Federico Buffa: “Io come Alberto Angela? Non scherziamo. Vado bene per un pubblico di nicchia”

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“Il damerino che racconta storie” si racconta prima del suo spettacolo: “Non mi fecero commentare Spagna-Stati Uniti, la finale olimpica di Londra. Il miglior politico storyteller? Senza dubbio Barack Obama: il suo modo di parlare è studiato in tutto il modo”. E non poteva mancare qualche parola sul conduttore di Meraviglie…

Essere o non essere, porta rossa o porta nera, scegliere di scegliere o di non scegliere. Questi i temi del nuovo spettacolo di Federico Buffa “Il rigore che non c’era”. Sul palco con lui la cantante Jvonne Giò, il musicista, attore e regista Marco Caronna con l’accompagnamento delle musiche live dello splendido Alessandro Nidi al piano. Qualcosa di speciale assorbe questo spettacolo pur nella continuità del ruolo e della narrazione di Federico Buffa.

Rispetto ai due precedenti – le Olimpiadi del 1936 e A night in Kishasa su Muhammad Alì – la storia sembra quasi subire una metamorfosi, stritolandosi in tanti brevi racconti e facendosi filosofia. Innanzi tutto per il protagonista. Federico Buffa, in una sorta di metateatro pirandelliano, recita la parte di sé stesso. “Il damerino che racconta storie”, così lo chiamano gli altri due protagonisti che sono il primo pubblico ad ascoltarlo. Buffa gioca sul personaggio che si è costruito, insomma. Raccontando una storia fatta di scelte e raccontando le scelte che hanno fatto la storia. Senza voltarsi indietro verso ciò che poteva essere ma non è stato. Perché, come scrive Manzoni, “del senno di poi son piene le fosse”. Da Winston Churchill (e se avesse accettato l’accordo con la Germania nazista?) a Maximilian Von Braun (e se Hitler lo avesse passato per le armi prima che finisse in America a progettare i missili che ci regalarono la Luna?) a Cristiano Ronaldo (e se il medico non si fosse opposto a quell’aborto che la madre voleva?) a Federico Buffa.

Già, Buffa. Qual è stato il suo rigore che non c’era?
Non mi mandarono alle Olimpiadi di Londra dove speravo di poter commentare la partita di finale tra USA e Spagna perché era ovvio che sarebbe stata una grande partita. Infatti è stata la più bella finale olimpica di sempre. Se mi avessero mandato dopo sarei andato a vivere in Giappone.

Ma…?
Sono tornato a Sky dopo quell’estate e mi proposero di raccontare piccole storie che sarebbero servite a riempire gli intervalli e i time out delle partite Nba.

Sempre basket, insomma.
Sì ma quelle storie vennero ascoltate da Federico Ferro, che ora è direttore di Sky Sport. Mi propose di fare la stessa cosa anche con il calcio. Ero perplesso ma mi convinsi. Girammo il primo racconto in modo semicarbonaro alle 9 di mattina. Riguardava l’infanzia di Maradona e non credevo che fosse solo l’infanzia della mia carriera da storyteller.

E invece ora gira i teatri raccontando anche (ma non solo) lo sport. Quale è stato il momento epocale in cui la storia dello sport è cambiata?Certamente le Olimpiadi del 1936 nella Germania di Hitler. Lì lo sport ha perso la verginità.

Senta, lei è a tutti gli effetti uno storyteller, una parola oggi abusata. Quale politico secondo lei è il migliore in questa abilità?
Io penso che il miglior politico per parlare in pubblico e narrare dei concetti sia stato Barack Obama. Il suo modo di parlare è studiato in tutto il mondo.

E il peggior storyteller in politica?
Difficile dirlo. È più facile notare chi lo fa meglio.

Sempre parlando di storytelling, guardiamo alla televisione. Ci sono trasmissioni in crisi e altri format, per esempio quelli di Maria De Filippi, che non sembrano conoscere difficoltà dal punto di vista degli ascolti. Quale è il loro segreto, secondo lei?
Non ho grande conoscenza di questi programmi. L’unica cosa che mi sento di dire è che la professionalità alla lunga paga.

Torniamo al suo modo di fare televisione. Ha raccontato alla Gazzetta che in Sky le propongono diversi tipi di argomenti e lei sceglie se narrarli o meno. Su cosa basa questa scelta? Puro istinto?
Cerco di capire se la storia non sia troppo grande. Per esempio, all’inizio rifiutai di narrare quella di Muhammad Alì. Poi accettai. E non me ne sono pentito.

Lei ha sottolineato più volte la distanza che la separa dai grandi divulgatori come Alberto Angela. Perché? Quale è la grande differenza?
In primo luogo lui parla ad un pubblico di milioni di persone in prime time: una responsabilità enorme. È molto difficile scegliere un linguaggio che vada bene per tutti, come richiede il servizio pubblico. Ma la Rai ha pensato di farlo parlare a quell’audience alle 21 del sabato sera: un fatto epocale, eccezionale per la storia della televisione italiana.

Non è però forse una questione di pubblico, appunto? Proviamo ad immaginare Federico Buffa sulla Rai…cosa cambierebbe?
No, non scherziamo. Per come sono strutturato mentalmente vado bene per un pubblico quasi di nicchia.

Ecco, il suo pubblico. Come se lo immagina?
So di avere il privilegio di essere seguito da un pubblico giovane che non sempre va a teatro. Il mio teatro non è divulgazione ma è un fatto di stimolo: provo a mettere sul banco degli stimoli e vedo se qualcuno reagisce.

E questi stimoli riguardano spesso eventi del passato, anche di secoli fa. Come mai?
Perché l’attualità è già stimolante di suo. E poi in realtà…

In realtà?
Nel mio spettacolo c’è un accenno di attualità legato al mondo afroamericano.

Ovvero?
Cerco di sottolineare che le idee degli anni ’60 sui diritti civili sono ancora attuali. Infatti la situazione 50 anni dopo presenta ancora molte angolazioni complesse.

Quelle angolazioni che riserva al suo pubblico a seconda della città in cui arriva nel suo tour teatrale. Vero?
Sì, lo spettacolo si presta a delle variazioni a seconda del luogo. Se il regista vuole in alcune città sottolineiamo la storia di qualche atleta locale.

Per esempio?
A Cagliari e a Sassari abbiamo parlato di un pugile argentino, Nicolino Locche, venuto dalla Sardegna. A Genova invece abbiamo parlato di alcune storie della Boca, il quartiere “genovese” di Buenos Aires, di inizio del ‘900. Mentre a Varese abbiamo parlato di Dino Meneghin.

Insomma, come nel pezzo di Mercedes Sosa cantato durante lo spettacolo, “todo cambia”. Ma non Federico Buffa. E la sua magnetica qualità di narrare.

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