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Foibe: la vera Italia che non vuole dimenticare

Il 10 febbraio è la Giornata in ricordo delle vittime delle Foibe cadute sotto la furia titina

“Fummo condotti in sei, legati insieme con un unico filo di ferro, in direzione di Arsia. Indossavamo i soli pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze. Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un fil di ferro, ci fu appeso alle mani legate un masso di venti chili. Fummo sospinti verso l’orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera”.

Oggi, l’Italia celebra la giornata dedicata al ricordo delle vittime delle Foibe, stringendosi attorno e rendendo omaggio a chi, tra il 1943 e il 1947, ebbe la “sfortuna” di essere italiano nel posto sbagliato. Una ricorrenza sentita dalla moltitudine di italiani che, ogni 10 febbraio, rammenda una delle piaghe più dolorose della storia della nostra Patria.

L’orrore ebbe inizio nel 1943, dopo la fatidica notte della caduta del Fascismo del 25 luglio, generatrice di un’escalation di drammi politici e sociali culminati l’anno seguente con la morte di Benito Mussolini. Fu però dopo la firma dell’Armistizio dell’8 settembre del medesimo anno ad opera del maresciallo Pietro Badoglio che per gli italiani di Istria, Dalmazia e Fiume iniziò l’inferno sceso in Terra. I partigiani jugoslavi, capitanati dal maresciallo Josip Broz “Tito”, approfittarono della debolezza delle forze politiche e militari italiane ormai allo sbaraglio, vendicandosi contro i fascisti dell’italianizzazione forzata che dovettero affrontare durante il primo conflitto mondiale, sfogandosi senza remore contro gli abitanti italiani delle suddette zone.

Dalla metà del 1943 fino al 1947, migliaia di patrioti tra cui fascisti o semplici civili anticomunisti che non volevano arrendersi alla furia titina vennero deportati, brutalmente uccisi ed i loro corpi legati tra loro con del fil di ferro e gettati nelle foibe, profondi inghiottitoi o caverne verticali tipiche delle regioni carsiche e dell’Istria. I più “fortunati” riuscirono a scappare inizializzando così il doloroso esodo giuliano-dalmata istriano. Migliaia di italiani, costretti ad abbandonare la propria casa, la propria terra, si misero in cammino scampando alla morte. Il picco di “infoibati” arrivò nel 1945, con il sopraggiungere delle forze jugoslave, le quali iniziarono a deportare ed uccidere non solo ex fascisti ed anticomunisti, ma anche civili di ogni appartenenza sociale che si imponevano al loro regime.

Ad oggi, si contano più di 5000 morti e circa 350.000 persone che dovettero abbandonare la propria terra per sfuggire alla ferocia omicida jugoslava. C’è voluto del tempo prima che l’Italia riconoscesse un Giorno della Memoria dedicato a questa sciagura storica. Hanno però prevalso i valori della verità, della libertà e della giustizia richiesti a gran voce dai veri italiani che, nel silenzio e nel rispetto, da sempre onorano i fratelli istriani, giuliani e non solo caduti sotto l’eccessiva furia titina. La commemorazione delle Foibe, al contrario di quello che si pensa, non ha mai avuto colori politici, come qualcuno da sempre tenta di echeggiare in prossimità del giorno del ricordo, ma è solo un processo di purificazione storica necessario. Ricordare una violenza storica è un atto dovuto, per tutti.

Una risonanza dell’evento, quella degli ultimi anni, richiesta a gran voce da chi, ancora oggi, può raccontarci con la voce strozzata e con gli occhi velati dalle lacrime cosa fu davvero l’eccidio delle Foibe, una piaga storica vista con lo sguardo di un bambino che ha dovuto abbandonare i suoi affetti più cari, la sua terra natìa per fuggire da morte certa. Un’attenzione troppo tempo attesa, ma finalmente giunta. Perché ricordare non significa necessariamente schierarsi, ma semplicemente rispettare. E i nostri fratelli Italiani meritano rispetto.

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