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Le origini della trippa

La trippa, taglio che rientra nella grande famiglia delle frattaglie, è grande protagonista della cucina povera italiana. La sua storia risale ai tempi dei greci e dei romani e negli ultimi anni è stata oggetto di grande rivalutazione: non più semplice piatto povero, ma vera e propria prelibatezza gastronomica. Oggi andiamo alla scoperta delle origini della trippa insieme a Davide Paolini, il Gastronauta.

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La trippa raccontata da Davide Paolini

Negli ultimi anni si sta riscoprendo la trippa, anche dai giovani. Ma, ancora troppo spesso  quando si va a mangiare in ristorante, o ci si trova di fronte al banco della carne di una macelleria, si tende a scegliere i tagli cosiddetti “nobili”, come il filetto, la costata o la fiorentina e mai ci si sofferma sui tagli più “poveri” come fegato, cuore, polmoni, guancia, diaframma o pancia.

Cos’è la trippa

È proprio dalla pancia che si ricava la trippa. O meglio, dai tre prestomaci del bovino. La trippa è composta da tre cavità, poste tra l’esofago e lo stomaco. Il rumine, la parte più voluminosa e grassa, ha la forma di un sacco rigonfio e occupa circa il 75% dello stomaco bovino. Il reticolo, il più piccolo dei tre, ha una forma che ricorda una rete, da qui il nome. L’omaso prende anche il nome di libro, perché la mucosa che lo tappezza internamente forma una gran numero di lamine che gli conferiscono l’aspetto di un libro. Spesso viene usata anche la prima parte dell’intestino tenue, l’abomaso, il vero e proprio stomaco del bovino. Quest’ultimo viene spesso utilizzato per preparare il famoso lampredotto.

Dal punto di vista nutrizionale, la trippa è molto ricca di proteina, con una quantità compresa tra il 16-18%. Spesso si pensa che sia una pietanza poco digeribile per via della sua parte grassa, ma in pochi sanno che è una carne molto magra (ha circa il 4% di grasso) ed è piuttosto l’uso delle spezie e dei condimenti usati durante la preparazione che la rendono pesante.

Le origini della trippa e la sua storia attraverso le regioni d’Italia

In cucina si trovano diverse varianti di trippa a seconda degli ingredienti usati per condirla e accompagnarla. La trippa è un piatto tipico che possiamo trovare da Nord a Sud, da Est a Ovest, con il sugo o con i fagioli, aromatizzata con la cannella o con il rosmarino. Sono tanti i modi in cui possiamo gustarla.

ricetta trippa alla romana
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trippa alla romana trippa alla trasteverina

La trippa milanese, detta anche busecca, veniva cucinata durante le festività e consumata tradizionalmente durante la vigilia di Natale. È a base di trippa, brodo, fagioli, carote e sedano. La busecca è una delle pietanze rappresentative della cucina milanese. Per tale motivo l’epiteto “busecconi”, cioè “mangia-trippa”, è diventato uno dei soprannomi con cui sono conosciuti i milanesi.

La trippa alla fiorentina è uno tra i piatti toscani più famosi e antichi, nel Quattrocento era un piatto unico a base di frattaglie e aromi mentre circa trecento anni dopo, grazie all’arrivo dei pomodori dalle Americhe, prende forma la più contemporanea ricetta della trippa alla fiorentina, ovvero con l’uso del pomodoro pelato.

A Napoli, invece, si mangia la zuppa ‘e carnacotta, 68 per la smorfia napoletana. È un piatto antico e poverissimo che prevede trippa mista, pane raffermo, alla fine un po’ di pepe e parmigiano a piacere. La  zuppa va servita caldissima, a mestolate, su fette di pane biscottato in un’ampia ciotola, accompagnata da un buon bicchiere di vino rosso. Questo piatto rappresentò per anni, specie nei mesi invernali, il gustoso pasto della povera gente e  dei salariati.

Famoso è il detto “Non c’è trippa per gatti”, che ha curiose origini romane. Ernesto Nathan, sindaco di Roma dal 1907 al 1913, decise di cancellare dal bilancio comunale l’acquisto mensile della trippa, divenuta troppo costosa. L’alimento era acquistato per i gatti, indispensabili per cacciare i topi in Campidoglio. Da qui il famoso detto teso a indicare la penuria di mezzi.

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