PESCARA . Antonio Russo come Giulio Regeni. Il giornalista abruzzese come il ricercatore friuliano: entrambi torturati e assassinati. Ed entrambi al centro di storie rimaste un mistero. Ma l’omicidio…
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PESCARA . Antonio Russo come Giulio Regeni. Il giornalista abruzzese come il ricercatore friuliano: entrambi torturati e assassinati. Ed entrambi al centro di storie rimaste un mistero. Ma l’omicidio dell’inviato di Radio Radicale si consuma in Cecenia molti anni prima rispetto al delitto avvenuto in Turchia del giovane ricercatore dell’università di Cambridge. Di cui tutti in Italia continuano a parlare, si indignano e si domandano perché è accaduto. Mentre di Russo l’Abruzzo, il suo Abruzzo, sembra aver perso la memoria. Oggi è l’anniversario della sua morte. Ma non sono previste commemorazioni.
Lo ricorderà invece Radio Radicale, come annuncia al Centro Alessio Falcono, anche lui abruzzese di Taranta Peligno, e direttore dell’emittente radiofonica creata da Marco Pannella. Falconio racconterà Russo attraverso la voce dello stesso giornalista e i suoi reportage dai luoghi di guerra.
E’ il 16 ottobre del 2000, esattamente 17 anni fa, quando Antonio Russo, nato a Chieti, il 3 giugno del 1960, viene ucciso a Tbilisi, in Georgia, in circostanze mai purtroppo chiarite. La notizia arriva però solo il giorno dopo in Italia, e ai suoi familiari di Francavilla al mare. Russo era un giornalista freelance e reporter di Radio Radicale. Non aveva paura di nulla, neppure di raccontare storie dall’Algeria, durante gli anni della repressione, dal Burundi e dal Ruanda, dov’erano in corso guerre sanguinarie. E poi ancora dall’Ucraina, dalla Colombia e da Sarajevo. E, come inviato di Radio Radicale, dal Kosovo dove, unico giornalista occidentale presente durante i bombardamenti della Nato, raccontò al mondo, nel 1999, le atrocità della pulizia etnica contro gli albanesi kosovari. In quel periodo , Russo chiamò anche la redazione del Centro dopo essere stato protagonista di una rocambolesca fuga dai rastrellamenti serbi, unendosi a un convoglio di rifugiati kosovari diretto verso il confine con la Macedonia. Quel confine attraversato da Tir carichi di armi e profughi. Le cronache di allora raccontano che Russo raggiunse Skopje a piedi, e che di lui non si ebbero notizie per due giorni, nei quali venne dato per disperso. Ma neppure quella esperienza drammatica spense la sua voglia di sapere e di far conoscere. Fu ucciso un anno dopo, durante la notte tra il 15 e il 16 ottobre del 2000, in Georgia, dove era andato, sempre come inviato di Radio Radicale, per documentare la guerra in Cecenia. Il suo corpo venne ritrovato, con segni di tortura, ai bordi di una stradina di campagna a 25 km da Tbilisi. Perquisita dalla polizia georgiana, la sua abitazione fu trovata a soqquadro, mentre il telefono satellitare, il computer, la videocamera e il materiale da lui raccolto sugli eccidi in Cecenia, era misteriosamente sparito. Tante dunque le analogie con il caso Regeni.
Le indagini della procura di Roma, misero subito in collegamento l’omicidio di Russo con le sue inchieste giornalistiche. L’inviato di Radio radicale, infatti, aveva parlato durante un reportage di una videocassetta contenente torture e violenze dei reparti militari russi ai danni della popolazione cecena. E aveva raccolto prove dell’uso di armi illegali contro bambini ceceni, con pesanti accuse di responsabilità del governo di Vladimir Putin. Ma tutto è rimasto un mistero. Come lo è ancora per Regeni. Solo che di Antonio, «un eroe dimenticato», dice al Centro lo zio avvocato, Marcello Russo, nessuno parla più in Abruzzo. Lo ricorderà invece, con affetto Radio Radicale che oggi, dice Falconio, celebrerà l’anniversario durante i notiziari. E poi, nella notte, con una programmazione che riproporrà tappe salienti del suo lavoro.
«Da mezzanotte fino all’alba», annuncia al Centro il direttore dell’emittente radicale, «lo ricorderemo mandando in onda la sua voce durante le missioni in Africa, dove lui è stato prima in Ruanda e poi in Algeria, quindi nella ex Jugoslavia e poi in Siberia, Kosovo e infine in Georgia. Se torno indietro nel tempo, a 17 anni fa», dice infine Falconio, «penso al giorno in cui ci arrivò la notizia della morte di Antonio. Lo venimmo a sapere 24 ore dopo, il 17 ottobre. Ecco perché abbiamo scelto questa notte per risentire la sua voce. Sarà come averlo ancora con noi alla ricerca della verità a tutti i costi. Anche se il prezzo da pagare era la vita». (l.c.)