Francavilla, a fuoco auto dell’avvocato Giovanni Angelucci, nipote ex sindaco

FRANCAVILLA. Un incendio che i carabinieri assicurano essere doloso ai danni di Giovanni Angelucci. Tre settimane fa un analogo episodio ai danni dell’auto della madre.
E’ successo tutto questa notte, verosimilmente verso la mezzanotte, in Via Nazionale Adriatica.
Persone che non sono state notate hanno appiccato il fuoco ad una autovettura Mercedes ML 320 di proprieta’ dell’avvocato francavillese, parcheggiata nel cortile condominiale della sua abitazione.
Le fiamme, innescate con liquido infiammabile contenuto in una bottiglia di plastica, lasciata sul luogo del reato e sequestrata dai militari, si sono propagate anche ad una Fiat Panda, pure in uso all’avvocato, e ad un ciclomotore intestato ad una signora residente nel condominio.
I danni maggiori hanno interessato la Mercedes: distrutta tutta la parte anteriore, lasciando facilmente intuire che le fiamme erano state appiccate in corrispondenza del vano motore. L’incendio è stato tempestivamente domato dai Vigili del Fuoco di Pescara e Chieti, prontamente intervenuti sul posto.
L’origine del gesto è al vaglio di questo comando dei carabinieri di Chieti, diretti dal capitano Aldo Manzo, che ha avviato indagini a tutto campo in quanto la vittima non ha formalizzato ancora la denuncia.
I danni sono parzialmente assicurati e sono limitati ai tre veicoli coinvolti, senza alcun problema per le persone.
Circa tre settimane fa era andata a fuoco invece la macchina della madre di Giovanni, moglie di Paolo, fratello dell’ex sindaco Roberto Angelucci, un incendio molto strano sul quale si stanno concentrando gli stessi inquirenti.
La famiglia Angelucci è titolare di una agenzia turistica al centro di Francavilla.

Coinvolti i tre figli e altri sei collaboratori, con l’accusa di associazione a delinquere per reati tributari. Secondo i pm avrebbero un “ruolo apicale’   

Coinvolti i tre figli e altri sei collaboratori, con l’accusa di associazione a delinquere per reati tributari. Secondo i pm avrebbero un “ruolo apicale’

Antonio Angelucci (Ansa)
Antonio Angelucci (Ansa)

Una nuova disavventura giudiziaria si abbatte su Antonio Angelucci, ex deputato Pdl ed editore, considerato una sorta di re della sanità privata del Lazio con un impero di almeno 25 cliniche. Insieme con i tre figli Giampaolo, Alessandro ed Andrea, oltre a sei persone che collaborano nella società della famiglia di imprenditori, Angelucci, capo della Tosinvest, è coinvolto in un’inchiesta della procura di Roma che vede tutti indagati per associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati tributari e all’appropriazione indebita. L’inchiesta dei pm Paolo Ielo e Mario Palazzi è partita da una serie di verifiche fiscali ed oggi gli uomini del nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza, coordinati da Cosimo Di Gesù, hanno perquisito le sedi delle società Roma Global Service. Per gli inquirenti una sorta di «schermo societario» utilizzato per l’acquisizione di beni di lusso destinati agli Angelucci, e la San Raffaele Spa, alla quale fanno capo le cliniche dell’imprenditore abruzzese.

Omissione delle dichiarazioni sulle imposte, fatture per operazioni inesistenti e appropriazione indebita. Sono gli aspetti finiti nel mirino degli inquirenti. Gli accertamenti vertono in primo luogo sull’omissione di imposte dirette ed indirette, tra il 2009 ed il 2013 – si legge nel decreto di perquisizione – della Th Sa, holding del gruppo con sede in Lussemburgo, ma di fatto operante in Italia. Non solo, tra il 2007 ed il 2009 sarebbero stati indicati elementi passivi fittizi, nelle denunce dei redditi di Roma Global Service, rispettivamente per 5,6 milioni e 11 milioni di euro, mentre per quella del 2008 sarebbero state indicate fatture per operazioni inesistenti per 733 mila euro. Infine, i pm di piazzale Clodio contestano la presenza di elementi passivi fittizi nella denuncia dei redditi 2010 della San Raffaele per 6,2 milioni di euro e l’annotazione nella contabilità 2007 di fatture relative ad operazioni oggettivamente inesistenti emesse da Roma Global Service.

Per i pm Ielo e Palazzi – è detto nel decreto di perquisizione – Antonio Angelucci, già deputato del Pdl, ed i tre figli Giampaolo, Alessandro e Andrea sarebbero i «capi e gli organizzatori dell’ associazione per delinquere» finalizzata alla violazione di reati tributari ed all’appropriazione indebita. «Un sodalizio criminale – proseguono gli inquirenti – nel quale i membri della famiglia Angelucci esprimono una posizione apicale».

Roma, appalti truccati nella sanità: 9 arresti. Angelucci, deputato e “re delle cliniche”, indagato per traffico d’influenze

Piegavano le gare d’appalto ai loro interessi, in “una ramificata rete di reciproche facilitazioni affaristiche finalizzate alla realizzazione di profitti e vantaggi personali, perpetrate mediante traffici di influenze e la redazione di false attestazioni“. E’ il quadro tratteggiato dai pubblici ministeri della Procura di Roma, che hanno ordinato l’arresto per 9 persone, tra dirigenti della Asl Roma 1 e imprenditori, e iscritto altre 10 nel registro degli indagati.

Al centro dell’inchiesta, divisa in tre tranche, Maurizio Ferraresi, dirigente della Asl in questione e responsabile della Commissione patenti, che secondo le accuse sarebbe protagonista di almeno tre episodi tra corruzioni e turbativa d’asta. Dall’indagine emergono una serie di gravi irregolarità e reati, che ruotano attorno al dirigente, finito in manette, e al ruolo di primo piano che ricopriva nel settore sanitario: Ferraresi, secondo le accuse, era stipendiato da due imprenditori titolari di studi di analisi cliniche, Mario Dionisi (anche lui finito in carcere) e sua sorella Rossella. Il dirigente medico riceveva 5mila euro al mese per consigliare, a chi si rivolgeva alla Commissione patenti, gli studi Dionisi.

Ferraresi avrebbe anche aiutato alcuni imprenditori a entrare in contatto con un altro dirigente Asl, Claudio Cascarino, responsabile per l’unità operativa dell’affidamento di una gara di appalto da 14 milioni per la manutenzione dell’azienda sanitaria. Chi voleva lavorare all’appalto doveva entrare, pagando, a far parte di una ristretta cerchia di amici che, secondo gli inquirenti, venivano scelti da Ferraresi e Cascarino.

La terza tranche dell’indagine vede indagato l’imprenditore e deputato di Forza Italia Antonio Angelucci per il reato di traffico di influenze, che punisce forme di lobbying illecite dietro compenso o promessa di utilità. Angelucci, secondo le accuse della procura di Roma, avrebbe cercato qualcuno che intervenisse per avere una sentenza favorevole in Cassazione, in merito a un sequestro preventivo.

L’imprenditore – che “si dichiara totalmente estraneo ai fatti confermando la sua piena fiducia nell’operato della magistratura” –  avrebbe contattato Ferraresi, il quale avrebbe assicurato una soluzione al problema chiedendo in cambio ad Angelucci l’assunzione delle fidanzate dei suoi due figli. Per aiutare Angelucci, Ferraresi e si rivolse a Franco Amedeo, ex magistrato della Cassazione in pensione, che, a sua volta, avrebbe promesso una soluzione in cambio di un certificato medico falso da Ferraresi che serviva a una sua amica per un’operazione di plastica al seno. Il certificato era necessario per ottenere una mastoplastica attraverso il Servizio sanitario nazionale e non privatamente.

Stretta la rete di accordi, Amedeo provò a parlare con il giudice della Cassazione che doveva prendere la decisione su Angelucci ma il giudice lo respinse e non se ne fece più nulla. I provvedimenti eseguiti dai carabinieri del Nas coordinata dal pm Corrado Fasanelli hanno portato in carcere Ferraresi, Cascarino e Mario Dionisi. Sono ai domiciliari Rossella Dionisi, un suo collaboratore e altri quattro imprenditori. Nel corso dell’operazione sono stati sequestrati a Ferraresi beni per 330mila euro, mentre per il presunto profitto ottenuto dai laboratori di Dionisi sono stati sequestrati 4 milioni e 100mila euro. L’inchiesta ha preso le mosse da una denuncia dell’ex convivente di Dionisi, che carabinieri di Tivoli raccontò che quest’ultimo versava mensilmente danaro ad un dirigente dell’Asl Rm1.

Chi è Antonio Angelucci – Abruzzese classe ’44, occhiali dai vetri fumé, collezionista di Ferrari e in Parlamento dal 2008, l’editore di Libero e dominus della sanità privata laziale vanta nella sua vita da politico due record: è stato per anni il deputato più ricco, superato solo nel 2017 dall’avvocato Gregorio Gitti del Pd. Ma è anche il meno produttivo: secondo i dati di Openpolis, tra i banchi di Montecitorio ha fatto registrare il 99.59% di assenze su 20.828 votazioni elettroniche, figurando 630° su 630 deputati.

Molto vicino a Silvio Berlusconi, che la sera del 15 settembre 2011 – nel pieno della corsa dello spread che due mesi dopo avrebbe portato alla caduta del suo governo – si era recato alla sua festa di compleanno; amico di Denis Verdini, cui aveva prestato 8,3 milioni di euro e poi era subentrato all’ipoteca del Credito Cooperativo Fiorentino, la banca che lo stesso senatore di Ala ha guidato per vent’anni; nel maggio 2016 Angelucci aveva defenestrato il direttore di Libero Maurizio Belpietro schierando il quotidiano per il  al referendum costituzionale.

Il dirigente della Asl: “Io sono il re” – “Io sono il re, ho il coltello dalla parte del manico”. Così in alcune intercettazioni telefoniche affermava Claudio Cascarino, dirigente responsabile della gara di appalto da 14 milioni di euro per la manutenzione di edifici di competenza dell’asl Rm1, accusato di aver, tramite Ferraresi, raggiunto un accordo con un gruppo di imprenditori per truccare la gara d’appalto da 14 milioni di euro introducendo nel bando elementi che consentissero l’assegnazione dei lavori. E proprio gli imprenditori coinvolti sono finiti agli arresti domiciliari: si tratta di Alessandro FedericiCarlo Maria MartinoDomenico Francia e Nello Delli Castelli, oltre a Rossella Dionisi, sorella di Mario, e Maurizio Ramoino, collaboratore di Cascarino.

Sequestrati 4.1 milioni di euro – I carabinieri hanno sequestrato beni e denaro per 4,140 milioni di euro, frutto, secondo l’accusa, del profitto illecito ricavato dalla società di analisi mediche “Diagnostica Medica srl”, e di 330 mila euro derivati da una prolungata attività di corruzione. Il sequestro si riferisce alla somma incassata illecitamente dalla società per prestazioni eseguite, attraverso segnalazioni fatte da Ferraresi a quegli utenti che, per ottenere il certificato di abilitazione alla guida, dovevano sottoporsi ad analisi cliniche. Il compenso di Ferraresi per il “dirottamento” degli utenti verso il laboratorio di Dionisi era di cinquemila euro al mese. Tale pratica è cominciata, per la procura, nel 2010 e l’ammontare di tale corruzione, 330mila euro, è stato oggi sequestrato dai carabinieri del Nas.

Roma, appalti truccati nella sanità: 9 arresti. Angelucci, deputato e “re delle cliniche”, indagato per traffico d’influenze

Angelucci, l’impero è in crisi La statua di Wojtyla regalata a Roma doveva essere la consacrazione del loro potere nella Capitale.

Invece è diventata il simbolo di tutti i loro guai: legati a doppio filo al berlusconismo e al centro di una valanga di inchieste DI LIRIO ABBATE.

Angelucci, l'impero è in crisi
La famiglia Angelucci
Doveva essere la consacrazione del loro potere sulla città: una statua di cinque metri che raffigura un colossale “Karol Wojtyla accogliente”. Un’opera moderna, che nei materiali sembra somigliare ai committenti: fuori brilla una patina di argento luccicante, ma dentro l’anima è di bronzo. Gli Angelucci pensavano così di avere conquistato un posto speciale: la statua commissionata dalla Fondazione Angelucci è la prima cosa che si vede arrivando alla Stazione Termini. Ma la gente di Roma si rifiuta di riconoscervi il papa beato e l’ha subito subito ribattezzato “er Pipistrello”, rovesciando battute sulla bruttezza dell’opera. E il patriarca Tonino si è dovuto rendere conto che la sua regola aurea ripetuta in continuazione come un mantra – “Chi ha denaro ha vinto” – non sempre funziona.

Infatti negli ultimi tempi i guai per la famiglia si sono moltiplicati: nel Lazio gli Angelucci non riescono a quadrare i conti con la Polverini che tiene in sospeso le ricche convenzioni con la Regione. Alcuni dei loro immobili più pregiati sono finiti sotto sequestro per irregolarità edilizie.

E poi ci sono i magistrati, con inchieste clamorose e indagini inedite che vanno a mostrare, come in cronache da basso impero, gli aspetti più oscuri della famiglia: la frequentazione con uno dei nomi storici della camorra; i procedimenti per tangenti e quelli per i maltrattamenti a ex mogli, figlioletti ed ex dipendenti; con fiumi di quattrini e una squadra di pretoriani a mano armata che accompagnano le imprese della dinastia delle cliniche.

Benedetti affari. La prima immagine è quella della santità, che forse ha ispirato il colosso di bronzo argentato: la foto che mostra tutta la famiglia accolta da Giovanni Paolo II in udienza privata. Ci sono Tonino con la seconda moglie Annalisa, ora cacciata di casa con il figlioletto per far posto a una più giovane. Ci sono i figli sorridenti con le nuore. E c’è un amico che valeva un tesoro: Cesare Geronzi, all’epoca padre-padrone della Banca di Roma.

La loro storia imprenditoriale comincia proprio dal Vaticano, dove erano ricevuti da molti partner d’affari, a partire da monsignor Michele Basso, l’economo del prestigioso Capitolo di San Pietro, poi travolto dalle grane giudiziarie. Il monsignore è stato tra i primi ad accogliere Antonio detto Tonino, il portantino che aveva deciso di farsi imperatore della nuova sanità, passando dal condominio popolare sull’Appia Nuova a una holding lussemburghese, la Tosinvest, che gestisce attività assai lucrose e che ha preso il nome dalle iniziali del patriarca e della sua ex moglie Silvana, deceduta molti anni fa.

Anzitutto le cliniche: 29 strutture convenzionate, specializzate nella riabilitazione, sparse nel Sud con una forte concentrazione nel Lazio. Lui si è gettato nel business trent’anni fa, quando il pubblico ha cominciato a cedere spazio al privato. E lo ha fatto nel momento giusto e nel posto giusto: Roma, dove salute dei corpi e delle anime spesso sono amministrate dalle stesse persone. Il resto è venuto seguendo la sua regola: “Chi ha denaro ha vinto”.

Basso di statura e impettito nel modo di fare – l’imprenditore Giuseppe Ciarrapico lo chiama “Napoleone” – Tonino si è ritagliato nel 2008 un seggio alla Camera: eletto nelle liste Pdl, vanta una produttività bassissima e risulta assente sette volte su dieci, ma non perde un voto sulle questioni di giustizia. Alla guida dell’azienda ha preferito l’erede più giovane Giampaolo, 40 anni, ai gemelli Alessandro e Andrea, 41.

Da cinque anni Giampaolo è alla guida della Tosinvest e si è lanciato in tanti affari: nell’editoria dopo aver ceduto le azioni di “Unità” e “Riformista” ha in mano il quotidiano “Libero”; è produttore di spettacoli teatrali insieme a Maurizio Costanzo; ha rilevato società dall’Iri (Edindustria) per pubblicare libri d’arte che illustrano le case e uffici degli stessi Angelucci; allaccia rapporti con Finmeccanica e Fintecna. I soldi non gli hanno fatto perdere l’accento e anche nelle discussioni finanziarie usa un romanesco marcatissimo. Lo stesso evidenziato nelle intercettazioni delle inchieste pendenti da Velletri a Bari, per la quale ha trascorso un paio di settimane agli arresti domiciliari: “Stamo veramente in un Paese di m…”.

Carissima politica.
 Nel capoluogo pugliese è sotto processo per un appalto da 198 milioni di euro che avrebbe portato Giampaolo Angelucci, secondo l’accusa, a finanziare illecitamente con 500 mila euro la lista dell’allora presidente della Regione, Raffaele Fitto, oggi ministro degli Affari regionali. Dalle indagini emerge però una trasversalità di pagamenti: per i pm gli imprenditori avrebbero sovvenzionato l’Udc e allo stesso tempo i Ds. Ma anche Forza Italia e il Movimento monarchico italiano. E i pm baresi hanno mandato a Roma gli atti su 400 mila euro versati a Francesco Storace durante la campagna elettorale in cui tentò invano di farsi riconfermare alla guida della Regione Lazio, che ha una convenzione per una decina di strutture Tosinvest. Ora toccherà alla procura capitolina accertare eventuali illeciti su questi e su altri contributi rilevati dagli investigatori.

Palazzi e pretoriani. I segni della loro potenza sono molteplici. Anzitutto la dimora. Il primo investimento sono stati due appartamenti di 1.500 metri quadrati di fronte alla scalinata del Campidoglio, con due balconi che si affacciano su piazza Venezia: sono i piani nobili del cinquecentesco palazzo Muti-Bussi, ex proprietà Ferruzzi. E anche lì sembra che non si curino molto delle regole, almeno di quelle condominiali: uno dei loro vicini è il maestro Ennio Morricone, che in passato è stato costretto a rivolgersi a un legale per far rispettare l’invadenza dei nuovi residenti.
Ancora più spregiudicati sono i loro movimenti nel traffico, accompagnati da un piccolo esercito privato. Si tratta di vigilantes armati, usati come guardiaspalle, che viaggiano su Audi blu con vetri oscurati e lampeggiante. Il patriarca Tonino guida la sua Ferrari gialla e si fa seguire dall’auto blu dei pretoriani, pronti a usare la sirena. Un’anomalia: per legge le guardie giurate in Italia non possono tutelare le persone, mentre sirena e lampeggiante sono una gentile concessione del prefetto di Viterbo. Le motivazioni per cui ne è stato autorizzato l’uso restano misteriose.

Ma i pretoriani sarebbero stati protagonisti di ben altre imprese e due di loro rischiano di essere processati insieme ad Alessandro Angelucci. Li ha denunciati nel 2008 M. S., la moglie di Alessandro, subito dopo aver avviato un procedimento per separazione giudiziale, che è ancora in corso. La scena descritta è impressionante. L’auto con il lampeggiante che arriva sgommando e frena in mezzo alla strada, terrorizzando l’anziano autista della donna che diventa il bersaglio dei tre: Alessandro Angelucci e due dei bodyguard, con la pistola alla cintola.

M. S. scrive nella sua denuncia: “Le due guardie afferrano lo chaffeur, lo tengono fermo, mentre Angelucci lo aggredisce”. Lo scopo del raid è recuperare la vettura, lussuosa, assegnata alla moglie. Gli inquirenti hanno confermato questa ricostruzione, ritenendo però che non si tratti di rapina, ma di un reato meno grave: “esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone”. Un altro raid di Alessandro Angelucci e dei suoi guardiaspalle, come emerge dagli atti acquisiti dal Tribunale dei minorenni, si ripete in un ristorante in pieno centro dove la moglie sta mangiando insieme alla figlia. L’aggressione è violenta, ma intervengono il proprietario del locale e gli altri clienti che la salvano.

Il pm di Roma Fabio Santoni nel capo d’imputazione sottolinea come Angelucci con l’aiuto dei bodyguard “al fine di esercitare un preteso diritto, pur potendo ricorrere al giudice, si faceva arbitrariamente ragione da sé medesimo, mediante violenza consistita nell’aggredire fisicamente l’autista dell’ex moglie”. L’esposto presentato da M. S., assistita dall’avvocato Carlo Arnulfo, è stato inviato anche alla Questura perché avanza altri dubbi: “La condotta tenuta da questi due soggetti armati, seppur priva dei connotati di violenta aggressività che ha, invece, contraddistinto quella di mio marito, mi è sembrata incompatibile con i requisiti soggettivi richiesti per la licenza di porto di pistola, soprattutto in considerazione del fatto che episodi del genere potrebbero ripetersi con grave pericolo per la mia incolumità e quella dei miei familiari e collaboratori”.

Sulla scia dei divorzi. È l’epilogo di un lungo matrimonio. Alessandro Angelucci si era sposato nel 1994 e dalle nozze sono nati tre figli. Lei, giovanissima, rinuncia agli studi per dedicarsi anima e corpo al focolare, come impone la tradizione di famiglia. Ma è una donna abituata a pensare con la propria testa: chiede e ottiene un incarico da una delle società che fanno capo a Tosinvest. Poi verso il 2007 tutto cambia. Alessandro deve lasciare al fratello le cariche aziendali, il suo umore diventa nero e anche a casa – recitano i documenti della separazione – il clima peggiora. Nell’estate 2008 rompe con la moglie perché, si legge negli atti, ha una relazione con la figlia ventenne di un gioielliere di Riccione.

Da allora per l’ex signora Angelucci e i suoi tre figli è tutta una storia in salita, descritta nelle memorie processuali. Viene licenziata “senza un motivo”, alcuni uomini iniziano a pedinarla e controllarla. Infine il marito, approfittando di una sua assenza, entra nell’abitazione portandole via tutti i beni personali: vestiti, borse, pellicce, gioielli e in particolare un solitario del gioielliere Crivelli del valore di 290 mila euro che le aveva regalato in precedenza. Lei si sente abbandonata, conosce la forza delle relazioni del suocero. Ma per amore dei figli si fa coraggio e mette nero su bianco tutti i soprusi che ritiene di avere subito o che sono avvenuti davanti ai suoi occhi: un lungo elenco di rimostranze, compresi presunti illeciti penali e amministrativi, che in un caso sono già stati riscontrati dagli investigatori. Accusa l’uomo di tenere un comportamento vessatorio nei confronti dei figli: è intervenuto il Tribunale dei minori affidasndo il caso ai servizi sociali. Denuncia il mistero dei lampeggianti da polizia sulle autoblu: “Non è dato comprendere per quali motivi l’autorizzazione sia stata rilasciata dalla prefettura di Viterbo, nonostante mio marito sia residente a Roma e la domiciliazione a Viterbo di mio marito sia del tutto fittizia”. E mette in guardia investigatori e magistrati: “Mio marito ha sovente millantato conoscenze in altolocati ambienti politici (mio suocero è deputato, ma mio marito non si è mai riferito a lui) e capacità di condizionamento dei testimoni, questo, riferendosi alle consistenti capacità economiche della famiglia”.

Non è l’unica anomalia. Durante il procedimento giudiziale di separazione, in cui M. S. è assistita dagli avvocati Adriana Boscagli e Francesco Serrao, sono emerse altre ipotesi di irregolarità. Ci sarebbero scompensi tra la dichiarazione dei redditi presentata da Alessandro Angelucci e le somme di denaro versate mensilmente dalla Tonsinvest sul suo conto corrente. Tre anni fa l’imprenditore ha dichiarato al fisco un reddito netto di 325 mila euro. Ma in nove mesi (da gennaio a settembre 2008) in banca è affluita liquidità per oltre un milione e 600 mila euro, “per la gran parte derivante da società del gruppo Angelucci, delle quali si ignora la relativa imputazione contabile”. Anche l’ex compagna di Tonino, Annalisa Chico, si è rivolta alla procura denunciando un clima simile di pedinamenti, minacce e disattenzione nei confronti del figlio nato dalla loro relazione. E i pm di Roma si apprestano a chiedere il processo anche per l’onorevole patriarca.

Un boss in famiglia. Da quanto apprende “l’Espresso”, il fratello gemello di Alessandro, Andrea, vive in una grande villa dell’Olgiata dallo sfarzo hollywoodiano. E lì può accadere di incontrare Ciro Maresca, fratello della leggendaria Pupetta e più volte arrestato perché considerato dagli inquirenti uno dei capi della “nuova famiglia” di Castellammare di Stabia. In passato nella capitale gestiva il Destriero, il ristorante dove Renatino De Pedis, il “Dandi” della banda della Magliana, teneva i suoi incontri riservati. Ciro è il papà di Doriana Maresca, la compagna di Andrea Angelucci, dalla quale ha avuto due bambini. Nel romanzo familiare degli Angelucci, Andrea è descritto come il maggiore cruccio di papà Tonino, sempre preoccupato per il suo carattere impulsivo. Nei primi anni Novanta, proprio per questo motivo ebbe dei problemi con una pattuglia di carabinieri che lo avevano fermato a un posto di blocco. Quando la famiglia si trasferì nel nobile palazzo con vista sull’Aracoeli, Andrea si fece sistemare l’appartamento in stile Scarface: il bagno era una sala enorme rivestita interamente di marmo nero, compresa la grande vasca centrale. Adesso preferisce la privacy concessa dalla villona dell’Olgiata.

In comune con padre e fratelli ha la passione per il casinò: da oltre vent’anni gli Angelucci sono considerati degli habitué dei tavoli verdi di Montecarlo. Forse per scaramanzia da giocatori, negli anni Novanta le loro trasferte seguivano un rituale molto particolare. Andavano nel Principato con jet privati, volando da Ciampino a Nizza. Prima di partire, però, raggiungevano in auto il loro yacht ormeggiato a Civitavecchia: lì gli onnipresenti vigilantes prendevano dal bagagliaio alcuni zainetti dal contenuto misterioso, trattandoli con massima cautela, e li trasferivano nella cambusa. Poi il panfilo e il suo carico salpavano puntando dritti su Montecarlo, dove nel frattempo il jet aveva già trasferito la comitiva che attendeva al molo. Anche i soggiorni monegaschi erano scanditi da tappe precise, a partire dalla suite all’Hotel de Paris. In passato oltre alla roulette era prevista una visita per salutare alcuni dipendenti della Banca di Roma International. Un altro rito scaramantico, forse. Ricordi che risalgono all’età dell’oro, quando la massima di Tonino era infallibile: “Chi ha il denaro ha vinto”. Oggi invece l’imperatore è in affanno. E, come per la statua-colosso di Wojtyla che lui ha voluto, sotto la patina d’argento comincia a venire alla luce il bronzo.

Giampaolo Angelucci Giovanni Tagliapietra

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Trappola dei pm a Feltri

In 836 pagine di inchiesta poco sugli Angelucci, nulla su Libero
 di Franco Bechis 

Un solo episodio in 836 pagine. E riguarda un’intervista riparatoria pubblicata sulla cronaca romana del quotidiano Libero all’allora assessore regionale della sanità nel Lazio, Augusto Battaglia. È tutto qui il clamoroso utilizzo della propria potenza editoriale da parte di Giam

paolo Angelucci e del papà Antonio con cui secondo i giudici del Tribunale di Velletri i proprietari della Tosinvest avrebbero piegato alle proprie esigenze industriali la Regione Lazio e suoi principali esponenti. Non c’è altro per giustificare la messa in croce di Vittorio Feltri, direttore di Libero, e di Antonio Polito, direttore del Riformista (testata manco citata nell’ordinanza), come avvenuto all’indomani del clamoroso provvedimento…(…) L’episodio che riguarda il quotidiano diretto da Feltri risale al novembre 2007. Nel giorno di tutti i santi uscì un articolo di Chiara Buoncristiani in cronaca di Roma assai critico con l’Assessore alla Sanità del Lazio, Battaglia, che si sosteneva essere sull’orlo del licenziamento, scaricato anche dai Ds, principale par

tito di maggioranza. Gli Angelucci, editori di Libero, vivono di sanità e di convenzioni, e per loro l’assessore della Regione Lazio è una specie di santino: gli accordi in essere valgono qualcosa di più di 400 milioni di euro di fatturato. Eppure la proprietà quell’articolo manco lo lesse. Se ne accorse solo il giorno successivo, quando Battaglia, un po’ alterato, telefonò al vecchio Angelucci. Questo raccolse la protesta, cadde dalle nuvole, imprecò contro la giornalista che chissà da chi aveva saputo quelle notizie non vere, e promise di fare chiamare l’assessore dal vicedirettore del quotidiano, già capo della redazione romana, Giovanni Tagliapietra, per una eventuale rettifica. Il giorno dopo, due colonne basse in cronaca locale, è apparsa una intervista a Battaglia in cui l’assessore- a proprio rischio e pericolo (e infatti poi fu licenziato davvero) liquidava l’articolo del giorn

o precedente con un sarcastico «Io scaricato dai Ds? Ma và!». In centinaia di pagine di intercettazioni non c’è altro di esplicito su questa presunto utilizzo per scopi ricattatori e intimidatori di questa presunta potenza di fuoco editoriale. Non c’è una telefonata di un Angelucci al direttore di una delle due testate, non c’è una minaccia a chicchessia di utilizzare la propria forza editoriale per ottenere qualcosa in cambio. Lo dicono i pm, ma non c’è uno straccio di controprova. L’unico altro episodio che sfiora questo tema è in una telfonata fra padre e figlio Angelucci dopo una ispezione dei Nas alla loro clinica riabilitativa San Raffaele di Velletri. Lì il figlio spiega al padre che i carabinieri sono andati giù con la mano pesante con i dipendenti durante il sopralluogo. Il padre si adira, e propone di mandare il legale di famiglia, l’avvocato Guido Calvi, a denunciare l’episodio al comandante generale dei carabinieri, e nel caso anche a presentare una denuncia. Se tutto questo non avesse avuto effetto “chiamo Vittorio”. Ma si tratta di uno sfogo. E la chiamata non verrà mai fatta. Nemmeno un rigo pubblicato sul caso. Angelucci padre però non manda giù il maltrattamento dei suoi dipendenti. Chiede appuntamento al

ministro pro tempore della salute, Livia Turco, e si sfoga (intercettato) al telefono con la moglie, spiegando che il minsitro lo deve stare a sentire, altrimenti lui non sentirà più le lamentele sul trattamento riservato da Libero alla Turco. Beh, è tutto qui. Ripetuto (anche le intercettazioni) ben tre volte nell’ordinanza per dare più corpo al documento. Ma sono sempre gli stessi e unici episodi e le medesime parole. Ho letto tutte le 836 pagine dell’ordinanza del gip, e non ho trovato un granchè nemmeno sugli stessi patron della Tosinvest. Un’impressione che avevo già ricavato all’epoca dell’arresto di Ottaviano Del T

urco in Abruzzo, con un’inchiesta molto a tesi, ma assai priva di riscontri. Anche qui mancano del tutto. Si ingigantisce ad esempio un episodio che letto così farebbe finire in carcere pr e dirigenti di quasi tutte le aziende italiane. Alla vigilia del derby Roma-Lazio Angelucci jr si informa sulla lista degli invitati alla partita. Scopre che i biglietti riservati in tribuna sono stati tutti presi da familiari dei dirigenti Tosinvest. Si infuria: “non è per questo che li ho comprati”. E chiede di invitare politici, dirigenti pubblici per un favore di rappresentanza. Viene scambiato per corruzione. Tutte le domeniche si corrompe così…

fonte: http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1591404&codiciTestate=1

Gli affari, gli sms e le telefonate  «Non me dì che non ti voglio bene» EX Direttore libero Giovanni Tagliapietra

NTERCETTAZIONI/IL PORTAVOCE DI MARRAZZO INVIA UN MESSAGGINO DOPO UN INCONTRO IN REGIONE

Gli affari, gli sms e le telefonate
«Non me dì che non ti voglio bene»

Gli imprenditori contro il loro legale dopo un sequestro: Calvi? Me scoccia

Giovanni Tagliapietra_news_online_frosinone_intercettazioneLavinia Di GianvitoROMA — Contatti politici e non solo. Tenuti soprattutto da Antonio Angelucci, «capo indiscusso » della Tosinvest, secondo il gip. È lui a svolgere «un’azione di pressing sulla Regione, a elevati livelli politici, per isolare l’assessore alla Sanità Augusto Battaglia». Ed è sempre lui a organizzare l’azione «di contrasto » all’inchiesta.
Le pressioni 
È l’8 settembre 2007, padre e figlio sono furibondi dopo che i Nas hanno sequestrato le cartelle cliniche al San Raffaele di Velletri. Giampaolo accusa i carabinieri di aver minacciato i dipendenti.
Antonio: «Ma questo lo possiamo dire anche sul giornale, Paolo. E dire al comando generale: ma chi mandate in giro? Questo modo aguzzino da Gestapo da vecchio metodo a terrorizzare la gente…».
Giampaolo: «Il magistrato…». A.: «Cercando un’ipotesi di reato e chiedi al comando generale. Questo lo possiamo far fare a Vittorio. Capito? Siccome mo’, quando ha detto che c’è l’incontro con il maresciallo?» G.: «Ce l’hai in settimana, mi pare».
A.: «Allora martedì io vedo la Turco» G.: «Allora dillo anche a lei, perché dipendono anche da lei».
A.: «Vabbé, sarebbe opportuno che Claudio Ciccarelli dal sindacato me fa fare una nota o la fa lui».
G.: «Già fatta».
A.: «Dove mi dice appunto questi come hanno fatto, se sono intervenuti bloccando i servizi, bloccando i malati, tutti ‘sti c…
qua, minacciandoli che li mettono dentro se non parlano».
G.: «Stamo veramente in un Paese di m…».
A.: «Vabbé, ma fallo fa’ dar sindacato, capito? Co’ due testimoni, e dico ministro, ma nun po’ sentì un attimino questo. E poi voglio anda’ subito al comando generale oppure dal comandante del Nas e dirgli ma che succede? ».
L’11 settembre, i carabinieri annotano: «Antonio Angelucci dice alla moglie che sta andando dal ministro della Salute Livia Turco a cui farà vedere tutti i verbali che il personale ha scritto di come sono stati trattati dal Nas e gli dirà di chiamare il comando generale dell’Arma per farsi dire cosa sta succedendo». L’appuntamento era stato già concordato il 6 settembre, quando il ministro aveva telefonato all’imprenditore. Il 24 settembre «la segretaria passa Mauro Casanatta (presidente Aiop, l’associazione delle cliniche private) ad Antonio Angelucci, che dice di dire all’assessore Battaglia di fare la lettera, sostenendo che ad oggi non sono previste riduzioni. Angelucci più volte ribadisce che questa cosa l’ha richiesta anche il ministro Turco». Agli Angelucci interessa che non siano ridotti i posti letto del San Raffaele di Cassino, perché vogliono il riconoscimento della casa di cura come Istituto di ricerca scientifica.
La portavoce 
Il 21 luglio 2007 Serio Pasquantonio dice ad Antonio Vallone (ad della Tosinvest) che mercoledì avrebbe riunito tutti (forse un pranzo con Giovanni Zotta, direttore del ministero della Salute, ed Enrico Garaci, presidente del-l’Istituto superiore di sanità) e pure un amico comune ed ex fidanzato di Daniela Rosow (portavoce Tosinvest), ovvero il capo dell’ufficio legislativo del Mur che è un colonnello dei carabinieri (Paolo Narciso). Poi «Sergio domanda a Vallone se è stata Daniela a portare gli Angelucci dal ministro Mussi. Vallone dice di sì».
L’avvocato 
Dopo che il tribunale del riesame, il 17 ottobre, ha rigettato la richiesta di dissequestro di un immobile di Marino, Alessandro Angelucci si lamenta con il padre.
Alessandro: «…cioè si sono portate le carte a casa, ma che stamo a scherza’».
Tonino: «E li denunciate, cominciate a denuncia’ i magistrati». A.: «A me il giorno prima dai 1.700 pagine, ma non vi vergognate gli ho detto».
T.: «Calvi non chiacchierasse a voto, lui è l’avvocato, nun è capace, lasciasse l’incarico. Perché Calvi a me scoccia».
Gli incontri 
Il 6 settembre 2007 Antonio Angelucci chiama la segretaria e dice che alle 14 è a colazione con Del Turco (non si sa se sia Ottaviano). Il 26 l’imprenditore parla con un collaboratore di un pranzo tra Giuseppe Ciarrapico e un certo Ugo, soprannominato «Il secco»: si ritiene che sia Sposetti, il tesoriere del Pd. Angelucci, riferendo le parole di Sposetti, racconta: «Io me faccio… io so’ ‘na mignotta, me faccio incantà da lui?». Il 1˚ ottobre, l’imprenditore riceve la visita del senatore Domenico Gramazio. E più volte è citato nell’ordinanza l’ex senatore del Pd Giorgio Pasetto: Casanatta quel giorno risponde ad Antonio Angelucci che Pasetto «quella cosa l’altro giorno lui l’ha fatta». Ma al re delle cliniche interessa anche la cultura: il 23 luglio 2007 Giampaolo domanda al padre se ha parlato con Gigi Proietti». L’altro «dice che è tutto a posto e Maurizio (Costanzo) gli ha ridato la gestione della cosa» (il teatro Brancaccio).
Il messaggio 
Il 17 settembre 2007 Antonio Angelucci racconta a Casanatta dell’incontro con il presidente del Lazio Piero Marrazzo, che rassicura l’imprenditore, il quale punta a isolare l’assessore alla Sanità Augusto Battaglia. Casanatta spiega di aver ricevuto un sms da Nicola Zamperini, portavoce di Marrazzo. Il testo: «Poi non me dì che non ti voglio bene». Il 1˚ ottobre Casanatta riferisce ad Angelucci «che in merito alla riabilitazione, in relazione alla campagna stampa sui giornali non ha visto nulla di concreto. A richiesta riferisce che la campagna stampa è partita oggi sul Messaggero
e afferma che ne parlerà anche con Zamperini. Casanatta afferma che i Ds sono inc… a morte e dicono che Mario Di Carlo non farà più l’assessore alla Sanità e per loro al momento rimane Battaglia. Casanatta afferma di aver parlato con Lionello Cosentino, Giorgio Pasetto, Di Carlo… ».
I giornali 
Sono in corso le trattative per l’acquisto dell’Unità. Il 15 novembre 2007 Giampaolo telefona al padre dopo aver letto un lancio dell’Ansa: «Il comunicato dice che allora siccome non si fidano, questa è la sintesi, dobbiamo fare un comitato di saggi che dovrà vigilare». La discussione prosegue a lungo, con Giampaolo perplesso e Antonio sicuro di poter comunque decidere la linea del quotidiano attraverso il direttore che sceglierà. A quel punto il figlio gli obietta: «Qui non è Libero che c’hai Vittorio Feltri che li tiene in braccio e li caccia via». Il riferimento è ai giornalisti: secondo il gip, il re delle cliniche è solito fare pressioni sui propri quotidiani. Il 2 novembre 2007 chiede conto a Giovanni Tagliapietra, vicedirettore di Libero, di un articolo contro Battaglia.
A.: «Ha letto ieri l’articolo che ha fatto la … su Augusto Battaglia?»
T.: «Eh, ho visto, ho visto».
A.: «Com’è, come mai ‘sta signora ha fatto ‘st’attacco così viscerale?».
T.: «Non c’è nessun motivo particolare, penso, è così. Son quelle cose che capitano senza una logica secondo me».
A.: «E vabbé, chiamiamola. No, digli che io avrei piacere di sentire, diciamo così, spiegazioni in ordine all’attacco che ha fatto, se c’è un ordine, qualcuno gli ha detto qualcosa o quant’altro. O sta a fa’ la marchetta a qualcuno, tanto pe esse chiari».

06 febbraio 2009

Caso Angelucci/ Ecco le intercettazioni che coinvolgono Libero Direttore Giovanni Tagliapietra Online news

Nelle 836 pagine dell’inchiesta del gip di Velletri, Roberto Nespeca, che ha portato agli arresti domiciliari per Giampaolo Angelucci e alla richiesta di autorizzazione a procedere per il padre Antonio, parlamentare del Pdl, il giudice parla di “pressioni” esecitate dai re delle cliniche su Libero, quotidiano di cui sono editori, nella gestione dei loro interessi lobbystici, in particolare per ottenere “favori” dalla regione Lazio nel settore della sanità.Questo il passaggio delle intercettazioni relativo a quelle che, per il Gip, sono le pressione esercitate da Angelucci sul vicedirettore di LiberoGiovanni Tagliapietra. E’ il 2 novembre 2007:
Angelucci: «Ha letto ieri l’articolo che ha fatto la … su Augusto Battaglia?»
Tagliapietra: «Eh, ho visto, ho visto».
A.: «Com’è, come mai ‘sta signora ha fatto ‘st’attacco così viscerale?».
T.: «Non c’è nessun motivo particolare, penso, è così. Son quelle cose che capitano senza una logica secondo me».
A.: «E vabbé, chiamiamola. No, digli che io avrei piacere di sentire, diciamo così, spiegazioni in ordine all’attacco che ha fatto, se c’è un ordine, qualcuno gli ha detto qualcosa o quant’altro. O sta a fa’ la marchetta a qualcuno, tanto pe esse chiari».

Pochi giorni dopo, su Libero esce un’intervista “riparatoria” allo stesso assessore Battaglia.

Nelle intercettazioni c’è poi un altro passaggio, relativo al 15 novembre 2007, in cui Angelucci padre e figlio discutono del possibile acquisto de L’Unità. Giampaolo si mostra perlpesso, mentre Antonio si dice sucuro di poter decidere la linea del giornale attraverso il direttore che sceglierà; ma il figlio obietta: “Qui non è Libero, che c’hai Vittorio Feltri che li tiene in braccio (i giornalisti, ndr) e li caccia via”.

FONTE: http://www.affaritaliani.it/mediatech/intercettazioni-angelucci060209.html

Nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino

Nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino

E chi si perde è di Berlino. Non è difficile da capire.

Il nucleo dei trattati europei è chiaramente incompatibile e opposto alla nostra Costituzione. Non ci si può perdere nel centro di Bologna, a meno che non si sia di Berlino. Non è difficile da capire.

Chi dichiara di essere contro i trattati europei non può agire politicamente in contraddizione con ciò. Dunque non può dar vita ad alleanze con forze euriste continuando a dirsi sovranista. Non ci si può perdere nel centro di Bologna, a meno di essere di Berlino. Non è difficile da capire.

Chi vi avvicina invitandovi ad aderire a un progetto politico sovranista e poi stringe alleanze con forze euriste vi sta offendendo, perché delle due l’una: o ha pensato che siete citrulli, oppure immaginato che, una volta entrati, vi sareste lasciati sedurre dalla concessione di qualche miserando ruolo tale da convincervi a rimanere. Non ci si può perdere nel centro di Bologna, a meno di essere di Berlino. Non è difficile da capire.

Chi entra in un progetto politico sovranista, dichiarando dunque di essere contro i trattati europei, e subito dopo comincia a proporre nuovi temi, dai vaccini alle scie chimiche, è un mentecatto oppure un agente della Regina di Prussia. Non ci si può perdere nel centro di Bologna, a meno di essere di Berlino. Non è difficile da capire.

Chi, pur denunciando il disastro causato dall’adesione all’euro e all’UE, tuttavia rinuncia all’impegno politico, dimostra senza ombra di dubbio di tenere famiglia. Un’opzione legittima e degna di rispetto, ma non un esempio da additare. Non ci si può perdere nel centro di Bologna, a meno di essere di Berlino. Non è difficile da capire.

 
Chi, pur essendo sovranista, sostiene che non è ancora tempo di agire politicamente perché i tempi non sono maturi, è come quel barbiere che scrisse sotto l’insegna del suo negozio “oggi si paga domani no“. Non ci si può perdere nel centro di Bologna, a meno di essere di Berlino. Non è difficile da capire.

La grande caccia al “tesssòro dei sovranisti”

I sovranisti hanno un tesoro (anzi: un tesssòro) costituito dalla verità storica dei fatti e da quella, molto concreta, dell’agenda politica odierna fatta di circostanziate e documentate denunce della vera natura e ratio di Fiscal compact, bail-in, unione bancaria, acquisizioni estere, mosse geopolitiche. Sebbene i sovranisti siano politicamente ed elettoralmente ancora insignificanti, la realtà del disastro economico, politico e geopolitico in cui il paese è stato costretto dall’adesione acritica, da parte delle élites, al progetto leuropeista, rischia di tracimare dalle pur strettissime maglie del controllo sociale ingegnerizzato. Da ciò consegue che anche la sola ipotesi che una lista sovranista riesca a scendere in campo alle prossime elezioni politiche, ottenendo un risultato anche men che nullo elettoralmente, suscita inquietudine e spinge alla ricerca di contromisure preventive. Esaurite le cartucce della disinformazione, poiché la critica al progetto di devoluzione della sovranità nazionale nelle mani del grande capitale carolingio in cambio del controllo della marca italica promesso al capitalismo straccione nostrano (per altro sempre sub-iudice da parte dei potentati del nord) comincia a diffondersi, ora è il momento di passare ad altri metodi. Prima degli squadroni della morte ci sono altre opzioni, la prima delle quali è l’entrismo. A questo seguiranno limitazioni alla libertà d’espressione, l’infiltrazione dell’intelligence politica, qualche nuovo teorema giudiziario creato ad arte e infine, appunto, l’opzione squadristica. Il finale essendo, frattalicamente, una nuova marcia su Roma e un nuovo duce.
Non vi consoli l’idea che la Storia, ripetendosi, lo faccia in farsa, perché qui da noi la farsa c’è già stata.

L’entrismo

L’entrismo è una tattica che consiste nell’inquinare la coerenza del messaggio politico della controparte utilizzando due metodi: a) infiltrare i quadri dell’avversario con propri elementi e b) corrompendone parte dei leader con promesse di ricompense di vario genere, in modo esplicito o, più spesso, in modo ellittico, così da favorire mutamenti della linea politica. Tanto più efficaci risultano entrambi i metodi, quanto più si avvicina un importante appuntamento elettorale, fallendo il quale l’avversario politico viene ricondotto all’ininfluenza.

L’entrismo del primo tipo è più facile da praticare utilizzando elementi di forze politiche che, sebbene facciano parte della stessa tradizione del vero avversario politico, siano in realtà inglobate nel sistema di potere dominante. Sono, insomma, i macellai col grembiulino rosa, sul quale gli schizzi di sangue si vedono di meno. L’entrismo del secondo tipo fa leva sulle debolezze umane, cioè sul fatto che ai margini del sistema di potere dominante ci sono sempre singoli individui, o piccoli gruppi, che si sentono frustrati perché estromessi dal sistema di ricompense e, in virtù di ciò, tendono ad avvicinarsi all’opposizione reale nella speranza di ottenere un minimo di visibilià, ma sono sempre lèsti nel tornare all’ovile al primo richiamo dei cani pastore.

Ovviamente le tecniche entriste non si esauriscono in ciò, essendovene di ben più sofisticate da porre in atto nella malaugurata ipotesi che l’avversario politico riesca, a dispetto di tutto, a crescere e a diventare man mano più forte. Tuttavia, per il momento, possiamo limitarci a considerare solo quelle già esposte, proponendo qualche semplice contromisura.

La principale contromisura per una forza di opposizione reale è, ovviamente, quella di dotarsi di una struttura decisionale allargata e rigorosamente democratica, sì da impedire che le decisioni importanti siano prese da un singolo leader o da una ristretta cerchia. Corrompere qualche centinaio, o migliaio, di quadri nelle cui mani risieda il vero processo decisionale è molto più difficile che farlo con un singolo individuo o una ristretta cerchia. Una solida forza politica di opposizione reale, che non sia cioè un gatekeeper, ha tutto l’interesse a mettere mano, al più presto, alla democratizzazione del processo decisionale. Tuttavia, quando la forza di opposizione reale è ancora allo stato nascente, la scarsezza di quadri e militanti non consente questa opzione, ragion per cui non resta che affidarsi alla coerenza logica della linea politica. Anzi, quanto più si è lontani dalla possibilità di costruire una struttura decisionale larga e democratica, tanto più è necessario fare affidamento sulla coerenza e sulla logica nel costruire e portare avanti una linea politica. La situazione attuale delle forze sovraniste è, oggi, quella testé descritta. La linea politica deve dunque essere radicale, logica e coerente, soprattutto in vista di un appuntamento elettorale nel quale il risultato vincente non può certamente essere quello di avere la maggioranza, bensì assurgere, finalmente, a visibilità. Il vero obiettivo di una partecipazione alle prossime elezioni politiche essendo quello di lanciare un segnale verso il basso, dimostrando che una testa di ponte è stata conquistata e chiamando ulteriori forze popolari alla sua difesa.

Questo obiettivo non potrà essere raggiunto, né potrà essere difeso, se un eventuale successo elettorale sarà stato ottenuto sacrificando la radicalità e la coerenza logica della linea politica, e a maggior ragione se, cedendo alle lusinghe di alleanze con forze politiche e personaggi inaffidabili, parte degli eletti, per non dire tutti, una volta ottenuto lo scranno cambiassero bandiera.
Non ci si può perdere nel centro di Bologna, a meno di essere di Berlino. Non è difficile da capire.

Maltempo, sette morti e un disperso a Livorno. Il sindaco: “Città devastata. È emergenza nazionale”

Maltempo, sette morti e un disperso a Livorno. Il sindaco: “Città devastata. È emergenza nazionale”

Maltempo, sette morti e un disperso a Livorno. Il sindaco: "Città devastata. È emergenza nazionale"
I danni del maltempo a Livorno 

La perturbazione dalla Liguria si è spostata in Toscana, con un bilancio drammatico. Una bimba, i genitori e il nonno annegati in uno scantinato. Una vittima a Montenero. La zona travolta da una frana di fango e detriti. Allagamenti anche nel Pisano. A Roma violento temporale: strade allagate e rami caduti. Cessata l’allerta rossa in Liguria, nessun danno

  È drammatico il bilancio del temporale che durante la notte si è abbattuto su Livorno con frane e smottamenti: sette persone sono morte e uno risulta disperso. Lo hanno reso noto i vigili del fuoco. Le vittime sono una bambina, i genitori e il nonno, i quattro si trovavano nel seminterrato della loro villetta in via Sauro e non hanno avuto scampo, ha raccontato un testimone a RaiNews24. La quinta persona è deceduta in via Fontanella, a Montenero, sulle colline. Il corpo di un uomo di 64 anni è stato trovato in via Sant’Alò, dove erano si cercavano due dei tre dispersi: uno dovrebbe essere l’uomo trovato ora morto. I vigili urbani segnalano inoltre una vittima in un incidente stradale avvenuto durante il nubifragio. Trovato anche un settimo corpo ma per ora non si conoscono altri dettagli.
· ANNEGATI NEL SEMINTERRATO
Quattro vittime di Livorno erano nel seminterrato di una palazzina di inizio ‘900 e recentemente ristrutturata in via Rodocanacchi, vicino allo stadio. Nei pressi dell’edificio un piccolo torrente ormai completamente interrato ha rotto il ‘contenitore’ e le acque hanno invaso la palazzina. Il nonno, che viveva al primo piano è riuscito a recuperare una nipotina ma quando si è rituffato per salvare il bimbo più piccolo è deceduto. Drammatico il racconto di un vicino di casa.

Livorno, il vicino: “Con il nonno ho salvato la bambina, ma poi l’ho visto morire”

Una quinta vittima si registra a Montenero. Una sesta è un uomo deceduto in un incidente stradale vicino a Cecina. Nello stesso incidente è rimasto ferito un bambino di 12 anni con il padre.

· IL SALVATAGGIO
Una squadra di protezione civile della Pubblica assistenza di Livorno ha salvato, nella zona di Ardenza, un giovane che era rimasto per oltre mezz’ora aggrappato ad alcune canne di un canneto per fuggire dalla sua abitazione invasa dall’acqua del rio Ardenza che ha esondato allagando tutta la zona circostante. Il giovane è stato raggiunto praticamente a nuoto dai volontari della protezione civile che con l’ausilio di alcune manichette legate tra loro per metterlo in sicurezza e trasportarlo sul mezzo che lo ha definitivamente messo in salvo.

• NOGARIN: “È EMERGENZA NAZIONALE”
“Abbiamo chiesto e ottenuto lo stato di calamità”, “la situzione è drammatica”: lo ha riferito il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, in un’intervista a RaiNews24.

“Le onde di piena hanno fatto tracimare molti fiumi”, ha spiegato il primo cittadino, “molte famiglie sono state letteralmente travolte. L’allerta meteo non lasciava presagire quanto è accaduto”. Poi una nota polemica: “Non ci aspettavamo questa situazione perchè l’allarme dato dalla Protezione civile era arancione, invece ci siamo svegliati così”. “Dobbiamo smettere di gestire le situazioni per emergenze – aggiunge – invece dobbiamo porci su un piano di prevenzione”. Si poteva evitare? “Sì, se ci fosse stata prevenzione”. “Serve stato di allerta ai massimi livelli, non è più un’emergenza locale ma nazionale”, ha concluso il sindaco di livorno, invitando la protezione civile ad accorrere con mezzi da tutta italia.

Livorno, il sindaco Nogarin: “Un’onda d’acqua ha travolto tutto, città in codice rosso”

Nella notte tra le 2 e le 4 sono caduti sulla città di Livorno oltre 250 mm di pioggia. Un forte nubifragio che ha comportato l’esondazione di fiumi travolgendo la cittàI volontari delle Misericordie sono in azione, in particolare a Montenero, tra le zone più devastate dalle conseguenze del maltempo, con una colata di fango e detriti che ha invaso l’abitato e causato gravi danni, alla stessa sede e ai mezzi delle Misericordie.

Nubifragio Livorno, esonda il torrente Chioma

· IL MALTEMPO IN LIGURIA
È passata invece senza provocare danni in Liguria la perturbazione che ieri aveva portato la Protezione civile a emanare l’allerta rossa sulla regione. Nella notte si è diretta verso la Toscana. L’allerta rossa è decaduta alle 8, mentre permane gialla sul Levante ligure. Ha scaricato quasi tutta la sua potenza in mare e non ha portato danni significativi se non qualche allagamento nel Tigullio, in particolar modo a Chiavari e Rapallo, e Portofino. Dal punto di vista idrologico non sono segnalate variazioni significative del livello dei torrenti.

LE PREVISIONI

• PERTURBAZIONE IN TOSCANA
Terminata questa mattina l’allerta rossa in Liguria, adesso è la Toscana ad essere in ginocchio. Nelle prime ore di questa mattina a Livorno è caduta infatti pioggia di 3 mesi in sole 4 ore. La città è allagata. Si segnalano danni specie nella zona sud, con scantinati e strade invase dall’acqua e auto spazzate via.

Nel Pisano, a San Giorgio, quattro ragazze in auto rimaste bloccate in un sottopasso e rifugiatesi sul tetto del veicolo sono state messe in salvo dai vigili del fuoco. Nelle due città il comando regionale dei pompieri ha mandato rinforzi da Arezzo, Siena e Grosseto.

Allagamenti a Marina di Pisa, con strade non percorribili anche per la caduta di alberi e rami. Chiusi i sottopassi, in buona parte bloccati con auto rimaste in panne. Tutti i corsi d’acqua della provincia di Pisa hanno raggiunto il livello di guardia e sono sotto osservazione.

La Protezione civile di Firenze segnala l’allerta meteo, codice arancio, valida fino alle 23,59 di oggi nelle aree del Valdarno Inferiore, Bisenzio e Ombrone Pistoiese e Mugello, Val di Sieve e per tutto il territorio della Metrocittà.

“Sulla costa toscana morti e dispersi per il nubifragio. Vicino a tutta le città ferite. Alle 14 sarò a Livorno con la Protezione Civile”. Lo scrive il governatore Enrico Rossi su Twitter. Con Rossi ci sarà anche l’assessore toscano alla protezione civile Federica Fratoni.

• ROMA, A RISCHIO LAZIO-MILAN
Strade allagate, rami e cavi caduti a Roma a causa della pioggia forte che ha interessato per alcune ore la capitale.
Dalle 9 di questa mattina in circa quattro ore sono caduti oltre 100 litri di pioggia per metro quadrato: in alcune zone superati addirittura i 110 litri per metro quadrato. Chiuse stazioni della metropolitana e interrotti alcuni tratti a causa del maltempo.

Allagamenti in varie zone: da via del Mare, altezza sottopasso di Acilia, ai quartieri San Paolo e Nomentano. Chiusa temporaneamente via di Trigoria, all’altezza di via Giovanni Terranova, a causa della caduta di cavi elettrici.

Maltempo Roma, al Colosseo l’acqua trascina i cassonetti