AGI – Un vertice di maggioranza ha certificato che al momento non ci sono sostanziali novità, che sui numeri si naviga a vista. In un incontro durato neanche un’ora si è decisa la formula tecnica da utilizzare alla Camera e al Senato in occasione dell’intervento del premier Conte.

“Approveremo le conclusioni del presidente del Consiglio e poi vediamo che succede”, dice un ‘big’ della maggioranza. C’è, però, preoccupazione sulla tenuta. I 161 sì non serviranno ora, ma sullo sforamento di bilancio e per esempio sul ‘Recovery’.

Il governo, dunque, qualora superasse i voti dell’opposizione, proseguirebbe nella navigazione ma sono tanti – osserva un ministro – i governi che sono andati avanti con la maggioranza relativa. Tra questi quello guidato da Berlusconi che dopo la rottura con Fini arrivò a prendere 314 sì alla Camera per approvare la manovra successivamente e lasciare poi il campo dopo un anno a Monti. A Montecitorio quell’esecutivo a guida Berlusconi ce la fece per tre voti: 314 a 311, con due astenuti. “I governi nascono e muoiono in Parlamento”, osserva la stessa fonte.

E dunque nessun ripensamento, “possiamo andare avanti. È la Costituzione a certificarlo”. Sarà una guerra di numeri ma la prova di forza è destinata a prolungarsi nei prossimi giorni, con la maggioranza che tenterà di sfilare altri pezzi renziani e ad attirare i ‘Responsabili’.

Il premier si accinge ad andare alla conta alla Camera e al Senato ma il centrodestra, qualora i numeri a sostegno del governo dovessero essere risicati, salirà sulle barricate. Ma la decisione del Capo dell’esecutivo di non dimettersi fa intendere che il premier punta ad evitare anche un ‘Conte ter’.

I Responsabili avevano indicato al presidente del Consiglio il percorso: dimissioni e con il nuovo governo entriamo in maggioranza. Ma le trattative su un nuovo esecutivo sono ‘congelate’, mentre il centrodestra continua a ‘blindare’ Udc e i malpancisti azzurri.

Per Meloni l’unica alternativa è il voto, “ma se il centrodestra dovesse proporre un esecutivo di unità nazionale – spiega una fonte di Iv – si creerebbero le condizioni per un nuovo governo”. Nel fronte rosso-giallo è il momento di stringere sui numeri. Nella lista di coloro che stanno lavorando al ‘dossier’ c’è la Lonardo, il ‘capitano’ De Falco, nell’elenco pure l’ex M5s Di Marzio. Ancora non sicuri gli ex pentastellati Martelli, Ciampolillo e Drago che, al pari dei renziani, potrebbero astenersi mentre Giarrusso avrebbe detto che voterà no alla fiducia.

E potremmo – dicono i più ottimisti – ancora convincere i centristi. I conti si aggiornano di ora in ora, minuto dopo minuto. Si parte da 151-152, sugli altri eventuali voti aggiuntivi solo punti interrogativi. A palazzo Madama, per esempio, c’è il problema di un assente sicuro del Movimento 5 stelle che è indisponibile. Verrà di sicuro l’ex premier Monti, ma non è ancora certo che ci saranno i senatori a vita Segre e Rubbia.

In ogni caso il problema dell’asticella è legato ad una fiducia ‘politica’, non numerica, perché è vero che il governo non deve raggiungere i 161 ma nella maggioranza c’e’ la convinzione che se ad essere decisivi saranno i senatori a vita si aprirà comunque una grossa crepa.

“Il Capo dello Stato – osserva un ‘big’ del fronte rosso-giallo – vuole che ci sia l’autosufficienza dei gruppi parlamentari, non altri aiuti”. Al momento Pd, Leu e M5s sono schierati al fianco del premier Conte. E continuano ad attaccare Renzi. Ma non sono pochi i ‘big’ pentastellati e dem che nutrirebbero forti perplessità sulla strategia del premier.

Già lunedì il primo passaggio alla Camera non dovrebbe rappresentare una strada in discesa, al netto delle assenze, alcune giustificate e altre meno, che potrebbero essere determinanti sul peso del pallottoliere. Per la maggioranza ci sarà un voto in più, quello di Rostan, che ha lasciato Italia viva.

Sabato ad abbandonare il fronte renziano è stato De Filippo, possibile che domani ci sia anche un altro addio, visto che si dà per certo l’approdo di un altro deputato (si fa il nome di D’Alessandro) e di tre senatori. Renzi, però, è convinto che riuscirà a tenere i suoi, ha moltiplicato gli appelli all’unità.

Il fronte renziano a palazzo Madama dovrebbe quindi astenersi, ma la partita potrebbe riaprirsi nei giorni successivi all’intervento del presidente del Consiglio. Non sono pochi gli esponenti di Iv che – riferiscono fonti parlamentari – chiederanno al proprio leader di tentare la carta dell’avvicinamento alla maggioranza o magari anche quella dell’appoggio esterno. Il timore di diversi deputati e senatori è quello di essere schiacciati all’opposizione e considerati alla stregua di leghisti e FdI.