Veroli – Ma che vi ha fatto di male il povero San Benedetto?

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LA PROVINCIA – di Alberto Fraja Ma perché ce l’avete tanto con San Benedetto? Non vi ha fatto vincere all’Enalotto? Non ha aiutato vostra figlia zitella a trovare marito? La psoriasi della nonna non è regredita di un ette malgrado regolare domanda di intercessione presso Domineddio? Ho la vaga sensazione che il santo di Norcia, a Veroli non […]

VEROLI – Ubriaco alla guida, tenta di investire un carabiniere e provoca un incidente

 L’uomo alla vista dei militari che gli intimavano l’alt ha cercato di scappare nascondendo l’auto da un amico. In passato gli era già stata sospesa la patente

Alla guida dell’auto ubriaco. Già in precedenza gli era stata sospesa la patente perché trovato al volante in stato di ebbrezza alcolica. E nella notte tra sabato e domenica, per paura di andare incontro alla stessa sorte, non si è fermato all’alt dei carabinieri e nella fuga ha provocato un incidente. Lui, un ventiseienne di Veroli, insieme a un amico che viaggiava sul lato passeggero, si è dileguato. Pensava di farla franca, nascondendo la macchina incidentata e priva di diversi pezzi di carrozzeria, persi per strada, ma i carabinieri del nucleo operativo e radiomobile della Compagnia di Frosinone, diretti dal luogotenente Angelo Pizzotti e dal maggiore Matteo Branchinelli, coordinati dal colonnello Fabio Cagnazzo, lo hanno rintracciato e denunciato. Aveva nascosto anche la macchina a casa di un amico, ma poi ha ammesso le sue responsabilità. L’auto è stata sequestrata e il conducente ora dovrà rispondere di resistenza a pubblico ufficiale, omissione di soccorso e di violazioni connesse alle norme vigenti del codice della strada che prevedono la sospensione della patente di guida per un lungo periodo.
Viaggiava su un’auto di grossa cilindrata in via Aldo Moro a Frosinone. I militari, che stavano effettuando un servizio di controllo, hanno notato lo strano movimento della vettura. Hanno intimato l’alt, ma il conducente invece di fermarsi ha pigiato sull’acceleratore, tentando addirittura di investire uno dei militari. A causa della forte velocità, durante la fuga, ha provocato un incidente coinvolgendo un altro veicolo in marcia, il cui conducente è rimasto ferito. Danneggiate anche altre due auto parcheggiate lungo la strada. Ma il conducente ha continuato la corsa, anche se sull’asfalto sono rimasti più parti della carrozzeria risultate, poi, di interesse investigativo per risalire alla vettura utilizzata e identificare il responsabile, il ventiseienne. I militari hanno scoperto, inoltre, che il mezzo era stato nascosto nell’abitazione di un suo amico, al fine di fuorviare le indagini. In seguito, il giovane, alla presenza del legale di fiducia, ha ammesso le proprie responsabilità sostenendo di aver assunto tale condotta poiché era ubriaco

BASKET C SILVER – VEROLI SUBITO CORSARA, VITTORIA IN VOLATA SU ST CHARLES

I giallorossi bagnano con un successo il loro esordio in Serie C espugnando l’ostico campo del St Charles per 77-80 al termine di un match al cardiopalma.

Partita subito molto equilibrata, con i padroni di casa che spingono fino al +5. Velocci e compagni cominciano a correre e si riportano a stretto giro. Marco Fiorini pareggia i conti con una tripla in angolo con cui si chiude il primo quarto (19-19).
Si riparte ancora con due triple di Fiorini M., poi Fiorini G. e Vinci dalla media e il vantaggio di Veroli che si fa consistente. St. Charles piazza un parziale di 7-0 che li riporta in scia. Lattanzi pareggia con una tripla. Veroli fatica ora a tenere botta sui padroni di casa e ripiomba sul -4. Altra batosta per i ciociari, costretti a salutare Velocci che si sente fischiare il quarto fallo e un tecnico. I fratelli Fiorini si caricano la squadra sulle spalle e, con 6 punti consecutivi, chiudono metà gara avanti di due lunghezze (42-44).

Riapre subito Vinci con un taglio in area ma Abbate spinge in contropiede per i capitolini. Frusone e Vinci tengono Veroli a distanza di sicurezza poi Fiorini M. comincia a bucare la retina, portando i suoi fino al +10. Di Pasquale S. prova a dare una boccata di respiro a St. Charles ma Vinci nel pitturato la fa da padrone, chiudendo la frazione 55-63.
Di Pasquale A. e Di Pasquale S sfruttano un calo d’intensità degli ospiti e tentano la rimonta, rifacendosi sotto fino al -4. I tiri liberi tengono a galla una Veroli in apnea. Di Pasquale A. pareggia con una bomba ma Frusone e Iannarilli ridanno il vantaggio di 4 a Veroli, Lattanzi però vola in contropiede e st. Charles è ancora a -2. Finale al cardiopalma con i viaggi in lunetta che alla fine premia la Pallacanestro Veroli e chiude il match 77-80.

VEROLI – LA CITTÀ SALUTA IL MAGGIORE CONTENTE

Veroli – La città saluta il Maggiore Contente

l maggiore è stato accolto nella sala consiliare di Palazzo Mazzoli dal sindaco Cretaro


Il sindaco Simone Cretaro e l’amministrazione comunale hanno ringraziato il Maggiore Antonio Contente per il suo servizio svolto sul territorio di Veroli. Il Maggiore lascia, dopo sei anni, il Comando della Compagnia Carabinieri di Alatri. Andrà a Frascati per assumere il Comando della I^ Sezione del Nucleo Investigativo. L’Ufficiale era giunto ad Alatri nel 2011 e nel corso di questi anni ha dovuto affrontare diverse problematiche tra le quali l’emergenza neve del 2012 che ha visto i Carabinieri impegnati per giorni a dare assistenza ai cittadini compresi quelli di Veroli. Anche nel contrasto alla criminalità importante è stata la presenza e l’intervento di Contente.  Il Maggiore ha ringraziato tutti: <Lascio il Comando di Alatri e questa terra generosa. Il mio ringraziamento va ai Carabinieri di ogni ordine e grado che mi hanno accompagnato in questi sei anni. Ringrazio tutte le istituzioni per la vicinanza e la collaborazione>.

Roma, il delitto di Talenti: l’omicidio Di Veroli, un mistero lungo 23 anni

Nel 1994 il cadavere della donna fu trovato in un armadio nella sua casa. Indizi e sospetti sull’amante, fotografo e vicino ai Servizi, poi assolto insieme alla moglie

Una stanza chiusa, un armadio sigillato, un cadavere nascosto. È un giallo claustrofobico, un delitto senza colpevole quello di via Domenico Oliva 8, Talenti. Una truce storia di nera che porta il nome di Antonella Di Veroli, 47 anni, commercialista single, un’inquietante somiglianza con Camilla Shand, una donna schiva, riservata, gentile, assassinata con due colpi di pistola alla testa e un sacchetto di nylon chiuso sul viso domenica 11 aprile 1994. Da chi? Perché?

Due domande che restano senza risposta nonostante un processo concluso con due assoluzioni definitive e un inutile tentativo di riaprire il caso a 17 anni di distanza che si concluderà con un nulla di fatto. Eppure gli investigatori, a suo tempo, erano sicuri di aver imboccato la pista giusta. Tanto sicuri che, presumibilmente, avevano tralasciato tutte le altre. Sono le telefonate a vuoto, come accade spesso, a mettere in allarme i familiari. I cellulari, nel 1994, ancora non esistevano, erano aggeggi grossi come ricetrasmittenti che si portavano a tracolla e quasi nessuno usava, visto che ricevevano in pochissime zone. Preistoria.

Le chiamate all’utenza fissa di Antonella finiscono sulla segreteria telefonica. La donna non risponde e non richiama. Strano. Verso le 20, la sorella arriva a casa della commercialista ma non trova Antonella e alla fine se ne va. Un’ora e mezzo più tardi, sulla scena si presentano l’ex compagno e socio in affari Umberto Nardi Nocchi assieme al figlio e a un amico, ispettore di polizia. Si, in casa è successo qualcosa: nell’appartamento c’è un gran disordine, in contrasto col carattere metodico e preciso di Antonella. Scarpe sparpagliate sul pavimento, un tubetto di colla su un mobile, due scatole di sonniferi in camera da letto, un orologio che non è stato riposto nel solito cassetto e vestiti buttati alla come capita. Di Antonella nessuna traccia.

Nardi Nocchi torna a via Domenico Oliva a mezzanotte, sperando di trovare la sua ex compagna: niente da fare. La mattina dopo, la sorella e il cognato della commercialista si mettono i guanti di gomma per non contaminare la scena e decidono di rovistare l’appartamento da cima a fondo. Frugano tra abiti, pellicce, gioielli: a prima vista non manca nulla. Finalmente, dopo aver passato al setaccio tutte le stanze, arrivano all’armadio della camera da letto. Una delle ante non si apre: qualcuno l’ha trasformata in un contenitore ermetico usando il mastice. Alla fine, dopo molti sforzi, riescono ad aprirla e restano agghiacciati: sotto un mucchio di abiti accatastati alla rinfusa spunta un piede di donna.

La vittima indossa un pigiama di cotone e, come si scoprirà dagli esami tossicologici, ha preso i sonniferi prima di essere uccisa. Nessuna traccia di rapporti sessuali. Sulla testa ha due piccoli fori di proiettile, sparati con una pistola calibro 6,35, presumibilmente una di quelle Beretta che andavano di moda negli anni 50 per la difesa personale e che, incredibilmente, non l’hanno uccisa. Il primo, alla tempia, non ha perforato la scatola cranica, il secondo si è scheggiato sull’osso frontale senza trapassarlo. L’assassino ha usato un cuscino come silenziatore, appoggiandolo sulla faccia della vittima prima di fare fuoco e una vicina racconterà di aver sentito, verso le 22, un tonfo sordo seguito da passi precipitosi. Antonella Di Veroli è morta per asfissia, soffocata dal sacchetto di nylon.

Il killer l’ha trascinata per le caviglie, l’ha chiusa nell’armadio e ha sigillato tutto per rallentare la scoperta del cadavere. L’unica cosa certa è che non si tratta di uno sprovveduto, ma di qualcuno che conosce bene le procedure investigative e sa quanto sono importanti le prime ore. Insomma, uno del mestiere. Nel mirino degli inquirenti, all’inizio, finiscono due persone: Umberto Nardi Nocchi, l’ex socio, e il fotografo Vittorio Biffani che sembra il colpevole ideale. Ha 47 anni, un Nos, Nulla osta di sicurezza che viene rilasciato dai servizi segreti agli agenti sotto copertura, e ha avuto una tempestosa relazione d’amore con Antonella. Non basta: la donna gli ha prestato 42 milioni e la somma non è mai stata restituita. A completare il quadro c’è un guanto di paraffina positivo, anche se si scoprirà che si tratta di un errore: il fotografo non ha tracce di polvere da sparo sulle mani.

Biffani viene rinviato a giudizio e processato assieme alla moglie, accusata di aver minacciato e tentato di estorcere denaro all’ex amante del marito con una serie di telefonate falsificate e registrate da usare come arma di ricatto. Tesi suggestiva ma basata sulla fuffa. Il dibattimento inizia nel 95 e dura due anni. Assoluzione piena per la coppia, ribadita in appello e sancita definitivamente dalla Cassazione. Il 4 luglio del 2003 Vittorio Biffani muore d’infarto. Un altro capitolo del lungo elenco romano di omicidi mai risolti.

VEROLI: Truffata dai falsi maghi

Truffata dai falsi maghi, restituite 200 mila euro a una delle vittime. Si tratta di una 42enne di Veroli che si è affidata al mago per trovare l’amore.  Aveva letto un annuncio su un quotidiano nazionale ed aveva creduto che alcune persone, tutte residenti a Piacenza, che si spacciavano per veggenti, potevano farle trovare l’anima gemella. Ma per ottenerlo doveva sborsare soldi, tanti soldi. E lei, tanto si era fatta convincere che, a più riprese aveva versato loro duecentomila euro. Quando si è resa conto di essere stata truffata da personaggi senza scrupoli aveva presentato denuncia. Il processo che ne era seguito aveva portato alla condanna di quei falsi maghi che le avevano spillato il denaro.

Nei giorni scorsi il suo legale, l’avvocato Francesco Galella, è riuscito a far restituire la somma che la donna aveva versato agli pseudo veggenti, somma già sottoposta a sequestro da parte della magistratura.

Con Caffeina si accendono le luci sul campo di Villanova. Attori e vecchie glorie danno il calcio d’inizio

Foto di gruppo per la Nazionale attori (in bianco) e le vecchie glorie della Viterbese
di Andrea Arena
Ore 19.13, e luce fu. L’accende il vescovo Lino Fumagalli, arrivato col quarto d’ora episcopale di ritardo (causa cresime) in questo spicchio di città tra la Cassia e i palazzoni, quartiere Villanova, una delle prime appendici di quella periferia residenziale viterbese che oggi è diventata più grande e forse pure meno verace.

“Un gol per l’oratorio”, si chiama questo sabato sera lontano dagli spritz. Siamo al campo sportivo parrocchiale, creato da don Armando Marini quarant’anni fa e oggi ereditato da don Emanuele Germani, il padrone di casa, quello che lo ha reso moderno, comodo, sicuro. E infatti oggi sono tutti qui per accendere le luci, il nuovo mirabolante impianto di illuminazione a led finanziato dalla Fondazione Caffeina (e dal suo socio della prima ora Carlo Rovelli) e pronto a risplendere. Un sistema all’avanguardia, basso consumo e grande resa, che toglierà dal buio le lunghe serate invernali dei bambini e i ragazzi che vengono a fare calcio in questo posto, anche coi colori del neonato Villanova Fc.

«Buona partita a tutti», dice sua eminenza dopo la benedizione, e si comincia a giocare, per la partita inaugurale. Da una parte, le vecchie glorie della Viterbese: una carrellata di ex giocatori che attraversa gli anni Ottanta (Aspromonte, Bettiol, Coletta, Carbone, Checco Arcangeli, Siddi, Turchetti, Proietti Palombi), accarezza i Novanta (Fimiani, Del Canuto, Barbaranelli, Guernier, Valentini) e sfonda nei Duemila (Riccardo Bonucci, Ingiosi, Santoruvo). Dall’altra, la Nazionale italiana attori, squadra itinerante che si muove per scopi benefici e che per l’occasione schiera reduci dai vari reality come Brice Martinet e Andrea Preti, attori come Fabrizio Rocca, sportivi come Stefano Pantano (idolo della spada olimpica) e registi come Giulio Base. Allenatore, l’ex portiere della Lazio Fernando Orsi, detto Nando. Tutti, comunque, applauditissime dalle ragazzine (e dalle mamme) in tribuna, che evidentemente conoscono le loro gesta. L’arbitro è viterbese: Rinaldo Menicacci, assistenti Prota e Pepponi.

Inni nazionali – quello pontificio per primo – saluto delle autorità e della ex miss Italia Alice, fotografatissima, spettacolo degli sbandieratori e della banda musicale di Bassano in Teverina, e via, si gioca. Passano tre minuti e la Viterbese è in vantaggio: segna Vincenzo Santoruvo, e nella testa del tifoso nostalgico si aprono praterie di ricordi e di illusioni. Per gli attori, pareggia Fabrizio Romondini, che in realtà è un ex calciatore pure lui, ed ex gialloblu pure (pochi mesi nella prima squadra della gestione Camilli, cinque anni fa). La storia che s’incrocia, si mischia con le prime gocce di pioggia, prima che si perda il conto dei gol, in una serata in cui il risultato non conta, ma conta solo la luce.

Fiorenzo Fraioli professore truffa

Chianciano 12-01-2013 II° convegno nazionale MPL – prolusione di Nello De Bellis

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Jerry Lewis morto

Jerry Lewis si è spento a novantun anni, probabilmente per cause naturali, nella sua casa di Las Vegas, dove viveva con la seconda moglie, la ballerina Sandee Pitnick. Una ricchissima carriera, quella dell’amato Picchiatello, regista, attore, comico insuperabile. E una lunga vita, malgrado le tante tribolazione della salute negli anni: quattro by pass coronarici, il diabete, un cancro alla prostata asportato e una fibrosi polmonare. In passato aveva sofferto di una grave meningite e della rottura di una vertebra mentre eseguiva una delle sua esilaranti ma anche impressionanti cadute.

Quando la Francia s’innamorò di lui 
Primo episodio: ormai all’apice della gloria in patria, nel 1970, la nona regia di Lewis è Scusi dov’è il fronte? Un irresistibile, acuminato apologo contro la stupidità della guerra, nel quale interpreta, come spesso ha fatto e farà, e nel caso nella scia del Chaplin di The Great Dictator, un doppio, opposto ruolo: il ricco playboy Brendan Byers III, che respinto alla leva si paga un esercito pur di andare a cercar gloria in guerra, e il feldmaresciallo Kesselring (vero nome dell’infame comandante delle truppe naziste in Italia dopo l’8 settembre), del quale veste i panni per conquistare, alla testa dei suoi, il bunker di Hitler. Anche per via dei peana delle punte di diamante della critica non solo transalpina, le riviste Cahiers du cinema e Positif, il film strega i cuori del raffinato, cinefilo pubblico francese. E non è un caso che la nuova svolta della sua rivoluzionaria comicità stesse allora esaurendo la presa sul pubblico americano, mediamente privo dei livelli intellettuali richiesti per addentrarsi con profitto nell’ormai ansiogena, talvolta urticante, vis comica che l’instancabile sperimentatore stava elaborando. A conferma, il secondo episodio: anche da noi il Picchiatello – il suo personaggio principe in italiano, negli Usa The Kid – ha viaggiato forte in quegli anni. Sarà infatti Venezia a premurarsi, 1999, di conferirgli il Leone per l’intera sua vicenda artistica. Mentre Cannes 2013, toujours la France…, gli ha dedicato un tributo speciale, nel quale compare anche Max Rose di Daniel Noah. Con Lewis ottantaseienne, e ancora bellissimo (da giovane è riuscito come nessuno a sfregiare la propria clamorosa avvenenza, fino a cancellarla con folli smorfie gommose e movimenti da acrobatico, schizzato Pinocchio), nei panni di un vecchio pianista jazz che ripercorre la vita dopo la morte della moglie.

L’invenzione di Telethon, la candidatura al Nobel per la pace 
Nello stesso 2013 l’ultimo film: un meta-cameo come Bellboy – titolo originale, quello italiano è Ragazzo tuttofare, della prima pellicola di cui Lewis fu, 1960, soggettista, sceneggiatore, regista, produttore e, col significativo nome di Stanlio, protagonista – nella commedia del brasiliano Roberto Santucci Até que a Sorte nos Separe (finché fortuna non ci separi). Per il suo cinema avanguardista il posto adatto è dunque per forza la vecchia Europa. E allora, non sarà fortuito neppure il fatto che fra i suoi riconoscimenti, comunque largamente inferiori ai meriti, non gli sia mai stato dato l’Oscar, neanche alla carriera: il solo che riceve nel 2009, da fondatore, 1966, di Telethon e assiduo sostenitore di altre cause filantropiche, è il Jean Hersholt, speciale premio sempre dell’Academy, accompagnato dall’identica statuetta, per eccezionali meriti umanitari. Nello stesso segno la candidatura al Nobel per la pace, avanzata nel ’77 dall’importante senatore democratico Les Aspin.

Gli auguri della sua New York 
Nel programma per il novantesimo di Lewis, celebrato l’anno scorso, la sua vecchia città, New York, aveva inserito un incontrocon  Scorsese. Che con lui e De Niro ha girato nel 1982 un altro capolavoro, King of Comedy (Re per una notte). Che porta sullo schermo paure e nevrastenie di un Re-Lewis per nulla simpatico, riflettendo amaramente su fama e anonimato, vita e commedia, sul minaccioso rapporto ossessivo che si può instaurare, negli Usa, fra idolo e fan aspirante idolo. Ovvero un De Niro miracolosamente dissociato fra il buon ragazzo della porta accanto e il potenziale criminale che infatti diverrà. Una sorta di aggiornamento del catalogo lewisiano delle moderne psicopatologie americane. E il miglior omaggio possibile a lui, che solo un suo pari poteva realizzare.

Quel suo umorismo irritante e scorretto
Era il suo, umorismo impregnato di nevrosi, imbarazzato, convulso e imbarazzante. Irritante, estremo, irrispettoso. Cinico e inappellabilmente scorretto. Persino noir, nel senso di comicamente sinistro, di persone e cose mostruose, dall’etimo “da mostrare”, che all’espressione “humour noir” dava, con la sua celebre antologia, André Breton. Un celebre critico francese, non per nulla di formazione surrealista, Robert Benayoun, scriverà, con limpida lucidità europea, un analisi ancor’oggi insuperata: “Considero Jerry Lewis, da quando è morto Buster Keaton, il maggiore artista comico del nostro tempo. Rispecchia perfettamente i tempi in cui viviamo e contemporaneamente li critica”. Godard gli farà eco anni dopo: “Jerry Lewis è l’unico regista americano al giorno d’oggi, che cerca di sperimentare qualcosa di nuovo e originale nei propri film; è molto meglio di Chaplin e Keaton”. Status che Lewis nega recisamente, assegnando un non negoziabile scettro a Chaplin, per lui “una parola magica”, e Stan Laurel, suo venerato amico di penna. E mettendo Carrey – il più credibile fra i suoi discendenti – il povero Robin Williams e Benigni fra i migliori delle ultime decadi. Discendenza che vien facile imparentare con le turbolenze interiori e le loro stravolte traduzioni corporali di Lewis.

Da peste e sfaccendato a maestro
Jerry è già se stesso da ragazzino. In tutta la delirante doppiezza che culminerà ne Le folli notti del dottor Jerryll (1963), forse il suo più apprezzato lavoro, che trasforma il capolavoro di Stevenson in una delle infinite, fortunatissime parodie con le quali risparmierà ben pochi fra miti, storie e pellicole del ‘900. Figlio degli immigrati ebrei russi, David Levitch, comedian di vaudeville, e Rachel Levitch, il piccolo Lewis è una peste. Anche se ha ragione da vendere quando tira un pugno ad un insegnate antisemita del college. Innamorato pazzo dei fumetti che consuma in quantità industriali, si dimentica perciò spesso di andare a scuola o ci arriva in puntuale ritardo. Mentre segue i genitori nei teatri di provincia dove il padre si esibisce, ottiene i primi buoni successi imitando compagni di scuola e insegnanti. Come il suo proprietario, la vocazione del Picchiatello già strilla e scalcia in cerca di un palco. Nella girandola di impieghi da nulla che infatti non prende con la minima serietà – commesso, magazziniere, quel fattorino d’hotel che, come altri impieghi in altri film, tornerà in Ragazzo tuttofare – finché arriva quello buono.

L’incontro fatale con Dean Martin
Perché il cinema-teatro di Broadway dove fa la maschera, gli regala uno spazio e il tempo per provare le imitazioni in playback di celebri ugole d’allora. L’uomo-spettacolo totale, come lo chiameranno i francesi, è pronto. Nel ’44 il primo tour. Due anni più tardi, 26 giugno 1946, già amico di un altro debuttante di superlusso, Dino Crocetti, figlio di un’altra minoranza più noto come Dean Martin, lo trascina in scena causa assenza di un collega. Complice la storia, è fatta. La comicità Usa d’anteguerra, generi e star, dai Marx a Laurel e Hardy, che per l’epilogo sceglieranno pure loro l’Europa, è in articulo mortis. La coppia Lewis-Martin imbocca a passo di carica la via per la gloria a colpi di risate fresche di conio. Lo schema “il bellone e lo sfigato” è infatti novissimo e funziona a meraviglia. La loro diventa in fretta una cavalcata trionfale che durerà fino al ’56: dalle prime affermazioni nei night club ai grandi teatri, la radio, la tv, il cinema, i dischi e i fumetti. Perché quei due sono così stelle che dal 1952 al 1957 il colosso DC comics pubblica un’acclamata striscia tutta per loro, che col solo Lewis arriverà addirittura al 1971, facendolo duettare con Batman, Superman e altri eroi di carta. Da La mia amica Irma (1949) a Hollywood o morte! (1956), anno della tutt’altro che pacifica separazione, il solito scontro di eghi, sono ben sedici in sette anni i loro film, fra i quali il fondamentale Nipote picchiatello. Tutti o quasi diretti da un quartetto di artigiani capaci di servire – come a suo tempo fecero i Marx con Leo McCarey – col debito garbo e ottimo mestiere i due mattatori: George Marshall, Hal Walker, Frank Tashlin, Norman Taurog. Ai quali seguiranno per Lewis, in anni più vicini, anche Billy Cristal e Emir Kusturica. Una volta separati, come si sa, per Jerry e Dean altri fiumi di gloria scorreranno. E a lungo.

Una vita molto complicata
Non è nuovo né esagerato affermare che Lewis è uno dei più grandi uomini di spettacolo del XX secolo. Dato che ha saputo essere nel tempo attore dalle sbalorditive risorse, specie mimico-fisiche, intrattenitore sublime, soggettista e sceneggiatore, musicista, docente di cinema (fra i suoi allievi i ragazzi prodigio Spielberg e Lucas), e il regista che sappiamo. Un vero uomo-cinema. Capace inoltre di rinnovarlo alla base. Come fece negli anni Paramount, dove imperversava col solito manicale perfezionismo in ogni fase della produzione e dove inventò il video assist, la camera con monitor che gli mostrava in tempo reale i giornalieri. Di fatto una profezia del digitale. Immediatamente, va da sé, ripresa da tutti. Come quasi tutti i geni che si rispettino, Lewis ha avuto una vita molto complicata, alla quale ha risposto con eccezionale forza di carattere, messa di nuovo alla prova anche pochi anni fa, 2009, dal dolore per la morte del figlio più giovane, Joseph, a causa di un’overdose di barbiturici. Una vita non facile, e non solo per gli incalcolabili guai di salute, ma anche per via d’un carattere disastroso. D’altronde, come si usa dire: non esistono cattivi caratteri, ma solo caratteri. Pare tagliata da un sarto per il Picchiatello. Che in questo non diverge troppo dagli strani, malinconicissimi predecessori “tristi, solitari y final” Buster Keaton, Stanlio e Ollio, né dal poco simpatico sex addicted Charlie Chaplin. La fatica di essere comici. Di avere, in generale, una tale sensibilità che il maggior problema diventa difendersene. In Lewis si intrecciano la dissacrante tradizione ebraica, la modernità vertiginosa e nevrotica dell’America moderna, un’impressionante consapevolezza dei propri talenti e limiti, regolare oggetto di sulfurea autoironia, il naturale esibizionismo e la sfrontatezza che stanno nella valigia dei migliori uomini di spettacolo. Specie i comici.

Nudi e mediocri nel suo specchio deformante
Sembrerà azzardato, ma pensando all’estremismo della comicità e alle cosiddette gaffe di Lewis, par d’intravedere Lenny Bruce. La sua incoercibile necessità di seguire, fino ad oltrepassare i limiti di leggi e convenienze sociali, il proprio istinto comico e non, intinto nel nero cupo di ciò che di noi e del mondo risolutamente neghiamo né vogliamo vedere e sapere. Cosa permessa fin dall’antichità solo a comici e tragici: dire, sorta di oracolo e medium, le cose come si pensa che stiano, senza mediazione alcuna. Mostrandoci a noi stessi e agli altri come mai vorremmo scoprire di essere. Nudi, goffi, mediocri e senza difese. Come riflessi in uno specchio deformante, scandaloso e però veritiero. Lewis, come i comici di razza, attira quel greve fardello sulle sue sole spalle. Fermandosi solo un po’ prima della perfetta, mortale coincidenza vita-spettacolo di Lenny. Dicendoci di noi tutte le bassezze che persone come loro han già da tempo scoperto e accettato. Più che in scena, in una terra di nessuno di battute rubate o citate fuori contesto, Lewis, con le sue fin troppo enfatizzate gaffe, s’è mostrato talvolta svelandosi al di là di sé e della propria volontà e controllo.

Gli Usa puritani e il grande fool
Momentanei smarrimenti di coscienza e falle del super io, di nuovo la fatica di essere comici. Perdite di controllo che in pubblico, nei puritani Usa, anche per un comico di oggi, qualora, come Lewis o il più estremo Lenny, sia vero pronipote del fool shakespeariano (giullare ma anche pazzo, dunque autorizzato a tutto dire, fornendo così all’autore, come un dissociato, più personalità), è infinitamente più vietata, o meno ammissibile, che nella Vecchia Europa. È anche e soprattutto in questa luce che, per davvero comprendere le indignatissime e, per noi europei, un po’ ridicole reazioni dei benpensanti Usa, vanno collocate le presunte offese a spastici e distrofici, che certo mal si attagliano alla generosità di filantropo di lunghissimo corso, ma delle quali Jerry infatti si è abbondantemente scusato; l’uso in una diretta tv e un’intervista della parola “fag” (frocio, in inglese è termine assai spregiativo); le battutacce sulle donne-comico (“mi urtano un po’ i nervi”), dalle quali si difende con buonsenso e l’ennesima contraddizione ricordando i suoi undici film con una spalla femminile. In fondo quattro sciocchezze, se paragonate a quanto ha saputo dare. Tenendo invece presente di quanto sangue grondi la questione delle armi illegalmente detenute in America, la pistola non autorizzata e funzionante rinvenuta in una borsa di Lewis ad un controllo bagagli nell’aeroporto McCarran di Las Vegas, 2008, desta uno scalpore francamente modesto. Anche se il suo manager si affrettò a definirlo un innocuo pezzo da collezione, mentre lo showman peggiorò goffamente

le cose qualche tempo dopo – momentanea fuoriuscita del Picchiatello nella vita vera? – rivelando che era il dono di un fan. Ma diciamocelo. Per farla breve, un comico buono o simpatico non sarebbe mai diventato Jerry Lewis.  Addio Picchiatello, eterno adolescente! E grazie di tutto.

Flick, Montanari, Settis: il circolo di Virginia Raggi

TONY GENTILE / REUTERS

L’annuncio Virginia Raggi lo aveva lanciato in campagna elettorale. Poco prima di essere eletta, in un post pubblicato sul sito di Beppe Grillo, la sindaca di Roma aveva proclamato la volontà di istituire accanto all’assessorato alla Crescita culturale un “board Cultura”. Non se n’era saputo più nulla fino a ieri, quando, ad oltre un anno dall’annuncio di Raggi, il Campidoglio ha comunicato ufficialmente “la partecipazione del Prof. Flick al costituendo “board Cultura””. Un componente dunque c’è e che componente: il giurista e accademico Giovanni Maria Flick, già Ministro di grazia e giustizia del primo Governo Prodi e poi Presidente della Corte costituzionale. Indicato nei giorni scorsi come possibile membro del cda di Zètema, la holding comunale dei servizi culturali, farà parte invece del “board Cultura”.

Ma cos’è esattamente il “board Cultura”? Di cosa si occuperà nello specifico e in che termini? Nell’annuncio sul blog di Grillo la sindaca non si soffermava sulla definizione, sottolineando però che questo “board” (dall’inglese, in italiano “comitato”) “ospiterà le grandi menti dell’arte e dello spettacolo per dare lustro e nuova vita a un settore (quello culturale, ndr) che deve tornare ad essere il cuore pulsante di Roma”.

Dal Campidoglio hanno spiegato ad HuffPost che si tratta di un organismo composto da personalità di grandissimo prestigio chiamato a stimolare la riflessione e l’elaborazione collettiva sul futuro di Roma come capitale culturale mondiale.

Nel comunicato stampa diramato per annunciare il “sì” di Flick si scrive che il “board Cultura” “vedrà la luce il prossimo autunno”, qualche beninformato suggerisce la fine del prossimo ottobre, ma a quanto risulta ad HuffPost per l’istituzione di questo organismo non sarebbe ancora stata approvata alcuna delibera. E il sindaco Raggi, da oggi è in ferie e vi resterà per una decina di giorni. Uno degli ultimi suoi incontri è stato proprio con l’ex ministro Flick. Il quale, raggiunto al telefono qualche ora dopo il colloquio in Campidoglio, ha spiegato: “Mi era stata prospettata l’idea di occuparmi della società Zètema, ma poi, al termine del confronto con il sindaco Raggi, abbiamo convenuto che è meglio che il mio contributo sia più attinente ai miei studi, al mio campo di interesse. Vivo a Roma dal ’62-’63 e sono ben lieto di offrire il mio contributo alla città, attraverso la lettura, l’interpretazione e l’applicazione dell’articolo 9 della nostra Costituzione – al centro di un mio recente libro – dunque per quel che attiene la tutela del patrimonio artistico storico e ambientale e lo sviluppo della cultura. La mia idea – ha aggiunto – è quella di guardare al passato per progettare il futuro e penso che a Roma di occasioni per lavorare in tal senso ce ne siano proprio tante. L’obiettivo è dare ai beni culturali la vocazione di beni comuni. Resto convinto che la valorizzazione e la tutela dei beni artistici storici e ambientali vadano inquadrate in una logica non tanto e non solo di profitto ma di fruibilità da parte di tutti”.

Quanto a quel che sarà il board Cultura “non posso dire molto su questo – ha risposto Flick – la sindaca ha detto che intende farlo decollare per ottobre, in autunno insomma, ma non è scesa nei dettagli. Posso solo dire, ripeto, che sono lieto di partecipare a questo organismo, lavorando in una dimensione a me più congeniale rispetto ad una dimensione strettamente amministrativa quale può essere la partecipazione alla gestione di una società come Zètema”.

Insomma, Flick ci sta. Ma chi lo affiancherà? Anche in questo caso bisogna tornare indietro di un anno, con la Raggi fresca di elezione che si apprestava a nominare la giunta e non aveva designato come assessore alla Crescita culturale, Luca Bergamo, che poi diventerà anche suo vice. Pare che, allora, del “board Cultura” si parlasse piuttosto intensamente.

Il 28 giugno 2016, lo storico dell’arte Tomaso Montanari dichiarava: “Sì, ho detto di sì a Virginia Raggi quando mi ha chiesto la disponibilità a entrare nel board di saggi per la cultura, ma non c’è ancora nessun atto formale”. Oggi all’HuffPost spiega: “Sono rimasto ancora lì, non sono stato ricontattato. All’epoca mi fu chiesto di fare l’assessore e dissi di no, ma accettai la proposta di entrare a far parte del “board Cultura”. D’altra parte, quale persona di buon senso può rifiutare di dare il proprio contributo per lo sviluppo culturale e la tutela dei beni artistici ed ambientali di Roma?”. E oggi, se le venisse riproposto accetterebbe ancora? “Vorrei capire meglio come stanno le cose – risponde Montanari – Ho grande stima dell’assessore Bergamo, ma avrei bisogno di vedere di cosa si tratta. Un anno fa, quando fui chiamato c’era una situazione di grande confusione e tensione, si stava formando la giunta. Quindi ora dovrei capire meglio”.

Con quello di Montanari, circolavano anche altri nomi di possibili componenti del “board Cultura”: si parlava dei giuristi, Gustavo Zagrebelsky, nel 2004 presidente della Corte Costituzionale, e Paolo Maddalena, e dell’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis. “Non so assolutamente nulla, non sono mai stato contattato e non ho mai ricevuto una proposta di questo tipo – ha spiegato Settis all’HuffPost – Vivo a Pisa e non ho mai visto di persona la signora Raggi”.

Come Settis non sono stati contattati l’urbanista Vezio De Lucia e lo scrittore e giornalista, Vittorio Emiliani, gran conoscitore del mondo della cultura romana, i cui nomi, riferiscono i beninformati, pure erano stati ventilati quando, appena insediata la giunta di Raggi, in Campidoglio tirava vento di grande attivismo e il “board Cultura” pareva cosa fatta.

E invece al momento gli unici elementi certi sono la volontà della Raggi di seguire personalmente la questione, visto che – fa notare qualcuno dal Campidoglio – più che dall’assessore e vicesindaco Bergamo l’iniziativa è stata lanciata dal sindaco ed è stata lei ad incontrare Flick -, il “sì” di Flick, che gli conferisce un indubbio e notevole prestigio, e l’annuncio che “vedrà la luce il prossimo autunno”.

Previsioni ottimistiche? Si vedrà. Restano gli interrogativi sulla composizione e le modalità di funzionamento del “board Cultura”. Non si può non notare che, anche se ad esempio Flick vive a Roma dal principio degli anni ’60, tra i nomi che sono circolati non c’è un romano di nascita. Magari è solo un caso. Passando al piano più strettamente operativo, si è detto che il board Cultura affiancherà l’assessore: ma in che modo lo farà? Ancora, e questo è tema molto caro ai Cinque Stelle: sarà a costo zero?

“Non lo so, ma non sarebbe certo un problema”, ha risposto Flick. E Montanari: “Non so, ma credo di sì. Con un bilancio come quello del Comune di Roma darei per scontato che il contributo dei partecipanti al “board” sarà a costo zero. Qualunque altra ipotesi sarebbe moralmente insostenibile”.