Nel reparto dove Alice ha ucciso la figlia, le giornate seguono la routine dell’infanzia. La garante Gabriella Stramaccioni: “Dramma inspiegabile. Non aveva dato segnali”


Per Alice Sebesta quella di ieri era stata una giornata come tutte le altre passate in carcere dal 27 agosto. Nessuno immaginava cosa covasse dentro, nessuno immaginava che la donna tedesca di 33 anni a Rebibbia per droga avrebbe ucciso la figlia neonata di 7 mesi e ridotto in fin di vita il più grande di due anni, lanciandoli dalle scale. Come tutti i giorni era rientrata dal lavoro all’interno del carcere nella ” sezione nido”. Tutto come sempre, nel braccio speciale del carcere romano riservato alle detenute che hanno figli e che con loro vivono nell’istituto penitenziario – la sezione nido, appunto. Qui vige un regime diverso da tutti gli altri bracci. Lì le giornate delle detenute scorrono in una stanza open space colorata, con giochi e disegni appesi alle pareti, che dovrebbero rendere meno infelice la vita di quei bambini.

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Attualmente sono 11 le mamme detenute che convivono con 17 figli accuditi da loro la notte e durante il giorno da medici, pediatri, infermiere, assistenti, insegnati, psicologi. È uno staff altamente specializzato quello che si prende cura dei piccoli che hanno un destino segnato da scelte delle loro mamme ma che vivono costantemente monitorati da esperti per superare traumi che col passare degli anni potrebbero riaffiorare.

“I bambini presenti ad oggi – ha spiegato Gabriella Stramaccioni, la Garante per i detenuti di Roma Capitale – sono 17, la media in genere, è dai 16 ai 18 minori. Le donne lavorano dentro il carcere e i figli nel frattempo vanno al nido, accuditi dal medico, pediatra, psicologo. Da pochi a mesi a massimo 4 anni sono le età dei piccoli ospiti. Il nido di Rebibbia è molto curato, una vera eccellenza per gli standard carcerari italiani. Non mi riesco a spiegare il perché di questa tragedia: Alice in questa ventina di giorni di carcere non aveva mai manifestato segni evidenti di squilibrio psichico. Mai”.

Le mamme che hanno una pena al di sotto dei 4 anni vivono lì: alle 7 del mattino sveglia, chi deve allattare allatta, le altre fanno fare colazione ai figli. Poi escono dalla sezione: alcune vanno a lavorare all’interno del penitenziario, altre studiano. Alle 12 tornano tutte dai loro bambini per nutrirli.

Ed è stata a quell’ora che Alice Sebesta si è messa ultima nella fila delle detenute, e dalla sala giochi della sezione nido è salita sulla rampa per arrivare al refettorio. Avrebbe dovuto allattare, invece ha lanciato nel vuoto, da un’altezza di tre metri, prima la neonata che teneva in braccio e poi il primogenito che teneva per mano. “Dopo il pranzo – prosegue Stramaccioni – in genere con le belle giornate le mamme possono uscire con i piccoli in un cortile dove proprio lo scorso sabato sono arrivati scivoli, altalene e giochi per i bambini ” . Giornate che si ripetono fino a fine pena. Sempre sorvegliate a vista da un’agente donna. Che ieri non è riuscita a evitare l’inimmaginabile