stava scegliendo il cast per Lawrence d’Arabianel 1961: Lean gli affidò il ruolo dello Sceriffo Alì, tra Peter O’Toole, Anthony Quinn e altri grandi nomi del cinema anglosassone. La nomination all’Oscar del ’63 fu la naturale conseguenza e gli aprì le porte di Hollywood. In Italia prestò il suo fascino esotico a film come La caduta dell’impero romanoMarco Polo e Gengis Khan. Poi Lean lo travestì da russo per l’adattamento del Dottor Zivago (1965). Il successo fu planetario, accompagnato da un Golden Globe che a sorpresa non andò di pari passo con la candidatura all’Oscar.

Tra le sue successive interpretazioni vanno ricordate C’era una volta di Francesco Rosi, La notte dei generali di Anatole Litvak e Funny Girl a fianco di Barbra Streisand, della quale si innamorò subito.

Nell’immaginario collettivo ha incarnato la figura di un uomo ricco, bello, famoso, adorato dalle masse e conteso dalle donne più affascinanti del pianeta. Oltre al francese e all’inglese imparò l’italiano, il greco e il turco. Appassionato di bridge, su cui ha pubblicato anche un manuale, era entrato nella lista dei ‘top players’ del gioco. “Finisci a fare una vita – ha raccontato nella sua autobiografia – in totale solitudine: alberghi, valigie, cene senza nessuno che ti metta in discussione. L’attrazione del tavolo verde per me diventò irresistibile. E ci ho sperperato delle fortune. A un certo momento ho capito e ho deciso di smettere anche con il bridge per non sentirmi prigioniero delle mie passioni. Facevo film per pagare debiti – ricordava ancora – e alla fine mi sono stufato”.

Nel 2005 era stato oggetto di una fatwa in occasione della sua interpretazione di San Pietro in una fiction italiana. Dopo la quale Sharif ha deciso di tornare a vivere in Egitto insieme al suo unico figlio, Tarek, e i suoi due nipoti, di cui uno – che si chiama come lui – è a sua volta attore.

Intervista a Marco Castellano: La proposta per un cinema d’autore

Cosa ti piace del tuo lavoro di fotomodello Marco?

Del mio lavoro di fotomodello mi piace la possibilità che ho di muovermi e di giocare davanti all’obiettivo. Quando poso mi sento libero di essere completamente me stesso e sento che sto facendo una cosa che mi appassiona.

Come hai iniziato a fare questo lavoro?

 Inizialmente ho fatto un book fotografico e dopo sono stato contattato da molti fotografi, brand di abbigliamento, agenzie di moda e riviste di moda. È stato un bellissimo percorso che mi ha dato fiducia in me stesso e tanta voglia di mettermi in gioco, mi ha dato serenità e gioia. Se ritornassi indietro rifarei tutto quello che ho fatto in questi ultimi due anni perché grazie alla passione per la fotografia ho imparato ad apprezzare di più la vita.

In questo momento della tua vita ti senti felice?

In questo momento della mia vita mi sento particolarmente felice e soddisfatto di quello che sto facendo e portando avanti. Sto collaborando a molti progetti di moda con fotografi e con riviste di moda, sto studiando lingue e letterature straniere all’università e sto collaborando con una associazione di volontariato. Mi sto impegnando per realizzare i miei sogni e per essere una persona migliore.

Che rapporto hai con la tua famiglia?

Con la mia famiglia ho un rapporto stupendo. Ho una famiglia meravigliosa che mi sostiene in tutto e mi dà tantissima forza. Mio padre, mia madre e mia sorella mi sono stati accanto anche in periodi in cui ero fuori controllo, hanno fatto sempre il possibile per aiutarmi. A loro devo tutto, sono la mia forza e la mia felicità. Non smetterò mai di ringraziarli per tutto quello che hanno fatto e che stanno facendo per me.

Progetti?

Il mio obiettivo più grande è quello di laurearmi. Dopo mi piacerebbe continuare a posare e a collaborare nel mondo della moda. Una volta finiti gli studi vorrei trasferirmi a Milano per qualche anno e fare qualche viaggio all’estero.

Il nuovo film di Christopher Nolan alcune scene verranno girate ad Amalfi?

Ravello Italia

Secondo il quotidiano italiano Positano News , il prossimo film di Christoper Nolan girerà in location a Ravello, in Italia. Situato al largo della scenografica Costiera Amalfitana nel sud Italia, Ravello è la prima location per le riprese che è stata segnalata con una certa credibilità. La pubblicazione recita “il regista ha visitato la città della Costiera Amalfitana per esplorare i suoi angoli più caratteristici e identificare possibili set cinematografici”.

Mentre l’articolo (tradotto solo tramite risorse online) rileva che si tratta solo di voci, suggerisce anche che molte località di Ravello sono state scelte. La città ha un sacco di viste panoramiche, edifici storici e punti di riferimento, e un palco di musica assassino in cima a una scogliera. Mi piacerebbe vedere questa città girata su IMAX, e il palco musicale mi trasmette le principali vibrazioni Hitchcockian.

Ravello 1
Ravello 2
Ravello 3

Si dice che la produzione del film sia giugno e che la data di uscita sia fissata per il 17 luglio 2020. Fino a quel momento condividi i tuoi pensieri, le speculazioni sulle location delle riprese e tutta la tua eccitazione nei nostri  forum !

Cinema, a Houston tre premi a ‘Lucania’ di Gigi Roccati: sarà presentato al Bif&st di Bari

Miglior film straniero, migliore attrice (Angela Fontana) e miglior montaggio (Annalisa Forgione). Il film racconta di un mondo magico e inaccessibile, racchiuso fra le montagne e il mare

l film Lucania terra sangue e magia di Gigi Roccati ha vinto tre Grand Jury Remi Award al 52 WorldFest Houston International Film Festival come miglior film straniero, migliore attrice (Angela Fontana) e miglior montaggio (Annalisa Forgione). Il film sarà presentato al Bif&st-Bari international film festival nella sezione Nuovo cinema italiano. Prodotto da Fabrique Entertainment in associazione con Moliwood Films in collaborazione con Rai Cinema sarà distribuito da 102 Distrubution.

Il film racconta di un mondo magico e inaccessibile, racchiuso fra le montagne e il mare, dove niente è come sembra. Qui vivono Rocco e Lucia, un padre severo, legato alla terra come un albero, e una ragazza selvatica, muta dalla morte della madre Argenzia, che ha il dono di vedere e sentirne l’anima. Il padre che la vede parlare al vento, la crede pazza e disperato la sottopone ai riti di guarigione di una maga contadina. Ma quando Rocco respinge l’offerta di Carmine, un autotrasportatore che gli offre di seppellire rifiuti tossici nella propria terra in cambio di denaro, e per reagire a un’aggressione ammazza uno dei suoi uomini, si trova costretto a fuggire a piedi per le montagne cercando di salvare la figlia.

l film Lucania terra sangue e magia di Gigi Roccati ha vinto tre Grand Jury Remi Award al 52 WorldFest Houston International Film Festival come miglior film straniero, migliore attrice (Angela Fontana) e miglior montaggio (Annalisa Forgione). Il film sarà presentato al Bif&st-Bari international film festival nella sezione Nuovo cinema italiano. Prodotto da Fabrique Entertainment in associazione con Moliwood Films in collaborazione con Rai Cinema sarà distribuito da 102 Distrubution.

Il film racconta di un mondo magico e inaccessibile, racchiuso fra le montagne e il mare, dove niente è come sembra. Qui vivono Rocco e Lucia, un padre severo, legato alla terra come un albero, e una ragazza selvatica, muta dalla morte della madre Argenzia, che ha il dono di vedere e sentirne l’anima. Il padre che la vede parlare al vento, la crede pazza e disperato la sottopone ai riti di guarigione di una maga contadina. Ma quando Rocco respinge l’offerta di Carmine, un autotrasportatore che gli offre di seppellire rifiuti tossici nella propria terra in cambio di denaro, e per reagire a un’aggressione ammazza uno dei suoi uomini, si trova costretto a fuggire a piedi per le montagne cercando di salvare la figlia.

L’editore “ereditario” di Christopher Nolan Tap Jennifer Lame per il suo nuovo film (esclusivo)

Per la prima volta in un decennio e mezzo, Christopher Nolan avrà un nuovo editor di immagini.

Jennifer Lame, che ha lavorato per l’ultimo film horror di successo su Hereditary , è stata scelta come editor per l’ultimo progetto di Nolan, un’avventura senza titolo che sarà interpretata da John David Washington, Elizabeth Debicki e Robert Pattinson

L’uomo principale di Nolan è stato Lee Smith, l’editore australiano che per primo ha collaborato con Nolan nel 2005 Batman Begins . Ciò ha dato vita a una relazione che durò per The Prestige, The Dark Knight, Inception, The Dark Knight Rises, Interstellar e, più recentemente, Dunkerque. Smith ha vinto un Oscar per il film del 2018, così come l’Eddie Award degli American Cinema Editors, e ha ottenuto una nomination per Dark Knight.

Smith, tuttavia, non è disponibile perché è appena entrato nel 1917 , l’epopea della Prima Guerra Mondiale è stata realizzata da Sam Mendes, con il quale ha già lavorato al film di James Bond nel 2015, Spectre .

Entrare nell’arena di Nolan è un film importante per Lame, reinterpretato da WME, che ha passato la maggior parte della sua carriera nel mondo dei drammi a budget ridotto ed è stato il protagonista di Noah Baumbach. Ha lavorato con il filmmaker dal 2012 di Frances Ha e con While We’re Young, Mistress America, The Meyerowitz Stories e il suo ultimo progetto, un film senza titolo ha recentemente interpretato le stelle Scarlett Johansson e Adam Driver. Altri crediti includono Paper Towns e Manchester by the Sea, con quest’ultimo che ha conseguito il BAFTA, l’ACE e gli Spirit Awards per il suo lavoro di montaggio. 

Poco si sa del nuovo progetto Nolan, ma le fonti lo hanno descritto come un’avventura da girotondo che ha le sfumature della natura di Inception, ma coinvolge il continuum temporale.  

Cinema, una storia senza nome: il Caravaggio ritrovato in un’Italia perduta

Il gioco del cinema e il bluff della vita. Ma anche la vicenda paradossale ed enigmatica, profondamente siciliana, di un capolavoro trafugato dalla mafia e condannato a rimanere avvolto nel mistero. Un furto, quello della Natività firmata da Caravaggio, avvenuto all’interno dell’Oratorio di San Lorenzo, nella notte tra il 17 e 18 ottobre del 1969, a Palermo, che ha generato le più disparate ipotesi sulla sorte del quadro. Quasi una metafora di una Sicilia incapace di godere della bellezza.

Una Sicilia e un’Italia soffocate da una violenza mafiosa tanto feroce quanto votata alla dissoluzione di ogni lampo artistico o di ciò che rimane di un’identità culturale. Sul tema, che affascinò Leonardo Sciascia (con un riferimento in “Una storia semplice”, Adelphi, 1989), hanno scritto Giuseppe Quatriglio nel racconto “Il muro di vetro” (Flaccovio, 2008), Luca Scarlini, in un libro dal titolo “Il Caravaggio rubato. Mito e cronaca di un furto” (Sellerio, 2012), Attilio Bolzoni (“La scomparsa del Caravaggio. Misteri dell’arte”, Glifo, 2016), Gigi Borruso nel romanzo “Il suono della notte” (Pietro Vittorietti, 2017), Andrea Camilleri nel volume “Natività” (Interlinea edizioni, 2017), Riccardo Lo Verso in “La tela dei boss: la verità sul Caravaggio rubato” (Novantacento, 2018) e Rosanna Dongarrà nel romanzo “Lo strano caso del Caravaggio scomparso” (Dario Flaccovio, 2018), oltre al volume “Operazione Caravaggio” (Skira, 2015) e a una vastissima bibliografia.

Racconta tutto questo, e molto altro, il film di Roberto Andò, “Una storia senza nome”, presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2018 e ora in programma il 15 marzo per la sesta edizione della rassegna “Venezia a Zagabria”.  Chi non lo ha visto in sala, in ogni caso, può recuperarlo in dvd e blu-ray. In particolare, il titolo appare simbolico nel segno di una dicotomia che investe ciò che si può nominare e ciò che rimane innominato, il reale e l’immaginario. Si tratta dello stesso titolo che campeggiava dalla copertina del testo originale di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, destinato poi a diventare “Il gattopardo”, come emerge in una sequenza dell’apprezzato “Il manoscritto del principe” (2000), uno dei lungometraggi più significativi di Andò, seguito da “Sotto falso nome” (2002), “Viaggio segreto” (2006), “Viva la libertà” (2013) e “Le confessioni” (2016).

In “Una storia senza nome”, l’impasto di vero e falso e la riflessione sulle ombre che annebbiano il ricordo, in un equilibrio illusorio che mette in dubbio ciò che si crede a favore dell’ipotetico, dominano un girotondo romanzesco di situazioni e colpi di scena, crimini e desideri, pericoli e sogni fugaci, come le immagini filmiche, dove nulla è come sembra. Sono suggestioni di cui è intrisa la creatività del regista palermitano e che trovano qui un’inedita leggerezza e gioia narrativa.

Nella sceneggiatura di Andò e Angelo Pasquini, in collaborazione con Giacomo Bendotti, al tema della falsa identità di chi scrive si accompagna l’evocazione della già citata Natività, con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi, a generare enigmi e giochi a nascondere, per ricordare il poeta Lucio Piccolo, nei quali “il mondo dintorno/non è fermo ma scorrente parete/dipinta, ingannevole gioco,/equivoco d’ombre e barbagli,/di forme che chiamano e/negano un senso…”.

Segreti e bugie, amore e illusione del vivere, da sempre centrali nel cinema di Andò, si amalgamano qui con una dose superiore di ironia, preziosa per illuminare un mondo – politico, criminale, creativo, senza dimenticare l’universo degli affetti e l’industria del cinema – monopolizzato da imposture e mistificazioni, da finti competenti (siano ministri o sceneggiatori) e ghostwriter, il cui lavoro oscuro aleggia nella quotidianità senza che la maggioranza lo percepisca.

“Una storia senza nome” affida a questi fantasmi, come la segretaria Valeria e la madre Amalia, impersonate da Micaela Ramazzotti e Laura Morante, il compito di sottrarre all’oblio chi agisce e incide sulla contemporaneità senza che il cono di luce della trasparenza, vero e proprio feticcio ossessivo nell’epoca dei Social Network, mai li raggiunga. Nello stesso tempo, figure come Alessandro Pes, interpretato da Alessandro Gassmann, incarnano un immaginario ambiguo, appartenendo alla schiera delle controfigure e dei falsari, in una storia che vede la realtà contagiare la finzione, innescando meccanismi pericolosi e incontrollabili.

Non tollerata dalla moglie del boss Badalamenti, oppure usata come scendiletto da Riina o, chissà, addirittura data in pasto ai maiali o incenerita, secondo le tante ricostruzioni, la Natività di Caravaggio rappresenta un rebus che scompagina le esistenze dei personaggi principali grazie alla guida nell’ombra di Alberto (sullo schermo Renato Carpentieri). Lui è un uomo dei servizi segreti ma è anche sorprendentemente legato al passato di Amalia e all’origine di Valeria, in una scatola cinese di destini che scandisce l’intero racconto per immagini, combinando divertimento e riflessione su eros e thanatos, apparenza e inganni, delitti e falsificazioni in un presente che si nutre di ricatti.

Tra Roma e Palermo, è il linguaggio filmico a fare il verso alla vita e alle sue doppiezze, in una levità che strizza l’occhio a numi tutelari come Billy Wilder, François Truffaut, Peter Bogdanovich, Mario Monicelli, Dino Risi, Pietro Germi e alla tradizione della commedia all’italiana. Si citano pure, in un tono scanzonato al pari dei vari tasselli un po’ da divagazione stravagante e un po’ da thriller sghembo, “La dolce vita” di Federico Fellini, “Viale del tramonto” di Wilder, “Il vergine” di Jerzy Skolimowski(qui nei panni del regista) e “Il generale Della Rovere” e “Viva l’Italia!” di Roberto Rossellini.

In questa esaltazione dell’ambiguità di ogni elemento e della doppiezza degli individui, solo il cinema può riprodurre la complessa commistione di vero e falsoche trova nella tela di Caravaggio, tra morte e resurrezione, sparizione e ritrovamento, un’intrigante declinazione di questo intreccio indissolubile di autenticità e impostura.

È il cinema, bellezza, ed è la vita, sembra suggerire Roberto Andò, in un contesto segnato da alleanze o trattative fra Stato e mafia e intimidazioni che rendono la Natività, tuttora oggetto d’investigazioni, con la riapertura delle indagini da parte della Procura di Palermo nel giugno 2018, il simbolo di una rinascita probabilmente perduta per sempre. Come accadeva con il Moro liberato da Marco Bellocchio in “Buongiorno, notte”, in “Una storia senza nome”, che prosegue in una chiave stilistica differente, a tratti comica e con toni da commedia, il viaggio nelle nebbie dell’identità e dell’invenzione di “Sotto falso nome”, la rielaborazione creativa devia da una cronaca asfittica.

Nell’epilogo, gli avvenimenti al centro della scena si trasformano in un film a cui assistono gli stessi protagonisti, in una situazione pirandelliana che suggerisce nuove rappresentazioni e decodificazioni. Tutto si modifica e si rinnova, ci ricordano gli sceneggiatori, e nulla è più fuggevole e mutevole della vita la cui ombra, fatta di miraggi e chiaroscuri, alimenta il mito cinematografico.

Domina l’idea che sia impossibile immaginare qualcosa che non esista già nella realtà, onorando un’illustre tradizione letteraria e filmica, da Joyce a Fellini, e prevale l’omaggio al cinema. Una celebrazione del fascino misteriosamente ambiguo dell’arte, tra sberleffo e voglia di spiazzare in un gioco di specchi che moltiplica le interpretazioni.

Immagini in movimento, la macchina da presa come pennello. Il cinema visionario di Bernardo Bertolucci

Immagini in movimento dense di sensibilità e inquietudine artistica. La macchina da presa come pennello e ogni inquadratura come scavo e interrogazione introspettiva. Esplorare il cinema di Bernardo Bertolucci, nato a Parma nel 1941 e morto a Roma nel 2018, significa viaggiare dentro il Novecento e la centralità del grande schermo, nel segno di un linguaggio filmico in osmosi con la pittura, la psicoanalisi, la politica, la poesia e la letteratura.

E, ancora, la Storia, le masse e i sottili moti interiori degli individui, i kolossal e il melodramma, le bandiere rosse e le case come proiezione di un’interiorità tormentata, la Francia e la Cina, le rivoluzioni realizzate e quelle fallite, Francis Bacon, Pelizza da Volpedo e il buddismo.

Un viaggio tra eros e thanatos grazie alla capacità di creare e rielaborare un’idea del cinema e del mondo in chiave personale ma sempre in rapporto con maestri e modelli da tradire o da fronteggiare. Un taglio stilistico che è maturato all’interno della tradizione d’autore, alternando le grandi produzioni e i piccoli progetti, i premi Oscar, gli scandali e le condanne, le riabilitazioni e le consacrazioni, compresi il Leone d’oro e la Palma d’oro alla carriera.

Lo scorso 16 marzo la sua Parma lo ha celebrato, nel giorno del compleanno, in una serata dal titolo “Io e te”. Evocare il cammino artistico ed esistenziale di Bernardo Bertolucci significa lambire, in una carrellata incalzante, personalità come il padre, il poeta Attilio BertolucciPier Paolo PasoliniAlberto MoraviaJean-Luc Godard con la Nouvelle VagueAdriana Asti, il fratello Giuseppe (anche lui regista di valore), il maestro della luce Vittorio Storaro, lo sceneggiatore e montatore Kim Arcalli, compositori come Morricone e Sakamoto, gli sceneggiatori e registi Clare (sposata nel 1978) e Mark Peploe e, infine, Niccolò Ammaniti. Non si possono nemmeno dimenticare attori come Pierre Clémenti, Alida Valli, Giulio Brogi, Jean-Louis Trintignant, Stefania Sandrelli, Dominique Sanda, Marlon Brando, Maria Schneider, Burt Lancaster, Robert De Niro, Gerard Depardieu, Laura Betti, Romolo Valli, Ugo Tognazzi, Anouk Aimée, Peter O’Toole, Keanu Reeves, Jeremy Irons, Liv Tyler, Eva GreenPippo Delbono, ognuno di loro legato a un tassello significativo e in alcuni casi memorabile.

In risalto un’idea di cinema che trae origine dal tentativo fantasmatico di riproduzione della freudiana scena primaria. Così la sensualità delle scene è figlia di una composizione dell’immagine che vede carrelli, dolly, panoramiche e primi piani come rimandi profondi all’inconscio e ai nodi irrisolti della natura umana.

Nell’interessante “Dossier Bertolucci”, a cura di Paolo Bertetto e Franco Prono, per il quadrimestrale “La Valle dell’Eden” del 2002, realizzato in occasione del conferimento della laurea Honoris Causa al Dams di Torino, il punto di partenza critico è la sua abilità nel coniugare “lo sperimentalismo linguistico dell’avanguardia europea degli anni ’60 con i modi di produzione americani”. Bertetto rileva che a caratterizzarlo è “un progetto totale, in cui l’invenzione continua della messa in scena e del modo di fare cinema si fonde con l’immaginario soggettivo e con la stessa esistenza individuale”. Il tutto in una continua investigazione sul tempo “perché il cinema parla sempre del tempo”, come ricordava lo stesso cineasta citando Cocteau,e attraversando “idee e modelli differenti di cinema” in uno stile “coerente e personale di figurazione”.

Da qui la necessità di rivedere i suoi film, cogliendone sempre nuovi dettagli e sfumature, girati dal 1962 al 2012. In ogni fotogramma si cela un segreto e una nuova ipotesi di lettura: “La commare secca”, “Prima della rivoluzione”, “Partner”, “Amore e rabbia” (episodio “Agonia”), “Il conformista”, “Strategia del ragno”, “Ultimo tango a Parigi”, “Novecento”, “La luna”, “La tragedia di un uomo ridicolo”, “L’ultimo imperatore”, “Il tè nel deserto”, “Piccolo Buddha”, “Io ballo da sola”, “L’assedio”, “The Dreamers – I sognatori” e “Io e te”. 

Un’intervista con Luciana Sica (la Repubblica, 28 settembre 2006), in occasione del Premio Musatti, conferma quanto il regista abbia fatto della sua adesione alla psicoanalisi, in qualità di paziente, una scelta di vita, intrecciata in modo indissolubile con il sorgere di idee e spunti creativi. In quel colloquio, Bertolucci giudicava il suo cinema degli inizi “molto chiuso, un po’ punitivo, rigoroso come allora si diceva, proprio un cinema duro e puro che quasi non teneva conto del pubblico. Con l’analisi ho cominciato ad aprirmi io e si è aperto anche il mio cinema, sono passato da un continuo monologo a un dialogo con l’analista e con gli altri: le due cose sono andate di pari passo”.

Di conseguenza, occorre immergersi nel suo mondo filmico, scoprendo titoli meno noti come “L’assedio” (1998), e attingendo alla fonte di un’ispirazione come reinvenzione e continuo confronto con la dimensione onirica. Un approccio che mescola visioni personali e coscienza politica. Come osserva lo studioso Fabien Gerard, in un saggio ripreso dal blog del Centro Studi “Pier Paolo Pasolini” di Casarsa della Delizia, l’incontro con gli spettatori, nella carriera di Bertolucci, coincide con il desiderio di aprire loro “poeticamente gli occhi sulle realtà del suo tempo”. In ogni caso, intimità e dialettica individuo/collettivo non resisterebbero al logoramento degli anni se non fossero alimentati da una capacità figurativa che unisce pittura e linguaggio visivo. Da questa poetica filmica bisogna ripartire per analizzare in profondità la sua opera.

David di Donatello: i nove premi a Dogman, la favola nera di Matteo Garrone

Riusciranno i nostri eroi a risollevare le sorti del cinema italiano? Ma chi sono questi eroi? I produttori, i distributori, i registi, gli attori, gli sceneggiatori e i direttori della fotografia, gli scenografi, i costumisti, gli operatori e i montatori? Tutti coloro che ancora credono che si possa trovare una strada virtuosa che contemperi film in sala e streaming, consumazione di serie davanti al computer e tv e la magia del rituale davanti al grande schermo? Forse.

David di Donatello – Garrone (Dogman)

In attesa di una politica culturale degna di questo nome, che aiuti il sistema produttivo e distributivo a riprendere vigore, mentre si avvia finalmente (progetto Moviement) una programmazione nelle sale dodici mesi su dodici, è appena terminata la 64esima edizione dei David di Donatello, con tanto di cerimonia al Quirinale e serata su RaiUno condotta da Carlo Conti. Quindici le candidature per “Dogman” di Matteo Garrone, tredici per “Capri-Revolution” di Mario Martone (alla fine David per costumista e musicista) e per “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino e dodici per “Loro” (David all’attrice protagonista Elena Sofia Ricci e per l’acconciatura) di Paolo Sorrentino. 

Al riguardo, Christian Raimo, in un pezzo per la versione on line di Internazionale, osserva che i cinque candidati come miglior film – “Dogman”, “Euforia” di Valeria Golino, “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini (David al protagonista Alessandro Borghi, al regista come esordiente, oltre che David giovani, e ai produttori), “Chiamami col tuo nome” (David per la sceneggiatura non originale e la canzone originale) e “Lazzaro felice” di Alice Rohrwacher – “sono apologhi sulla famiglia, e hanno come protagonisti degli outsider, degli sperduti, degli orfani, dei dropout, degli uomini soli. Adulti non adulti, maschi fragili in crisi che non sanno bene come fare a reinventarsi un posto nel mondo”.  Una tendenza che riflette “un paesaggio umano dove la crisi è ormai avvenuta e la commedia all’italiana – più che il cinema d’autore, il neorealismo, o il genere – resta la radice deformata su cui costruire un immaginario della sopravvivenza”, evidenzia Raimo.

In ogni caso, quest’edizione si ricorderà pure per il premio alla carriera a Tim Burton e i David Speciali, voluti dalla direttrice artistica dell’Accademia del Cinema Italiano Piera Detassisa Dario Argento, Francesca Lo Schiavo e Uma Thurman, il David dello spettatore per “A casa tutti bene” di Gabriele Muccinoil nono David a Nanni Moretti (per il documentario “Santiago, Italia”) e il miglior titolo straniero a “Roma” di Alfonso Cuarón. Ma, soprattutto, i nove premi a “Dogman”, compresi miglior film e regia, rimarranno nell’immaginario.

Anche se il valore di un’opera va valutato nel tempo, e dopo molte visioni, come primo impatto, si può rilevare che la sceneggiatura originale di Ugo Chiti, Garrone e Massimo Gaudioso, premiata con il David, riprende con spirito libero il celebre “delitto del Canaro” e lo trasforma e reinventa grazie alla forza filmica espressa da inquadrature dalla valenza pittorica.   Primi piani, uso della steadycam, piani sequenza, campi lunghi e sfumature cromatiche, nella fotografia di Nicolaj Brüel (altro David), la macchina a mano e le scelte visive, nelle variazioni delle luci e nel mutamento del paesaggio, con il montaggio di Marco Spoletini e la scenografia di Dimitri Capuani, entrambi vincitori del David al pari dei truccatori Dalia Colli e Lorenzo Tamburini, suggeriscono l’orrore e l’animalità degli uomini, fondendo favola nera, realismo e sprazzi lunari e surreali.

Se il protagonista Marcello Fonte ha ottenuto il Prix d’interprétation al Festival di Cannes e l’European Film Award 2018, i David di Donatello hanno dato il giusto riconoscimento, come non protagonista, a Edoardo Pesce, che anima con personalità l’ottusità feroce di un male privo di agganci razionali, in un film che sfiora il sacro e che scava nella disperazione esistenziale e sociale.

Da parte sua, in attesa del suo “Pinocchio”, il pluripremiato Garrone continua un percorso artistico iniziato con “Terra di mezzo” (1996), “Ospiti” (1998) e “Estate romana” (2000), fino a “L’imbalsamatore” (2002), “Primo amore” (2004), “Gomorra” (European Film Awards 2008 e Gran Premio della Giuria a Cannes), “Reality” (Gran Premio della Giuria a Cannes 2012) e “Il racconto dei racconti – Tale of Tales” (2015). Nel complesso, un cinema disturbante che restituisce spessore alla composizione dell’immagine.