LA RETE ELETTRICA ALLA PROVA CYBERATTACCHI

Dal caso Ucraina ai pericoli per l’Italia
di STEFANIA MAURIZI
ROMA – Un attacco devastante che finisca per mettere ko la rete elettrica di un intero paese, lasciando al buio la popolazione e paralizzando servizi vitali come trasporti e ospedali. È uno degli incubi della nostra era cyber, in cui criminali, terroristi e spie minacciano la spina dorsale di intere nazioni quella che permette la vita di tutti i giorni di milioni di persone. Si chiamano “infrastrutture critiche” e includono il sistema di distribuzione dell’energia, gli acquedotti, gli oleodotti, i gasdotti, i trasporti, dalle ferrovie agli aeroporti, fino alle metropolitane, e anche i servizi finanziari, come le banche. Tutti sistemi indispensabili per il funzionamento della nostra società. Il possibile pericolo non arriva più solo da calamità naturali, come le recenti bufere di neve nell’Italia centrale, da bombe o attentati suicidi, ma da nuove armi invisibili: software in grado di penetrare nelle reti informatiche che gestiscono il sistema nervoso di una nazione, infettandolo fino ad arrivare a sabotarlo, compromettendone il funzionamento in modo pesante o addirittura facendolo collassare.

Dal 2010, quando la cyberarma “Stuxnet” creata da Stati Uniti e Israele ha colpito le centrifughe di arricchimento dell’uranio del programma nucleare iraniano, danneggiandole seriamente, la preoccupazione per un attacco cyber a centrali e reti elettriche è andata crescendo. L’anno scorso il gigante delle assicurazioni Lloyd’s ha pubblicato uno studio in collaborazione con il Center for Risk Studies dell’università di Cambridge in cui si valutano le conseguenze di un’incursione informatica capace di causare un blackout elettrico in quindici stati, New York e Washington incluse, e di lasciare al buio 93 milioni di persone. “Sebbene lo scenario sia improbabile – si legge nel report dei Lloyd’s – è tecnicamente possibile e rientra in quegli scenari che le compagnie di assicurazione sono tenute a fronteggiare”. Un attacco del genere, secondo le stime dei Lloyd’s, causerebbe morti, dovuti al mancato funzionamento di ospedali e sistemi di sicurezza, un crollo del commercio per il blackout nel settore trasporti, danni seri al servizio idrico e il caos nelle reti di trasporto. Un impatto devastante dal punto di vista economico, con danni stimati tra i 243 e i 1000 miliardi di dollari.

Un incubo che è sembrato materializzarsi l’ultimo giorno del 2016. “Operazione di hackeraggio dei russi ai danni di una rete del Vermont mostra i rischi a cui è esposta la rete elettrica degli Stati Uniti”, titolava il Washington Post raccontando l’episodio sulla base di fonti anonime. Una notizia arrivata in piena bufera sul presunto hackeraggio ai danni dei Democratici americani e capace di innescare subito paranoia e reazioni politiche infuocate. Il giorno stesso il caso si è però sgonfiato con la smentita della Burlington Electric, il gestore della rete del Vermont: il software malevolo (malware) avrebbe sì infettato un computer della sua struttura, ma il laptop non era connesso alla struttura di distribuzione sotto il controllo della Burlington. Nessun cyberattacco alla rete degli Stati Uniti quindi. Isteria ed esagerazioni a parte, quanto è reale la minaccia informatica per le reti energetiche? E in particolare quanto è seria nel caso dell’Italia?

“Cyber sicurezza rete elettrica, fondamentale condividere le informazioni”

Eireann Leverett, ricercatore del Cambridge Centre for Risk Studies e “Open Web Fellow” di Privacy International, prestigiosa Ong con sede a Londra che si occupa di difesa della privacy, conosce molto bene questo tipo di pericolo e mette le propria esperienza anche al servizio di Enisa, l’agenzia europea che rappresenta il centro di competenza tecnica sulla cyber sicurezza. “Il rischio è serio: c’è gente che cerca di compromettere le reti elettriche in Europa e in altre parti del mondo”, spiega Leverett a Repubblica, raccontando che esistono anche dati sul numero di tentativi incursione portati avanti, ma che si tratta di statistiche tutt’altro che accurate. “La ragione per cui non lo sono – precisa – è che esiste una soglia al di sotto della quale un incidente non viene riportato: se non causa un’interruzione del servizio, l’episodio non viene registrato”. In realtà una direttiva Ue impone a qualsiasi struttura di segnalare ogni attacco, riuscito o meno che sia, ma moltissimi soggetti continuano a non farlo anche perché la normativa, visto che c’è tempo fino a giugno 2018, non è stata ancora recepita da diversi paesi, Italia compresa.

Nel caso degli Stati Uniti, Leverett parla di circa 1400 attacchi negli ultimi due anni, ma si tratta di situazioni in cui semplicemente nelle reti elettriche viene individuato e neutralizzato del software malevolo che rischiava di comprometterle o in cui, per esempio, il Cert, il team che risponde alle emergenze cyber, indaga un tentativo di hackeraggio. Di cyberattacchi che abbiano compromesso seriamente le reti fino a farle collassare e arrivare a un blackout, gli esperti come Leverett ne conoscono solo due esempi in tutto il mondo, entrambi in Ucraina: il primo il 23 dicembre 2015, il secondo pochi giorni fa, ma di cui si sa ancora veramente poco, perché le analisi tecniche dell’incidente richiedono tempo. Dell’episodio di un anno fa, che ha messo al buio 225mila persone, Leverett racconta che “tutta la distruzione che ha causato dipendeva da un malware chiamato Black energy, probabilmente fatto penetrare nella rete attraverso email infette”.

“Quello in Ucraina fu un attacco estremamente mirato”, spiega a RepubblicaPierluigi Paganini, esperto di cyber security nominato dalla Farnesina come membro del Gruppo di lavoro cyber per il prossimo G7. “Non è soltanto accaduto che un malware abbia violato i sistemi all’interno di queste centrali che si trovano in Ucraina, causandone il blocco. Qualcuno ha lanciato anche una serie di attacchi DDoS (acronimo di Distributed Denial of Service, che indica una tipologia di attacco in cui un computer o una rete vengono inondati di traffico con lo scopo di farli collassare, ndr) contro i sistemi telefonici usati dai clienti del gestore elettrico per avvisare l’azienda del guasto. Quindi, da una parte c’era un malware che in quel momento stava infettando i sistemi, causando il blackout, dall’altro c’erano degli utenti impossibilitati a segnalare il problema, perché qualcuno stava intasando le linee telefoniche deputate al customer care. Questa azione combinata ha permesso all’attacco di propagarsi all’interno della rete”. La responsabilità, secondo Paganini, va ricercata probabilmente in Russia, impegnata in quella fase in un duro scontro contro l’Ucraina nel bel mezzo della crisi sulla Crimea.

Possibile che episodi simili si siano verificati anche in altri paesi europei? “Sulla base delle mie conoscenze – risponde Leverett – in Europa non si è mai verificato un blackout dovuto a un cyberattacco”. Diverso il discorso per quanto riguarda incursioni informatiche di minore portata. “Non abbiamo numeri esatti, ma sappiamo che ce ne sono stati centinaia, forse anche migliaia”, dice ancora Leverett. Statistiche precise non esistono, anche perché non c’è un sistema centralizzato e standardizzato per fare rapporto su questi incidenti e quindi alcune nazioni considerano il DDoS come un cyberattacco, altre no, alcune lo riportano solo ed esclusivamente se causa certe conseguenze, altre invece contabilizzano anche i tentativi falliti di causare un’interruzione del servizio. Insomma, si procede in ordine sparso e da qui la difficoltà di conoscere con esattezza la dimensione e le caratteristiche del fenomeno.

Tanti o pochi che siano, chi c’è dietro i cyberattacchi? Chi può ambire a mettere in scacco la rete elettrica di un paese fino a comprometterne seriamente il funzionamento? Possono farlo solo organizzazioni militari come le armate cyber che da anni fanno notizia – dalla NSA americana all’Unità 8200 di Israele ai servizi segreti russi del Gru fino alle truppe cibernetiche di Assad – o si tratta di capacità alla portata anche delle organizzazioni criminali o di attivisti politici che lottano per questa o quella causa? “Sappiamo di Stati che cercano di compromettere le infrastrutture critiche di paesi europei, ma abbiamo anche esempi di criminali, insider, ex dipendenti arrabbiati e perfino hacktivisti“, racconta ancora Leverett, ricordando il caso di un militante di Anonymous noto attraverso il suo account Twitter @pr0f_srs che nel 2011 si infiltrò in un impianto elettrico e idrico in Texas. Non lo fece per causare danni e distruzione, quanto piuttosto per segnalarne i gravissimi buchi nella sicurezza, lasciando un messaggio tipo: “Sono riuscito a entrare nel vostro sistema con solo 4 codici, dovreste assolutamente prendere provvedimenti”.

Cyber sicurezza, milioni di posti di lavoro nel giro di pochi anni

Leverett è convinto che la minaccia più grave venga dai cosiddetti “attori statali”, ovvero nazioni che puntano a colpire altre nazioni. Da italiani, resta però il dubbio: la mafia potrebbe essere in grado farlo? L’Italia è un esempio di come le organizzazioni criminali sono capaci di dispiegare non solo potenza militare, ma anche contatti e alleanze profonde in quegli angoli oscuri dello Stato in cui si muovono i cosiddetti servizi deviati. “È assolutamente possibile – ammette Leverett – da un punto di vista tattico è fattibile per loro e dal punto di vista delle motivazioni potrebbero farlo come vendetta contro lo Stato o anche come ricatto”. L’esperto inglese spiega però che non è facile. “C’è gente intelligente che protegge queste strutture – dice – ma non tutte le strutture sono sicure allo stesso livello”. Per fortuna saper hackerare infrastrutture critiche come le reti elettriche non è sufficiente: occorre anche sapere come sabotarle in modo da causare gravi danni a questi grandi sistemi ingegneristici. Un tipo di informazioni e conoscenze, precisa Leverett “che secondo me non sono facili da ottenere per la criminalità organizzata o per gli hacktivisti“. A suo avviso questo tipo di attacchi, che sono i più letali e vanno direttamente a sabotare gli impianti per creare un gravissimo danno alle strutture, richiedono competenze tecniche da insider non banali da reperire: “Un’organizzazione mafiosa dovrebbe saper lavorare fianco a fianco non solo con cybercriminali, ma anche con ingegneri che conoscano bene gli impianti”

Che la minaccia arrivi da nazioni ostili o dalla mafia, in Italia a vigilare sull’integrità della rete è il gestore Terna. “Il livello di attenzione è molto alto, ad occuparsene è il Soc (Security Operation Center), una struttura da immaginare come una sorta di centrale di controllo”, spiega a Repubblica Pierluigi Paganini. “Funziona – aggiunge – attraverso una serie di probes, ovvero sonde disposte su tutta la rete italiana, un po’ come in un corpo umano si hanno i linfonodi sentinella: i tecnici del Soc vanno a controllare tutti i linfonodi ed è lì che vanno a contrastare tutte le minacce in arrivo, predisponendo la rete in modo che sia resiliente a questa tipologia di attacco”.

La rete elettrica alla prova cyberattacchi

Terna per gestire le politiche di sicurezza e fronteggiare in particolare il rischio cyber ha scelto di affidarsi ai massimi esperti del settore. Sulle sue strategie di difesa l’azienda preferisce però dare solo indicazioni generiche, proprio per evitare di fornire qualunque tipo di aiuto ad eventuali malintenzionati. “Cyberattacchi sulla rete di trasmissione nazionale a fine di sabotaggio ad oggi non ce ne sono stati”, fa sapere Terna, aggiungendo che non ci sono stati mai neppure incursioni contro le reti aziendali che possono avere condizionato le operazioni. “Semplificando – spiegano dall’azienda – potremmo dire che la rete è fatta di ferro: è più esposta alla vecchia minaccia anni ’70, come quella del sabotaggio dei tralicci che venivano fatti saltare con l’esplosivo, che non ad una di tipo cibernetico. Uno scenario potenziale di rischio potrebbe essere invece quello di un attacco alle tecnologie utilizzate per gestire la rete o le operazioni che avvengono su di essa”. “Di attacchi piccoli, che fanno qualche ‘graffio’, invece, ce ne sono continuamente in Italia come in tutto il mondo – dicono ancora da Terna – ma non hanno mai scalfito la parte pregiata della struttura chiamata “operational technologies” (OT), quella che consente di governare le componenti di rete, ovvero quei sensori sempre più smart che hanno migliorato tante operazioni, riducendo l’intervento dell’uomo, esponendo però il sistema ai rischi cyber”.

Il Security Operation Center è operativo dal 2007, ma è solo dal 2013 che rappresenta “una struttura di sicurezza integrata, unica in Italia” grazie al decreto Monti sulla sicurezza cibernetica che ha unificato i compiti di vigilanza precedentemente affidati oltre che a Terna anche alle singole aziende elettriche, creando tra l’altro un reticolo istituzionale di controllo e assistenza. A comporlo è innanzitutto il Cert nazionale, il Computer emergency response team, un organismo che fornisce supporto contro le emergenze cibernetiche. A questo si aggiunge poi il Cnaipic della Polizia Postale, che in questi giorni ha fatto clamore per l’inchiesta che ha portato all’arresto per cyberspionaggio dei fratelli Occhionero.

Al di là delle comprensibili rassicurazioni delle aziende è difficile capire però in modo certo e con dati oggettivi alla mano quanto l’Europa e in particolare il nostro paese siano preparati a difendersi dalle cyber minacce contro le reti elettriche. Il problema tra l’altro, come ammette Terna, è che “tutti stanno cercando un meccanismo per scambiarsi informazioni sugli attacchi, ma non l’hanno ancora trovato, perché si tratta di dati sensibili. Bisogna capire che molti di questi problemi nascono in un contesto molto competitivo. È impensabile, ad esempio, che un operatore di telefonia vittima di un attacco confessi di essersi fatto trovare impreparato e di aver subito danni in parti sensibili della sua struttura perché un’informazione di questo tipo potrebbe essere usata dalla concorrenza. Terna, che in Italia è l’unico operatore della trasmissione elettrica, ha comunque creato un proprio sistema in grado di garantire il monitoraggio costante di tutti gli elementi di rete e quindi di garantire la sicurezza del sistema elettrico nazionale”.

Valutare in modo chiaro quanto queste rassicurazioni siano vere e quanto siano invece frutto del comprensibile desiderio di non creare allarmismo non è facile. La gestione e la protezione delle infrastrutture critiche è una questione di sicurezza nazionale e pertanto è gestita in modo riservato tanto dallo Stato quanto dalle aziende coinvolte. Alla ferocia della competizione commerciale tra imprese, che non vanno di certo a mettere in piazza le proprie vulnerabilità, si aggiunge la nebbia del segreto che avvolge tutti i temi di sicurezza nazionale.

Per Eiereann Leverett trovare un meccanismo per condividere informazioni sugli attacchi e avere più trasparenza è assolutamente essenziale, ma è anche fondamentale formare giovani talenti nella protezione delle infrastrutture critiche. “Se andate a vedere le piccole aziende del settore energia, ma in alcuni casi anche quelle grandi, scoprirete che a volte non hanno nessuno assegnato alla gestione degli incidenti cyber, nel migliore dei casi hanno una o due persone incaricate a seguire questo compito part time. Secondo me una delle più importanti misure da prendere è fare in modo che ogni azienda, che abbia una presenza significativa nel sistema delle reti elettriche di un paese, abbia un piccolo team dedicato a questo aspetto”. Raggiungere l’obiettivo non sarà facile però. “Quando io studiavo a Cambridge – conclude Leverett – in un master di trenta studenti a specializzarsi in cyber sicurezza erano forse in tre; due di questi tre puntavano ad andare a Google o a Facebook, solo uno ambiva a lavorare sulle infrastrutture critiche”.

Governo pronto a voltare pagina per decreto
ROMA – Non un’agenzia autonoma per la sicurezza cibernetica, direttamente dipendente da Palazzo Chigi come quella ipotizzata da Matteo Renzi, ma una struttura sotto il coordinamento dell’intelligence. Sembra questo l’orientamento del governo, emerso dall’audizione di Paolo Gentiloni davanti al Copasir, il comitato parlamentare di controllo sugli 007.

Oggi lo scudo nazionale che deve protegge l’Italia dalle grandi incursioni informatiche è molto fragile, come analizzato da un’inchiesta di Repubblica. L’organizzazione è stata definita dal decreto Monti del gennaio 2013: il coordinamento è affidato al consigliere militare del premier, al quale fanno capo una serie di centri operativi. Uno schermo primordiale, con personale scarso e dotazioni ridotte: una condizione che rende i dati e le reti informatiche del Paese alla portata di qualunque assalto.

Adesso però si preparano grandi cambiamenti, anche perché la direttiva europea ratificata dall’Italia impone di mettere in campo una nuova struttura entro giugno 2018. “Da parte di Gentiloni c’è la consapevolezza di dover intervenire sul decreto”, ha dichiarato il presidente del Copasir Giacomo Stucchi: “E noi siamo pronti ad esaminare un’eventuale proposta del Governo”.

Il premier ha annunciato un decreto “a breve”, che assegnerà il coordinamento al Dis, la direzione dell’intelligence guidata da Alessandro Pansa. Obiettivo – stando a quanto trapelato dopo l’audizione – è quello di rendere più efficiente la barriera protettiva, eliminando sovrapposizioni tra enti e definendo i ruoli delle molteplici istituzioni statali attive nel settore: un meccanismo per “fare sistema”. Si è parlato anche dell’assunzione di nuovo personale specializzato: in questo campo bisogna gestire alte tecnologie in costante aggiornamento ed è difficile formare in modo competitivo i dipendenti degli uffici. Persino la Difesa – che ha creato corsi ad hoc nella scuola guerra elettronica di Chiavari – sta pensando di aprire le porte al reclutamento di figure esterne qualificate.
gdf

Simulazione shock ha mandato in tilt gli Usa
di VALERIO GUALERZI
Se in Europa la minaccia cyber alla rete elettrica indubbiamente esiste, ma dai contorni difficili da definire per ampiezza e pericolosità, la situazione appare più chiara negli Stati Uniti dove, seppure non sempre aggiornati, è disponibile un maggior numero di informazioni e dati statistici. Al netto di comportamenti irresponsabili come il caso delle mail di Hillary Clinton, l’impressione è che negli Usa sulla scia dell’allarme post 11 settembre la questione sia stata presa in maniera molto seria.

“Nel 2009 – ricorda Amory Lovins nel suo libro Reinventare il fuoco – le aziende di servizi e quelle per la sicurezza, in collaborazione con il Department of Energy and Defense, simularono un attacco alla rete elettrica. Con un atto di guerra virtuale gli aggressori scollegarono alcuni trasformatori ad altissima tensione da due cabine di trasformazione e tolsero la corrente ad una città. Poi minacciarono di causare blackout in altre dieci città nelle sei ore successive se le loro richieste non fossero state accolte. Le forze armate si attivarono per difendere 2000 trasformatori ad altissima tensione in tutto il Paese. Dopo sei ore il gruppo attaccò invece i sistemi di comunicazione e di controllo sottraendo 36GW alla capacità di generazione delle utility più importanti. Poi il gruppo minacciò di ripetere l’azione nelle 5 ore successive e ormai rimaneva troppo poco tempo per proteggere i sistemi di controllo. Fine del gioco”.

Nello stesso anno un sondaggio realizzato dalla società LogLogic tra i responsabili della sicurezza informatica di diverse utility elettriche ha svelato che gli attacchi informatici contro le loro aziende definiti “gravi” si ripetevano ad un ritmo di circa 15 alla settimana. Un quadro allarmante, rafforzato dalle dichiarazioni di Gerry Cauley, il Ceo della North American Electric Reliability. “Sono molto preoccupato dalla possibilità di un attacco coordinato fisico e cyber intenzionato a mettere fuori uso elementi della rete elettrica o per tagliare la fornitura a utenze specifiche, come centri governativi o economici, installazioni militari o altre infrastrutture”, ha confessato nel corso di un’audizione al Senato del 2012. E Scott Pugh, del Department of Homeland Security’s interagency program office, parlando ad un conferenza sulla sicurezza della rete elettrica Americana, ha spiegato che “ci sono mappe non disponibili alla pubblica visione che segnalano una manciata di sottostazioni che potrebbero essere colpite mettendo al buio gran parte del Paese a est del Mississippi e in molti casi per farlo potrebbe essere sufficiente prenderle di mira con un fucile da caccia da poche centinaia di metri”.

Nel corso degli anni di provvedimenti e contromisure ne sono state prese molte, ma in maniera giudicata ancora insufficiente. Un documento del Dipartimento per l’energia statunitense pubblicato lo scorso 6 gennaio prende in esame il grado di vulnerabilità della rete elettrica a fronte di possibili incursioni informatiche definendola in pericolo imminente. “L’attuale paesaggio della cybersecurity – si legge nel report – è caratterizzato da una rapida crescita delle minacce e delle vulnerabilità in contrasto con la lentezza nella predisposizione di misure di difesa. La riduzione dei rischi e la capacità di reazione alle minacce è compromessa dall’inadeguato processo di condivisione delle informazioni tra governo e industria”.

Dai rischi macro a quelli domestici
Se il binomio rete elettrica cyber sicurezza fa pensare subito allo scenario da incubo di un disastroso blackout, la crescente digitalizzazione nella distribuzione della corrente, insieme a tanti vantaggi, nasconde anche altri pericoli meno appariscenti, ma comunque insidiosi. La diffusione dei cosiddetti contatori intelligenti, quelli che in America vengono chiamati “smart meter”, oltre a enormi potenzialità di efficienza e risparmi nella gestione dei consumi energetici, aprono infatti la porta anche a diversi rischi per la tutela della privacy.

Massoud Amin, il professore di Electrical and Computer Engineering della University of Minnesota considerato il padre della smart grid, ricorda che diverse comunità della California hanno stabilito delle moratorie all’installazione dei contatori intelligenti sulla scorta delle preoccupazioni espresse dal Cyber Security Working Group dell’US National Institute of Standards and Technology (NIST). Tra queste, il rischio che gli smart meter possano essere usati per “profilare” gli utenti, analizzandone i comportamenti e le abitudini private, rendendo poi questi dati disponibili ad un loro utilizzo improprio per fini commerciali, fiscali o di discriminazione. Senza dimenticare la possiblità che i contatori intelligenti si prestano al rischio di essere hackerati da malintenzionati che potrebbero utilizzare le informazioni raccolte illecitamente a fini ricattatori.

Dalle rinnovabili un’iniezione di resilienza
di VALERIO GUALERZI
Alla fine di ottobre del 2012, quando l’uragano Sandy ha colpito la costa orientale degli Stati Uniti, oltre 8 milioni di americani si sono ritrovati improvvisamente al buio. Molti di loro, seppure privi di corrente, erano però ancora in grado di usare regolarmente i loro cellulari per comunicare con il resto del Paese. Rete elettrica e telefonica non sono esattamente comparabili, ma è da questo episodio che bisogna partire se si vuole capire come è possibile rendere le infrastrutture strategiche di una società moderna più resilienti a fronte di imprevisti catastrofici, compreso un eventuale cyber attacco. Un’urgenza la cui attualità è stata riportata alla ribalta anche dal drammatico prolungato blackout provocato in Abruzzo dall’accoppiata neve-terremoto.

A rendere possibile il “miracolo” dei telefonini che funzionano malgrado il blackout elettrico è la particolare struttura della rete che permette le comunicazioni via cellulare. La sua architettura, a differenza di quella elettrica, non ricorda infatti la forma gerarchizzata di un albero composto da tronco, rami principali, rami secondari e foglie, bensì quella di un alveare fatto da tante celle affiancate, autonome ma in comunicazione tra loro, e dotate ognuna di un “back up” energetico, grandi batterie o generatori diesel che siano.

Mettere al riparo la distribuzione di elettricità da incursioni digitali mirate a mandarla in tilt non passa quindi solo dal potenziamento degli strumenti informatici, come firewall e antivirus, ma anche da una sua diversa organizzazione, facendola assomigliare sempre più ad un alveare composto da tante micro reti, o, per usare l’espressione inglese, da tante microgrid.

Fino a pochi anni fa si trattava di un’ambizione inconcepibile: il sistema di produzione elettrica era fortemente centralizzato e funzionava principalmente grazie ad un numero limitato di grandi centrali. La rivoluzione energetica iniziata con l’avvento delle rinnovabili attualmente in pieno corso sta però minando dalle fondamenta questa concezione, favorendo un sistema di generazione distribuita che rappresenta il primo passo verso una “rete delle micro reti”.

In un articolo scritto per Time nell’ormai lontano 2008 Amory Lovins, uno dei massimi esperti al mondo in materia, spiegava: “Grazie ad un portfolio intelligente di fonti rinnovabili possiamo ridisegnare in maniera economicamente conveniente una rete sicura. La generazione distribuita è più vicina ai clienti e può rendere la rete più resiliente, dividendola in una miriade di microgrid che normalmente sono connesse ma che in caso di necessità possono funzionare per conto loro. In giro per il mondo esistono diverse sperimentazioni in materia, compresa una a Cuba che in questo modo è stata in grado di ridurre il numero di blackout gravi provocati dal passaggio degli uragani dai 224 casi del 2005 a zero nel 2007”.

Se la sicurezza degli approvvigionamenti elettrici è fondamentale per la società civile, ancora più importante è che ad essere protette da un possibile cyber attacco sferrato da una nazione ostile siano le forze armate. I primi a prendere molto sul serio queste indicazioni sono stati infatti proprio i vertici del Pentagono, una delle tante istituzioni americane che si avvalgono della consulenza di Lovins. Nello stesso 2008 il Dipartimento per la Difesa Usa ha lanciato quindi il programma SPIDERS (Smart Power Infrastructre Demonstration for Energy Reliability and Security) per applicare il concetto di microreti, alimentate preferibilmente da fonti rinnovabili dotate da sistemi di accumulo, alle sue necessità.

A seguire, i vantaggi di una infrastruttura elettrica organizzata ad alveare sono stati confermati da una ricerca del centro studi Pew e fatti propri anche dalla Nato, che negli ultimi anni ha promosso la creazione di microreti per soddisfare le necessità energetiche delle sue basi e ha fissato degli standard per la loro gestione, stabilendo in particolare i criteri con cui devono interagire con le grandi reti nazionali in caso di emergenza, fornendo la loro capacità di “back up” per garantire il funzionamento di ospedali, semafori, depuratori e altre utenze di vitale importanza. “Se i militari adottano un sistema di piccole grid resilienti per garantirsi l’affidabilità della rete elettrica, non sarebbe il caso che anche il sistema elettrico nazionale si orientasse verso una struttura simile?”, si chiedeva retoricamente Lovins.

Vista da chi gestisce la rete italiana, la risposta a questa domanda non è però così semplice. “Le capacità di resilienza di una struttura che si può avvalere delle microreti sono indubbie – spiegano da Terna, l’azienda a partecipazione pubblica (tramite Cdp) che gestisce la trasmissione nazionale dell’elettricità – ma attualmente quelle che in Italia sono in grado di dare un reale contributo in tal senso sono ben poche perché manca ancora la convenienza economica al loro sviluppo. Dal nostro punto di vista, attualmente ha senso sostenere e stringere forme di collaborazione con chi può garantire delle potenze rilevanti da immettere in rete (superiori ai 10 MW). Con le poche micro-grid esistenti abbiamo concordato le idonee procedure tecniche e operative per ‘rilanciare tensione’, ovvero per venire in soccorso alla rete elettrica nazionale in eventi di emergenza, ma fortunatamente fino ad oggi non ce n’è mai stato bisogno”. “Le cose cambieranno radicalmente – osservano ancora da Terna – nel momento in cui avverrà l’auspicato avvento dell’auto elettrica. Infatti, mentre la parte della generazione rinnovabile e convenzionale è già ampiamente sviluppata, si attende l’evoluzione della capacità di stoccaggio di energia, che potrà avvenire dalle batterie dell’auto elettrica. La capacità di rilasciare questa energia in modo coordinato in caso di necessità, permetterà alle reti elettriche cittadine di assumere le caratteristiche attive di una smart grid nei riguardi della rete elettrica di trasmissione”.

Embraco all’Europarlamento, Tajani vuole incontrare i vertici della società

L’annuncio al termine di un incontro con i lavoratori assieme al presidente della Regione Chiamparino

Il ministro  dell’Europarlamento Antonio Tajani oggi chiamerà “il ministro dell’Industria del Brasile e l’amministratore delegato della società che è di fatto proprietaria di Embraco e andremo a vedere se si può intervenire dagli Usa e far capire che non è questo il modo per investire positivamente in Europa”. L’annuncio al termine dell’incontro una delegazione dei lavoratori Embraco insieme al presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino.

“Interverremo anche presso l’ambasciata Usa per sollecitare direttamente a Washington il problema a vicenda Embraco “non è un caso solo italiano, ma europeo. E’ un caso che rischia di creare un pericoloso precedente, perché invece di favorire la crescita armonica di una indispensabile rete industriale europea rischia di spostare pezzi di industria europea da una parte all’altra della Ue”.

“L’obiettivo della politica industriale europea non è di far perdere posti di lavoro in Italia e spostarli in Slovacchia – ha aggiunto – ma di fare aumentare l’occupazione in generale, e senza industria non si crea lavoro. Questo caso diventa emblematico perché si tratta di una impresa che in Piemonte è in attivo, che funziona – ha continuato Tajani – perché spostarla? solo per guadagnare di più, ma la nostra stella polare è l’economia sociale di mercato ed è ancora più grave se si utilizzano fondi comunitari per farlo. Per questo – ha continuato il presidente dell’Europarlamento – sostengo l’azione della commissaria Vestager che è giusto che indaghi su cosa è realmente successo in Slovacchia”.

All’incontro ha partecipato anche il presidente Sergio Chiamparino “mi auguro – ha detto – che il gruppo Whirlpool-Embraco rifletta attentamente su quanto sottolineato da Tajani, cioè sul fatto che stanno assumendo un atteggiamento totalmente contrario al concetto di responsabilità sociale d’azienda. Chiarisco ancora che noi stiamo chiedendo a Embraco di ritirare i 500 licenziamenti e di sostituirli con la cassa integrazione per consentire alle istituzioni locali, al governo nazionale e alle organizzazioni sindacali di discutere con l’azienda un serio progetto  di re-industralizzazione. Non sono certo posizioni massimaliste. Spero quindi che le dichiarazioni del presidente Tajani, cioè del massimo rappresentante della massima istituzione rappresentativa europea, diano un chiaro segnale di quanto Embraco sia isolata rispetto al contesto europeo. Da parte mia ricordo che c’è tutto il tempo, e la massima disponibilità da parte nostra, per sedersi al tavolo, riaprire la trattativa e salvare il lavoro di 500 persone”

Sacchetti della spazzatura contro De Luca a Pozzuoli

Irruzione dei centri sociali nel reparto di un ospedale che il governatore stava inaugurando

Neve, allerta arancione in tutta la Liguria e rossa ad Imperia.

Allerta rossa per neve nell’Imperiese. Gialla e poi arancione in tutta la provincia di Genova, sia sulla costa che nell’entroterra, così come nel Savonese; ma anche nel Levante. E’ questo l’ultimo quadro diramato dalla Protezione Civile e dell’Arpal, che prevede un netto peggioramento delle condizioni lungo tutta la giornata.
L’allerta gialla già da mezzogiorno di oggi diventa però arancione dopo la mezzanotte in quasi tutta la Liguria, con appunto il “codice rosso” nell’estremo Ponente ligure. L’arco temporale di allerta si estende fino alle 23,59 di domani. E sono proprio le prossime 24 ore quelle più soggette ad abbondanti nevicate, anche a quote piuttosto basse.
L’allerta rossa fa scattare automaticamente la chiusura delle scuole in provincia di Imperia, mentre quella arancione potrebbe essere presa in considerazione dai diversi sindaci per applicare il medesimo provvedimento di protezione civile. “Alle 14 il Coc deciderà quali misure prendere, ma la mia impressione personale è quella di chiudere scuole, mercati e parchi”. Così il sindaco Marco Bucci nel corso della conferenza stampa sull’allerta arancione scattata su Genova che si è tenuta nella sala di Protezione Civile Regionale con il presidente del regione Giovanni Toti e l’assessore Giacomo Giampedrone . “Sulla costa sono previsti tra i tre e dieci centimetri, sulle zone più alte della città anche di più. Ci saranno probabilmente problemi al traffico e mi pare la soluzione più sensata. Per venerdì decideremo domani, quello che temiamo è il gelicidio”, spiega Bucci non escludendo due giorni di stop per le scuole. Il sindaco ha poi detto che per via delle forti nevicate, Trenitalia ridurrà domani i treni del 30%. Arpal ha poi spiegato che oltre alla neve aumenterà

il vento Secondo i dati Arpal quella trascorsa è stata la terza notte gelida in Liguria, dove soltanto Ventimiglia e Sanremo sono rimaste di poco sopra allo zero, rispettivamente a +0.3° e +0.2°. In termini assoluti il minimo è stato toccato ancora a Poggio Fearza (Imperia) con -15.6° e Calizzano (Savona) con -15.2°. Lungo la costa queste le minime dei capoluoghi: Imperia -0.8°, Savona -2.1°, Genova -2° e La Spezia -3.9°.

La grande nevicata in arrivo sull’Emilia-Romagna: 20cm in pianura, fino a 50 sui rilievi

BOLOGNA – Domani, giovedì 1° marzo, torna la neve e non sarà una semplice comparsata buona per qualche fotografia da condividere online. La Protezione civile ha appena emesso un’allerta meteo arancione valida per tutta la regione. Anche per le zone appenniniche, “nonostante i quantitativi previsti non eccedano le soglie”, per le criticità già presenti.

Attesi 10-20 cm nelle aree di pianura (secondo Emilia-Romagna meteo, nell’Imolese e Castel San Pietro Terme è lecito aspettarsi qualcosa di più, intorno ai 25 cm), mentre in collina e in montagna se ne prevedono fra i 20 e i 40 cm, con locali punte fino a 50. Secondo Arpae la fase più  intensa della nevicata si concentrerà nel pomeriggio, in graduale attenuazione in serata (e sulla Romagna possibili fenomeni di neve mista a pioggia). Per quanto riguarda le temperature: “Minime in aumento con valori tra 0 gradi della costa e -4 gradi dell’entroterra”, spiega Arpae; “massime in locale diminuzione, valori compresi tra 2 gradi dei settori costieri e -3 gradi delle pianure piacentino parmensi”

Latina, carabiniere spara alla moglie e si barrica in casa con le figlie

Il comandante provinciale: “Temiamo per il peggio”. La donna, gravissima, è stata trasportata al San Camillo di Roma. Luigi Capasso, un appuntato in servizio a Velletri ma residente a Cisterna di Latina, ha sparato questa mattina alla moglie Antonietta GArgiulo, 39, da cui si stava separando, ed è ora barricato in casa, dove tiene in ostaggio le figlie di 8 e 12 anni. I negoziatori stanno cercando di convincerlo a desistere e arrendersi. La vittima è stata trasportata in gravissime condizioni al San Camillo di Roma. Al momento è ricoverata in prognosi riservata.

Latina, carabiniere spara alla moglie e si barrica in casa con le figlie

“Visto il lungo tempo trascorso temiamo per il peggio ma non abbiamo ancora notizie sulle bambine”, ha detto il comandante provinciale dei carabinieri di Latina Gabriele Vitagliano, che ha definito Capasso “in stato di forte agitazione e non perfettamente limpido nel suo ragionare in questo momento”. Vitagliano ha spiegato che il militare “non ha altre armi oltre alla pistola di ordinanza e che “sono arrivate persone che lo conoscevano per aiutare i nostri negoziatori a fornire informazioni utili per parlare con lui”. Sul posto anche il pm Giuseppe Bontempo.

Cisterna, il comandante dei carabinieri di Latina: “Temiamo il peggio”

Capasso, 44 anni, originario di Napoli, al termine del servizio è andato a Collina dei Pini, tra Cisterna e Velletri, a casa della moglie. La donna è stata raggiunta da tre colpi di pistola intorno alle 5 di questa mattina mentre era in garage e stava uscendo per andare al lavoro, alla Findus di Cisterna. Sembra che il marito la aspettasse giù. Dopo aver sparato cinque colpi con la pistola di ordinanza, di cui solo tre hanno colpito la donna, Capasso le ha preso le chiavi di casa, è salito nell’appartamento in cui dormivano le figlie di 8 e 12 anni e si è barricato in casa tenendole in ostaggio. “Non c’erano testimoni ma riteniamo che sia avvenuto fuori casa”, ha spiegato il colonnello Vitagliano. Antonietta Gargiulo è molto conosciuta a Cisterna di Latina anche per la sua attività in parrocchia.

“Abbiamo sentito i colpi di pistola e ci siamo affacciati”, ha raccontato una donna che abita nella palazzina di fronte alla quale il carabiniere ha sparato alla moglie. “La signora si lamentava, era a terra cosciente e ci ha detto che era stato il marito. Ci ha anche detto che le aveva preso la borsa e che temeva per le figlie. Abbiamo chiamato i carabinieri e l’ambulanza che sono arrivati in pochi minuti”. A proposito dei colpi la testimone ha detto: “Tutti quelli che abbiamo sentito erano tutti all’esterno”. “Oltre ai 4 colpi fuori dal garage poco dopo ne ho sentiti altri tre da dentro il palazzo”, racconta un inquilino dello stabile. La sua testimonianza è al vaglio dei carabinieri. “Le versioni degli inqulini sono discordanti” dice il comandante Vitaliano. “Non possiamo sapere la verità se non riusciamo ad entrare in quell’appartamento”.

Intorno alla palazzina al momento c’è un cordone di carabinieri, sul posto sono arrivati anche i corpi speciali. In mattinata le forze dell’ordine hanno cercato di fare entrare la madre della donna nell’appartamento, con indosso un giubbotto antiproiettile, per convincere Capasso ad arrendersi. La donna, però, ha avuto un malore ed è tornata indietro. Le trattative sono in corso con un mediatore. La scuola elementare Bernardini, che si trova di fronte al palazzo in cui il carabiniere è barricato, é rimasta chiusa. Le forze dell’ordine hanno fatto andare via i genitori con i figli e le maestre che, alle 8, volevano entrare nel plesso. È stata tolta la fornitura del gas all’intera palazzina e le forze dell’ordine hanno invitato i residenti dei palazzi corcistanti a mantenere le finestre chiuse.

La donna, trasportata in elicottero al San Camillo, è stata colpita in totale tre volte al viso, alla spalla e all’addome. Le sue condizioni sono gravi, è ricoverata in prognosi riservata e resta in pericolo di vita. Le pallottole, sparate dalla pistola d’ordinanza del carabiniere,  sono tutte fuoriuscite.

“Sono le tue splendide figlie lasciale andare e consegnati ai colleghi, potrai tranquillamente parlare, fallo stai sereno”. È solo uno delle decine di messaggi che su Facebook compaiono sul profilo di Luigi Capasso. “Consegnati – scrive

un altro – Pagherai per quello che hai fatto, però la vita potrà ancora sorriderti. Fai un gesto di coraggio, lascia le ragazzine e consegnati”, e ancora ” i bambini non meritano questa tua frustrazione, mettili al sicuro. Può finire al meglio, sconterai la tua pena e vivrai di vergogna”. I messaggi sono tutti dello stesso tenore: “Lascia le bimbe. Apri quella porta e lasciale vivere. Te lo chiediamo, pregandoti. Devono vivere. Lasciale subito”.L’uomo ha fatto fuoco con la pistola d’ordinanza

Operazione contro spaccio nel centro di Genova

Otto arresti a Genova nell’ambito dell’operazione della Polizia di Stato contro lo spaccio di stupefacenti nel centro storico. “Red Bag”, questo il nome che si rifà al primo sequestro di droga che nascosta all’interno di una valigia rossa, è scattata all’alba di lunedì. Maggiori dettagli sul blitz saranno dati questa mattina presso la questura, dove è prevista una conferenza stampa.

Firenze, Casapound e Forza Nuova non invitati al dibattito sulle elezioni all’università. E il rettore ferma tutto

Dei: “Non ho neppure pensato a quei partiti”. E agli studenti: “Dovevate invitare tutte le liste che si presentano”. L’Udu: “L’incontro si farà lo stesso”

Mancano cinque giorni alle elezioni. Gli studenti dell’Università di Firenze organizzano un dibattito al polo di Novoli con alcuni dei candidati per orientarsi sul voto, ma il rettore, a poche ore dall’incontro, ferma tutto e dice no. “Niente aula, avreste dovuto invitare i rappresentanti di tutte le forze politiche” sostiene Luigi Dei. Ma i ragazzi non ci stanno: “Questo avrebbe voluto dire far entrare anche CasaPound e Forza Nuova, ma noi non vogliamo fascisti all’Università. L’incontro si farà lo stesso”. E il rettore: “Io non ho neppure pensato a quei partiti, si tratta semplicemente di una questione di equità”.

Il dibattito, organizzato da Udu – Sinistra Universitaria per questa sera alle 18, nell’aula 010 dell’edificio D4, prevede la presenza di cinque ospiti: Sandra Gesualdi di Liberi e Uguali, Adriano Iaria del Partito Democratico, Lorenzo Palandri di Potere al Popolo, Yana Chiara Ehm del Movimento Cinque Stelle e Raffaella Ridolfi di Forza Italia. Un parterre insufficiente secondo il rettore: “I ragazzi si sono giustificati dicendo che avevano invitato gli esponenti delle coalizioni, ma questo non basta. A Firenze abbiamo 16 liste e io non posso autorizzare un dibattito politico in cui non siano rappresentate tutte quante. Mancano +Europa di Emma Bonino, Civica Popolare di Beatrice Lorenzin, e poi Fratelli d’Italia, Lega Nord e molti altri”. Secondo il rettore il rischio è far passare un messaggio parziale: “Come si fa a organizzare una tribuna politica pretendendo di dare voce a tutti senza farlo davvero? Non mi possono venire a dire che ciò che esporrà il rappresentante del Pd è esattamente lo stesso concetto che avrebbe espresso il rappresentante di Emma Bonino”.

Gli studenti, però, vanno dritti per la loro strada: “Non ci fermiamo, l’evento con i cinque esponenti che abbiamo invitato si farà comunque” ribadisce Giorgio Biava di Udu. Gli universitari si lamentano anche del breve preavviso: “Il rettore ci ha detto di no a sedici ore dal confronto, dopo che ci eravamo dati da fare per contattare gli ospiti – sostiene Hamilton Dollaku, coordinatore di Udu Firenze – troviamo ingiusto che ci venga tolta questa opportunità. Per di più dando come motivazione il mancato invito a tutti i rappresentanti: ma come avremmo mai potuto organizzare un incontro con più di 20 interventi? Non sarebbe bastata una nottata intera per ascoltarli tutti”.

Non è la prima volta che scoppia la polemica sul confronto tra candidati alle elezioni. Alcuni giorni fa il preside di una scuola superiore di Firenze, Ludovico Arte, aveva invitato a scuola i candidati delle diverse forze politiche, ma Pd e LeU si sono sfilati all’ultimo momento per la presenza di CasaPound.

Copione simile a Certaldo, dove il dibattito con CasaPound organizzato dal Consiglio dei Giovani è stato annullato per il forfait di Pd, LeU e Potere al Popolo. Ieri, infine, un candidato di Liberi e Uguali ha abbandonato il dibattitoorganizzato all’Ordine dei Commercialisti di Firenze per la presenza di un esponente di CasaPound

Migranti, Minniti: “La parola emergenza è vento nelle vele dei populisti”

Il ministro dell’Interno ospite di Circo Massimo su Radio Capital: “Io premier? Ipotesi dell’irrealtà”. E sul Pd: “È l’unica congiunzione con il futuro del Paese”

ROMA – “L’Italia un Paese razzista? Non mi sento di affermarlo. Bisogna togliere la parola emergenza dalla questione dei flussi migratori”. Il ministro dell’Interno Marco Minniti, ospite di Circo Massimosu Radio Capital, interviene a difendere le scelte del governo Gentiloni sui migranti. E rispetto al dilagare di episodi di razzismo, afferma: “È evidente che ci siano forme di intolleranza. Ma vanno contrastate culturalmente, con gli strumenti della legge e assumendosi la responsabilità di una polemica pubblica su questi temi”.

“L’emergenza è vento nelle vele dei populisti .- ribadisce –  bisogna affrontare il problema dei grandi flussi migratori in maniera strutturale”. E aggiunge: “Il meccanismo è governare i flussi, cancellare l’emergenza e limitare gli arrivi nel nostro Paese. Noi abbiamo affrontato il tema della cooperazione con la Libia, abbiamo messo in campo a Tripoli l’Unhcr, l’Organizzazione internazionale per i rifugiati, che ha realizzato il primo corridoio umanitario verso l’Italia. Chi scappa dalla guerra arriva in aereo nel nostro Paese non sui gommoni. Chi arriva per lavorare sarà gestito dalle ambasciate di provenienza. Abbiamo costruito un modello di gestione senza alzare fili spinati”.
Alle critiche di Emma Bonino e Liberi e uguali risponde: “Abbiamo messo in campo una visione: combattiamo l’illegalità e costruiamo la legalità, teniamo assieme umanità e sicurezza. A chi spetta farlo se non alla sinistra riformista italiana?”. E difende il ruolo “di congiunzione” del Pd: “Da un lato abbiamo uno schieramento che è un ritorno al passato, dall’altro un salto nell’ignoto, sappiamo cosa denunciano ma non cosa propongono. In mezzo c’è il Partito democratico, che con i suoi limiti e i suoi errori ha avuto la forza e la felice congiuntura di poter portare dopo cinque anni al Paese una situazione migliore di quella che ha trovato”. E conclude: “Il Pd anche al di là dei suoi difetti è un punto di congiunzione effettivo con il futuro del Paese, sono convinto che davvero la partita è molto aperta”.

Quanto all’ipotesi di una sua candidatura alla guida di Palazzo Chigi, il ministro taglia corto: “È un’ipotesi del terzo tipo, ovvero dell’irrealtà”.

Elezioni, Minniti: “Io premier? Ipotesi dell’irrealtà”

Per Minniti “non bisogna aver paura dei rigurgiti neofascisti”, ma al tempo stesso “non bisogna sottovalutare quello che sta avvenendo. Una democrazia, per quanto forte sia e quella italiana ha dimostrato di esserlo, tuttavia non deve mai abbassare la guardia rispetto all’estremismo di destra. L’esperienza storica del fascismo è conclusa, ma c’è il rischio che si manifesti in altre forme”.

Sul tema della violenza politica, il responsabile del Viminale non teme che si possa riaffacciare il fantasma degli anni Settanta: “Sono cose differenti, quello che è avvenuto a Macerata ha una sua straordinaria unicità. Nella città marchigiana c’è stata una rappresaglia, termine che evoca quello che facevano i fascisti e i nazisti durante la Liberazione, ovvero una vendetta cieca senza nessuna motivazione. Rappresaglia oltretutto aggravata dall’odio razziale. In Italia non c’è spazio per questo, né per il razzismo. Sono orgoglioso di non aver vietato nemmeno una manifestazione in questi 14 mesi, a parte quella di Forza Nuova subito dopo i fatti di Macerata. Anche sabato scorso, aldilà delle tensioni di Milano, oltre 120 piazze hanno potuto manifestare in liberà. Ma sulla violenza siamo intransigenti”.

E in merito alla contrapposizione fra chi, come Laura Boldrini, vuole sciogliere i movimenti di estrema destra e chi, come Matteo Salvini, vuole chiudere i centri sociali, conclude: “La contrapposizione si risolve con le indagini, cooperando con la magistratura nella separatezza dei poteri”.

Roma si sveglia sotto una coltre di neve: è caos trasporti e bus in tilt L’Esercito pulirà le strade. Chiuse le scuole, i parchi e i cimiteri foto Disagi a Termini: treni bloccati, interrotte le linee regionali. Emergenza clochard Sindaca Raggi in Messico per una conferenza sul clima

093251421-cd2c05af-6509-47ea-b969-b5ce8ea376db.jpg

La decisione della Protezione civile. Servizio Atac ridotto e gravi ritardi. Molti mezzi fermi in rimessa. Le scuole sono chiuse. Polemiche per l’assenza in città della sindaca: Raggi è in Messico per un convegno. Emergenza clochard, caduti alcuni alberiNEVE in strada e bus fermi in rimessa. Roma si è svegliata sotto una coltre bianca e con i mezzi Atac paralizzati. Ed è polemica sul fatto che la sindaca, Virginia Raggi, non è a Roma: si trova in Messico per prendere parte a un convegno sul clima. Esercito in strada per spalare la neve: è la prima decisione del Dipartimento della Protezione Civile al termine del Comitato Operativo nel corso del quale é anche stato deciso di attivare il volontariato della Regione per assistere i viaggiatori bloccati in alcune stazioni della capitale
L’uso dei mezzi della Difesa è stato chiesto dalla Protezione Civile in seguito alle richieste di supporto alle operazioni di pulizia delle strade arrivate da Comune.

• CAOS TRASPORTI
Solo 480 autobus, per un totale di 70 linee, sono in circolazione sui 1.300 che ogni giorno in condizioni di normalità escono dai depositi. Alle 10.30 Atac fa un nuovo punto sulla situazione trasporti ribadendo che è quello di superficie a trovarsi in condizioni di grande difficoltà. I 480 bus in giro sono tutti dotati di gomme termiche. ” Ma non bastano le gomme termiche per fare uscire i bus dai depositi. Ci vogliono anche strade percorribili” spiegano in Atac.
Invece la maggior parte delle strade  sono ancora coperte di neve. Le gomme termiche danno stabilità ai mezzi ma non sono spazzaneve.
Rimangono nei depositi tutti i bus da 18 metri che sono difficili da governare su manto stradale scivoloso.
Per i tram in corso di normalizzazione le linee 2 e 3. Attiva la linea 8. Sospese la linea 14 nel tratto Porta Maggiore Togliatti e la linea 19 nel tratto Porta Maggiore Gerani PERICOLO ALBERI
Circolazione rallentata lungo le principali arterie cittadine. Disagi per la caduta di alberi. In particolare alberi a Garbatella sulla carreggiata in via Cristoforo Colombo in direzione centro altezza Circonvallazione Ostiense; disagi sulla Cassia,  sulla Via Tiburtina Valeria traffico rallentato causa #neve tra Incrocio Bagni Di Tivoli e Tivoli per mezzi intraversati.

• SCUOLE CHIUSE…
Scuole chiuse in tutta la città, come previsto dall’ordinanza sindacale di ieri. Fino alla cessata allerta sul territorio di Roma chiusi anche parchi, ville e cimiteri.

…E ANCHE IL COLOSSEO
L’area archeologica al centro di Roma, Colosseo, Foro Romano e Palatino, oggi resta chiusa alle visite a causa della neve che ha imbiancato la capitale: “Per emergenza maltempo – ha avvisato il Mibact in una nota – il Parco archeologico del Colosseo rimarrà chiuso nella giornata di oggi, lunedì 26 febbraio 2018. Si informano pertanto i visitatori che per ragioni di sicurezza non sarà possibile visitare l’Anfiteatro Flavio, l’area archeologica del Foro Romano e del Palatino. La direzione si scusa per i disagi”.

• VARCHI APERTI
Il Campidoglio, a quanto si apprende, ha deciso di aprire i varchi delle zone a traffico limitato, varchi che dunque non saranno attivi. La scelta è stata presa nell’ambito del centro operativo comunale attivo da ieri alle 14 h 24 per fronteggiare l’allerta neve.

Maltempo a Roma: la basilica di San Pietro sotto la neve

• EMERGENZA CLOCHARD
Si stanno progressivamente riempiendo le strutture comunali messe a disposizione per i senza dimora con l’arrivo delle neve. Alcuni di loro stanotte avrebbero trovato riparo dentro la zona lasciata aperta stanotte nella stazione Termini e nelle metro. Attiva sullo stesso fronte la comunità di Sant’Egidio che spiega come si è allargata da stanotte l’accoglienza notturna dei clochard presso la chiesa di San Callisto a Trastevere dove sono stati posizionati più posti letto. Volontari della stessa organizzazione sono andati per strada per prestare soccorso ai senza fissa dimora rimasti all’aperto per portare coperte e vivande caldo. “L’appello a tutti i cittadini è di fermarsi, aiutare e segnalare – l’appello di Sant’Egidio – . La raccolta di coperte è attiva da giorni nei punti indicati sul sito www.santegidio.org”. Raddoppiate stanotte, da tre a sei, anche le squadre notturne della Caritas che hanno girato per la città alla ricerca di clochard isolati e quindi in situazioni di pericolo. “L’accoglienza notturna è stata di circa 50 persone alloggiate in più all’Ostello di via Marsala: da 188 a circa 240 clochard – riferiscono dalla Caritas -. Sei nuclei di mamme con bambini disagiati in strada sono stati accolti invece presso due istituti di suore”.

• PROCESSI SOSPESI
Stop alle udienze penali e civili per tutta la giornata di oggi, a Roma e nell’intero distretto giudiziario.  La sospensione dei processi, ad eccezione delle udienze penali urgenti, di quelle con detenuti, delle direttissime e delle convalide del riesame, è stata disposta dal presidente della Corte d’Appello Luciano Panzani. A piazzale Clodio sono saltati due processi che hanno avuto vasta eco mediatica: quello che riguarda l’ex patron della discarica di Malagrotta Manlio Cerroni, arrestato con altre sei persone nel gennaio del 2014 per truffa e associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti solidi e urbani (oggi era programmata la requisitoria del pm), e quello, ancora nella fase del primo grado, ai quattro carabinieri ‘infedelì della compagnia Trionfale, protagonisti dell’incursione nell’abitazione del viado Jose Alexandre Vidal Silva, conosciuto come Natali, la mattina del 3 luglio del 2009, e del tentativo di ricattare l’allora Governatore del Lazio Piero Marrazzo.

• POLEMICHE PER LA TRASFERTA DI RAGGI
“Considerata la sua utilità a Roma, resti pure in Messico”: parola di Fabio Rampelli, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera. La polemica montava da giorni e oggi è scoppiata: mentre Roma deve affrontare l’emergenza neve , la sindaca è a 12mila km di distanza, a Città del Messico, per un convegno sul clima presso il museo di

economia, di fronte al palacio de Bellas Artes e a due passi dallo Zocalo, in pieno centro della capitale messicana. E anche il Pd va all’attacco della sindaca. “Mentre la Raggi va a parlare di cambiamenti climatici – spiega Andrea Casu segretario del Pd di Roma – questi sconvolgono la vita dei romani: alberi che cadono, trasporti ridotti all’osso e problemi per i senzatetto. Una capitale non può fermarsi di fronte alla prima nevicata”.