Startup, l’Italia produce buona innovazione ma poi se la lascia scappare

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Pubblicati i dati del report ‘Startup M&As 2017’. Come è messo il nostro Paese rispetto agli Usa e al resto d’Europa.

Tra il 2010 e giugno 2017 le startup hanno chiuso 15.533 exit, per un valore superiore a 1.300 miliardi di dollari. Otto su dieci viaggiano sull’asse Stati Uniti-Europa, ma restituiscono l’investimento solo nel 29% dei casi. Le startup italiane ne hanno chiuse 100, spesso all’estero. Perché, secondo i dati del report “Startup M&As 2017” realizzato da Mind the Bridge e Crunchbase, l’Italia non riesce a trattenere le sue imprese e (ancor meno) è un polo in grado di attrarre e comprare. Il Paese è un esportatore netto di startup.

L’asse Europa-Stati Uniti

Stati Uniti ed Europa sono gli ecosistemi dominanti. Il report indica “una chiara preferenza reciproca”. Le operazioni che volano sull’Atlantico rappresentano l’83% del totale in termini di volumi e il 90% in termini di valore (cioè di dollari).Non è però un rapporto paritario. Perché tre volte su quattro gli Usa comprano e l’Europa vende. Il confronto in capitali investiti è altrettanto impari: dal 2010, le società statunitensi hanno sborsato 800 miliardi per acquisire startup; quelle europee si sono fermate a 264 miliardi. Il peso dei dollari sull’ecosistema europeo si sintetizza in un dato: una exit Ue su tre si è chiusa con la proprietà volata negli Stati Uniti.

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Il report evidenzia anche alcuni punti critici. Il percorso, prima di una exit, è lungo: in media 8 anni per una startup Usa e 9 per una europea. E alla fine il guadagno non è per nulla certo (non a caso si parla di investimenti in “capitale di rischio”). Il 71% delle exit non assicura neppure il ritorno del capitale investito. Il 54% delle startup è venduto a meno della metà dei fondi raccolti. Solo il 13% delle operazioni hanno un ritorno superiore a tre volte l’investimento. E solo in un caso su venti il multiplo è superiore a dieci.

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Le Exit nel 2017

Durante l’ultimo anno preso in considerazione dal report (cioè tra luglio 2016 e giugno 2017), si sono concluse 4.217 exit. Il numero è notevole, perché segna un aumento del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. È il balzo più ampio dal 2011. Tuttavia, a un incremento dei volumi non è corrisposto un aumento del valore: solo +2%, a 367 miliardi di dollari. La taglia media delle exit si è quindi ridotta.

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Gli Stati Uniti dominano ancora il mercato (una exit su due coinvolge una startup americana, contro il 27% europeo). Ma l’Europa ha avuto un ritmo di crescita più rapido: +61% per numero di operazioni e +51% per valore (contro +30% e +10%). Un dato positivo, che però indica anche la differenza tra un mercato maturo e uno in fase di maturazione. La distanza, infatti, resta notevole. Mind The Bridge sottolinea che “ci vorrà ancora qualche anno prima che l’Europa possa raggiungere i livelli degli Stati Uniti”.

I numeri dell’Italia

Dal 2010, le startup italiane hanno chiuso 100 exit. Il dato si riferisce solo a operazioni che hanno coinvolto società tra Europa e Stati Uniti. La cifra quindi non è globale, ma rappresenta comunque una buona approssimazione. Le 100 exit pongono l’Italia in ottava posizione. Precede Irlanda e Svizzera, ma segue (oltre ai leader mondiali) anche Paesi con cui dovrebbe competere. Gli Stati Uniti sono a una distanza siderale, con 8704 exit. La Gran Bretagna è a quota 1234. Ma sono lontanissime anche Germania (434 exit), Francia (321), Olanda (186), Svezia (159) e Spagna (131).

Va ancora peggio se si osservano le operazioni da un’altra prospettiva, quella di chi acquisisce. Le imprese italiane hanno acquistato solo in 63 casi. Un numero che relega il nostro Paese in 11esima piazza, superato anche da Finlandia, Irlanda e Svizzera. Le imprese Usa fanno, ancora una volta, corsa a sé con 9176 acquisizioni. Segue la Gran Bretagna a 1031. Germania e Francia hanno numeri che sono cinque volte quelli italiani. Quelli della Svezia sono tripli. Ma si parla comunque di briciole rispetto ai dominatori globali: “Il gap tra UK e il resto d’Europa – sottolinea il report – è paragonabile a quello che c’è tra UK e Stati Uniti”.

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 Startup acceleratore

Gli hub più attrattivi

Quali sono le città europee con più appeal? Milano, principale hub italiano, è solo 12esimo in Europa per numero di exit: 34, contro le 567 di Londra, le 165 di Parigi, le 124 di Berlino. Il capoluogo lombardo realizza la metà di Stoccolma, Amsterdam e Dublino. Ed è preceduto anche da Monaco di Baviera, Copenhagen, Barcellona ed Helsinki. Milano scivola al 15esimo posto per operazioni chiuse da società in veste di compratori: sono 24.

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Il report ha cercato di definire un criterio che indichi l’equilibrio di un ecosistema. Cioè un ambiente che sia dedito alle exit tanto quanto alle acquisizioni. Cioè che produca talenti e startup, ma sia anche in grado di assicurare ricadute economiche sul proprio territorio.L’eccellenza, ancora un volta, è oltre Atlantico. La Silicon Valley e, più in generale, gli Stati Uniti hanno un bilanciamento perfetto, sia in termini di volume che in termini di valore: il numero delle exit è pari a quello delle acquisizioni. Così come sono in equilibrio i capitali in entrata e quelli in uscita. L’ecosistema è forte, attraente, abitato sia da startup in grado di crescere sia da società in grado di farle crescere. L’Europa, invece, ha ancora “un bilanciamento negativo”: il numero delle startup vendute supera quello delle società europee capaci di acquisire. Una differenza che, conferma lo studio, “drena startup dall’Europa, a vantaggio delle imprese statunitensi che le acquisiscono”.

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Italia esportatrice di startup

Lo squilibrio italiano è ancor più marcato rispetto alla media europea: il nostro Paese è un esportatore netto di innovazione. A ogni acquisizione conclusa da aziende italiane, ci sono due startup che volano all’estero. Il gruppo di Paesi capaci di vendere più che di comprare annovera Germania, Austria e Spagna (con un rapporto simile a quello dell’Italia), Polonia, Danimarca, Portogallo e Grecia (con squilibri ancora maggiori). Ci sono, in direzione opposta, anche dei “compratori netti”, cioè nazioni che acquisiscono più di vendere: è il caso di Francia, Svezia, Svizzera e Irlanda. È un segno di attenzione verso il proprio ecosistema, ma potrebbe anche indicare il pericolo di una certa chiusura. Non è un caso che gli hub europei più in equilibrio siano (per volumi) Londra, Parigi e Berlino.

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Le società che comprano

Le grandi società tecnologiche americane hanno dominato il mercato M&A delle startup negli ultimi sette anni. I maggiori compratori sono infatti Google, Facebook, Yahoo!, Apple, Cisco e Microsoft. Le prime 15 in classifica sono tutte società statunitensi. E tra le prime 30 ci sono solo tre europee: Capita (UK), Publicis (Francia) e Roche (Svizzera). Nessuna italiana, né nella top mondiale né tra le prime 20 del vecchio continente.

Il mercato delle startup è animato dalle startup. Cresce infatti il peso di società giovani (per quanto l’anzianità non sia criterio sufficiente a definire una startup) e con casse abbastanza capaci da acquisirne altre. Negli ultimi sette anni, il 48% delle 15.533 exit è stato completato da imprese fondate dopo il 2000 e il 16% dopo il 2010.  

 

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