CALCIOSCOMMESSE | LE CAMARILLE

Spread the love

parentopoli ATENEI

Ecco parentopoli dei prof
le grandi dinastie degli atenei

Sorprendenti risultati di una ricerca sull’omonimia: in alcune università è 10 volte superiore alla media. Per arginare il fenomeno sono stati bloccati dei concorsi e i ricercatori protestano: a pagare sono i figli di nessuno. Dove ci sono maggiori intrecci la qualità della produzione è inferiore agli standard

di DAVIDE CARLUCCI e GIULIANO FOSCHINI

IL 13 SETTEMBRE a Palermo, un ragazzo, un cervello italiano, è volato dall’ultimo piano della facoltà di Filosofia. Si è suicidato. Aveva 27 anni, si chiamava Norman Zarcone, era un dottorando in Filosofia del linguaggio e, racconta il padre, da qualche tempo era particolarmente deluso, depresso: gli avevano fatto capire, senza mezzi termini, che per lui non c’era spazio nell’università italiana. Qualche mese prima un altro ragazzo, cinque anni più giovane, Gianmarco Daniele, aveva presentato a Bari, capitale del nepotismo accademico italiano, una tesi di laurea: “L’università pubblica italiana: qualità e omonimia tra i docenti”, una ricerca nata per raccontare come le università italiane siano in mano a un gruppo di famiglie. E per documentare come esista un nesso scientifico tra nepotismo e il basso livello della didattica e della ricerca. Daniele ora è all’estero, con una borsa di studio europea. Ma davvero nell’università italiana non c’è spazio per questi talenti, solo per i parenti? Quali sono le grandi dinastie di casa nostra? E a due anni dalla “svolta anti-baroni” annunciata dal ministro Maria Stella Gelmini – che ora torna a invocarla per giustificare nuovi tagli – i baronati stanno davvero segnando il passo? O sono ancora loro a comandare?

LA TOP TENA Bari, nella facoltà di Economia, la stessa dove si è laureato Daniele, è cambiato poco. L’economista Roberto Perotti, italiano formatosi al Mit di Boston, in un saggio del 2008 “L’università truccata” (Einaudi) aveva indicato quello come il caso limite, “tanto incredibile da raccontare in tutto il mondo”. A Economia 42 docenti su 176 hanno tra loro legami di parentele, il 25 per cento, record assoluto in Italia. I leader indiscussi a Bari e in Italia nella classifica delle famiglie restano così i Massari. Commercialisti affermati, con un passato nel Partito socialista di Craxi, in cattedra hanno almeno otto esponenti, tutti economisti. Uno di loro doveva essere anche in commissione durante la laurea di Daniele, peccato che quel giorno avesse un impegno. “Abbiamo vinto tutti concorsi regolarissimi”, rispondono loro, quando vengono tirati in ballo. I capostipiti della dinastia sono i tre fratelli, Lanfranco, Gilberto e Giansiro, che hanno in mano il dipartimento di Studi aziendali e giusprivatistici e, seppur nell’ombra, l’intera facoltà. Le nuove leve sono invece Antonella (ordinaria a Lecce), Stefania, Fabrizio (tutti e tre figli di Lanfranco), Francesco Saverio e Manuela. A fare concorrenza ai Massari, in facoltà, c’è la famiglia Dell’Atti (6) e quella dell’ex rettore Girone, con cinque parenti in cattedra: ci sono Giovanni e la moglie Giulia Sallustio, ormai in pensione, il figlio Gianluca, la figlia Raffaella e il genero Francesco Campobasso. A Foggia conta ancora molto la dinastia dell’ex rettore, Antonio Muscio, secondo con 7 parenti nella top ten nazionale con la new entry Alessandro, assunto nell’ultimo giorno di rettorato del papà e nella sua stessa facoltà, Agraria. Nell’ateneo lavoravano anche mamma Aurelia Eroli (dirigente amministrativa, ora in pensione), la figlia Rossana, la nipote Eliana Eroli, il genero Ivan Cincione e la sorella Pamela.

A Roma le grandi casate sono due: i Dolci e i Frati. Un figlio di Giovanni Dolci, uomo chiave dell’odontoiatria italiana, è Alessandro, ricercatore a Tor Vergata. La moglie, Alessandra Marino, è ricercatrice alla Sapienza. Dove lavora anche il genero di Dolci, Davide Sarzi Amedè, marito di Chiara, a sua volta odontoiatra al Bambin Gesù. Un altro figlio di Dolci, Federico, lavora a Tor Vergata, mentre Marco è ordinario a Chieti. Accanto a papà Frati invece c’è sua moglie Luciana Angeletti e sua figlia Paola (insegnano a medicina, ma non sono medici) e il figliolo Giacomo.

Sempre molto forti le famiglie a Palermo, come aveva avuto modo di accorgersi Norman Zarcone. Il record è dei Gianguzza, cinque tra Scienze e Medicina. Ma le dinastie palermitane sono cento, sparse in tutte le facoltà, per un totale di 230 docenti “imparentati”. Economia è il regno dei Fazio (Vincenzo, Gioacchino, Giorgio), a Giurisprudenza ci sono i Galasso (Alfredo, il figlio Gianfranco, la nuora Giuseppina Palmieri), a Lettere i Carapezza (i fratelli Attilio e Marco, ora associato, il cugino Paolo Emilio, suo figlio Francesco), a Ingegneria (18 famiglie, 38 parenti) i Sorbello o gli Inzerillo, a Matematica i Vetro (Pasquale, la moglie Cristina, il figlio Calogero), Agraria è nelle mani di 11 nuclei familiari. Coincidenze statistiche? Davvero è così nel resto d’Italia e in tutta Europa?

LA RICERCASecondo i dati raccolti nella tesi di Daniele, no. Lo studente ha infatti sviluppato un indice medio che misura la percentuale di omonimia in ogni facoltà di ogni ateneo e la percentuale media di omonimia in campioni della popolazione italiana in numero uguale ai docenti presenti nella facoltà osservata. Il risultato è incontrovertibile: in quasi tutti gli atenei l’indice di omonimia è più elevato rispetto alla media nazionale. Dieci volte di più a Catania, poco meno a Messina.

Molto superiori alla media sono anche la Federico II di Napoli, Palermo, Bari, Caserta, Sassari e Cagliari. Le più virtuose sono invece Trento, Padova, il Politecnico di Torino, Verona, Milano Bicocca. Certo: non sempre avere lo stesso cognome significa essere parenti. Ma considerando anche che spesso molti familiari di professori hanno cognomi diversi, il dato è un’attendibile quantificazione statistica, per approssimazione, della diffusione del nepotismo. Anche perché gli atenei segnati con la penna rossa da Daniele sono proprio quelli al centro delle inchieste giornalistiche e della magistratura.

“Il dato italiano – spiega Daniele – è in controtendenza con il resto d’Europa: quasi ovunque il tasso di omonimia nelle università è minore della media nazionale. Gli atenei tendono ad attrarre docenti da fuori, con cognomi diversi da quelli locali”. Lo studio confronta poi i dati sulle omonimie con le valutazioni del Censis sulla qualità delle università. E in media gli atenei con più omonimi sono quelli che producono meno e viceversa. Ma davanti a questi numeri, la politica e il mondo accademico come si comportano? Sono nemici o complici delle grandi famiglie che hanno in mano l’università italiana?

LA RESISTENZA“Ci prendono in giro”, ha tuonato il presidente della conferenza dei Rettori, Enrico Decleva, la cui moglie Fernanda Caizzi è stata condannata in appello, e poi prescritta, per aver pilotato un concorso a Siena nel 2001. “Il qualunquismo sulle parentopoli è una giustificazione per uccidere l’università pubblica”. La legge Gelmini approvata al Senato a luglio prevede un codice etico obbligatorio per tutti. Ma a Bari (il primo ateneo ad approvarlo, quattro anni fa) gli escamotage fanno scuola. Virginia Milone è stata assunta quando il padre si è impegnato a trasferirsi nella sede decentrata di Taranto.

“Capirai: la nostra facoltà è diventata la valvola di sfogo dei parenti”, dice il rappresentante degli studenti Francesco D’Eri. La docente Maria Luisa Fiorella, otorino come il padre, era stata respinta dalla facoltà (a scrutinio segreto). Ora, con un colpo di coda, i baroni vogliono tornare a votare: con l’alzata di mano. Il codice è servito solo a Farmacia: Giulia Camerino ha rinunciato al concorso da ricercatrice bandito nel dipartimento della madre. “Ho studiato tutta una vita, non volevo vivere con un bollino che non meritavo”.

“Se parliamo di baronati è tutto come prima – dice Mimmo Pantaleo, segretario nazionale della Flc della Cgil – E se le università non bandiscono concorsi, a pagare sono solo i ricercatori figli di nessuno”. Il ministro Gelmini promette di trasformarne, con il nuovo piano di programmazione, diecimila in associato. Vuol cambiare la progressione di carriera con un contratto triennale, una successiva valutazione, e quindi un ulteriore contratto triennale per diventare associato. Ma per ora quelli che salgono di grado hanno sempre cognomi pesanti: a Cagliari è appena stato promosso ordinario Francesco Seatzu, figlio d’arte sardo. A valutarlo, in commissione, c’era Isabella Castangia, con la quale Seatzu ha lavorato gomito a gomito negli ultimi anni. “Tutto è come prima, più di prima”, attacca Tommaso Gastaldi, professore di Statistica alla Sapienza, instancabile fustigatore del malcostume universitario. L’ultimo esempio, racconta, è la nomina di due docenti: lui aveva previsto i loro nomi già nel 2008. I soliti noti, nonostante i proclami del Governo, continuano a comandare. E non vogliono lasciare il campo ai giovani. Che si ribellano: l’Air, l’associazione italiana dei ricercatori, ha indetto una petizione per bloccare “l’eccessiva “discrezionalità” nei criteri di valutazione dei concorsi universitari”.

GLI OVER 70Molti docenti con più di 70 anni ricorrono ai tribunali amministrativi per posticipare il loro pensionamento, accelerato da una norma voluta dall’ex ministro Fabio Mussi. Vuole rimanere in servizio Emilio Trabucchi, ordinario di Chirurgia e presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano. Nipote dell’omonimo luminare della Biomedicina e deputato Dc morto nel 1984, Trabucchi ha due nipoti nell’università, Emilio Clementi, straordinario nel dipartimento di Scienze precliniche “Lita Vialba”, e Francesco Clementi, ordinario di Farmacologia. “Abbiamo specializzazioni diverse. E in tutti i casi parlano le pubblicazioni”, precisa Trabucchi. Ha scelto di ritirarsi, invece, Vittorio La Grutta, nobiltà accademica palermitana: medico il nonno, professore il padre, rettore il fratello (dell’ultima leva è rimasta la figlia, Sabina, psicologa).

“Quando siamo saliti in cattedra, eravamo orfani. Ma ce l’abbiamo fatta lo stesso, senza favori”. Diverso il destino dei Cannizzaro, altra famiglia storica siciliana. “Stanislao, il grande chimico, era un mio avo – racconta Gaspare, che ora è in pensione ma ha due figli docenti – ma io non sono figlio d’arte. In famiglia c’è sempre stato interesse per la scienza: è una tradizione”. A Sassari resistono al pensionamento Mariotto Segni (il cui padre, Giovanni, oltre che presidente della Repubblica è stato rettore) e Giulio Cesare Canalis, il papà della showgirl Elisabetta, direttore della Clinica radiologica. Ma soprattutto l’ex rettore Alessandro Maida, tuttora potentissimo – spinge per bandire 52 concorsi – e ancora per un po’ collega dei figli Carmelo e Ivana, piazzati nella sua facoltà, Medicina, del cognato, Giorgio Spanu, della moglie Maria Alessandra Sotgiu, e di altri nipoti e cugini. A Udine, dopo la fusione tra ospedale e università, sono stati nominati i nuovi direttori di dipartimenti. Nessuna sorpresa: i manager, ben pagati, sono tutti baroni di lungo corso come l’ultrasettantenne Fabrizio Bresadola, che ha piazzato il figlio Vittorio, la nuora Maria Grazia Marcellino e un altro figlio, Marco. Laureato in Filosofia ma non per questo escluso: insegna storia della

«Parentopoli» All’Università di Bari il caso di mariti e mogli

di MASSIMILIANO SCAGLIARINI
BARI – La legge Gelmini ha un buco, un buco che sta spaccando il mondo accademico e in particolare l’Università di Bari, dove sono in arrivo i bandi per reclutare 31 nuovi professori associati. Nell’eterna lotta al familismo universitario si pone un problema non da poco: sebbene sia vietato assumere chi ha «parenti o affini fino al quarto grado» nello stesso dipartimento, quel divieto non vale per mogli o mariti
IL CASO – Università del Salento: bando «riservato»
«Parentopoli» All'Università di Bari il caso di mariti e mogli
di MASSIMILIANO SCAGLIARINI 

BARI – Forse si è trattato di una svista. Forse, ed è più probabile, di un calcolo ben ponderato. Fatto sta che la legge Gelmini ha un buco, un buco che sta spaccando il mondo accademico e in particolare l’Università di Bari, dove sono in arrivo i bandi per reclutare 31 nuovi professori associati. Nell’eterna lotta al familismo universitario si pone un problema non da poco: sebbene sia vietato assumere chi ha «parenti o affini fino al quarto grado» nello stesso dipartimento, quel divieto non vale per mogli o mariti. E a Bari, tra quanti aspirano a un posto da professore, ce ne sono parecchi. Il problema è stato sollevato dal Collegio dei garanti, che ha fatto emergere le incongruenze tra la legge (e il nuovo regolamento di Ateneo) e il codice etico dell’Università di Bari, in cui – oltre ai parenti fino al quarto grado – è vietata anche l’assunzione del coniuge.

In una lettera, il presidente del Collegio, Ugo Villani, ha dunque invitato i colleghi a una interpretazione «costituzionalmente orientata» della legge Gelmini: «Sarebbe irragionevole – scrive – sancire il divieto per gli affini entro il quarto grado e non per il coniuge». Al telefono, il professor Villani è ancora più esplicito: «Non posso chiamare in dipartimento il cugino di mia moglie, che magari non ho mai visto in vita mia, ma posso chiamare mia moglie. È una situazione assolutamente irragionevole, ed ecco perché mi sembrava giusto sollevare una questione che ha una indubbia rilevanza etica: per questo proponiamo una interpretazione della legge Gelmini che a noi pare giusta, ed è sostenuta da una sentenza del Consiglio di Stato».

I giudici amministrativi hanno infatti annullato un assegno di ricerca che l’Università di Teramo aveva assegnato alla moglie di un ricercatore dello stesso dipartimento: «Se l’affinità presuppone il coniugio – hanno scritto i giudici -, la ragione di incompatibilità riferità all’affinità a maggior ragione vale per il coniugio»: in caso contrario, hanno avvertito, si rischia di istituzionalizzare «il biasimevole, ma non infrequente, fenomeno detto del familismo universitario».
Ma per il momento il corpo docente barese si è mostrato scettico. Il codice etico, fanno notare in molti, è obsoleto (è stato emanato prima della legge 240, quando esistevano ancora le facoltà, e parametrava le incompatibilità ai settori scientifico-disciplinari), e spesso le relazioni personali tra colleghi nascono proprio in dipartimento.

Altre Università (Milano Bicocca, Firenze, Venezia) hanno però emanato regolamenti che vietano anche mariti e mogli, seppur con sfumature diverse (in alcuni casi il divieto vale solo per i nuovi ingressi e non per le progressioni di carriera). Bari, invece, ha emanato un regolamento – non ancora in vigore – che richiama parola per parola il testo della legge Gelmini, e dunque salta a piè pari il problema dei coniugi. «Sono impegnatissimo a difendere il codice etico – dice il rettore Antonio Uricchio – ma quella del Collegio dei garanti non è una interpretazione univoca. Per questo motivo ho convocato per venerdì il Senato accademico, in quella sede il professor Villani rappresenterà le sue conclusioni e decideremo».

È probabile che si arrivi a una votazione, ed a quel punto potrebbe accadere di tutto: anche che il Senato voti per ammettere ai concorsi mariti e mogli. Anche perché le prime 31 assunzioni secondo la legge Gelmini preludono a una successiva infornata di professori associati: se i vincitori dei concorsi (una procedura comparativa telematica) risulteranno già in servizio presso l’Università, infatti, i singoli dipartimenti potranno utilizzare le risorse economiche liberate per effettuare chiamate dirette a chi ha conseguito l’ido – neità nel concorso nazionale.

A Bari i casi di marito professore e moglie ricercatore nello stesso dipartimento (o viceversa) sono diverse decine. A Giurisprudenza, a Medicina, ma anche (e forse soprattutto) nelle facoltà scientifiche. La legge Gelmini ha eliminato la figura del ricercatore a tempo indeterminato, quelli che ci sono sono destinati a diventare tutti (prima o poi) professori. E c’è una vera guerra per chi deve entrare per primo.

Parentopoli
Quando l’università è affare di famiglia

Il libro-denuncia che svela il malcostume dell’Università italiana 

«I nostri figli sono più bravi perché hanno la forma mentis tipica di noi professori». È normale, per questo docente, che il figlio abbia vint o il concorso universitario. È una questione di geni, di educazione, di ambiente. Una “selezione naturale”. E gli altri candidati? Spariti prima della prova. Senza speranza. Senza… forma mentis.
Da questa storia pubblicata sul sito di Corriere.it è nato un libro-inchiesta, scritto grazie alle centinaia di e-mail spedite da tutta Italia. Il web s’è scatenato: proteste, denunce, nomi e cognomi, testimonianze di innumerevoli concorsi truccati. Ecco svelata l’Università Italiana divenuta ormai Affare di Famiglia. Come al bar, nelle botteghe, nelle aziende, anche nei dipartimenti universitari, più membri di una stessa famiglia lavorano fianco a fianco. E i Magnifici Rettori? Sono tra i primi ad assumere figli, mogli, nipoti e portaborse. Chi paga? Noi, ovviamente.
Il professore con quattro figli in ateneo. Il rettore che comanda da 25 anni. La famiglia con otto docenti. Il candidato più bocciato. Ecco i racconti dei casi limite e gli sforzi della giustizia per riportare la legalità nelle cattedre. Ecco le loro storie incredibili in un ironico viaggio attraverso interviste ai protagonisti e improbabili giustificazioni. Da Torino a Palermo, passando per Milano, Bologna, Modena, Firenze, Roma, Messina e tante altre città italiane.
Infine, gli intrecci familiari nelle dinastie accademiche di Napoli e la sanità campana. Il tutto accompagnato dall’urlo di rabbia e di vergogna che emerge dalle lettere dei cervelli non in fuga all’estero, ma costretti ad andarsene. In cerca di una nuova… forma mentis.

Nino Luca nato a Sydney nel 1968 è giornalista e videoreporter di Corriere.it, il sito internet del «Corriere della Sera». Siciliano, professionista dal 1995, ha lavorato in diverse emittenti televisive in Sicilia prima di vincere il concorso di giornalista all’Ifg di Milano. Ha lavorato per il quotidiano «Cronaca Padana», per l’ufficio grafico del «Corriere della Sera», ha diretto l’agenzia infografica Sei di Milano ed è stato videoreporter per l’agenzia stampa Agr.

email: nino.luca@parentopoli.com

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.