“Befana rossa” non è un’espressione atta a indicare il colore delle vesti dell’anziana benefattrice, neppure la definizione di quelle adunanze che si sono tenute fino a qualche anno fa, soprattutto nei paesi di provincia, durante le quali un partito (quello comunista, nel caso in esempio) distribuiva doni e golosità in cambio di gradimento elettorale. Quest’anno la Befana è stata rossa perché l’ha deciso il governo. Nessuno si è potuto spostare, neanche la vecchia signora, e il Cts non ha previsto delle deroghe ad hoc per il tour notturno a cavallo di una scopa e con tante sacche appresso. 

Finisce l’effetto del decreto Natale, la farsa continua. La riapertura della scuola, inizialmente prevista per il 7, poi posticipata all’11, ne è la prova. Cinque giorni per ottenere l’immunità di gregge? È tutto piuttosto assurdo, e si fatica a ricercare una ragione in capo alle decisioni, più frutto di una diatriba partitica che dell’ossequio degli scienziati, in aprile padroni d’Italia, oggi tornati dietro le file dei partiti.

Insomma, se solo la Befana avesse potuto far visita a qualcuno, solo a qualcuno per via delle limitazioni, avrebbe dovuto fare capolino a Palazzo Chigi. 

Giusto per fare delle rimostranze; nelle stanze di palazzo il carbone, dopo questi giorni di fuoco, c’era già.