Google condivide le foto scattate con Pixel 2: risultati sorprendenti

Come di consueto Google ha condiviso le foto e i video non ritoccati scattati con i Pixel 2 prima dell’annuncio ufficiale e i risultati sono sorprendenti

 

Quando Google ha annunciato che i nuovi Pixel avevano ricevuto ancora il voto più alto dal tester DxOMark, la credenza diffusa che quella classifica servisse soprattutto scopi di marketing è diventata un po’ una mezza certezza.

Resta il fatto che se i Pixel 2 scattano realmente ottime foto, poco importa del punteggio monstre di 98 che a questo punto fa domandare cosa succederà quando altri smartphone toccheranno l’inevitabile tetto dei 100 punti.

E allora da Mountain View sono arrivate tante nuove fotografie non ritoccate e scattate con i suoi nuovi top di gamma, condivise nel consueto album su Google Photos. Inutile dire che i risultati sono sorprendenti, e non potrebbe essere diversamente, ma sono anche una prima testimonianza dell’ottimo lavoro che gli algoritmi software di Google sono in grado di svolgere.

C’è anche un video che dimostra l’efficacia della stabilizzazione elettronica abbinata a quella ottica, di cui i primi Pixel erano privi. Quando si tratta di clip simili è sempre bene andare con i piedi di piombo nel giudizio e aspettare del footage non promozionale, per così dire. Tuttavia noi abbiamo già avuto modo discattare qualche foto con Pixel 2 all’evento di lancio e non possiamo che dirci intrigati dalle immagini che sono uscite dalla loro camera.

Quest’anno Pixel monta un sensore da 12.2 MP, con pixel grandi 1.4µm e ottiche con apertura f/1.8, con il supporto di un lavoro software davvero importante su cui Google ha puntato molto in fase di presentazione. A sorprendere sono soprattutto gli scatti in modalità ritratto che sono ottenuti solo digitalmente, ma dimostrano risultati molto interessanti.

Ciò che a Mountain View hanno fatto è lavorare sul già ottimo HDR+ per sviluppare algoritmi sempre più avanzati che fanno affidamento sulla tecnologia Dual-Pixel. Il sensore dei nuovi flagship ha infatti pixel più piccoli dell’anno scorso (1.4μm vs. 1.55μm), ma ognuno è composto da una coppia di pixel.

Il risultato è una camera con un hardware solido, ma basata soprattutto su alchimie software che dovrebbero permettere ai Pixel 2 di scattare foto come quelle condivise da Google nelle ultime ore.

 

Come arginare il potere di Google, Facebook e Amazon

Davanti agli uffici di Google, New York, ottobre 2015. (Sam Hodgson, The New York Times/Contrasto)Ecco la mia previsione: tra cinque o dieci anni, diminuirà drasticamente l’arrogante potere di Google, Facebook e Amazon e l’economia online si trasformerà fino ad apparirci irriconoscibile. E credo che scomparirà internet per come l’abbiamo conosciuta finora: selvaggia e perlopiù senza regole, in cui aziende gigantesche come quelle citate godono di un’immunità legale che risale a un’epoca più semplice, o possono permettersi di sfruttare impunemente i diritti d’autore di altre persone.

Immagino che una simile previsione possa apparire inverosimile. Dopo tutto, oggi Google raccoglie l’81 per cento di tutte le pubblicità mondiali legate ai motori di ricerca, Facebook il 77 per cento del traffico dei social network mentre Amazon vende circa il 70 per cento degli ebook in circolazione e concentra il 51 per cento di tutte le altre vendite online. Inoltre, se sommate il loro valore di mercato, più di 1.500 miliardi di dollari, possiedono in tre un pil maggiore di quasi ogni paese del mondo (solo dieci stati hanno un pil più alto).

Editori sotto copertura digitale
Queste aziende sembrano invincibili. Chi o cosa potrebbe mai metterle in difficoltà? Per esempio, una ex universitaria di cui non avete mai sentito parlare e che oggi è una senatrice degli Stati Uniti, e fa parte di un interessante sottobosco di politici statunitensi che comincia a minacciare seriamente questi monopoli in apparenza inattaccabili e ciò a cui essi si affidano per conservare il loro dominio in rete. In poche parole, il disprezzo nei confronti del diritto d’autore e la pretesa di non essere degli editori.

Oggi, l’editore di un quotidiano o una rivista è il responsabile legale del suo contenuto. Se il contenuto è diffamatorio o criminale, l’editore può essere incriminato o costretto a chiudere. Questo però non vale per Google e per i suoi simili, che sostengono di non essere editori ma semplici canali di diffusione online di contenuti creati da altri. Vent’anni fa, nel 1996, questa pretesa è stata sancita e convalidata per legge negli Stati Uniti: il media copyright act (legge sul diritto d’autore delle testate digitali) è di quell’anno. All’epoca internet era ancora in fasce e Google e compagni ancora non esistevano, e la legge ha stabilito che i fornitori di servizi online non sono giudicati responsabili se rimuovono o bloccano i contenuti appena ricevono la comunicazione che questi sono coperti dal diritto d’autore.

L’Europa ha provato ad arginare questi monopoli ma gli Stati Uniti li hanno lasciati agire indisturbati. Almeno finora

I grandi monopoli online hanno usato questi vantaggi per creare delle gigantesche attività commerciali che funzionano come dei cartelli. Pubblicano infatti link a notizie e contenuti che non pagano, ma dai quali traggono guadagni pubblicitari.
Gli introiti pubblicitari di Google sono superiori agli ottanta miliardi di dollari, più di quanto guadagnino dalla pubblicità tutti i giornali, le riviste e le stazioni radio del mondo (né Google né Facebook danno lavoro a un singolo giornalista, mentre nel frattempo i giornali, che invece lo fanno, perdono introiti, si riducono o chiudono).

YouTube (che appartiene a Google) permette di scaricare musica da cui ricava dei profitti, mentre i musicisti ottengono poco o niente. Lo scrittore statunitense Jonathan Taplin, autore di uno stimolante libro intitolato Move fast and break things: how Facebook, Google and Amazon cornered culture and undermined democracy (Muoviti veloce e distruggi tutto: come Facebook, Google e Amazon hanno monopolizzato la cultura e indebolito la democrazia), afferma che se una canzone viene scaricata un milione di volte su iTunes l’autore incassa 900mila dollari, ma se lo stesso avviene su YouTube ricava solo novecento dollari.

Il capitalismo della sorveglianza
Queste aziende pagano pochissime tasse su profitti enormi, e sono state molto lente a rimuovere i contenuti illegali, compresi alcuni che davano utili consigli su come compiere azioni terroristiche. È vero che offrono servizi, intrattenimento e, nel caso di Amazon, prezzi contenuti. Ma in cambio perseguono anche il loro altro grande obiettivo: mietere informazioni personali sugli utenti mentre questi navigano, comprano e fanno ricerche. I loro profitti, come ha scritto Taplin usando un’espressione memorabile, derivano da un “capitalismo della sorveglianza”. Sono come un grande fratello che vuole essere nostro amico, in modo da poter sbirciare nel nostro portafoglio e prendere appunti sul suo contenuto.

L’Europa ha provato ad arginare questi monopoli ma gli Stati Uniti li hanno lasciati agire indisturbati in nome della libertà di parola, del denaro e della supremazia culturale americana. Tuttavia oggi si profila un cambiamento. Un paio di proposte di legge attualmente in discussione al congresso mirano a considerare editori quei “fornitori di servizi informatici interattivi” che veicolino contenuti legati allo sfruttamento sessuale, rendendoli così legalmente responsabili.

Sembra una cosa alla quale nessuna persona di buon senso potrebbe opporsi ma Google, Facebook e compagni lo stanno facendo. Sostengono che la loro attuale immunità sia fondamentale affinché l’economia online funzioni e prosperi. La loro preoccupazione è che, una volta considerati editori nel limitato contesto del traffico sessuale, questo principio possa essere esteso agli altri materiali che essi veicolano.