Un futuro da robot  

Tutti gli esperti che analizzano con un minimo di serietà le conseguenze dell’automazione e della diffusione dell’intelligenza artificiale all’interno del mondo del lavoro, prefigurano un futuro a tinte fosche per le nuove generazioni di lavoratori, che si ritroveranno a combattere una “battaglia” senza speranza di successo con sempre nuove generazioni di robot assai più performanti di loro….

Lo pensa perfino Merrill Lynch, quando afferma che fino al 47% dei lavori attualmente compiuti negli Stati Uniti può essere automatizzato. Le auto autonome potrebbero far sparire i tassisti, ma lo stesso vale per i magazzinieri, per chi lavora nei fast food, per le cassiere degli ipermercati e l’elenco potrebbe essere lunghissimo. I “nuovi” lavori creati recentemente per assorbire i lavoratori espulsi dal mercato, di contralto sono pochi e scarsamente retribuiti, del tutto insufficienti a risolvere il problema.
Come se non bastasse negli ultimi 40 anni i compensi dei lavoratori, che prima crescevano di pari passo con la produttività, hanno smesso di crescere, mentre la produttività è di fatto raddoppiata, facendo sì che chi ancora lavora produca sempre di più ma guadagni (in termine di potere d’acquisto) sempre di meno.
Semplificando al massimo la questione, nei prossimi decenni chi gestisce sorti della “società del progresso” si troverà di fronte ad un bivio di portata epocale.
O ripensare radicalmente il modello della società attuale, svincolando il reddito dei cittadini dal lavoro, attraverso nuove forme di reddito di cittadinanza. Oppure rinunciare al “sogno” della società della crescita infinita, dal momento che almeno la metà della popolazione si ritroverà impossibilitata a consumare, poiché priva di un reddito che le permetta di farlo.
Sempre che nei “piani alti” non abbiano già previsto per tempo di usare il metodo Malthus, ma la crescita infinita anche in questo caso sarebbe pregiudicata comunque.

Al di là del bene e del male.(Friedrich Nietzsche)

Non sopporto più il verde della felicità da pascolo delle greggi umane.
Occorre sbarazzarsi del cattivo gusto di voler andare d’accordo con tutti. 

Le cose grandi ai grandi, gli abissi ai profondi, le finezze ai sottili e le rarità ai rari. 

Al di là del bene e del male.(Friedrich Nietzsche)

 

Pubblicato da Aldo Vincent 01:23 1 commento: 

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sabato 21 gennaio 2017

Fake news

La fabbricazione della normalità

Davide 20 gennaio 2017 AttualitàNotizie dal MondoOpinione 9 Commenti 2,909 Viste

DI CJ HOPKINS
counterpunch.org
Della propaganda mediatica in democrazia

Non sarà sfuggito a nessuno che il postulato democratico afferma che i media sono indipendenti, determinati a scoprire la verità e a farla conoscere ; e non che essi passano la maggior parte del tempo a dare l’immagine di un mondo tale che i potenti desiderano che noi ci rappresentiamo, che sono in una posizione d’imporre la trama dei discorsi, di decidere ciò che il buon popolo ha il diritto di vedere, di sentire o di pensare, e di “gestire” l’opinione a colpi di campagne di propaganda. – Noam Chomsky Edward Herman – “La fabbricazione del consenso”

Intorno alla metà di novembre, a seguito della disfatta di Hillary Clinton (cioè all’inizio della fine della democrazia), i sedicenti Guardiani della Realtà, meglio conosciuti con il nome di “media” gestiti dal mondo degli affari, hanno lanciato una campagna mondiale di marketing contro il malefico e perfido flagello delle “fake news”. Questa campagna ha attualmente raggiunto lo stadio di isteria. I media dell’insieme dell’Impero diffondono quotidianamente degli avvertimenti terrificanti sulla minaccia imminente ed esistenziale contro le nostre libertà, la minaccia delle “post verità” .
Ciò non riguarda solo la diffusione di disinformazione, di propaganda, ecc., che dura da migliaia di anni… La Verità in sé è sotto attacco. Le basi stesse della Realtà tremano.

Chi c’è dietro questa minaccia di “fake news “? Certamente Putin, naturalmente, ma non soltanto Putin. Questo sembra essere il lavoro di una vasta cospirazione di tipi virulenti anti-establishment, di estremisti di destra, di estremisti di sinistra, di pensionati libertari, di socialisti da salotto, di Sandersnisti, di Corbynisti, di terroristi ontologici, di apologeti del fascismo, di giovani ragazzi emarginati anti- globalisti maleducati, e di tutta una varietà di persone che odiano la Clinton.
Fortunatamente per noi, i media aziendali sono impegnati a fondo sulle tracce di questa banda di scellerati. Come indubbiamente saprete, il Washington Post ha recentemente pubblicato un articolo sensazionale di giornalismo investigativo, di livello Pulitzer, che diffama spudoratamente centinaia di pubblicazioni alternative (come quella che state leggendo) trattandole di “venditori ambulanti della propaganda russa.” L’articolo, un classico lavoro diffamatorio in pieno stile McCarthysta, scritto da Craig Timberg, si basa su asserzioni infondate e paranoiche fatte da coloro che Timberg qualifica, senza ironia, come “due gruppi di ricercatori indipendenti”: il The Foreign Policy Research Institute, un gruppo di osservanza anticomunista di basso livello, ed un sito anonimo, Propornot.com, di cui nessuno aveva mai sentito parlare prima della sua comparsa improvvisa su Internet nell’agosto scorso, e che, sulla base del contenuto dei suoi tweets ed e- mails, sembra essere gestito da Beavis e Butthead.
Il Washington Post si è buscato alcune palle roventi per aver preso questa coraggiosa posizione “pro-Verità” contro le forze putiniste della confusione e della disinformazione. Una ridda di pubblicazioni pericolosamente estremiste, come CounterPunch, The Intercept, Rolling Stone, The Nation, The New Yorker, la rivista Fortune, Bloomberg e US News & World Report, hanno fustigato il Washington Post per le sue pratiche giornalistiche “pasticciate”, “discutibili” o di basso livello. Il Post naturalmente sostiene il suo pupillo e si rifiuta di scusarsi per aver difeso la democrazia, come ha fatto per tutto il percorso della sua storia, quando ha denigrato Gary Webb in rappresaglia per aver rivelato la connessione CIA-Contras, più o meno distruggendo la sua carriera di giornalista, o quando ha apertamente sostenuto Hillary Clinton durante la sua terribile campagna, pubblicando com’è noto sedici articoli negativi su Sanders in sedici ore, o quando ancora ha pubblicato un certo articolo su come la Clinton avrebbe potuto essere stata avvelenata da agenti segreti di Putin… e questi non sono altro che alcuni degli articoli più noti.
Ma non voglio ridurre la mia lucidità col Washington Post, o con il suo caporedattore, Marty Baron, che è chiaramente un prototipo dell’etica giornalistica. Anche il resto dei media aziendali hanno impietosamente montato il trambusto delle “fake news”, l’isteria della “propaganda di Putin” e della “normalizzazione del fascismo”, picchiando come matti sul tamburo del momento «post-verità». Il Guardian, il New York Times e gli altri, la radio pubblica, i socialnetworks, il coro dei media rimbalzano il messaggio in una perfetta sincronia. Quindi cosa sta succedendo veramente?

Come ho già suggerito prima, ciò che stiamo vivendo è la patologizzazione (o “l’anormalizzazione”) del dissenso politico, cioè la stigmatizzazione sistematica di tutte le forme di non rispetto del consenso neoliberista. Le distinzioni politiche come “sinistra” e “destra” scompaiono e vengono sostituite da distinzioni imponderabili come “normali” e “anormali”, “vere” e “false”, “reali” e “inventate”. Tali distinzioni non si prestano all’argomentazione. Ci vengono offerte come delle verità assiomatiche, dei fatti empirici che nessuna persona normale si sognerebbe mai di contraddire.
Al posto di filosofie politiche concorrenti, l’intellighenzia neo-liberista offre invece una scelta semplice, “normale” o “anormale”. Il concetto di “anormale” varia a seconda di chi o cosa viene stigmatizzato. Oggi, è “Corbyn l’anti-semita”, domani, sarà “Sanders, lo sporco razzista”, o “Trump il candidato manchuriano” , o qualunque altra cosa. Che la diffamazione stessa sia indiscriminata (e, in molti casi, completamente ridicola) favorisce l’efficacia di una strategia su larga scala, che è semplicemente di “anormalizzare” l’obbiettivo e ciò che esso rappresenta. Non fa alcuna differenza che si venga trattati di razzista, come Sanders lo è stato durante le primarie, o di antisemita, come lo è stato Corbyn, o di fascista, come Trump lo è stato costantemente, o di mercante di propaganda russa, come Truthout, CounterPunch, Naked Capitalism e un certo numero di altre pubblicazioni lo sono state… Il messaggio che passa è che sono in qualche modo “non normali”.
Perché è diversa dall’impiego spudorato, da parte della stampa, la diffamazione che essa esercita fin dalla sua invenzione? Beh, aspettate ,ché ve lo dirò. È soprattutto una questione di parole, in particolare di opposizioni binarie come “reale” e “falso”, “normale” e “anormale”, che sono, ovviamente, essenzialmente prive di significato… essendo il loro valore puramente tattico. Cioè, non significano niente. Sono delle armi dispiegate da un gruppo dominante per imporre la realtà del consenso. Ecco come vengono utilizzate in questo momento.
Le opposizioni binarie senza significato che l’intellighenzia neo-liberista e i media corporativi utilizzano per soppiantare le filosofie politiche tradizionalmente contrarie − oltre a stigmatizzare una diversità delle fonti di informazioni e di idee non conformi − ristrutturano anche la nostra realtà del consenso come territorio concettuale nel quale ogni persona pensante, scrivente o parlante di fuori dal mainstream è considerato come una sorta di “deviante”, o di “estremista”, o qualsiasi altra forma di reietto sociale. Ancora una volta, poco importa la devianza, poiché è l’uso della parola “devianza” che è importante.
Di fatti, è il contrario della devianza che risulta importante. Perché è così che viene fabbricata la “normalità”. Ed è così che la realtà del consenso nel suo insieme viene realizzata… ed così che il processo di costruzione viene nascosto. Scusatemi di suonarvela alla Baudrillard, ma è in questo modo che funziona il trucco.

L’attuale ossessione dei media di fronte alle “fake news” nasconde il fatto che non esiste la “vera notizia” e produce simultaneamente delle “vere notizie”, o piuttosto la loro apparenza. Questo si realizza attraverso la modalità dell’opposizione binaria (cioè, se delle “false notizie” esistono… allora, ipso facto, esistono le “notizie vere”). Allo stesso modo, l’accento posto sul “non normalizzare Trump” nasconde il fatto che non c’è nessuna “normalità” e simultaneamente concretizza una “normalità”… che non può essere che una sola in apparenza.
Allo stesso modo, la stigmatizzazione di Trump come un moderno Hitler o Mussolini, o qualsiasi altro tipo di dittatore fascista, nasconde il fatto che gli Stati Uniti siano già virtualmente un sistema a partito unico, con la proprietà concentrata e il controllo dei mezzi di comunicazione, una forza di polizia militarizzata ed onnipresente, un’applicazione arbitraria dello Stato di Diritto, il mantenimento di uno stato di guerra più o meno permanente e molte altre caratteristiche standard dei sistemi di governo autoritario. In più, questa proiezione di “fascismo” evoca, o produce, il suo contrario, “la democrazia”… o una parodia della democrazia.
Questa parodia neo-liberista di democrazia, di normalità e di realtà, è quello che i media aziendali e tutta l’intellighenzia neo-liberale, cercano disperatamente di consolidare in questo momento, perché hanno preso un gran batosta con questo pasticcio elettorale. Trump non avrebbe dovuto vincere. Era previsto fosse un altro uomo di paglia hitleriano da cui i neo-liberal potevano salvarci tutti, ma poi, beh guardate cosa è successo. Il problema per le classi dirigenti neo-liberal, i grandi media mainstream e i liberisti in generale, avendo puntato tutto sull’immagine di Trump/Hitler, è che invece ora sono costretti pur tuttavia a continuare, cosa che diventerà sempre più strana quando Trump si rivelerà non essere Hitler, ma soltanto un altro plutocrate repubblicano, seppur con nessuna esperienza di governo e assistito da alcuni cattivi giornalai certificati. Sono sicuro che Trump vorrà aiutarli, (i suoi “nemici” neo-liberisti), con alcuni tweets razzisti o eventualmente misogini, poiché avrà bisogno di mantenere la sua nicchia di “classe operaia bianca”, almeno fino al lancio della sua “guerra contro l’islam”.
Qualunque cosa accada, possiamo tutti aspettarci una seria patologizzazione del dissenso nel corso dei prossimi quattro anni (o anche otto). E non mi riferisco a Trump e ai suoi cattivi ragazzi, anche se sono certo che non tarderanno su questo punto. Mi riferisco ai nostri amici nei media aziendali, come Marty Baron e la sua macchina di diffamazione, ai Guardiani della Realtà del New York Times, del Guardian e di altri “giornali di buonacreanza”. WNYC già trasmette un programma quotidiano: “discesa verso il fascismo”. E naturalmente, la sinistra neoliberal, Mother Jones, The Nation, e anche The New York Review of Books, ecc. (semplicemente non ce la fanno più a smettere su questa storia di Hitler), controlleranno ogni pensiero per garantire che il fascismo non si normalizzi… Cosa che, grazie a Dio, non dovrebbe mai accadere. Chissà come potrebbe finire l’America? A torturare gente? Ad attaccare altri paesi che non costituiscono alcuna minaccia? Ad imprigionare persone a tempo indeterminato nei campi? Ad uccidere chiunque considerato dal Presidente come un “terrorista” o un “combattente nemico” con la tacita approvazione della maggioranza degli Americani? A monitorare le chiamate telefoniche di tutti, le e-mails, i tweets e le abitudini di lettura e di navigazione sul Web?

Immaginate l’illusione in cui vivremo tutti… se delle cose così fossero considerate come “normali”.

C.J. Hopkins
Fonte: www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/2016/12/06/manufacturing-normality/

Pubblicato da Aldo Vincent 11:40 Nessun commento: 

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sabato 14 gennaio 2017

SE GOOGLE E’ STATA L’INVENZIONE PIU’ IMPORTANTE
PER L’UMANITA’ DOPO LA STAMPA A CARATTERI MOBILI
la Rivoluzione di Mao non avrebbe prodotto la Cina di oggi senza quest’uomo.

prima di lui la scrittura cinese aveva 6.000 caratteri. Per leggere un giornale si doveva conoscere almeno 3.000 ideogrammi…

È morto a 111 anni Zhou Youguang, l’uomo che diede un alfabeto ai cinesi

Nel 1955 fu incaricato di mettere in piedi un gruppo di lavoro per diffondere il mandarino come lingua nazionale. Il risultato dei lavori fu il pinyin, oggi è in uso più che mai

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Pubblicato il 14/01/2017

Ultima modifica il 14/01/2017 alle ore 11:30

cecilia attanasio ghezzi

Pechino

Aveva compiuto ieri 111 anni, 112 se si contano alla maniera cinese. Oggi, dopo aver superato quest’ultimo traguardo, è morto. Zhou Youguang è passato alla storia come l’inventore del pinyin, il sistema di romanizzazione dei caratteri cinesi tutt’oggi alla base della studio della lingua e della scrittura su tastiera. I giovani che chattano sui loro smartphone devono a lui la velocità con cui si scambiano messaggi e informazioni. Come molto gli dobbiamo tutti noi che abbiamo studiato cinese. Senza il pinyin non sarebbe mai stato possibile neanche incolonnare i vocaboli cinesi in ordine alfabetico. Ma per Zhou, quello che ha consegnato il suo nome alla storia, era solo una parte della sua vita. E neanche la più importante.

Banchiere di successo
Nato nel 1906, aveva sei anni quando la rivoluzione spazzò via l’ultimo imperatore e quarantatré quando il grande timoniere Mao Zedong fondò la Repubblica popolare cinese. Banchiere di successo, lavorò per la Xinhua Trust & Savings Bank (oggi parte della Bank of China) e si trasferì nei suoi uffici di New York per tornare in Cina solo quando i comunisti guadagnarono definitivamente il potere nel 1949. Era un momento di grandi speranze e chi era stato all’estero tornava per portare il suo contributo alla nazione. Qui continuò a svolgere la sua ben remunerata attività fino al 1955 quando il governo gli chiese di mettere in piedi un gruppo di lavoro che si occupasse di riorganizzare la lingua nazionale.

Non c’era mai stato un alfabeto
La lingua cinese infatti non aveva mai avuto un alfabeto. La scrittura era stata concepita come uno strumento per la creazione di un’entità statale stabile e duratura capace di governare immensi territori e grandi masse di popolazioni differenti. Proprio per questo mirava a segnalare i significati delle parole e non i suoni, che cambiavano notevolmente da un’area geografica all’altra. La «nuova Cina» del Partito comunista voleva tornare a quel concetto e portarlo oltre. Non solo la lingua doveva essere strumento e garanzia dell’unità nazionale, ma doveva essere appresa con semplicità da tutti i suoi cittadini. Si definirono tre strade da percorrere: diffondere il mandarino come lingua nazionale standard, semplificare i caratteri riducendo il numero dei tratti che li componevano e concepire un alfabeto con cui trascrivere la fonetica che servisse da strumento ausiliare per l’apprendimento dei caratteri e la diffusione del mandarino. Quest’ultimo compito fu assegnato a Zhou Youguang e al suo gruppo di lavoro.

Un hobby che gli salvò la vita
All’epoca la linguistica era solo un hobby per Zhou, ma era comunque uno dei pochi cinesi che ne conoscesse qualche rudimento. Aveva persino scritto un libro, The Subject of the Alphabet, di cui la segreteria di Mao gli chiese una copia prima di affidargli l’incarico. Zhou non era sicuro di essere all’altezza, ma accettò la sfida nonostante il suo stipendio passasse da 600 a 250 yuan. Quello che lui definiva un passatempo in verità gli salvò anche la vita. L’anno seguente gli economisti che avevano studiato all’estero furono oggetto della campagna maosista antidestra: alcuni dei suoi più cari amici e colleghi si suicidarono. Zhou Youguang, invece, lavorò per tre anni notte e giorno. Il suo gruppo di lavoro, composto da una ventina di persone, scelse l’alfabeto da usare e decise come destreggiarsi tra i numerosi omofoni della lingua cinese. Il risultato fu il pinyin, letteralmente «trascrizione dei suoni», un sistema che utilizza le ventisei lettere dell’alfabeto latino più quattro segni diacritici per indicare il valore tonale delle sillabe. Appena l’alfabeto fu pronto, il governo lo adottò in tutte le scuole elementari del paese.

Tasso di analfabetismo è calato dall’80 al 10 per cento
Lo straordinario risultato delle politiche di scolarizzazione della Repubblica popolare si deve proprio alla semplificazione dei caratteri e al pinyin. In sessant’anni il tasso di analfabetismo è calato dall’80 al 10 per cento. Non solo. Dal 1986 è anche il sistema ufficiale di trascrizione di nomi e toponimi cinesi, diventando l’anello di congiunzione linguistico tra la Cina e il resto del mondo. E ancora. Oggi la maggior parte delle persone che scrive un testo in caratteri cinesi, lo fa sfruttando programmi che convertono il pinyin in caratteri. Addirittura la versione cinese dell’alfabeto braille è basato su questo sistema. La memoria di Zhou, che da qualche anno si pavoneggiava dicendo «quando superi i cento anni, smetti di minimizzare la tua età e cominci a gonfiarla», continuerà a essere celebrata ogni giorno da chiunque abbia a che fare con la lingua cinese.

Pubblicato da Aldo Vincent 02:51 Nessun commento: 

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lunedì 2 gennaio 2017

POST- VERITA’

 

Se il Paese delle balle di Stato 
ha paura della post-verità

Siamo quelli dei misteri di Ustica, del caso Moro 
e di Pasolini. Ma se la gente vota contro diamo la colpa alle bufale web. Non sarà un po’ comodo?

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C’è un dibattito in corso nel Paese delle balle di Stato, quello di Ustica e del caso Moro per capirci, che ha del surreale. Fior di intellettuali, giornalisti, politici, magistrati e salumieri, con l’aiuto della suocera, discutono sul fatto che l’Italia sarebbe entrata nell’era della post-verità. E che serve un intervento in grande stile. Filosofeggiano, e più filosofeggiano più è chiaro che anche stavolta sotto sotto si cela una battaglia politica. Contro Beppe Grillo che, a modo suo, attacca. Perché il problema sotteso alle bufale sul web, nello stomaco dei politologi, è semplice: cui prodest? Se giova a Grillo, va fermato. Perché poi Renzi (o chi per lui) perde le elezioni. E così, convinti di affermare la libertà di espressione, l’articolo ventuno e via discorrendo, finiamo di nuovo dritti nella trappola dell’ex comico.

Permettete un dubbio, da giornalisti con tutte le nostre colpe. Non è che qui, fra perifrasi in inglese e furbizia di guappo, sembra essersi aperto un varco? E, accucciata come un lupo feroce pronto a sbranarsi la democrazia con un clic, ci sarebbe una parola, post-verità, che spingi-spingi potrebbe tornare buona per qualcuno? Perché se è così, la battaglia è già persa. Per ammissione di sconfitta della stessa informazione: si tratta, in sostanza, di dire che se sui social qualcuno spara scemenze – mischiate a migliaia di cose vere, cui partecipano da anni anche le testate storiche, i giornaloni, perfino esageratamente – quelle scemenze sarebbero così forti da devastare l’intero sistema mediatico e la sua credibilità. È come ammettere, gridando al fascismo e alla censura, di non riuscire più a essere creduti, unica funzione vitale del giornalismo in qualunque forma sia divulgato. Che fare, si dicono allora i giganti della libertà di espressione? Indagare, vietare, censurare il web. E cosa risponde Grillo? Giuria popolare per tutti gli altri. Un dibattito senza capo né coda, nell’era in cui perfino Pablo Picasso può venire apostrofato come graffitaro e tutti amici come prima.

Posso dire una cosa da italiano medio? Non si difende così il diritto di cronaca. Soprattutto nel Paese dove la post-verità rischia di suonare come un già visto. Anzi un passo avanti rispetto a quel che siamo da decenni: l’Italia della post-bugia. Dello Stato che nasconde la verità. I libri sono pieni di post-bugie all’italiana. Siamo il Paese che ha montato e smontato commissioni d’inchiesta con il compito di nascondere le verità che sarebbero emerse da sole, anziché di cercarle più in fretta. Siamo quelli del caveau di Carminati e del caso Pasolini, dei mafiosi al governo e del rapimento Orlandi, su cui ancora aspettiamo una pre-verità ormai postuma, custodita nei sacri Palazzi. La verità dove sta? Sta dove qualcuno la cerca davvero. Dove il giornalismo, con caparbietà, a volte rischiando la vita, tenta di fare luce su fatti che altri intendono tenere nascosti. Sta nel lavoro quotidiano dei cronisti. Non in quello dei tribunali o delle authority anti questo o quello. Così potente quando fa il suo mestiere di fronte al potere da avere contribuito in maniera decisiva, penso ad esempio al 1992, a far cadere il sistema sulle proprie gambe d’argilla. Fatico a credere che, se qualcuno avesse ridicolizzato i giornali con post-verità su Craxi o De Lorenzo, avremmo gridato al fascismo. Nessuno se ne sarebbe accorto, perché l’odore del vero è più acre di qualsiasi profumo pre o post tu voglia dargli.

Eppure proprio oggi scopriamo di non avere più anticorpi per reagire. Al punto di proporre, nello Stato abituato a mentire ufficialmente, di “vietare” questi bugiardelli dilettanti e i loro fake? Non è la strada: solo il giornalismo può vincere questa partita. Ma deve sconfiggere prima di tutto la post-bugia di Stato. Non sembrare mai megafono. Né parte del Palazzo. A quel punto la post-verità si frantuma sul pavimento marmoreo del conoscere. Senza divieti o censure. Ma facendo luce sui fatti. Il solo compito del giornalista.

Twitter @Tommasocerno

09 gennaio 2017 © Riproduzione riservata

Luisella Costamagna: “Le bufale non le ha create la Rete”

Pubblicato su 3 gennaio 2017 da infosannio Lascia un commento

(Luisella Costamagna – il Fatto Quotidiano) –
Caro avvocato professor Giovanni Pitruzzella, ma come? Lei che ha un così ricco curriculum da docente e da consulente di Palazzi, lei che solo per un soffio, nel 2015, non è riuscito ad accedere – indicato da Area Popolare e Scelta Civica – alla carica di giudice costituzionale, lei che, insomma, ben conosce la Costituzione e le leggi, ma anche la politica, pure lei, tra un brindisi natalizio e uno per il 2017, ha ceduto all’ultima tendenza autunno-inverno 2016, la post-verità? “Contro la diffusione delle false notizie”, ha tuonato al Financial Times, “serve una rete di organismi nazionali indipendenti ma coordinata da Bruxelles e modellata sul sistema delle autorità per la tutela della concorrenza, capaci di identificare le bufale online che danneggiano l’interesse pubblico, rimuoverle dal web e nel caso imporre sanzioni a chi le mette in circolazione”. Insomma, basta con le post-verità che rappresentano “uno dei catalizzatori del populismo e una minaccia alle nostre democrazie”. Un organismo governativo antibufala. Bellissimo. La Verità che trionfa. Si immagina i grandi filosofi, Platone, Hegel, Tommaso, Leibniz, se avessero saputo che era così semplice? Critica dell’authority pura, avrebbe scritto Kant, folgorato sulla via di Pitruzzella. E semplicissimo, sillogistico è, in effetti, il suo pensiero. In Rete ci sono balle (perché questa moda della post-verità? Si chiamano balle, da sempre), le balle avvelenano la democrazia, mettiamo sotto controllo la Rete. Ok. E il resto? Devo essere io, avvocato professore, a ricordarle che le bufale esistevano ben prima della Rete? E non parlo (solo) dei coccodrilli nelle fogne di New York. Parlo di bufale meno fantasiose e più funzionali a vari e differenti poteri. Che vogliamo dire del cedimento strutturale del Dc9 di Ustica? E di Pinelli e Valpreda assassini di piazza Fontana? Suvvia. Che cosa diremo, mentre schiacciamo sotto il suo tacco authoritario un qualche piccolo blog reo di avere espresso un’opinione, ai correntisti truffati dalle balle di una banca (e di un governo)? Ai disoccupati cui un giornalone racconta che c’è la ripresa? Agli italiani che dal 2008 si sentono dire che la crisi non c’è e i ristoranti sono pieni? Devo spiegarle io che la menzogna è da sempre strumento del potere per fregare i cittadini, e mai viceversa? Che un organismo governativo è per definizione di parte? Lei che ha tanto studiato ben saprà che la rete è per lo più veicolo di informazione libera, non soggetta alle convenienze di grandi gruppi industrial-editoriali, e che spesso, negli ultimi anni, ha sfatato bufale, più che propalarle. Ricorda la foto di Bin Laden ucciso, diffusa dalle maggiori agenzie e sbugiardata a tempo di record proprio dalla Rete? Ha presente quando un politico afferma – poniamo – “mai detto che mi sarei dimesso”, e dalla Rete, magia, esce il video che lo smentisce? Le bufale, in Rete, ci sono ma hanno le gambe molto più corte di quelle, sane e robuste, su cui per tradizione marciano nell’informazione mainstream. Coraggio, avv. prof. Pitruzzella, confessi che lo sapeva, ammetta che non è un epigono di Orwell e faccia marcia indietro. Era uno scherzo, vero? Dica la Verità (ma occhio che la Rete non la smentisca). Un cordiale saluto.

01gen 17

I cretini della post verità

É l’anno dei cretini della post verità. Termine già certificato dal prestigiosissimo Oxford Dictionary e infatti tutti i più saccenti giornaloni si sono affrettati a mandare a memoria questa parola: dal Guardian al Washington Post, dal Times al Corriere della Sera, dal radicalchicchissimo Internazionale a Repubblica. È la parola dell’anno finito e senza dubbio ci romperanno le balle con questa strampalata teoria anche in quello che ha appena iniziato. Ma cos’è dunque questa post verità? Di cosa si stratta? È il solito giro di parole che le elite radical chic si inventano per darsi un po’ di arie. Questi sterminatori di parole e di buon senso hanno decretato che siamo nell’era della posto verità; e, per intenderci, sono gli stessi che chiamano lo spazzino operatore ecologico e l’handicappato diversamente abile; quelli che hanno inventato decine di perifrasi per catalogare (con estremo rispetto, ovviamente!) tutti i gusti sessuali, quelli che si dice genitore 1 e 2, quelli che se dici negro ti mettono alla gogna e che prima o poi chiameranno i bianchi diversamente neri per non essere troppo razzisti, senza accorgersi di essere gli ultimi razzisti rimasti sul pianeta terra. Hanno ecceduto a tal punto in questa ossessione politicamente corretta da essere diventati la caricatura di loro stessi. E qualcuno, esasperato da questo galateo dell’ipocrisia, ha sbroccato e ha pensato bene di ruttargli in faccia. L’ultimo in ordine temporale è stato Beppe Grillo. Ma torniamo alla post verità e al suo significato. Post verità è un modo per dire bufala, balla, bugia. Ma siccome – come dicevamo prima  – loro non chiamano mai le cose col loro nome hanno pensato di apparecchiare questo termine paludato. La post verità è una bufala di nome e di fatto. La teoria è che nel far west della rete circolino così tante bugie che la gente (che se avessero il coraggio delle loro azioni definirebbero “plebi”) finisce per crederci e per farsene influenzare. Per non cadere nel loro stesso gioco: siamo di fronte a una cagata pazzesca. Provate un po’ a indovinare quando ha preso campo questa idea? Vi aiuto io: si è fatta largo silenziosamente dopo il successo della Brexit, è esplosa a livello mondiale a seguito della vittoria di Donald Trump e in Italia è diventata verbo dopo il trionfo del No al referendum costituzionale. Un caso? No. Anche perché coloro che la hanno inventata e la utilizzano come una scimitarra contro le folle populiste, sono gli stessi che non avevano capito niente di quello che stava ribollendo nei loro rispettivi paesi. Quelli che fino al giorno prima dicevano che se la Gran Bretagna fosse uscita dall’Europa il secolare impero di sua Maestà sarebbe andato gambe all’aria, che quell’arricchito di Trump avrebbe fatto esplodere il mondo e che lo stop alle riforme avrebbe portato ogni forma di distruzione sullo Stivale (queste non erano post verità ma semplicemente delle idiozie). Invece la regina è ancora lì con la sua imperturbabile permanente, Trump rispetto all’ultimo, isterico, Obama sembra uno statista e in Italia non è cambiato un tubo.

Dunque, lorsignori, non adattandosi a un mondo che va per i fatti suoi e non si adatta ai fatti che circolano nella loro testa, hanno deciso di ribaltare il tavolo: hanno vinto i populisti perché la menzogna ha prevalso sulla verità e gli elettori hanno preso lucciole per lanterne. Insomma, è stato solo un gigantesco abbaglio. Ed è tutta colpa di internet e dei social network. Il passo successivo – e qualcuno già lo ha fatto capire tra le righe – è dire che gli elettori sono solo una massa di imbecilli e quindi bisogna abolire il suffragio universale.

Così improvvisamente la post verità è stata spalmata come un balsamo su tutti i mezzi di comunicazione. Quando non sai come giustificare un clamoroso fallimento della tua combriccola ideologica tiri fuori la post verità e tac è fatta.

Un manipolo di cretini che non capisce un cavolo di quello che vuole realmente la gente ha risolto la situazione classificando come ebeti qualche centinaio di milioni di persone: noi stiamo dalla parte giusta, loro da quella sbagliata perché sono ignoranti che si bevono qualunque fesseria. Perché è rassicurante, per chi ha perso ogni punto di rifermento, convincersi che è tutta colpa delle balle e di chi le posta su Facebook. Come se non fossero mai esistite le bufale, come se i cittadini, gli internauti e dunque gli elettori, non fossero capaci di distinguere autonomamente il vero dal falso. E così da strampalata teoria autoassolutoria e popolodenigratoria si è trasformata in un’istanza politica. Ed è questo il pericolo. Perché i governi hanno iniziato a dire che bisogna porre rimedio a questa cosa, che i social network sono delle cloache a cielo aperto dove tutti – ohibò! – possono dire quello che gli pare. Giovanni Pitruzzella, il presidente dell’Antitrust, ha dichiarato al Financial Times che “i pubblici poteri devono controllare l’informazione”. Oh, finalmente qualcuno ha calato la maschera. Beppe Grillo, una volta in vita sua, ha detto una cosa giusta: questa è una nuova inquisizione. Ha ragione. Ci manca solo che i burocrati di Roma o – ancora peggio – di Bruxelles si mettano a censurare quello che scriviamo sui nostri profili Facebook… Anche perché, allora, se si dichiara guerra alle balle bisogna mettere alla berlina tutti, ma proprio tutti i pinocchi del mondo, e non solo su Facebook. Sento tintinnare le ginocchia in Parlamento. Vogliamo imbavagliare Maria Elena Boschi perché in televisione diceva che con la vittoria del No sarebbe stato più difficile combattere il terrorismo islamico? E quella non era post verità, ma proprio una stronzata. Difatti i cittadini lo hanno capito, hanno smontato una per una tutte le trimalcioniche promesse referendarie e hanno dato il benservito a Renzi e al suo governo. A dimostrazione del fatto che gli elettori non hanno bisogno di una badante di Stato che verifichi e selezioni per loro quello che possono o non possono leggere. Ma loro, questa badante ce la vorrebbero appioppare. Vorrebbero mettere le nostre idee in libertà vigilata, sigillare una zona traffico limitato del pensiero, mettere fuori legge gli eretici. Perché ci vuole un attimo a infilare le critiche nel cestino della spazzatura, dello spam illeggibile. Sognano una discarica indifferenziata del pensiero politicamente diverso. Non scorretto. Gli scorretti – quelli che vogliono cambiare le regole del gioco – sono soltanto loro.

Non ce la faranno, perché cercare di fermare la rete – la gente – con qualche carta bollata è come pensare di poter svuotare il Sahara con un cucchiaino da tè. Ma il 2017 sarà comunque l’anno in cui i cretini della post verità cercheranno di mangiarsi pezzi della nostra libertà. Libertà di informazione, libertà di critica e financo politica. Stiamo all’erta.
unamattinamisonsvegliato • un giorno fa

E TI CREDO, che i boiardi si rivoltano come bisce. Loro sulla “verità ufficiale” hanno costruito un sistema: solo loro possono dare le patenti di “ufficialità” ai fatti, e loro tengono le mani BEN AVVINGHIATE suAltro…

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Carline Vincent mario • un giorno fa

Le parole di Pitruzzella sono di un inaudita gravità. Ormai rendendosi conto che sia la televisione che la carta stampata non riescono più a canalizzare l’elettorato, almeno non nella percentuale da loro desiderata, gettano le basi per controllare e manipolare l’unica vera informazione libera, certo non esente da difetti ma pur sempre libera.

PITRUZZELLA: Borbonico (DOC+ IGP) esponente della burocrazia autoreferenziale, codina, borbonica IGP-indicazione geografica protetta, profondo sud di Roma, che ha occupato improduttivamente, oltre che dispendiosamente, ogni ganglio del Paese, e sta finendo di mandare a picco l’Ita(g)lia che contribuisce , ogni giorno di più, tramite i famigerati lacci e lacciuoli annidati negli astrusi regolamenti da essa creati, a limitare le nostre libertà. Quelli come lui (Pitruzzella)sono la truppa della quale si avvalgono” i cretini della post verità” , quelli che, non dimentichiamolo, hanno coniato quell’altra pericolosa idiozia del “populismo”. Domanda retorica: cosa vorrà mai significare populismo? Se non altro, rinnovata propensione del singolo a riappropriarsi dei propri diritti, della propria libertà di decidere , rifiutando l’appiattimento imposto “manu militari” delle sedicenti marce elites che prosperano nell’attuale opaca società

Suvvia, il 2016 non è stato annus horribilis e neanche storico, per la post-verità

Pubblicato: 02/01/2017 11:38 CET Aggiornato: 02/01/2017 11:38 CET

La post-truth di cui tutti i giornali e i siti di informazione del mondo parlano in questi giorni a cavallo tra la fine dell'”horribilis” 2016 e il principio del nuovo anno è certamente un problema, e neppure piccolo, ma non è “il” problema del difficile momento storico che stiamo vivendo, come molti commentatori tendono a farci credere con i loro allarmati commenti sulla diffusione esponenziale e virale delle menzogne su internet.
Meglio intendersi subito: il fenomeno della diffusione sui principali social network di notizie false e infondate, al solo scopo di influenzare e manipolare il dibattito secondo la propria utilità (spesso politica), sfruttando la condivisione “alla leggera” di masse di utenti, è indiscutibilmente in atto, e non si vuole in alcun modo negarlo.
Tuttavia, prima di eleggere la post-verità a parola chiave globale del 2016 (come ha fatto Oxford Dictionaries), a evento cruciale alla base della vittoria di Trump, dell’uscita della Gran Bretagna dall’Europa, così come anche dell’incedere apparentemente trionfale dei populismi in mezzo Occidente, bisognerebbe utilizzare (molta) più cautela.
Un conto è infatti analizzare, con l’ausilio di tutti gli strumenti a disposizione, come le “bufale” rimbalzano da un utente all’altro su Facebook o su Twitter, fino a raggiungere platee potenzialmente vastissime: questo già si può fare e infatti si fa. Un altro conto, molto diverso, è cercare di capire se e come queste “bufale” influenzino realmente chi le legge: questo è un compito molto più arduo.
Perché se tutto lascia presumere che chi condivide o diffonde una notizia in un certo senso la fa propria, “sposandola” (l’avvertenza “retweet non è endorsement” la scrivono sul proprio profilo soltanto i giornalisti professionisti), non è altrettanto scontato che gli amici o follower del “bufalaro”, semplicemente leggendo la notizia falsa, se ne lascino condizionare fino a modificare il proprio pensiero. Anzi, è probabile che non lo modifichino proprio (ma questa è una mia opinione, che cercherò di suffragare qui di seguito).
Tutti sanno ormai che Facebook, Twitter, Instagram, ma anche i principali motori di ricerca interni ed esterni a questi social network, utilizzano algoritmi che fanno emergere nelle bacheche e tra i risultati di ricerca i contenuti cui noi siamo più abituati: in altre parole, ciò che più ci piace, sulla base delle nostre preferenze dedotte dalle nostre interazioni precedenti come ad esempio i likeche abbiamo messo.
Così, invece che favorire la nostra apertura mentale nei confronti del mondo là fuori, gli stessi social network ci ricreano attorno, e addobbano, delle echo-chamber, delle camere dell’eco, in cui parliamo con chi la pensa come noi, leggiamo quello che ci conforta leggere, guardiamo video o immagini simili a quelle che abbiamo sempre guardato.
Ma se è vero, come è vero, che si formano queste camere dell’eco, questi compartimenti stagni dell’informazione, allora è probabile che un individuo tendente “bufalaro” (o meglio, profilato dall’algoritmo come lettore per così dire “superficiale” sulla base delle sue interazioni storiche) si faccia raggiungere dalle “bufale” più facilmente di un individuo che invece si informa in maniera più scrupolosa e approfondita, privilegiando canali più attendibili e autorevoli. Questo perché tanto le bufale quanto le notizie più attendibili viaggiano preferenzialmente su circuiti di persone tra loro simili, senza troppo intersecarsi.
Se così non fosse, cadrebbe il discorso delle echo-chamber. Quindi, pare logico dedurne che – in media – i bufalari influenzino i bufalari, mentre i lettori più attenti influenzino i lettori più attenti. Il che equivale a dire che non cambia poi molto.

In questo senso, l’era della post-truth, pur suggestiva anche nell’utilizzo dell’eufemismo “post-verità” invece che menzogna, dovrebbe essere notevolmente ridimensionata, non a livello quantitativo – i dati quantitativi, ripeto, sono innegabili – bensì a livello qualitativo, cioè di effettiva capacità della post-truth stessa di modificare la percezione e le opinioni delle persone fino a condizionare eventi storici come per esempio le elezioni americane o i referendum europei.
È pur vero che alcune di queste falsità non solo rimbalzano su internet, ma cambiano anche vettore informativo, raggiungendo la carta stampata o addirittura la tv nei casi più eclatanti: in questo modo, entrano nelle case anche di non utilizza internet, o comunque non vi si affida per formarsi una propria opinione. Ma anche in questi casi, abbastanza rari, da qui a dire che la bugia ha preso il posto della verità, fortunatamente ancora ce ne passa.
Ecco che quindi – per concludere – il tratteggio di un’era della post-verità appare come una questione squisitamente giornalistica, di riscoperta dell’autentica missione di un giornalismo oggi in crisi e incapace di comprendere le dinamiche in atto, e gli umori reali, della società, piuttosto che la figurazione di un reale pericolo per la democrazia.
Qualcuno potrebbe maliziosamente pensare anche a un’autoconsolazione dei media più importanti, che non avendo minimamente intuito quello che “bolliva in pentola” in America e Gran Bretagna (mentre in Italia, col referendum, è andata già meglio), hanno costruito a loro volta una sorta di post-truth ingigantendo il problema delle bufale e dando così la colpa del loro “misunderstanding” ai mentitori di professione o amatoriali.
Se il giornalismo intende fare finalmente autocritica, ripensando il suo ruolo e sperimentando nuovi modi di informare autorevolmente, allora la battaglia contro la post-verità non sarà stata vana a prescindere dal tempo che ci vorrà per sconfiggerla. Se invece l’era della menzogna diventa l’alibi per spiegare i cambiamenti che non ci piacciono in atto nel mondo, allora va molto meno bene.
Il 2016 è stato un annus horribilis per molti motivi oggettivi come il terrorismo, la guerra in Siria, il dramma delle migrazioni. È stato storico per Brexit, Trump, la Turchia. Ma non è stato né horribilis né storico per la post-verità.

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UNA FALSA REALTA’ CREATA CON EVENTI GUIDATI

Postato il Mercoledì, 02 marzo @ 22:10:00 GMT di ernesto

DI PAUL CRAIG ROBERTS

zerohedge.com

Gli Americani vivono in una falsa realtà creata con fatti inventati ?

La maggior parte delle persone che sono consapevoli e capaci di pensare hanno rinunciato a credere al sistema chiamato “media mainstream“. Le presstitutes hanno perso la loro credibilità pur di aiutare Washington a mentire – “Le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein”, “Il Nucleare iraniano”, “L’uso delle armi chimiche di Assad”, “L’invasione russa dell’Ucraina” e così via.

I “media mainstream” hanno distrutto la loro credibilità per aver completamente accettato qualsiasi versione abbiano dato le autorità del governo sui presunti “eventi terroristici”, come il 9/11, le bombe sulla Maratona di Boston, o sulle presunte sparatorie sulle masse, come Sandy Hook e San Bernardino.

Nonostante le incongruenze lampanti, le contraddizioni e i fallimenti dei sistemi di sicurezza che sembrano troppo improbabili per essere credibili, i “media mainstream” non si fanno domande e non indagano. Si limitano a raccontare – come un dato di fatto – tutto quello che dicono le autorità.

Il segno di uno stato totalitario o autoritario si ha quando i media non sentono la responsabilità di dover indagare e di dover trovare la verità, accettando invece il ruolo del propagandista. L’intero sistema dei media occidentali già da tanto tempo è “in modalità propaganda”. Negli USA la trasformazione dei giornalisti in propagandisti si è completata con la concentrazione di un sistema che era formato da parecchi media indipendenti in sei mega-società che ormai non sono più gestite da giornalisti.

Di conseguenza, le persone riflessive e consapevoli fanno affidamento sempre più su media alternativi, quelli che si fanno domande, che seguono la logica dei fatti e che offrono analisi al posto di una linea ufficiale con storie incredibili.

Il primo esempio fu l’11 settembre. Un gran numero di esperti ha distrutto una storia ufficiale che non aveva nessun elemento di fatto per poterlo essere. Tuttavia, anche se non esiste nessuna prova concreta finora fornita a chi crede nel 9/11, la storia ufficiale ancora attacca. Dobbiamo credere che alcuni sauditi senza nessuna tecnologia che potesse andare oltre il coltellino da tasca e senza nessun appoggio dei servizi segreti di nessun governo, siano stati tanto abili da superare in astuzia la tecnologia di sorveglianza di massa, creata dalla DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) e dalla NSA (National Security Agency) e che siano stati capaci di affondare il colpo più umiliante, mai subito da una superpotenza in tutta la storia umana. Inoltre, sono stati capaci di farlo senza che né il Presidente degli Stati Uniti, né il Congresso degli Stati Uniti, né i “media mainstream” fossero ritenuti responsabili di un fallimento così totale di tutta la high-tech della sicurezza dello stato nazionale. ….. e la Casa Bianca invece di mettersi alla guida delle indagini su un fallimento tanto massiccio della sicurezza, ha continuato a resistere per più di un anno prima di cedere alle richieste delle famiglie delle vittime del 9/11, quelle famiglie che non hanno potuto comprare e solo allora ha accordato di nominare una Commissione di inchiesta sull’ 11 settembre.

La Commissione non indagò, ma semplicemente si insediò e scrisse la (stessa) storia che aveva raccontato il governo. In seguito, il presidente della Commissione, il co-presidente e i consulenti legali hanno scritto dei libri in cui si diceva che ogni informazione era stata negata alla Commissione, che i funzionari governativi avevano mentito alla Commissione e che la Commissione “era stata istituita per fallire”. Nonostante tutto questo, le presstitutes ancora ripetono la stessa propaganda ufficiale, e ci sono abbastanza americani che ci credono tanto da evitare che debbano essere riconosciute le vere) responsabilità.

Qualsiasi storico competente sa che vengono usati degli eventi false flag per portare a compimento gli ordini del giorno che, altrimenti, non potrebbro essere raggiunti. L’ 11 settembre diede ai neocon – che controllavano l’amministrazione di George W. Bush – una nuova Pearl Harbor che, dicevano, era necessaria per lanciare le loro invasioni militari egemoniche sui paesi musulmani. Le bombe alla Maratona di Boston hanno permesso di testare la Polizia di Stato americana, compreso come si può isolare totalmente una grande città americana, mandando per le strade 10.000 soldati armati e squadre speciali con truppe che facevano perquisizioni casa per casa costringendo, con le armi, gli abitanti a lasciare le loro case. Una operazione senza precedenti come questa fu giustificata come necessaria per trovare un ragazzino di 19 anni, ferito che, chiaramente, era un capro espiatorio.

Ci sono tante di quelle anomalie nella storia di Sandy Hook da aver creato tutta una schiera di scettici. Sono d’accordo che ci siano delle anomalie, ma non ho il tempo per studiare la questione e per farmi una mia opinione personale. Quello che ho notato è che nessuno ha dato una buona spiegazione di queste anomalie.

Per esempio, in questo video realizzato con le copertine di vari telegiornali https://www.youtube.com/watch?v=xaHtxlSDgbk chi ha fatto le riprese del video presenta il caso di un padre in lutto per la perdita del figlio, che è la stessa persona vestita però come uno SWAT a Sandy Hook, mentre segue la sparatoria. La persona è stata identificata come un noto attore. Ora, mi sembra che questo sia un test semplice: Il padre in lutto è stato riconosciuto, l’attore è conosciuto, e le autorità devono sapere chi è questa persona che fa parte delle SWAT.

Quindi se queste tre persone, che possono passare uno per l’altro, possono stare tutte e tre in una stanza, allo stesso tempo, possiamo anche rifiutare di credere a tutto quello che viene raccontato nel video. Tuttavia, se queste tre persone distinte non possono essere presentate insieme, allora dobbiamo chiederci il perché di questo falso, perché questo fatto fa riflettere sul contenuto dell’intera storia. Potete guardarvi tutto il video oppure andare direttamente al minuto 9:30 e osservare quello che sembra essere la stessa persona in due ruoli diversi.

I “media mainstream” hanno tutte le capacità di fare queste semplici indagini, ma non le fanno. Invece, i “media mainstream” parlano di scettici “teorici della cospirazione”.

C’è un libro del professor Jim Fetzer e di Mike Palecek che dice che Sandy Hook sia stato un esperimento della FEMA per promuovere il controllo delle armi e dice anche che a Sandy Hook non è morto nessuno. Il libro era disponibile su amazon.com, ma è stato improvvisamente vietato. Perché vietare un libro?

Ecco un download gratuito del libro: http://rense.com/general96/nobodydied.html non l’ho letto e non ne ho nessuna opininione. So, comunque, che quello stato di polizia che sta certamente diventando l’America ha un prepotente interesse per il disarmo della popolazione. Oggi ho sentito una notizia su gente che dice di essere i genitori dei bambini morti, sta facendo causa contro i produttori di armi, cosa che è in linea con le affermazioni di Fetzer.

Ecco un’ intervista di Buzzsaw con Jim Fetzer: https://www.youtube.com/watch?v=f-W3rIEe-ag. Se le informazioni fornite da Fetzer sono corrette, risulta chiaramente che il governo degli Stati Uniti sta mettendo in atto un’agenda di lavori autoritaria e che sta usando eventi orchestrati (ad arte) per mostrare una falsa realtà agli americani per raggiungere gli obiettivi della sua agenda.

Mi sembra che i fatti di Fetzer possano essere facilmente controllati, così se i fatti verranno confermati, sarà necessaria una vera indagine, se invece non verranno confermati, l’intera storia ufficiale ci guadagnerà in credibilità perché Fetzer è uno tra i più attivi tra gli scettici.

Fetzer non può essere liquidato come un semplice folle, è uno che si è laureato con lode all’Università di Princeton, che ha un dottorato di ricerca dell’ Indiana University e che è stato Distinguished Professor alla McKnight University del Minnesota fino al suo pensionamento nel 2006. Ha avuto una borsa di studio della National Science Foundation ed ha pubblicato più di 100 articoli e 20 libri di filosofia della scienza e di filosofia della scienza cognitiva. E’ esperto di intelligenza artificiale e di computer science, ed ha fondato la rivista internazionale Minds and Machines. Alla fine degli anni ’90 gli è stato chiesto di organizzare un simposio sulla filosofia della mente.

Per una persona di media intelligenza, sia la storia ufficiale dell’assassinio del Presidente Kennedy che quella del 9/11 semplicemente non sono credibili, perché le storie ufficiali non sono coerenti con le prove e con quello che sappiamo. La frustrazione di Fetzer appare sempre più evidente con le persone meno capaci e meno attente, e questo funziona a suo svantaggio.

Mi sembra che, se le autorità che stanno dietro la storia ufficiale di Sandy Hook si sentissero sicure della loro storia ufficiale, dovrebbero cogliere al volo questa opportunità di affrontare e di confutare i fatti di Fetzer. Inoltre, da qualche parte ci devono essere le fotografie dei bambini morti, ma, come per le tante presunte registrazioni fatte dalle telecamere di sicurezza che mostrano un aereo di linea che colpisce il Pentagono, ma nessuno le ha mai viste. Almeno non che io sappia.

Quello che mi disturba è che nessuno né tra le autorità né tra i media mainstream mostra un minimo interesse a controllare i fatti. Invece, quelli che hanno tirato fuori delle questioni scomode vengono additati come teorici della cospirazione.

Però queste cose lasciano maledettamente perplessi. La storia che racconta il governo sul 9/11 è la storia di una cospirazione come lo è anche la storia raccontata dal governo sulle bombe della Maratona di Boston. Queste cose sono accadute per effetto di cospirazioni. Quello che è in questione è: complotto di chi? Sappiamo dall’ Operazione Gladio e dall’Operazione Northwoods che i governi si invischiano in cospirazioni criminali contro i propri cittadini. Pertanto, il vero errore è concludere che i governi non si impegnino nelle cospirazioni.

Spesso si sente qualcuno che obietta che se l’ 11 settembre fosse stato un attacco false flag, qualcuno avrebbe parlato. Perché avrebbero dovuto parlare? Dovrebbe sapere qualcosa solo chi ha organizzato la cospirazione e allora perché dovrebbe far venire altri dubbi su quella che è stata una sua congiura?

Ricordiamoci di William Binney. Quello che sviluppò il sistema di sorveglianza utilizzato dalla NSA. Quando si rese conto che il suo sistema veniva usato contro il popolo americano, si mise a parlare. Ma non si ere preso nessun documento con cui poter provare le sue affermazioni, cosa che lo salvò dall’essere condannato ma che non gli permise di produrre nessuna prova su quanto diceva. Questo è il motivo per cui Edward Snowden si è preso tutti documenti e li ha resi pubblici. Tuttavia, molti vedono Snowden come una spia, come uno che ha rubato dei segreti sulla sicurezza nazionale, non lo vedono come uno che ha saputo e che ci avverte che la Costituzione – quella cosa che ci protegge – è stata ribaltata.

Funzionari governativi di alto livello hanno smentito varie parti della storia ufficiale sia del 9/11 e sia della versione ufficiale che lega l’invasione dell’Iraq al 9/11 e alle armi di distruzione di massa. Il Segretario ai Trasporti Norman Mineta smentì il vicepresidente Cheney e la tempistica della storia ufficiale dell’11 settembre. Il Segretario del Tesoro Paul O’Neill affermò che il rovesciamento di Saddam Hussein fu oggetto della prima riunione di gabinetto dell’amministrazione George W. Bush, molto prima dell’11 settembre. Lo scrisse in un libro e lo disse alla CBS News ’60 Minutes. Anche la CNN e altre stazioni di stampa ne parlarono, ma questo non ebbe nessun effetto.

Gli informatori pagano un caro prezzo e molti finiscono in carcere. Obama ne ha perseguito e incarcerato un numero record. Una volta che li hanno buttati in galera, la domanda diventa: “Chi avrebbe creduto a un criminale?”

Per quanto riguarda il 9/11 hanno parlato persone di ogni tipo. Oltre 100 poliziotti, vigili del fuoco e i primi soccorritori hanno riferito di aver sentito a aver percepito un gran numero di esplosioni nelle Twin Towers. Il personale di manutenzione ha raccontato di enormi esplosioni avvenute negli scantinati prima che gli edifici fossero colpiti da un aereo. Niente di tutte queste testimonianze ha avuto qualche effetto né con le autorità che erano dietro la storia ufficiale, né con le presstitutes.

Ci sono 2.300 architetti e ingegneri che hanno scritto al Congresso chiedendo di aprire una vera indagine, ma invece di accogliere la richiesta con il rispetto che meritano 2.300 professionisti, li hanno liquidati come “teorici della cospirazione”.

Una tavola internazionale di scienziati ha segnalato la presenza di nanotermite reacted e un-reacted nelle polveri del World Trade Center. Hanno offerto dei campioni alle agenzie governative e agli scienziati per darne conferma. Nessuno potrà toccarli. Il motivo è chiaro. Oggi i finanziamenti per la scienza sono fortemente dipendenti dal governo federale e dalle aziende private che hanno contratti federali. Gli scienziati sanno bene che tirare fuori qualcosa sul 9/11 significa la fine della carriera.

Il governo americano ci ha reso proprio come voleva – impotenti e disinformati. La maggior parte degli americani sono troppo ignoranti per essere in grado di comprendere la differenza tra un edificio che crolla per danni strutturali (per asimmetria) e edifici che invece saltano in aria. I giornalisti mainstream non possono fare domante o fare indagini e contemporaneamente mantenersi il posto di lavoro. Gli scienziati non possono parlare se vogliono continuare ad essere finanziati.

Dire la verità è un compito che ormai si permettono solo i media Internet alternativi, tra i quali io scommetto che il governo sta gestendo dei siti che gridano selvaggiamente alle cospirazioni, con il vero scopo di screditare tutti gli (altri siti, quelli) scettici.

Paul Craig Roberts

Fonte: http://www.zerohedge.com/

Link: http://www.zerohedge.com/news/2016-02-25/do-americans-live-false-reality-created-orchestrated-events

25.02.2016

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l’autore della traduzione Bosque Primario

 

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Gli italiani si rovinano mentre i privati lucrano: così siamo diventati il Paese delle slot machine

La mattina in classe. La sera a scommettere soldi fino a tardi. Noia e slot-machine. L’avvicinamento tra scuola e luoghi del gioco d’azzardo sembra rendere bene. Stasera, un mercoledì qualunque tra le undici e la mezzanotte, è strapieno di ragazzini e ragazzi da spennare. I minorenni si accalcano intorno alle “ticket redeption”, gli apparecchi mangiasoldi per bambini che in Italia hanno invaso i centri commerciali: macchine della fortuna che incassano monete e, quando si vince, sputano metri di cartoncini. I premi li hanno pensati proprio così: metri di scomoda carta in modo che siano ben visibili.

Avvolti come piccoli Rambo nelle cartucciere, i vincitori si mettono poi in coda al “ticket eater”, il mangia biglietti che dopo molti secondi e qualche lampo di luce restituisce un voucher (accessorio sempre più diffuso nella nostra società). Ed ecco il punteggio totale della vincita da incassare: di solito un minuscolo, inutile oggetto di plastica made in China del valore di pochi centesimi, per il quale ogni baby giocatore ha però speso fino a 10 euro. Gli studenti maggiorenni appena usciti dal cinema multisala saltano invece i preliminari. E, sotto la sguardo del buttafuori senegalese, si infilano direttamente nella porta a vetri del “Luckyville”, la sala del gioco per adulti. Domani mattina non hanno lezione?

Siamo a Lissone, provincia di Monza e Brianza, lungo la superstrada che da Milano sale a Lecco. Qui la rivoluzione post industriale ha già demolito il mito del lavoro, della fatica, del risparmio: vent’anni fa nessun impiegato, nessun agricoltore, nessun meccanico brianzolo e nemmeno i loro figli avrebbero usato così i loro soldi. Adesso li vedi fino a notte fonda. Giovani e meno giovani, uomini e donne. Più uomini che donne. Da come sono vestiti, non se la passano al massimo. C’è un’asimmetria spaventosa tra il dominio delle macchine e la sottomissione solitaria dei giocatori. File di dita illuminate dagli schermi battono svogliate sul tasto play. Sono nuovi operai di una catena di montaggio retribuita al contrario: pagano per far andare la linea. Ma non si danno per vinti. E, nella monotonia ipnotica dei gesti, continuano a bussare alla stessa illusione.

€100000000

Nel 2016 gli italiani hanno speso

95 miliardi di euro

il 4,7% del Pil

Vincite

redistribuite

€76,5 mld

Ricavo per

gli operatori

€8,5 mld

Imposte

allo Stato

€10 mld

RECORD ITALIANO
Sono loro e quelli come loro, dal Friuli alla Sicilia, ad aver buttato nel gioco d’azzardo novantacinque miliardi in un anno. Nel 2016 l’Italia ha battuto il record dei record, uno schiaffo alla crisi. Fanno la bellezza di 7,9 miliardi al mese, 260 milioni al giorno, quasi 11 milioni l’ora, 181 mila euro al minuto: cioè il 4,7 per cento del nostro Pil. È come se ogni persona, neonati compresi, avesse puntato e magari perso 1.583 euro. Ci siamo bevuti molto più del fatturato annuale di Mercedes auto (83,8 miliardi), o di Amazon (sempre in euro, 83,6 miliardi) e perfino della Boeing che costruisce e vende aerei nel mondo (90,2 miliardi).

Lotto, scommesse ai cavalli, bingo, poker? Svaghi passati di moda. Più della metà delle puntate, com’era prevedibile, è stata bruciata nella solitudine degli apparecchi mangiasoldi. Secondo i risultati anticipati dall’agenzia specializzata “Agipronews”, 26,3 miliardi li hanno inghiottiti le famigerate slot-machine, che incassano monete e pagano vincite fino a cento euro. E 22,8 miliardi le videolotterie, che deglutiscono banconote e restituiscono fino a cinquemila euro ma, in caso di jackpot, anche oltre. Risultato: quasi 50 miliardi in contanti, il 2,7 per cento del Pil.

Prendiamo l’Abruzzo, dove turisti e residenti muoiono sotto le valanghe perché nessuno riesce a pulire le strade di montagna quando nevica. Gli abruzzesi non hanno spazzaneve efficienti, ma hanno a disposizione 11.154 slot-machine: una ogni 119 abitanti. È il primato europeo, condiviso con il Friuli Venezia Giulia. Eppure sia il numero di spazzaneve, sia il numero di slot-machine con i relativi contratti di concessione dipendono sempre da enti dello Stato. C’è qualcosa che non funziona nella testa delle istituzioni, se siamo arrivati a questo punto.

Spesa media annua

pro capite in Italia

Gioco d’azzardo 1.583 euro

Acquisto di libri 58,8 euro

È infatti lo Stato a permettere e sostenere l’overdose collettiva di giochi a pagamento. Perché da un lato favorisce la raccolta di incassi che finiscono puntualmente a società con sedi fiscali fuori confine: Londra, Lussemburgo, o Cipro. Ma allo stesso tempo preleva dalle giocate tasse ridicole. Giusto per ricordare: elettricità, gas, farmaci, ristoranti, teatro, uova, carne ci costano il dieci per cento di imposte, vestirci addirittura il ventidue per cento.

Indovinate quanto versano al nostro fisco i concessionari che gestiscono le videolotterie? Una minitassa del 5,5 per cento, che fino al 2011 era addirittura del 2 per cento. E le slot-machine a moneta? Il 17,5 per cento nel 2016, il 13 nel 2015, l’11,8 nel 2012. Nel frattempo il “pay out”, cioè la percentuale minima da destinare alle vincite, è stato ridotto dal 74 al 70 per cento della somma raccolta. Un ulteriore regalo alle poche società autorizzate, tra le quali il gruppo “Atlantis-BPlus” della famiglia Corallo (vedi articolo a pagina 48).

Dai novantacinque miliardi raccolti, vanno infatti sottratti i ricavi per gli operatori e le imposte: nel 2016 le società hanno incassato ricavi per otto miliardi e mezzo e versato imposte sulle giocate per dieci miliardi. Il resto viene distribuito come vincite.

La somma di ricavi e imposte costituisce la spesa effettiva sostenuta per il gioco d’azzardo, cioè quanto gli italiani hanno sicuramente pagato nel 2016 per giocare: 18,5 miliardi, sette volte il fatturato della Ferrari e quasi il doppio del valore della casa di Maranello. Le vincite vengono invece considerate una ricchezza restituita al Paese. Ma è così soltanto per la statistica. Nella realtà, chi ha perso non riavrà mai più indietro i suoi soldi. E chi ha vinto, molto raramente si ritrova in attivo. E tutti e due continueranno a giocare.

VITTIME COLLATERALI
Lo dimostrano le vittime collaterali della ludocrazia, questa nuova forma di potere economico esercitato attraverso l’illusione del colpo di fortuna: 790 mila italiani malati di gioco, un milione 750 mila a rischio patologia. Sono i dati raccolti da “Sistema gioco Italia”, la federazione di Confindustria, e ripresi dalla Camera in una mozione approvata due anni fa che denuncia il prezzo sociale e sanitario dell’epidemia: per curare i malati, si sfiorano i sette miliardi l’anno.

Anche perché, per ogni giocatore patologico grave, il costo annuale delle cure a carico dello Stato raggiunge i 38 mila euro. Sempre secondo i dati presentati alla Camera, gioca d’azzardo non solo chi se lo può permettere ma il 47 per cento degli italiani indigenti, il 56 per cento delle persone appartenenti al ceto medio basso. E il 47,1 per cento degli studenti tra i 15 e i 19 anni: oltre un milione e 200 mila ragazzi.

Identikit del giocatore

In Italia gioca il 47% degli indigenti

il 56% delle persone dal reddito medio basso

il 70% dei lavoratori a tempo indeterminato

l’80,2% dei lavoratori saltuari

l’86% dei cassintegrati

il 61% sono laureati

il 70,4% dei diplomati

l’80,3% ha la licenza media

il 47,1% ha tra i 15 e i 19 anni

gioca il 58,1% dei ragazzi

il 36,8% delle ragazze

il 4-8% degli adolescenti ha problemi di gioco

il 10-14% degli adolescenti è a rischio patologia

l’8% dei bambini tra i 7/11 anni usa denaro online

Sono gioco-dipendenti

In Italia 790.000 persone sono gioco-dipendenti

 

Persone che presentano forme di ludopatia

50% dei disoccupati

17% dei pensionati

25% delle casalinghe

17% dei giovanissimi

400.000 bambini italiani tra i 7 e i 9 anni

 

A rischio patologia 1.750.000

 

Gli adolescenti sono i più esposti alla dipendenza: secondo una ricerca curata nel 2015 dall’Istituto di fisiologia clinica del Cnr, l’8 per cento dei giovani che giocano d’azzardo ha già comportamenti problematici. E l’11 per cento è a rischio: cioè, se lasciato solo, potrebbe superare la soglia della patologia. I ragazzi puntano ovunque: bar e tabaccherie (35 per cento), sale scommesse (28 per cento), il computer di casa (19 per cento).E, nonostante la legge lo vieti, il 38 per cento dei minorenni ha giocato d’azzardo durante l’ultimo anno. Molti di loro sono ancora bambini: l’8 per cento dei piccoli tra i 7 e gli 11 anni scommette soldi in Internet.

LA SCUOLA IN SALA GIOCHI
È la vicinanza ad attirare gli adolescenti. Lo denuncia la relazione 2016 al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia: «Il 48 per cento di chi non ha giocato d’azzardo durante l’anno riferisce di non avere contesti di gioco nelle vicinanze della propria abitazione o della scuola che frequenta. Circa il 44 per cento degli studenti giocatori invece abita e/o frequenta una scuola a meno di cinque minuti da un luogo dove è possibile giocare d’azzardo».

Per questo le Regioni per prime, tra le quali la Lombardia, hanno vietato l’installazione di slot-machine a meno di cinquecento metri da elementari, medie e superiori. A volte però sono le stesse scuole a portare i loro studenti proprio dove si scommette. Ecco cosa si legge sul sito governativo dell’Istituto comprensivo “Piazza Caduti di via Fani” di Lissone,sempre in Brianza : “Dopo le gare di selezione interne, il 14 aprile presso il Joyvillage di Lissone si è svolta la finale provinciale del torneo di bowling, che ha visto dominatrice la nostra scuola».

In Italia ci sono

*Slot-machine

più videolottery

397.000

macchine da gioco*

1 apparecchio ogni

151 abitanti

397000

In Germania: 1 apparecchio ogni 261 abitanti

In Spagna: 1 apparecchio ogni 245 abitanti

Il bowling è certamente un passatempo sano, così come il “progetto bowling a scuola”. Il “Joyvillage” però è la stessa sala giochi lungo la superstrada Milano-Lecco in Lombardia con i “ticket redemption”, vere slot-machine per minorenni. Ed è anche l’anticamera, in tutti i sensi, di “Luckyville”: la sala per adulti volutamente allestita in mezzo agli spazi per famiglie con tavoli da biliardo, apparecchi mangiasoldi per bambini e, appunto, il bowling. Joyvillage, il villaggio della gioia, e Luckyville, la città della fortuna, appartengono a Maxbet, società partner di Lottomatica fondata in Ucraina, con sede legale a Cipro e sale giochi in Romania, Bielorussia e Italia.

Da quanto racconta il sito “tuttobowling.it”, le scuole della provincia di Monza ospitate da Maxbet sono molte di più. Un istituto superiore, il Mosè Bianchi. E addirittura sei medie inferiori: Bagatti-Valsecchi, Aldo Moro, Caduti via Fani, Mariani e due istituti intitolati a Edmondo De Amicis. Forse non è un caso che Joyvillage e Luckyville siano così affollati di adolescenti perfino il mercoledì sera tardi.

Un gruppo di studenti maggiorenni è appena entrato nella sala delle slot-machine e delle videolotterie. Sulle macchine lampeggia la scritta “Lottomatica”, accanto a messaggi rassicuranti dell’Agenzia dei monopoli. Lottomatica è il colosso economico che da Londra a Wall Street ritorna in Italia sotto il controllo del gruppo De Agostini, il glorioso modello di editoria per bambini e ragazzi.

Tutto questo soltanto quattordici anni fa non era permesso. Fino al 2003, quando furono introdotte le lotterie istantanee e 350 mila slot, le giocate degli italiani oscillavano intorno ai quindici-diciassette miliardi l’anno. Ed era già un primato. Nel 2004 la tradizionale estrazione del lotto dominava ancora con il 47,2 per cento del mercato. Gli apparecchi mangiasoldi si prendevano solo il 18,1 per cento. Ma già quell’anno, in seguito ai nuovi giochi autorizzati, le puntate complessive salirono per la prima volta a ventiquattro miliardi. E da allora la crescita non si è più fermata. Un jackpot alla rovescia, guidato dalla lunga mano dello Stato.

Costo medio

del gioco alla slot machine

4 secondi

1 minuto

1 ora

€ 1

€ 15

€ 900

Si è cominciato con il governo Berlusconi dall’idea di incrementare le entrate fiscali attraverso le concessioni per il gioco, per non aumentare la tassazione generale. E nel 2009 si è superato il punto di non ritorno: sempre grazie a un governo Berlusconi, con il decreto per l’Abruzzo che pretendeva di ricostruire L’Aquila e la provincia distrutta dal terremoto con le imposte sull’azzardo, è stata decisa l’invasione senza precedenti di slot-machine e l’introduzione delle nuove videolotterie. Sappiamo come è finita: invece della ricostruzione, l’Italia è diventata una disperata sala giochi.

Le 397.000 macchine mangiasoldi oggi autorizzate garantiscono ai gestori una densità media nazionale di un apparecchio ogni 151 abitanti. Battuti perfino i medici, fermi a uno ogni 250 residenti. Siamo tra i primi sei nel mondo anche come spesa individuale: accanto ad Australia, Singapore, Finlandia, Nuova Zelanda e Stati Uniti. Con appena l’1 per cento della popolazione mondiale, occupiamo il 22 per cento del mercato globale.

LA MANO SOFFICE
La mano soffice dei governi ha intanto premiato gli apparecchi più pericolosi e onerosi per le pesanti conseguenze sulla salute. Un vero paradosso. Lo ha denunciato otto mesi fa la Corte dei conti nella relazione sul rendiconto generale dello Stato: «Nell’ultimo quinquennio, nonostante un aumento delle giocate dell’ordine di 27 miliardi (+44 per cento), l’utile erariale ha segnato una caduta dell’ordine di 300 milioni (-4 per cento). E nel più ampio arco temporale 2004-2015, per ottenere un aumento di 1,1 miliardi del gettito da giochi (+15 per cento), il valore delle giocate è dovuto crescere di 63,5 miliardi (+256 per cento)».

È nata così la nuova “casta ludens”: una generazione di investitori, manager, lobbisti, parlamentari amici, avvocati, burocrati, matematici, ingegneri, politici nazionali e locali che, dietro i paramenti del gioco pulito, perseguono i naturali interessi economici del settore. La ludocrazia dà lavoro in Italia 146 mila persone. Ha piantato radici in migliaia di famiglie. Perfino nel nome adesso è più gentile.

Fin dal 2003 i ludocrati hanno fatto correggere gli articoli del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, il Tulps: non si chiama più “gioco d’azzardo” ma “gioco lecito”. Il messaggio cambia. È scritto ovunque nei siti, sulle slot-machine, nelle sale giochi, accanto al logo rassicurante dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli: «Gioca senza esagerare». Se finisce male, è perché hai esagerato. Secondo lo Stato, lo sviluppo di patologie dipende insomma dall’individuo. Non dall’offerta di campagne commerciali invasive e potenzialmente pericolose.

Tassazione di alcuni beni

indispensabili

Elettricità 10%

Gas 10%

Farmaci 10%

Ristoranti 10%

Teatro 10%

Uova 10%

Carne 10%

Affitto immobili 22%

Tassazione di apparecchi

per gioco d’azzardo

Videolottery

Slot machine

NOVECENTO EURO ALL’ORA
Eppure pubblicità, macchine, luci e suoni alludono alla possibilità di un riscatto dalla disoccupazione o dalla quotidiana disperazione. Se non fosse così, i grandi gruppi non piazzerebbero i loro marchi agli incroci delle periferie più povere. Quando poi mancano i soldi e arrivano le ingiunzioni della banca, è troppo tardi per tornare indietro.

La finanziarizzazione della povertà comincia da qui: i pignoramenti, le minacce di sfratto, le rate da restituire. I debiti ci rendono più docili. Alla peggio, la violenza esplode in famiglia. «Oggi, quando si parla di azzardo», sostiene Marco Dotti, docente all’Università di Pavia, nell’introduzione del libro “Ludocrazia, un lessico dell’azzardo di massa” (O/O Edizioni) curato con Marcello Esposito, «si dovrebbe parlare nello specifico di azzardo di massa mediato dalla tecnologia e orientato al controllo integrale del soggetto, non solo delle sue pulsioni». Gli imprenditori ovviamente si dichiarano tutti testimonial del gioco responsabile. Ma un’impresa competitiva quotata in Borsa o finanziata da fondi di investimento può davvero ridurre il suo RevPAC (Revenue per available customer), cioè il fatturato per singolo cliente?

La slot-machine qui di fronte non può rispondere. Fa soltanto il suo sporco lavoro. È un robot programmato per drenare ricchezza. Il suo cuore è un algoritmo impostato secondo quanto stabilisce il comma 6 dell’articolo 110 del Tulps: una vincita ogni 140 mila partite, durata della partita quattro secondi, costo massimo un euro a partita. Avete capito bene: un euro basta solo per quattro secondi di gioco. Sono quindici euro al minuto, novecento all’ora. È questa velocità frenetica l’anticamera della dipendenza.

Proviamo allora una Vlt, le videolotterie che avrebbero dovuto ricostruire L’Aquila. Le loro vincite sono programmate su un ciclo più lungo: cinque milioni di partite. Infatti va addirittura peggio. Lei sembra conoscere tutto dei suoi giocatori. All’inizio ti fa vincere. Da dieci euro ti porta a tredici, semplicemente battendo a caso sul tasto. Poi si prende tutto. Finalmente i ragazzi delle scuole sono andati via. Restano gli incalliti. Qui accanto è seduta una pensionata oltre la settantina. Non stacca lo sguardo dallo schermo da almeno un’ora. E continua a perdere. All’improvviso il suo badante sudamericano, muscoloso e tatuato, risponde al telefonino: «È tua figlia», le dice. «Adesso non ho tempo», mormora lei, senza nemmeno voltarsi.

L’AFFARE S’INGROSSA

L’AFFARE S’INGROSSA – SETTANTAMILA EURO PAGATI DA ALFREDO ROMEO ALL’AMICO DI TIZIANO RENZI PER ATTIVARE “UN CANALE PER ARRIVARE AL GOVERNO VISTO CHE FINORA SONO SEMPRE STATO BOICOTTATO A LIVELLO POLITICO NELL’ASSEGNAZIONE DELLE GARE” –

 

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Alfredo Romeo esce dal carcere Alfredo Romeo esce dal carcere
  

Settantamila euro pagati per attivare “un canale per arrivare al governo visto che finora sono sempre stato boicottato a livello politico nell’assegnazione delle gare”. Parola di Alfredo Romeo, l’imprenditore napoletano che è al centro dell’inchiesta sulla Consip, la centrale acquisti dello Stato. Era Romeo a confidare il “costo” per l’apertura di quel “canale per arrivare al governo” a Marco Gasparri, il funzionario Consip suo amico,  ora accusato di corruzione.
 Come racconta il Corriere dell Sera, quei soldi sarebbero stati destinati a Carlo Russol’imprenditore toscano indagato per traffico d’influenze insieme al Tiziano Renzi, il padre di Matteo.

tiziano renzi luca lotti tiziano renzi luca lotti 

Renzi senior e Russo sono accusati di essersi mossi per favorire Romeo nell’assegnazione di alcuni lotti del mega appalto da 2.7 miliardi di euro della Consip. Ed è lo stesso Romeo a parlare di quei 70 mila euro versati a Russo, in una conversazione intercettata dai carabinieri del Noe. Solo una delle intercettazioni agli atti dell’inchiesta condotta dal procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo e dal sostituto Mario Palazzi.

MATTEO RENZI E TULLIO DEL SETTE MATTEO RENZI E TULLIO DEL SETTE 

Gli elementi raccolti fino ad ora hanno portato gli inquirenti ad indagare anche su Russo e Renzi senior, con il primo che avrebbe chiesto denaro a Romeo anche a nome del secondo. Chiave di volte dell’indagine dei pm, oltre ai “pizzini” con iniziali e cifre trovati nella spazzatura dell’ufficio dell’imprenditore – compreso quello con scritto “30 mila euro al mese T.”– sono i colloqui intercettati tra Romeo e Italo Bocchino, l’ex deputato di Futuro e Libertà ora diventato suo collaboratore.
In un dialogo del gennaio 2016 i due parlano anche di  Lotti, che in quel momento è sottosegretario alla presidenza del Consiglio. “Romeo – annotano gli investigatori – riferisce quello che Luca Lotti avrebbe detto all’omino e che potrebbe identificarsi in Carlo Russo, riguardo la mancata assegnazione di bandi di gara a Romeo: Non mi strappo i capelli se perde Romeo, così ha detto Lotti all’omino”.

Bocchino e la Began Bocchino e la Began 

Poi, a febbraio è Romeo a sottolineare sempre a Bocchino di avere pagato Russo, l’imprenditore amico della famiglia Renzi. L’ex leader di Fli, dunque, gli consiglia che “se dovesse pervenire una richiesta di denaro Romeo li dovrebbe sborsare”. L’imprenditore però non è d’accordo.

Bocchino e la Began Bocchino e la Began 

“Romeo – annotano sempre i carabinieri nei brogliacci riassuntivi delle intercettazioni – ricorda che Russo, dopo le elezioni regionali, verosimilmente in Toscana, gli avrebbe chiesto di saldare una fattura di 70, 80 mila euro di una ditta di catering il cui conto è in sospeso e che pare Romeo abbia saldato a fronte di alcune entrature che probabilmente non hanno dato i frutti sperati. E proprio perché pare che Romeo non sia rimasto pienamente soddisfatto, nel caso Russo chiedesse altri soldi ‘ce lo mando…”

ALFREDO ROMEO CON ROSETTA IERVOLINO ALFREDO ROMEO CON ROSETTA IERVOLINO 

Secondo il quotidiano di via Solferino, però, i rapporti tra Romeo e Russo diventano in seguito molto stretti. Nel decreto di perquisizione che la settimana scorsa ha portato al sequestro dei pizzini di Romeo – considerati il “libro mastro delle tangenti” dell’imprenditore – i pm parlano genericamente di intercettazioni “con faccendieri e facilitatori nel corso dei quali si fa riferimento a fittizi contratti di consulenza pianificando l’emissione di fatture per prestazioni inesistenti”.
Si riferiscono a Russo? Di certo c’è che l’imprenditore nelle conversazioni assicura Romeo di aver sembra informato Tiziano Renzi delle loro discussioni. Se si tratta di millantato credito o meno sarà il padre dell’ex premier a doverlo spiegare nell’interrogatorio con i pm di piazzale Clodio in programma la prossima settimana.

Tiziano Renzi indagato a Roma sugli appalti Consip: è accusato di concorso in traffico di influenze

Tiziano Renzi indagato a Roma sugli appalti Consip: è accusato di concorso in traffico di influenze

Giustizia & Impunità

 

L’inchiesta della Procura capitolina è uno stralcio di quella napoletana, svelata il 21 dicembre in esclusiva da Marco Lillo sul Fatto Quotidiano. Il padre dell’ex premier: “Ammetto la mia ignoranza ma prima di stamattina neanche conoscevo l’esistenza di questo reato che comunque non ho commesso essendo la mia condotta assolutamente trasparente come i magistrati – cui va tutto il mio rispetto – potranno verificare”

 

Tiziano Renzi, padre dell’ex presidente del consiglio Matteo Renzi, è indagato dalla Procura di Roma nell’inchiesta sugli appalti Consip, la centrale acquisti della pubblica amministrazione. L’accusa nei suoi confronti è concorso in traffico di influenze. L’inchiesta romana è uno stralcio di quella aperta a Napoli e svelata il 21 dicembre in esclusiva da Marco Lillo sul Fatto Quotidiano. Si tratta dello stesso procedimento (inviato a Roma per competenza territoriale) in cui è indagato il ministro dello Sport Luca Lotti, accusato a sua volta di rivelazione di segreto e favoreggiamento al pari del generale dei carabinieri Tullio Del Sette e il comandante della Legione Toscana dei carabinieri, il generale Emanuele Saltalamacchia.
Il padre del segretario del Pd ha ricevuto oggi un invito a comparire nel quale si ipotizza il reato a suo carico. I magistrati di piazzale Clodio intendono sentirlo a breve, già la prossima settimana. La notifica è arrivata a Renzi senior alle ore 13 a Scandicci, come confermato dall’avvocato Federico Bagattini, legale di Tiziano Renzi. “Il fatto è totalmente incomprensibile – ha detto il difensore – perché nell’atto è riportato solo il numero della norma violata. Prenderemo contatto con il pm per capire quali sarebbero i fatti contestati”.

Anche il diretto interessato ha detto la sua circa l’iscrizione nel registro degli indagati: “Ammetto la mia ignoranza ma prima di stamattina neanche conoscevo l’esistenza di questo reato – ha detto Tiziano Renzi – che comunque non ho commesso essendo la mia condotta assolutamente trasparente come i magistrati, a cui va tutto il mio rispetto, potranno verificare. I miei nipoti sono già passati da una vicenda simile tre anni fa – ha aggiunto – e devono sapere che il loro nonno è una persona perbene: il mio unico pensiero in queste ore è per loro”.
Il reato di traffico di influenze, contestato al padre dell’ex premier in concorso con altri, è stato introdotto nel codice penale nel 2012: mira a colpire anche il mediatore di un accordo corruttivo al fine di prevenire la corruzione stessa. Il ruolo del padre del segretario Pd ha attirato le attenzioni dei magistrati poiché strettamente collegato a quello del suo vecchio amico Carlo Russo, un imprenditore toscano molto vicino ad Alfredo Romeo, protagonista principale dell’inchiesta della Procura partenopea.

Il primo a commentare la notizia è il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio del M5s, che su twitter scrive: “Padre di Renzi e suo braccio destro Lotti indagati in inchiesta Consip. Renzi era a conoscenza del traffico di informazioni? #Renzisapeva?”. Dello stesso tenore il commento del capogruppo M5s Vincenzo Caso. “L’inchiesta Consip – dice – che riguarda una commessa miliardaria si conferma un caso giudiziario da approfondire, su cui è necessaria la massima attenzione di tutta l’opinione pubblica. Bisogna accendere un faro sulla vicenda”.
Nell’indagine, che di fatto viene coordinata da due Procure, il focus principale degli inquirenti è rivolto alla gara d’appalto, bandita nel 2014, denominata Fm4 (facility management) del valore di 2,7 miliardi di euro e che era stato suddiviso in una serie di lotti.  I magistrati capitolini intendono approfondire i rapporti tra il padre dell’ex premier e l’imprenditore Russo, in contatto con Romeo. Agli atti dell’indagine anche decine di intercettazioni telefoniche acquisite nel filone napoletano dell’inchiesta tra Romeo e l’ex deputato Italo Bocchino, “consulente” dell’imprenditore.
Per l’inchiesta Consip, nel dicembre scorso, dopo aver ricevuto gli atti da Napoli, i pm capitolini hanno ascoltato il ministro dello Sport Lotti e il comandante generale dell’Arma, Del Sette. Entrambi hanno respinto le accuse, sostenendo di non aver mai rivelato ai vertici di Consip l’esistenza di indagini. In particolare Lotti, interrogato il 27 dicembre scorso, ha affermato di “non avere mai saputo nulla di indagini” relative alla Consip. Riferendosi all’amministratore delegato della società, Luigi Marroni, che sentito come persona informata sui fatti dai magistrati di Napoli aveva fatto il nome dell’allora sottosegretario, Lotti ha detto di “non frequentarlo” e di “averlo visto solo due volte nell’ultimo anno”.

L’amico di Tiziano, il Giglio Magico e la gara da 2,7 mld

Scandicci-Napoli – Il legame tra il padre dell’ex premier Renzi e l’imprenditore toscano vicino all’inquisito Alfredo Romeo
L’amico di Tiziano, il Giglio Magico e la gara da 2,7 mld

C’è un’inchiesta napoletana sulla corruzione di un dirigente della Consip, Marco Gasparri, da parte dell’immobiliarista Alfredo Romeo che fa tremare i palazzi romani. Non ci sono ancora altri indagati ma gli accertamenti in corso promettono riverberi sul Giglio Magico, cioè sui personaggi che, per ragioni familiari o politiche, fanno parte del cerchio più ristretto ed esclusivo che circonda il segretario del Pd Matteo Renzi.
L’indagine ieri è arrivata nel palazzo della prima stazione appaltante italiana: la Consip, la società del ministero dell’Economia che ogni anno compra dai privati, previa gara, beni e servizi da mettere a disposizione di tutte le pubbliche amministrazioni per un totale di 40 miliardi. Sono stati acquisiti documenti negli uffici dell’amministratore delegato, Luigi Marroni, 59 anni, nato a Castelnuovo Berardenga, nominato dal governo nel 2015 dopo la vittoria di Enrico Rossi in Regione Toscana, quando si è capito che il candidato alla segreteria del Pd in chiave anti-Renzi non lo avrebbe riconfermato come assessore alla salute. Marroni è stato dirigente dell’azienda sanitaria di Firenze per otto anni e da giugno 2012 era assessore alla Sanità in regione. La sua è stata una delle nomine più importanti dell’era renziana. Marroni ha un rapporto stretto con il ministro Luca Lotti e con quel Filippo Vannoni che oggi dirige la municipalizzata del servizio idrico Publiacqua.
Ieri i carabinieri del Noe di Roma e i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Napoli sono entrati nel suo ufficio nel palazzo di via Isonzo dove ha sede la Consip su delega dei pm Henry John WoodcockCelestina Carrano e Enrica Parascandolo. Gli indagati sono solo Romeo e Gasparri ma l’inchiesta è molto ampia. Decolla dopo il referendum che ha spaccato l’Italia consegnando il biglietto di ritorno verso Pontassieve al Matteo nazionale.
A rendere questa indagine interessante non è solo l’entità dell’appalto ma anche i legami dei soggetti che interessano gli investigatori. Romeo ha rapporti con un imprenditore di Scandicci che si occupava anche di distribuzione di farmaci a domicilio, Carlo Russo, 33 anni, e – secondo quanto risulta al Fatto – Russo è a sua volta in stretti rapporti con Tiziano Renzi con il quale condivide la passione religiosa e i pellegrinaggi a Medjugorje.
Anche l’amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, ha rapporti con Tiziano Renzi. Sono rapporti che non c’entrano direttamente con il reato contestato dai pm napoletani a Romeo e Gasparri ma indubbiamente potrebbero imbarazzare il padre di Renzi e di riflesso l’ex premier nel momento in cui gli investigatori si interessano di Consip.
Romeo al momento è accusato solo di avere corrotto il funzionario della Consip Marco Gasparri, a capo della direzione che si occupa delle gare per l’acquisto dei servizi per tutte le amministrazioni. Il funzionario si sarebbe messo a disposizione di Romeo per aiutarlo a vincere le gare. Il rapporto tra i due emerge già nel 2007 in una telefonata, irrilevante dal punto di vista penale, dell’indagine della Procura di Napoli che portò all’arresto di Romeo nel 2008. Molti anni dopo la sua ingiusta detenzione Romeo fu assolto dalla Cassazione e, a maggior ragione, in questa indagine si impone la massima cautela.
Nel mirino dei pm c’è l’appalto più grande d’Europa: Fm4, cioé facility management, la gara indetta nel 2014 da Consip per l’affidamento dei servizi gestionali degli uffici, delle università e dei centri di ricerca della Pubblica amministrazione. La convenzione vale 2 miliardi e 700 milioni di euro per una durata complessiva di 36 mesi e corrisponde all’11,5 per cento della spesa annua della Pubblica amministrazione. L’appalto è diviso in lotti e non è ancora stato aggiudicato, ma Romeo è a un passo dalla vittoria, insieme ad altri, in tre lotti.
Il 16 dicembre in gran segreto il manager Gasparri viene interrogato dai pm alla presenza del suo avvocato Alessandro Diddi. Il verbale è secretato per i suoi contenuti delicati. Non si parla solo di Fm4. Gasparri si dilunga anche sull’influenza dei politici sulle nomine in Consip, a partire da Marroni, e sulla gestione degli appalti da parte della società.
Appena quattro giorni dopo, i pm napoletani inviano finanzieri e carabinieri negli uffici di Marroni. Nel 2014, la stampa parlò a lungo dei contributi, registrati e leciti, della società di Alfredo Romeo alla Fondazione Big Bang di Matteo Renzi. Ora il rapporto tra Romeo e la famiglia Renzi potrebbe tornare di attualità per i rapporti con l’amico comune Carlo Russo. E non per i pellegrinaggi a Medjugorje.

Appalti Consip, anche Luca Lotti è indagato. E l’inchiesta passa a Pignatone

Favoreggiamento e rivelazione di segreto contestati al braccio destro di Renzi La caccia alle cimici ha allertato gli investigatori. Inquisito pure Saltalamacchia

Luca Lotti è indagato per rivelazione di segreto e favoreggiamento nell’ambito dell’indagine avviata dalla Procura di Napoli sulla corruzione in Consip. Il fascicolo contenente le ipotesi di reato sulle fughe di notizie è stato stralciato dal filone principale sulla corruzione (che vede indagati Alfredo Romeo e il dirigente della Consip Marco Gasparri) ed è finito a Roma per competenza territoriale. A decidere il destino dell’uomo più vicino al segretario del Pd ora sarà il procuratore Giuseppe Pignatone.
Il braccio destro di Renzi, già sottosegretario alla Presidenza del consiglio, attuale ministro allo sport e aspirante alla delega sui servizi segreti con Gentiloni, è indagato a seguito delle dichiarazioni del suo amico Luigi Marroni. L’ex assessore alla sanità della Regione Toscana, promosso da Renzi a capo della Consip, nel suo esame come persona informata dei fatti, ha tirato in ballo anche il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, comandante della Legione Toscana, indagato per le stesse ipotesi di reato.
A far partire gli accertamenti che hanno portato a indagare tre persone, oltre a Lotti e Saltalamacchia c’è anche il comandante generale dell’Arma dei carabinieri Tullio Del Sette, è stata una bonifica contro le microspie. L’amministratore della Consip, la centrale acquisti della pubblica amministrazione italiana, Luigi Marroni, poche settimane fa incarica una società di rimuovere eventuali cimici dai suoi uffici. La caccia va a segno. Le microspie vengono rimosse, Marroni e compagni azionano mentalmente il rewind, cercano di pensare a discorsi, incontri e parole dette.
Martedì i carabinieri del Noe e i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Napoli entrano in via Isonzo per acquisire i documenti in Consip per l’inchiesta relativa al più grande appalto in corso in Europa, il facility management 4, una torta enorme da 2,7 miliardi di euro divisa in lotti, tre dei quali prossimi a finire anche alle società di Alfredo Romeo. Lo stesso giorno i pm Henry John Woodcock, Celeste Carrano ed Enrica Parascandolo sentono a sommarie informazioni anche l’ad Marroni: all’inizio minimizza, ma quando intuisce che i pm potrebbero avere elementi precisi, grazie a pedinamenti e intercettazioni ambientali, fa i nomi.
Dice di avere saputo dell’indagine dal presidente di Consip Luigi Ferrara che a sua volta era stato informato dal comandante Tullio Del Sette. Poi aggiunge altri nomi. I più importanti sono Lotti e il generale Emanuele Saltalamacchia, suoi amici. Entrambi lo avrebbero messo in guardia dall’indagine che ora si scopre essere imbarazzante per Tiziano Renzi. Entrambi sono amici di Matteo Renzi. Entrambi sono indagati. Sembra difficile immaginare una corsa a chi avvertiva la Consip dell’indagine. Stiamo parlando del comandante e di uno dei generali più stimati del Corpo, oltre che del sottosegretario più vicino all’ex premier, l’uomo incaricato di tenere per lui i rapporti più delicati con le forze di polizia. Sembra davvero difficile immaginarli intenti a svelare il segreto di un’indagine. Però la bonifica c’è stata ed è andata a segno.
L’indagine richiederà alla Procura di Roma estrema cautela. Il ministro Luca Lotti alla specifica domanda: “Ha mai parlato dell’esistenza di un’indagine su Consip con Marroni?”, ci ha risposto con un secco: “No”. Il comandante della Legione Toscana Emanuele Saltalamacchia (già in corsa per diventare numero due dei Servizi segreti Aisi, stimato da Renzi che lo ha conosciuto da sindaco quando era comandante provinciale a Firenze), contattato dal Fatto, non rilascia commenti. Dando per scontata la medesima risposta (“nessuna soffiata”) si pone un bivio logico.
Marroni potrebbe anche avere travisato le frasi dei suoi interlocutori o potrebbe ricordare male. Come si spiega, però, il suo ritrovamento delle cimici dopo i colloqui con gli amici toscani? In questa storia le cose sono due: o Marroni ha capito male ed è stato molto “fortunato” a pescare le cimici o qualcuno mente.
In questa seconda ipotesi la domanda a cui dovrà rispondere il procuratore Pignatone è: perché tante persone così vicine a Renzi erano così allarmate per l’indagine sulla Consip? L’ipotizzato favoreggiamento di Lotti e dei carabinieri chi voleva favorire?
L’indagine che potrebbe essere stata danneggiata dalle presunte soffiate vede al centro Alfredo Romeo, imprenditore napoletano, finanziatore nel 2012, con contributi leciti, della Fondazione di Matteo Renzi. L’inchiesta però riguarda anche, in posizione molto più defilata, un imprenditore 33enne di Scandicci di nome Carlo Russo. Russo, secondo quanto risulta al Fatto, è in stretti rapporti con Romeo e ha incontrato sia l’amministratore di Consip Luigi Marroni sia Tiziano Renzi. Proprio il suo ottimo rapporto con il babbo dell’allora premier potrebbe avere indotto l’amministratore di Consip a incontrarlo.
Tiziano Renzi non è indagato. Luca Lotti e compagni sono innocenti fino a prova contraria. Però resta una domanda: Marroni è amico dei Renzi, padre e figlio; perché l’amministrazione di una società nominato dal governo Renzi dovrebbe accusare gli amici di Matteo Renzi di avergli rivelato l’esistenza di un’indagine nelle cui carte potrebbero esserci elementi imbarazzanti su Tiziano Renzi? Anche a questa domanda dovranno rispondere i pm romani.

Appalti Consip, il verbale dell’amico dell’ex premier: “Anche Renzi sapeva dell’indagine”

Non c’è pace a Rignano. Filippo Vannoni, il presidente di Publiacqua fa il nome dell’ex presidente del Consiglio ai pm di Napoli: “Matteo sapeva dell’esistenza dell’inchiesta”

 

Anche Matteo Renzi sapeva dell’indagine segreta (si fa per dire) sulla Consip, la centrale di acquisto della Pubblica amministrazione. A tirare in ballo il segretario del Pd nella fuga di notizie che fa tremare il governo non è un funzionario amico del M5s o un burocrate con simpatie per Bersani e Speranza. Bensì un renziano a 24 carati: Filippo Vannoni, presidente di Publiacqua. Il testimone che fa il nome dell’ex premier davanti ai pm di Napoli è presidente della municipalizzata dell’acqua di Firenze e di altri 45 Comuni dei dintorni, perché scelto nel 2013 proprio da Matteo Renzi e confermato da Dario Nardella nel 2015. Prima di dedicarci a Vannoni cerchiamo di capire perché ci poteva essere tanto interesse tra Roma e Rignano su un’indagine lontana. A Napoli i pm Henry John Woodcock, Enrica Parascandalo e Celeste Carrano indagano da mesi sugli appalti della società Consip, cento per cento del Tesoro, incaricata di fare acquisti per sette miliardi all’anno per tutte le pubbliche amministrazioni.
Indagati per corruzione nell’esercizio delle funzioni (articolo 318 c.p.) sono Alfredo Romeo e Marco Gasparri, funzionario di Consip che si occupa delle gare per le forniture. I pm indagano anche sul più grande appalto d’Europa: 2,7 miliardi di euro suddivisi in decine di lotti, tre dei quali potrebbero finire anche alle società di Alfredo Romeo, in passato finanziatore legalmente della Fondazione Big Bang di Renzi ma soprattutto in rapporti con un amico di Tiziano Renzi: Carlo Russo.
Martedì 20 dicembre gli investigatori napoletani entrano nella sede Consip a Roma e acquisiscono i documenti sulla mega-gara. Poi sentono l’amministratore Luigi Marroni per chiarirsi un dubbio: prima della loro visita sapeva già dell’indagine tanto da far bonificare gli uffici dalle microspie, trovandole. Messo all’angolo dai pm che lo sentono come persona informata dei fatti, obbligato a dire la verità, nonché consapevole di essere stato ascoltato e pedinato, Marroni fa i nomi di chi gli avrebbe svelato l’esistenza dell’indagine: il presidente della Consip Ferrara, che lo aveva saputo – a suo dire – dal comandante dei carabinieri, Tullio Del Sette; poi il ministro Luca Lotti e il comandante dei carabinieri della Toscana Emanuele Saltalamacchia. Ferrara, sentito a ruota dai pm sminuisce il ruolo di Del Sette ma il comandante finisce comunque indagato con Lotti e Saltalamacchia per favoreggiamento e rivelazione di segreto. Il fascicolo finisce a Roma per competenza. Del Sette, sentito il 23 dicembre con grande cortesia istituzionale dal pm Mario Palazzi, nega. A rendere delicata la fuga di notizie istituzionale è il fatto che il padre dell’allora premier, Tiziano Renzi, pur non essendo indagato, è citato più volte nelle carte dell’indagine di Napoli. Tra i soggetti coinvolti nell’indagine su Romeo e compagni c’è poi un amico dei genitori di Matteo Renzi: l’imprenditore Carlo Russo, 33 anni di Scandicci.
Secondo il Tg La7, la signora Laura Bovoli, mamma di Matteo, sarebbe stata sua madrina di battesimo. Comunque Russo è in ottimi rapporti con il padre Tiziano con il quale condivide la passione dei pellegrinaggi a Medjugorje. Inoltre, al Fatto risulta una circostanza molto più importante: è proprio grazie ai buoni uffici di Tiziano Renzi che Carlo Russo è entrato in buoni rapporti con Luigi Marroni, a sua volta in buoni rapporti con Tiziano Renzi. Insomma, proprio Russo per gli investigatori è la figura che potrebbe dare un senso a questa storia perché in rapporti da un lato con Romeo, dall’altro con Marroni di Consip e da ultimo con Tiziano Renzi. Inoltre, secondo il quotidiano La Verità (vedi articolo senza smentita del 6 novembre) il padre di Renzi era terrorizzato per un’indagine di Napoli. Ora si scopre che, secondo quanto detto da Vannoni ai pm, anche il figlio, allora premier, sapeva dell’indagine sulla Consip. Le fughe di notizie sembrano sempre più pezzi di un puzzle a forma di Giglio Magico. Ricapitoliamo. Secondo Marroni, l’amministratore scelto da Renzi avrebbe saputo dell’indagine grazie al comandante dell’Arma scelto dal governo Renzi, al comandante della Toscana, amico di Renzi e al ministro braccio destro di Renzi. Uno spiffero, in questa bufera di soffiate, secondo La Verità, è arrivato all’orecchio del babbo di Renzi. Ora, secondo quanto detto da Vannoni ai pm, un altro spiffero sarebbe arrivato all’orecchio del figlio che allora era premier.
Urge un chiarimento in famiglia su queste soffiate, magari approfittando delle feste natalizie a Rignano. Anche perché il nuovo testimone è ancora più imbarazzante e interno al giro di Marroni. Filippo Vannoni è un renziano di ferro. Presidente di Publiacqua, già presidente del collegio sindacale della municipalizzata Sas, che si occupa di strade, è il marito di Lucia De Siervo, già capo di gabinetto di Renzi sindaco, ora direttore delle Attività economiche del Comune di Firenze con Nardella.
Vannoni è stato sentito a Napoli mercoledì scorso perché il giorno prima davanti agli stessi pm l’amministratore della Consip Marroni aveva citato anche lui, oltre a Lotti, e ai due generali, come fonte delle notizie sull’indagine. Marroni, ingegnere con un passato nel gruppo Fiat, promosso a capo della principale stazione appaltante italiana da Renzi è il punto debole del segretario del Pd in questa storia. Nonostante sia alto quasi due metri, con 59 anni e una carriera alle spalle che lo ha portato a essere vicepresident governance di Cnh a Chicago, Marroni martedì scorso si è trovato di fronte a una cosa più grande di lui. Quando gli è stato chiesto, sotto giuramento, perché avesse fatto fare la bonifica contro le microspie, non ha ceduto all’istinto di protezione dei suoi amici toscani. Così ha tirato in ballo anche il nome di Vannoni, che spesso sta a Roma perché nominato nel dicembre del 2015 come componente del Nucleo tecnico per il coordinamento della politica economica dal ministero dell’Economia.
Convocato d’urgenza di fronte ai pm, il presidente di Publiacqua, come tutti quelli chiamati in causa da Marroni, ha ricordato in termini molto più vaghi le circostanze riferite con precisione dall’Ad di Consip. Da quel che risulta al Fatto però ha messo a verbale anche lui i due nomi più pesanti. Per Vannoni, dell’inchiesta sulla Consip erano a conoscenza i massimi livelli del governo. Non solo il sottosegretario Luca Lotti ma, anche se in termini meno precisi e più vaghi, anche il premier Matteo Renzi. Il nome di Renzi jr entrerà in questa inchiesta non come indagato ma al massimo come persona informata dei fatti, se i pm di Roma decidessero di convocarlo. Le parole del boy scout Filippo Vannoni in fondo potrebbero far sorgere un dubbio nelle menti degli investigatori. Se il boy scout Matteo Renzi sapeva dell’indagine Consip, come spiega il boy scout Vannoni, forse sarebbe il caso di domandarsi: chi disse al boy scout Tiziano Renzidell’esistenza della stessa indagine? Chissà cosa dicono in materia le regole degli scout.
(Il Fatto ha provato a contattare per telefono e via sms sia Filippo Vannoni che – in tarda serata – Matteo Renzi per avere una loro versione dei fatti, ma non è riuscito ad ottenere risposta).

Consip, tra i sodali “di Romeo c’è l’amico di papà Renzi”

Scandalo Consip – Il ruolo di Carlo Russo, 33enne di Scandicci, nelle relazioni pericolose tra l’imprenditore napoletano e il padre dell’ex premier

L’amico della famiglia Renzi, l’imprenditore di Scandicci Carlo Russo, andava a parlare di operazioni che mescolano politica e affari privati con Alfredo Romeo mentre era intercettato dai carabinieri del Noe su delega della Procura di Napoli. Il 33enne molto legato a Tiziano Renzi, che è stato il padrino di battesimo del suo secondo figlio, ha proposto all’imprenditore Alfredo Romeo di salvare l’Unità. Non solo. In conversazioni su altre questioni, Russo e Romeo avrebbero discusso di pagamenti all’estero di consulenze che nascondevano, per gli investigatori, vere “tangenti”. Accuse da provare e probabilmente penalmente irrilevanti perché Russo e Romeo avrebbe solo prospettato questo disegno nelle conversazioni. Il disegno però non si è mai realizzato. E probabilmente non ha aiutato a passare dalle parole ai fatti la colossale fuga di notizie sull’indagine che ha tagliato le gambe ai pm e ha avvertito in tempo quasi reale gli intercettati.
Il comandante generale Tullio Del Sette, il comandante della Toscana, Emanuele Saltalamacchia e il ministro Luca Lotti sono indagati perché sarebbero andati a rivelare l’esistenza delle indagini sugli appalti Consip ai vertici della società pubblica che fa le gare per tutte le pubbliche amministrazioni, con il risultato che l’amministratore di Consip ha trovato e rimosso le cimici piazzate nei suoi uffici. Anche Tiziano Renzi, secondo La Verità avrebbe saputo di un’indagine di Napoli, da novembre almeno.
Ora si scopre cosa bolliva nella pentola degli investigatori poco prima. In un passaggio del decreto di perquisizione dei pm napoletani di mercoledì scorso a proposito di Alfredo Romeo si legge: “Appaiono illuminanti alcuni passaggi delle numerose conversazioni intercettate all’interno del suo ufficio, intrattenute da Romeo in particolare con uno dei faccendieri/facilitatori suoi visitatori abituali nel corso delle quali si fa espresso riferimento – scrivono i pm – alla prospettiva di stipulare fittizi contratti di consulenza pianificando dunque, la emissione e la utilizzazione di fatture relative a prestazioni inesistenti, da utilizzare per ‘mascherare’ il pagamento di vere e proprie tangentierogate da Romeo per le consuete finalità, tutto ciò pianificando l’utilizzo strumentale di società estere, e in particolare di una società inglese, pure nella disponibilità dello stesso Romeo e dei suoi familiari”.
Il faccendiere che – secondo i pm – avrebbe prospettato pagamenti di consulenze con l’uso strumentale di una società inglese di Romeo, è proprio Carlo Russo. Ieri abbiamo contattato l’amico dei Renzi per sapere la sua versione ma ci ha risposto picche.
Non si trattava – a detta degli investigatori – di un’opera meritoria verso le famiglie dei giornalisti che rischiano il posto in caso di chiusura del giornale né di generosità verso il Pd e i soci privati, Guido Stefanelli e Massimo Pessina, che hanno iniettato 2,8 milioni di euro nell’Unità Srl sotto forma di finanziamenti soci con una perdita dell’ultimo bilancio che sfiora i due milioni di euro.
Secondo i pm infatti Romeo avrebbe discusso delle ragioni del suo interessamento alle questioni editoriali (non solo L’Unità ma anche altre testate) con l’amico ed ex deputato Italo Bocchino. L’ipotesi di acquisto delle quote del giornale fondato da Antonio Gramsci nella mente e nei colloqui dell’imprenditore decolla nell’autunno scorso per i pm solo per “compiacere i rappresentanti della cosa pubblica”.
I pm di Napoli Henry John Woodcock e Celeste Carrano non scoprono le loro carte nel decreto di perquisizione che ieri ha portato i Carabinieri del Noe negli uffici di Romeo alla ricerca di documenti ma Il Fatto è in grado di raccontare alcuni retroscena di questa strana trattativa. Nel settembre del 2016, proprio quando l’assemblea dei soci dell’Unità prende atto della situazione drammatica dei conti, Carlo Russo discute con Romeo della possibilità dell’acquisto-salvataggio dell’Unità da parte dell’imprenditore.
Ieri abbiamo cercato di contattare il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi (che non è membro del cda dell’Unità come erroneamente abbiamo scritto ieri) per avere la sua versione su un eventuale interessamento di Romeo o di Russo per le sorti della società e del giornale ma ci ha risposto che non vuole parlarci. Secondo Bonifazi abbiamo scritto che lo abbiamo cercato mentre il telefonino da noi usato (un 349…) non è mai stato suo, come invece a noi risultava. Gli abbiamo detto che siamo a disposizione quando vuole per ospitare la sua versione.
Alfredo Romeo, va detto, quando Carlo Russo lo incontra e gli parla dell’Unità era un imprenditore senza pendenze, assolto da tutte le accuse che nel 2009 lo avevano portato ingiustamente in carcere per la storia della gara del global service del Comune di Napoli.
Nessuno – tanto meno Carlo Russo – sapeva che fosse indagato di nuovo per corruzione e altro dalla Procura di Napoli. Russo è amico anche della mamma di Renzi, Laura Bovoli, con la quale condivide la passione per i pellegrinaggi a Medju Gorje. La trattativa dell’Unità e tutti i discorsi fatti con Romeo potrebbero essere solo millanterie. A rendere imbarazzante il tutto è il fatto che Romeo voleva essere aiutato dai renziani nella gara della Consip FM4 cioé quella per la gestione di tutti gli immobili della pubblica amministrazione, l’appalto più grande d’Europa. Come Il Fatto ha già raccontato, alla fine Romeo è riuscito ad arrivare davanti a tutti in tre lotti pari a 609 milioni di euro. Ora attende l’aggiudicazione.

“SPIFFERAVA AL CLAN RENZI SU INDAGINI IN CORSO”: INDAGATO IL CAPO DEI CARABINIERI! IL GENERALONE RACCONTAVA TUTTO AL CLAN DEI FIORENTINI

Il comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette è indagato per favoreggiamento e rivelazione del segreto istruttorio nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti Consip che lambisce il cosiddetto ‘Giglio Magico’ e il padre del leader del Pd, Tiziano Renzi, che non è indagato ma il cui nome è tirato in ballo nelle carte. L’accelerazione dell’inchiesta dei pm di Napoli Henry John WoodcockEnrica Parascandolo e Celeste Carrano c’è stata nella notte di martedì 20 dicembre.
Come abbiamo raccontato ieri, a Napoli l’imprenditore Alfredo Romeo è indagato con l’accusa di avere corrotto un alto dirigente della Consip, Marco Gasparri. Al centro degli accertamenti dei pm c’è l’appalto cosiddetto FM4, la mega-gara di facility management, bandita nel 2014 e suddivisa in molti lotti, tre dei quali potrebbero essere aggiudicati alla società di Alfredo Romeo insieme ad altre. Le forniture pluriennali di tutti gli uffici delle pubbliche amministrazioni e delle università italiane valgono 2,7 miliardi di euro, pari a più dell’11 per cento della spesa pubblica nel settore. Il 16 dicembre, i pm sentono Gasparri alla presenza del suo avvocato Alessandro Diddi.

Ovviamente, vista la carica rivestita e vista la presenza di versioni diverse e da verificare, la presunzione di innocenza deve essere garantita. A maggior ragione a un comandante generale dell’Arma. Però questa storia presenta alcune anomalie. Alfredo Romeo è in rapporti molto stretti con Carlo Russo, un 33enne imprenditore di Scandicci, vicino a Firenze, a sua volta in rapporti con Tiziano Renzi.
La fuga di notizie ha danneggiato l’indagine proprio quando Russo si profilava all’orizzonte. Pochi mesi dopo la presunta ‘dritta’ del comandante Del Sette ai vertici Consip, a Rignano sull’Arno, patria dei Renzi, succede qualcosa di strano secondo un articolo de La Verità. Giacomo Amadori il 6 novembre sul giornale diretto da Maurizio Belpietro scrive: “Babbo Renzi è agitato per un’inchiesta di una Procura del Sud … dovrebbe essere Napoli”. Poi il racconto che gli amici più stretti di Tiziano a Rignano gli avrebbero confidato che se fosse uscita la notizia prima del 4 dicembre, Matteo avrebbe perso il referendum. Cosa poi riuscita a Matteo senza l’aiuto del padre. Renzi senior sa dell’indagine e si comporta di conseguenza. La Verità spiega: “Chiede all’ospite di turno di lasciare il cellulare all’ingresso della casa di Rignano e poi prende la strada bianca che conduce nel bosco dove confida tutte le sue preoccupazioni. L’inchiesta – prosegue l’articolo – ruoterebbe intorno a una vicenda del tutto nuova”. Poi, solo nel sottotitolo: “L’inchiesta riguarda una vicenda in cui è coinvolto un personaggio in rapporti con babbo Renzi che si giustifica: l’avrò visto una volta sola”. Il personaggio somiglia a Carlo Russo, l’imprenditore che condivide con Renzi senior la passione per i pellegrinaggi e che ha contatti con Romeo.
La soffiata a Roma ha avuto un effetto a Rignano? E chi andava in giro a svelare notizie riservate voleva favorire e salvare solo la Consip o qualcun altro? A queste domande dovrà rispondere la Procura di Napoli. O quella di Roma se, come appare probabile, il fascicolo sarà trasferito per ragioni di competenza territoriale.

Lorenzo Sarri – 23 dicembre 2016    

Sembra confermarsi un annus horribilis per Renzi e la sua cerchia questo 2016 che si avvia verso la conclusione. Dopo la sconfitta al referendum costituzionale e le subitanee dimissioni del premier, rapidamente sostituito dal Conte Gentiloni allo scopo di tappare la ferita, nuove tempeste si profilano all’orizzonte. L’ennesima “grana” arriva dalla città partenopea, e più precisamente dal suo Palazzo di Giustizia. Già da qualche mese, infatti, i pubblici ministeri Henry John Woodcock, Enrica Parascandolo e Celeste Carrano, coordinati dal Procuratore aggiunto Dott. Enzo Beatrice, stavano indagando sulla CONSIP (CONcessionaria Servizi Informativi Pubblici), società di interesse pubblico totalmente controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, che funge da centrale acquisti per la Pubblica Amministrazione, ossia si occupa di affidare a privati le commesse pubbliche organizzando gare d’appalto.

In effetti la CONSIP era già finita nel mirino di Antitrust e ANAC di Raffaele Cantone nel maggio scorso, circa assegnazioni senza gara o sospetti di gare truccate per forniture scolastiche in diverse regioni. Fatto sta che la società pubblica in discorso, nel 2014, bandisce una mega gara d’appalto di facility management, suddivisa in più lotti. Si tratta in concreto di forniture pluriennali a università e pubbliche amministrazioni italiane, per un valore totale di circa 2,7 milioni di Euro. Ora, tre di questi lotti se li aggiudicano società che fanno capo all’Avvocato casertano Alfredo Romeo, attivo soprattutto nel campo dell’immobiliare e dei servizi, già finito nelle grinfie della giustizia partenopea ai tempi dell’inchiesta Global Service del 2008: si trattava anche allora di una vicenda di appalti truccati e di presunta associazione a delinquere che portò in carcere alcuni assessori del Comune di Napoli e lo stesso Romeo (furono poi però tutti assolti in Cassazione).

Ecco che a distanza di nove anni Romeo torna nell’occhio del ciclone, poiché Woodcock e i colleghi lo iscrivono di nuovo al registro degli indagati, ipotizzando stavolta il reato di corruzione, in quanto l’avvocato avrebbe offerto somme consistenti di danaro in contanti a Marco Gasparri, alto dirigente CONSIP  (per la precisione Direttore Sourcing Servizi e Utility), a cui pure si contesta il medesimo reato, in cambio dell’assegnazione degli appalti  in questione alle sue società. Effettivamente già da tempo i PM monitoravano le attività delle imprese del gruppo Romeo, e dunque avevano disposto una serie di intercettazioni ambientali facendo innestare dai loro tecnici il virus c.d. Trojan sul cellulare di Romeo e di altri indagati. Tale attività di indagine dura cinque lunghi mesi e porta alla perquisizione dell’abitazione e degli uffici di Gasparri, e alla sua incriminazione, come si accennava sopra. In cambio di presunte tangenti, il dirigente CONSIP avrebbe fornito notizie riservate che avrebbero favorito la formazione di cartelli di imprese, con bandi cuciti su misura, afferma il “Corriere della Sera”.
Già nelle indagini collegate sul c.d. Sistema Romeo, un filone delle quali è quella su CONSIP, sono emersi molti nomi eccellenti: l’ex politico di Alleanza Nazionale Italo Bocchino (ora consulente delle aziende di Romeo, non indagato), ma anche lo stesso ex Presidente del Consiglio Renzi – a torto o a ragione l’imprenditore Guido Esposito, uomo di Romeo, intercettato si dice sicuro dell’intervento dell’allora premier per aggiudicarsi l’appalto delle pulizie al Policlinico Cardarelli di Napoli – e Luca Lotti, membro eccellente del Giglio Magico che si sarebbe intrattenuto a pranzo con lo stesso Renzi ed appunto Esposito, alla vigilia delle elezioni regionali campane del 2015, e sarebbe stato in rapporti assai cordiali con lo stesso Romeo. Insomma, fatti e circostanze certamente privi al momento di qualsiasi rilevanza penale, ma che qualcosa certamente dicono riguardo a una certa qual contiguità e socializzazione tra ambienti del Partito Democratico e una certa imprenditorialità spesso – a torto o a ragione – nel mirino della Giustizia.
Luca Lotti, ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel Governo Renzi, ora Ministro per lo Sport

 Certo, la diffusione di tali intercettazioni avrà forse causato qualche mal di pancia ai renziani. Ma c’è – purtroppo per loro – ben di più: lo scorso 16 dicembre, a seguito della perquisizione e dell’avviso di garanzia, Marco Gasparri viene naturalmente sentito dai pubblici ministeri alla presenza del suo legale. Egli spiega i suoi rapporti con Romeo e si inoltra nell’illustrare le pressioni della politica nell’attività della CONSIP. A seguito di ciò, gli inquirenti hanno sentito come persona informata dei fatti l’amministratore delegato di CONSIP, Luigi Marroni (nominato da Renzi) e ciò avrebbe notevolmente preoccupato Palazzo Chigi. Ebbene, come scrive Marco Lillo su “Il Fatto Quotidiano”, Marroni avrebbe richiesto a una società specializzata la “bonifica” (ossia l’eliminazione di eventuali cimici o altri dispositivi idonei ad intercettare conversazioni) degli uffici nella sede romana della società pubblica in discorso. A detta del Presidente, dott. Luigi Ferrara, a informarlo che era in corso un’indagine su Alfredo Romeo sarebbe stato il Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Gen. Tullio Del Sette, ex capo di gabinetto del Ministro della Difesa Roberta Pinotti. In seguito a ciò il militare è stato iscritto nel registro degli indagati, accusato di favoreggiamento e rivelazione di segreto istruttorio. La rivelazione sarebbe avvenuta però – e ciò è estremamente interessante – al momento in cui nell’inchiesta sugli appalti CONSIP si stava profilando un ruolo importante per Carlo Russo, giovane titolare della CR Consulenze con sede a Scandicci. Spiega Marco Lillo:

Come è andata? Marroni incarica nelle scorse settimane una società privata di effettuare la bonifica degli uffici della Consip. Non è una cosa usuale. Nell’indagine è coinvolto un personaggio non comune. Si chiama Carlo Russo, 33 anni, imprenditore di Scandicci, amico di Tiziano Renzi e in ottimi rapporti con l’imprenditore Alfredo Romeo, accusato di corruzione per i suoi rapporti con Consip. Russo è un tipo che ama parlare del suo rapporto con Tiziano Renzi e con la moglie Laura. Sarebbe interessante capire se ci sono rapporti triangolari tra Tiziano Renzi, Carlo Russo e Alfredo Romeo. Ma l’ipotesi probabilmente non potrà avere riscontro dalle microspie in Consip che sono state neutralizzate dalla soffiata.

Non è la prima volta che il nome del padre dell’ex premier, Tiziano Renzi, imprenditore, da agosto scorso segretario del PD di Rignano sull’Arno, roccaforte e paese d’origine della famiglia, si trova coinvolto in indagini giudiziarie. Solo quest’estate è arrivata per lui l’archiviazione circa l’indagine che lo vedeva accusato di bancarotta fraudolenta nel quadro del fallimento della società di distribuzione editoriale Chil Post, dichiarato nel 2013. Così come, all’inizio dell’anno, era stato seppur marginalmente sfiorato dalla penosa – specie per i correntisti – vicenda di Banca Etruria. Eppure, la possibile entrata di Russo, molto amico di Renzi senior, nell’inchiesta CONSIP napoletana, pare aver molto innervosito quest’ultimo, come aveva anticipato Giacomo Amadori già il 6 novembre scorso su La Verità. Secondo il giornalista, Tiziano Renzi temeva che l’uscita della notizia prima del 4 dicembre avrebbe fatto perdere il referendum al figlio– circostanza comunque verificatasi per ragioni indipendenti – e addirittura chiederebbe agli ospiti che vanno a trovarlo di lasciare il cellulare dentro casa e di appartarsi con lui in un bosco vicino per parlare: segno che teme di avere cimici in casa, e che dunque sa qualcosa dell’inchiesta in corso. Difficile dire se la fonte di queste informazioni sia anche per lui il generale Del Sette. In ogni caso la fuga (o le fughe) di notizie renderanno certo molto difficile alla Procura di Roma – che probabilmente rivendicherà la propria competenza territoriale – accertare un eventuale rapporto trigono tra Alfredo Romeo, Carlo Russo e Tiziano Renzi, che però viste anche le contromisure prese dagli interessati sembra non essere troppo peregrino.
Tiziano Renzi, padre dell'ex premier Matteo Renzi

Se la verità processuale è chiaramente ancora lontana, e del resto non può negarsi agli indagati la presunzione di innocenza, nemmeno possono negarsi alcune considerazioni finali. E’ necessario fare caso al fatto che, se questo apparentemente diffuso malaffare che coinvolgerebbe importanti membri del Giglio Magico e dello stesso entourage familiare di Matteo Renzi si è ormai diffuso su scala nazionale, tanto che suoi sodali vengono attenzionati dalla procura napoletana, le sue radici profonde sono sicuramente altrove. E precisamente in terra toscana, dove il Partito Democratico sostanzialmente ha un potere incontrastato dal secondo dopoguerra. Prima PCI, poi PDS, poi DS e ora PD, è riuscito prima a incorporare (con “l’Ulivo” prodiano) gran parte della DC che doveva fungere da opposizione – ma in queste plaghe lo scontro politico è raramente stato aspro – e contemporaneamente a portare il suo elettorato praticamente intatto da un ortodosso comunismo filosovietico negli anni ’50 all’attuale renzismo. Ciò probabilmente anche grazie a uno stretto intreccio con cooperative rosse e bianche (trasformatesi da cooperative di consumo ai supermercati “Coop” approfittando anche delle agevolazioni fiscali previste dalla legge), Arciconfraternita della Misericordia, clero “progressista” e banche locali. E non si pensi che ciò sia iniziato con Renzi: ben precedenti sono i rapporti del PD fiorentino con la famiglia Ligresti (Renzi divenne sindaco proprio promettendo di “rottamare” tale classe politica) o alla nomina di Mussari a MPS, uomo molto vicino a D’Alema. Insomma, la mancata alternanza e alternativa hanno portato alla creazione progressiva del “sistema PD” in Toscana: viene quindi da pensare che all’elettorato più che alla magistratura spetti il compito ora di sanzionarlo pesantemente.

Entro fine mese il Comune deve sistemare infopoint, cartellonistica e bagni chimici

Entro fine mese il Comune deve sistemare infopoint, cartellonistica e bagni chimici

Il premio lo ha avuto, la Bandiera Blu, ma deve dimostrare di meritarselo. E Latina deve fare in fretta. Docce e e bagni chimici ancora non installati, discese al mare impervie e trasandate (per usare un eufemismo), . Entro otto giorni il Comune dovrà dimostrare alla Fee Italia di aver fatto tutti “i compiti” previsti nel programma Bandiera Blu che ha portato la città a ottenere il quarto vessillo consecutivo che certifica qualità delle acque e dei servizi sul litorale. Paradossale ma vero, un meccanismo che rischia mandare tutto all’aria. Le migliorie vanno documentate. Tutto quello che rientra nei criteri richiesti va messo in pratica entro la fine di giugno con tanto di rilievi fotografici che l’ente deve produrre, pena l’esclusione dal programma: l’infopoint a Capo Portiere, le informazioni sulla qualità delle acque e le mappe delle spiagge ma soprattutto l’installazione di bagni chimici e docce, la sistemazione delle discese al mare, il servizio di salvataggio e la raccolta differenziata. Se negli ultimi due casi, per raccolta rifiuti e servizio di salvataggio, in calcio d’angolo ci si è attrezzati e ci sono i bidoni della Latina ambiente e sono attive le 8 postazioni per le spiagge libere, per gli altri criteri considerati “imperativi” il Comune a meno che non sia dotato di macchina per fermare il tempo difficilmente potrà rientrare nei dettami temporali imposti e rischia una sonora bocciatura. E se non arriverà alla sospensione del riconoscimento potrebbe incorrere ad una penalizzazione che graverà sul prossimo anno. Ma bandiera blu a parte sono soprattutto gli utenti a lamentarsi dello stato del litorale, mai eccelso a dir la verità ma quest’anno gravato da ritardi su più fronti (una situazione simile a quella che si verificò l’anno che si insediò Barbato con docce e passerelle sistemate a metà estate mentre tutto fu fatto in ordine lo scorso anno prima dell’insediamento di Coletta). Sul fronte della gara di docce e bagni chimici sembra che si navighi ancora in altissimo mare con il rischio di un disagio igienico sanitario forte soprattutto per i malcapitati che decidono di passare una giornata al mare sul lato Rio Martino, senza bagni chimici e docce e in assenza di strutture ristoro, con discese al mare messe male e non attrezzate per disabili e con i bagnini rimasti a presidiare il nulla. Sul fronte degli altri adempimenti della bandiera blu l’ufficio ambiente sconta alcuni ritardi ma assicura che le disposizioni per l’affidamento per punti informativi e cartellonistica sono state date: bisogna solo attendere. Per le passerelle invece c’è in corso una gara da 25mila euro: dopo l’invito di dieci operatori ha risposto solo la ditta Saggese di Nocera Inferiore e ora si stanno verificando tutti i requisiti: ci vorrà luglio inoltrato

Frosinone – Coppia del furto: arrestato il marito denunciata la moglie

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Frosinone – Ennesimo arresto per droga. In manette insospettabile casalinga

Frosinone – Ennesimo arresto per droga. In manette insospettabile casalinga 60enne che gestiva un market “stupefacente”

l governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti

l governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha presentato presso la Prefettura di Frosinone i progetti “Lazio Sicuro” e “Comuni sicuri” ai sindaci dei comuni al di sopra dei 10.000 abitanti. Presente anche il Prefetto del capoluogo ciociaro, Emilia Zarrilli. Il progetto “Lazio Sicuro” aumenterà i fondi a disposizione delle forze dell’ordine, quello “Comuni sicuri” stanzierà fondi per un milione e ottocentomila euro per impianti di videosorveglianza e altre misure di sicurezza.

Queste alcune delle dichiarazioni rilasciate da Zingaretti a margine dell’evento: “Il controllo del territorio passa anche e soprattutto dalla prevenzione, perciò vogliamo essere vicini ai Comuni e dare loro una mano, perché il tema della sicurezza è un grande problema avvertito dai cittadini. Avere più strade videosorvegliate è un segnale che diamo ai cittadini, poi saranno i sindaci, la Prefettura e le forze dell’ordine a decidere come e con quali caratteristiche”.

Zingaretti, impegnato in un “tour” delle Prefetture delle cinque province laziali per presentare i due progetti, si recherà poi alla Casa della Salute di Ferentino, dove è in programma l’inaugurazione.