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Rischia di finire in prescrizione l’accusa di morte come conseguenza di altro reato contestata a Domenico Colasanto, l’ex direttore generale della Asl di Bari imputato nel processo sulle presunte omissioni sulla sicurezza che avrebbero contribuito a causare la morte della psichiatra barese Paola Labriola.

La donna fu uccisa da un paziente il 4 settembre 2013 con 70 coltellate nel centro di salute mentale di via Tenente Casale, nel quartiere Libertà di Bari. La difesa dei familiari della vittima, costituiti parte civile, ha sollevato in aula la questione della prescrizione, che per il reato legato alla morte dovrebbe intervenire il 4 marzo, a sette anni e mezzo dal delitto e a quattro dall’inizio del processo. Al termine dell’udienza, i giudici hanno calendarizzato le prossime date fino alla sentenza, fissando quasi un’udienza a settimana, dal 20 gennaio al 25 febbraio.

Oltre a Colasanto sono imputate altre cinque persone, tra cui l’ex funzionario Alberto Gallo. Il pm Baldo Pisani contesta loro, a vario titolo, i reati di omissione di atti d’ufficio, falso e induzione indebita a dare o promettere utilità.

Nell’udienza di ieri Colasanto ha reso dichiarazioni spontanee, negando di aver costretto i suoi funzionari a falsificare i documenti di valutazione dei rischi e definendo l’omicidio della psichiatra come una “tragica fatalità”. Nel processo è costituita parte civile anche la Asl, citata nella doppia veste di responsabile civile. Per il delitto è già stato condannato in via definitiva a 30 anni di reclusione per omicidio volontario aggravato Vincenzo Poliseno, che sta scontando la pena in carcere.