AGI – Nessuna riapertura a Matteo Renzi da parte del Pd, dicono autorevoli fonti del Partito Democratico spiegando che “vengono assolutamente respinte le ipotesi di una riapertura all’ex premier”. Per i dem, quella dei renziani che nelle ultime ore stanno inviando segnali distensivi alla maggioranza e al partito di Nicola Zingaretti “è solo tattica” e “Renzi si è messo fuori giovedì dalla maggioranza, quando ha ritirato i ministri. Le parole del segretario Zingaretti di ieri sono chiarissime. Non bisogna aggiungere altro”, concludono.

E’ anche per fare chiarezza sulle voci che si rincorrono nelle ultime ore che, nel giorno in cui le ombre dei costruttori cominciano ad affacciarsi all’orizzonte pronte a dare una mano al presidente del Consiglio, Nicola Zingaretti riunisce i suoi deputati. E’ il primo passo di avvicinamento al momento della verità, quando all’inizio della prossima settimana il premier si presenterà al Parlamento per chiedere la fiducia.

Un percorso che Conte aveva annunciato sul finire dello scorso anno quando, davanti ai continui rilanci e alle bordate di Matteo Renzi, avvertì che se anche una sola forza politica di governo avesse ritirato la fiducia nel governo, il premier si sarebbe presentato in Parlamento. Una “sfida” l’aveva bollata Renzi che, da par suo, è andato a vedere il gioco di Conte, come in una partita a poker. E Conte, dopo aver tentato di ricucire andando incontro alle rivendicazioni renziane, ha deciso di tenere il punto e parlamentarizzare la crisi.

“Non una sfida, ma una necessità”, dice adesso Nicola Zingaretti che per primo, assieme a tutto il gruppo dirigente dem, aveva indicato la strada delle Camere al premier. E questo per una questione di “trasparenza”, di “chiarezza”, certo. Ma anche perchè, come viene spiegato da fonti parlamentari, c’era fra i partiti della maggioranza e negli esponenti di governo la consapevolezza che, se pure i “responsabili” o “costruttori”, che dir si voglia, non fossero a portata di mano, sarebbe bastato evocare la fiducia in Aula pr vederli apparire.

Non che questo processo sia stato lasciato alla spontaneità, alla fisiologia della politica dei palazzi. E’ servita la “maieutica” dei pontieri messi in campo dai dem nelle ore immediatamente successive alle dimissioni delle ministre di Italia Viva. Chè, come spiega Zingaretti, fino ai minuti immediatamente precedenti il Pd ha lavorato per una ricomposizione che sembrava a portata di mano, tanto che la scelta di Renzi ha sorpreso tutti  e per primo il segretario.

“Renzi mi ha sorpreso, perchè in questi mesi con lui ho lavorato e questo lo rivendico”, spiega Zingaretti soffermandosi anche sul tema della credibilità del leader Iv: “Già all’inizio di questo governo ha fatto una scissione e ora esce dall’esecutivo. Qualche problema uno se lo pone. Sarebbe sbagliato negare che un problema c’è”. Un problema che è molto presente in queste ore nel ceto dirigente del Pd nel quale vengono respinte le ipotesi, pure circolate, di una riapertura all’ex premier.

“Nessuna voglia di vendetta o di rivalsa”, dice comunque Zingaretti. Parole che sono una risposta a chi sostiene che a muovere il Pd sia unicamente il livore nei confronti dell’ex sindaco di Firenze. Non è questo, assicurano dirigenti Pd elencando una volta di più la lunga serie di “piroette” compiute dall’ex rottamatore, a cominciare dalla scissione consumata a poche ore dal varo del governo Conte II, per arrivare all’ultimo strappo sul quale nemmeno il vice segretario Andrea Orlando, già ministro della Giustizia del governo Renzi, è riuscito a trovare una spiegazione.

“Il Mes? E’ una delle argomentazioni addotte a questa crisi. Ma non tiene conto del fatto che il risparmio che il Mes può comportare rischia di essere compromesso dalla crisi di governo che fa aumentare lo spread. Basta considerare che in un solo giorno si sono bruciati 8 miliardi“.

Questo mentre dagli esponenti di spicco di Italia Viva arrivano segnali che possono essere letti come tentativi di apertura nei confronti del governo e del Pd in particolare. Teresa Bellanova ricorda che “con il Pd siamo accomunati da tante cose”; Luciano Nobili fa sapere che “se si affrontano le cose nel merito Italia Viva c’è”; e sulla fiducia a Conte, Davide Faraone assicura che “Italia Viva si distinguerà da Salvini”.

D’altra parte, come segnala Orlando, “Il Pd riceve segnali di disponibilità e di attenzione da parte di molti parlamentari, vediamo se questo consentirà di mantenere una maggioranza a questo governo. La prova del nove sarà in Parlamento”. Quello che è certo, e Orlando lo spiega chiaramente, è che “si può evitare una crisi con un voto in più, ma non si può certo governare con un voto in più”.

Per questo, il vice segretario richiama la necessità di calare la “disponibilità” dei costruttori all’interno di una “cornice politica e con una valutazione del quadro politico ed europeo”. L’alternativa a questo? Per i dem rimangono le elezioni anticipate. Da evitare fino all’ultimo, sarebbero “un salto nel buio”. Ma, almeno in questo momento, sarebbero l’unica strada alternativa a un governo guidato da Giuseppe Conte.

Il nome del premier, ha ripetuto Zingaretti anche nelle ultime ore, “è dirimente”. Da lì non ci si muove e questo riduce di molto il ventaglio delle ipotesi di soluzione della crisi. Non per questo, tuttavia, il Pd è disposto ad accettare tutto, “su questo abbiamo già dato”, e consapevole del nuovo ruolo acquisito dal suo partito, Zingaretti lancia un avvertimento a Conte e agli alleati, quelli attuali e quelli che potrebbero materializzarsi sotto forme diverse: “Andare alle urne non lo vuole nessuno nell’arco costituzionale, ma se vogliamo andare avanti bisogna spingere per il rinnovamento senza aprire fasi che sarebbero drammatiche nel rapporto con il Paese”.

Avanti per il Pd significa sì il Recovery Plan, il piano vaccinale, la lotta al virus e la ripresa economica. Ma significa anche riforme come quelle che si sono arenate al tavolo chiesto, ottenuto, convocato, ma fermo da mesi a Palazzo Chigi. Orlando lo ricorda dicendo: “Resta un capitolo importante che riguarda le riforme. Pubblica amministrazione, giustizia e concorrenza. Su questi tre capitoli faremo le nostre proposte. L’attenzione del Pd da questo momento in poi è migliorare il recovery nel confronto con la società italiana”.