Coronavirus, i mercati credono a Pechino all’economia.

MILANO – Ore 9:30. I mercati confidano nella capacità della Cina di intervenire a supporto di economia reale e finanza, mentre l’epidemia di Coronavirus continua ad accentuare i suoi effetti. Nonostante il forte rallentamento del Giappone, che ha segnato la peggiore contrazione in sei anni nel trimestre finale del 2019, la maggior parte dei listini asiatici ha trattato in rialzo.

L’indice MSCI dell’area Asia-Pacifico, con l’esclusione di Tokyo, è tornato a vedere i massimi dallo scorso gennaio, supportato in larga parte dalle azioni cinesi che hanno beneficiato dell’intervento della Peoples Bank of China. La Banca centrale di Pechino ha infatti deciso di abbassare uno dei tassi di interesse di riferimento e aggiunto liquidità al sistema. Inoltre, domenica, il Ministero delle Finanze ha annunciato interventi fiscali mirati per tagliare le tasse in questo momento difficile per l’economia domestica. La crescita oltre duemila morti per l’epidemia, d’altra parte, ha portato a nuove misure stringenti nell’area di Hubei, dove ad esempio la maggior parte dei veicoli – ricorda Reuters – sono obbligati a restare fermi.

Secondo l’analista di Jefferies, Sean Darby, “le misure di contenimento cinesi suggeriscono che l’attività si potrà normalizzare solo per la metà di marzo o ancor più probabilmente alla fine del trimestre. Resta da capire quale sarà il grado di stimolo fiscale” che arriverà da Pechino. Quel che è certo, per ora, è l’intervento monetario della Banca centrale: ha iniettato liquidità nel mercato finanziario per 100 miliardi di yuan (circa 14,3 miliardi di dollari) attraverso pronti contro termine a sette giorni ad un tasso di interesse del 2,4 per cento: è un’operazione con la quale compra titoli dalle banche, con l’impegno degli istituti a riacquistarli a una scadenza data. Nel frattempo, un totale di 1.000 miliardi di yuan di pronti contro termine è maturato lunedì, con un conseguente ritiro netto di 900 miliardi di yuan dal mercato. Per quel che riguarda i tassi, la mossa espansiva della Pboc è arrivata tagliando i tassi sui finanziamenti di medio termine a un anno dal 3,25% al 3,15%. I tassi cosiddetti Mlf rate possono influenzare i tassi di riferimento cinesi, il ‘loan prime rate’ (Lpr), con la conseguenza che le banche potrebbero ridurre anche quest’ultimo tasso di riferimento principale.

Queste manovre hanno aiutato a sostenere gli scambi asiatici: Shanghai è balzata del 2,2% e Shenzhen addirittura del 3,2 per cento. la Borsa di Tokyo (-0,7%) ha pagato il fatto che l’economia nipponica abbia segnato la peggiore contrazione in sei anni, a causa della flessione per la spesa per consumi e i fenomeni avversi del maltempo. Nel periodo da ottobre a dicembre il calo del Pil giapponese è stato dell’1,2%, rispetto alle previsioni di una flessione dello 0,6%. Su base annualizzata il declino è arrivato al 6,3%, oltre le stime di un meno 3,8%, con una diminuzione dei consumi nel quarto trimestre del 2,9%, assieme al rallentamento dell’export e degli investimenti aziendali.

In Europa gli investitori preferiscono la lettura cinese della situazione: Milano sale dello 0,4% con Ubi e Pirelli tra i titoli migliori. Cauti rialzi nel resto del Vecchio continente: Londra guadagna lo 0,3%, Parigi Francoforte lo 0,2%.

Lo spread tra Btp e Bund apre poco mosso a 131 punti, contro i 132 punti della chiusura di venerdì scorso. Il rendimento del decennale avanza allo 0,927%. Per quanto riguarda l’agenda macro odierna, occhi puntati sull’Eurogruppo al quale prende parte il ministro Gualtieri. L’euro apre poco mosso sopra 1,08 dollari mentre si rafforzano le valute asiatiche, dopo le mosse di Pechino. La moneta europea passa di mano a 1,0838 dollari e 119,07 yen. In rialzo dollaro/yen a 109,86. Lo yuan avanza dello 0,2%.

Il prezzo dell’oro è poco mosso ma resta a alti livelli a 1.582,83 dollari l’oncia, dopo aver toccato il top da inizio febbraio a 1.584,65 dollari. E’ stabile anche il prezzo del petrolio Wti sui mercati asiatici, ancora influenzati dalle notizie sul coronavirus. Le quotazioni sono piatte a 52,04 dollari al barile, mentre il Brent, il greggio di riferimento europeo, registra un calo dello 0,2 per cento a 57,19 dollari al barile.

Conti pubblici, il monito di Cottarelli: “Senza Monti e Fornero il debito sarebbe al 145% del Pil”

L’ultimo dossier dell’Osservatorio sui conti pubblici diretto dall’ex commissario alla Spending Review. Senza la stretta fiscale del 2012 l’indebitamento sarebbe cresciuto ancora più rapidamente. Un messaggio al governo che invece punta ad utilizzare la leva del deficit per finanziare una parte delle misure espansive del suo programma



Fra i 108 e i 125 miliardi di euro: a questa cifra da brivido ammonterebbe l’onere per le finanze pubbliche del famigerato “contratto” che Lega e M5S sono tuttora impegnati a onorare – fra flat-tax, penali per opere pubbliche “riviste”, riforma della Fornero, reddito di cittadinanza – malgrado la ferma opposizione dello stesso ministro dell’Economia, Giovanni Tria. E’ l’ultimo calcolo dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani, fondato e diretto da Carlo Cottarelli presso l’Università Cattolica di Milano. Solo una minima parte di questa somma sarebbe recuperabile con manovre di rientro, il grosso finirebbe inevitabilmente ad aumentare il deficit e il debito pubblico. Con conseguenze potenzialmente rovinose, specialmente per il rapporto debito/Pil, tenuto sotto stretta osservazione da Bruxelles e dai mercati. Questo è il senso dell’ennesimo “memento” che Carlo Cottarelli lancia al governo, e questa volta utilizza l’arma della dimostrazione scientifica per documentare i pericoli per il debito di manovre avventate e troppo costose.

L’ultimo dossier del Cpi, che Repubblica è in grado di anticipare e verrà pubblicato durante questo week-end sul sito dell’Osservatorio , si intitola “L’andamento del debito dopo la stretta fiscale del 2012”. “Il riferimento all’epoca del governo Monti, anche se può sembrare obsoleto, è utile per comprendere la situazione attuale”, spiega Cottarelli. “Allora ci fu una decisa stretta fiscale con la legge Fornero, la reintroduzione dell’Imu, l’aumento dell’Iva, dell’Ires e delle accise su benzina e alcolici. Si disse: sono misure recessive. Però senza quella stretta il rapporto fra debito e Pil sarebbe aumentato ancora più rapidamente e oggi sarebbe fra il 142 e il 145 per cento, con conseguenze drammatiche per l’Italia. Lo spread sarebbe molto più alto, il credito bancario più difficile, l’isolamento internazionale del Paese ancora peggiore, i rapporti con la Bce compromessi”.

È come una dimostrazione “al contrario”: tutte le voci che si levano a favore di misure di espansione in deficit senza coperture (e quindi foriere di aumento del debito) dovrebbero riflettere. Allora il pericolo fu scampato, guai a rimettersi sulla stessa china oggi, è il messaggio di Cottarelli. Quanto all’ipotesi che misure espansionistiche agendo sul denominatore e quindi alzando il Pil influiscano favorevolmente sul rapporto con il debito, “non si è mai verificata in nessun Paese”, taglia corto Cottarelli. Insomma, il debito se non è arrestato seccamente e possibilmente ridotto corre sempre più veloce, con un effetto di accumulo degli interessi “imprendibile” da qualsiasi aumento del Pil. Se si finanziano in deficit le misure espansive, come vorrebbero fare le forze politiche che sostengono l’attuale governo, il debito, spiega Cottarelli, aumenta ancora più rapidamente a causa appunto dell’alto livello del deficit e non solo per l’anno di riferimento ma per tutti gli anni successivi per lo stesso effetto accumulo. In una delle simulazioni, il Cpi ha anche provato a prevedere un aumento permanente del Pil con moltiplicatori sempre positivi: ma comunque non era sufficiente perché il rapporto debito/Pil si abbassasse.

Il debito pubblico, riconosce Cottarelli, è cresciuto dal 116,5% del Pil a fine 2011 al 131,8 di fine 2017, un aumento avvenuto in un periodo di presunta “austerità fiscale” (che peraltro per tutti gli anni successivi tanto “austera” non è stata): “Questa circostanza – si legge nel dossier coordinato da Silvia Gatteschi, uno dei ricercatori della Cattolica che lavorano con Cottarelli – viene addotta dai sostenitori di politiche di espansione fiscale per sostenere che viceversa le manovre restrittive sono controproducenti: per effetto di queste politiche il Pil scende, sostengono, e il rapporto tra debito pubblico e Pil aumenta.

Per rispondere a quest’obiezione, e per capire cosa sarebbe successo al debito/Pil se non ci fosse stata la stretta fiscale, abbiamo condotto una simulazione utilizzando stime dell’effetto della stretta fiscale sull’economia, i cosiddetti moltiplicatori fiscali”. Questi moltiplicatori vengono indicati dal ministero del Tesoro per ogni misura che comporti aumenti di spesa: investimenti pubblici, sussidi a investimenti privati, consumi intermedi, occupazione pubblica e gli altri tipici veicoli di intervento statale sull’economia. Lo stesso è valido per le misure di entrata (cioè di aumento delle tasse, il caso preponderante con il governo Molti dato che le misure si sono riversate sulle entrate per quattro quinti). L’Osservatorio Cpi ha utilizzato gli stessi moltiplicatori pubblicati dal Mef nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza del settembre 2017, che agiscono nei due sensi: in aumento in caso di espansione, in diminuzione in caso di restrizione (caso Monti). I moltiplicatori delle entrate ovviamente agiscono in modo opposto: all’aumento della pressione fiscale il Pil diminuisce, a una riduzione della pressione aumenta.

“Il rapporto debito/Pil, in assenza della stretta operata da Monti, una manovra restrittiva pari al 2,4% del Pil stesso – conclude lo studio – sarebbe cresciuto più rapidamente di quanto accaduto, arrivando nel 2018 al 142,1 per cento (circa 11 punti in più di oggi). Se si usasse per tale stima la valutazione contenuta nel Def 2012 della potenza restrittiva di quella manovra (3,1 punti di Pil) la simulazione porta a un rapporto del 145,4%. Cosa sarebbe successo all’economia italiana in presenza di una tale dinamica del debito? Cottarelli non esita a valutare un destino greco per il Belpaese: “Il “whatever it takes” di Draghi e il quantitative easing non sarebbero stati possibili in presenza di una mina-Italia di tali proporzioni innescata”, dice Cottarelli. “La crisi si sarebbe approfondita andando probabilmente fuori controllo, con una caduta del Pil nonostante la presenza di politiche fiscali espansive ancora peggiore di quella che c’è stata, con tutte le conseguenze nefaste che si possono immaginare”.

Bari, alberghi 5 stelle e regali con i soldi dell’Ordine degli ingegneri: l’ex presidente fra i 13 indagati

Gli indagati avrebbero anche assunto dipendenti senza alcuna selezione, secondo le accuse della Procura, e poi li avrebbero negli anni promossi con scatti di categoria e quindi di salario

184442240-1f798f12-8c32-4cbc-985d-70d1c56c7034.jpgSi sarebbero impossessati, facendoli passare formalmente come rimborsi per tragitto casa-lavoro o per trasferte in occasione di congressi, di decine di migliaia di euro presi dalla cassa dell’Ordine degli ingegneri della provincia di Bari. Avrebbero anche assunto dipendenti senza alcuna selezione, nonostante secondo la magistratura barese si tratti di un ente pubblico, e poi li avrebbero negli anni promossi con scatti di categoria e quindi di salario.

Per i reati di peculato e abuso d’ufficio, contestati a vario titolo, la Procura di Bari ha chiuso le indagini nei confronti di 13 persone, fra i quali l’ex presidente dell’Ordine, Angelo Domenico Perrini (in carica a Bari dal 2009 al 2016 e attualmente nel Consiglio nazionale degli ingegneri) difeso dall’avvocato Gaetano Sassanelli, otto ex consiglieri, l’allora segretaria e altri tre dipendenti.

Stando alle indagini della guardia di finanza, coordinate dal pm Federico Perrone Capano, fra il 2009 e il 2016 (alcuni reati sono già prescritti) il presidente Perrini, in alcuni casi in concorso con dipendenti e consiglieri, avrebbe usato il denaro dell’Ordine per rimborsi relativi a spostamenti in auto non documentati, per un regalo di matrimonio di un dipendente e per il pensionamento della segretaria.

All’allora tesoriere dell’Ordine è inoltre contestato di essersi fatto rimborsare un viaggio di

tre giorni a Rimini per due adulti e due bambini in un hotel 5 stelle lusso, dichiarandolo come spese per una trasferta in occasione del congresso nazionale del 2012. Presidente e consiglieri rispondono poi di abuso d’ufficio per aver affidato direttamente, senza una indagine di mercato, ad alcune società corsi di aggiornamento e l’organizzazione del congresso nazionale che si è tenuto nel teatro Petruzzelli di Bari nel settembre 2011, costato più di 250mila euro.

TARQUINIA – LAVORATORI SFRUTTATI, IMPRENDITORI IN MANETTE

GUARDIA-DI-FINANZA

All’alba di questa mattina oltre 40 finanzieri del Comando Provinciale di Viterbo hanno eseguito, a Tarquinia, quattro arresti, sequestri preventivi e quindici perquisizioni presso i domicili degli indagati e delle aziende ad essi riconducibili.


I fatti si caratterizzano per l’assoluto disprezzo della dignità dei lavoratori, costretti a tollerare unregime di vita insostenibile per garantire la propria sopravvivenza.

Le indagini, dirette dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Civitavecchia Dott. Andrea Vardaro e dal Sostituto Procuratore Dott.ssa Alessandra D’Amore sono state eseguite dai Finanzieri della Compagnia di Tarquinia, agli ordini del Capitano Antonio Petti ed hanno portato alla luce un sistema perverso e spregiudicato di sfruttamento di operai impiegati in una nota azienda tarquiniese, operante nel settore metalmeccanico.

Attraverso l’esecuzione di servizi di osservazione ed audizione di numerosi operai, l’esame di numerosissimi documenti contabili ed extracontabili, è stato accertato che oltre una settantina di lavoratori sono stati costretti a svolgere attività lavorativa non prevista dal contratto di lavorosottoscritto, percependo una misera retribuzione e subendo la lesione di diritti primari, quali il diritto alle ferie e alla malattia retribuita, al trattamento di fine rapporto ed alla tredicesima, il tutto sotto la costante minaccia, sovente esplicita e violenta, di ripercussioni o di licenziamento.

In particolare dall’attività investigativa è emerso che gli operai sono stati costretti ad accettare, visto il proprio stato di bisogno e l’assoluta precarietà della propria situazione economica, unaretribuzione oraria di molto inferiore a quella prevista dal contratto collettivo di lavoro per i metalmeccanici ( circa 3,90 euro a fronte di un importo previsto non inferiore agli 8,28 euro), nonché ad effettuare ore di straordinario pagate in modo irrisorio (circa 2,00 e uro a fronte delle previste 12,42 euro) o addirittura, in alcuni casi, senza retribuzione.

A volte, infatti, i lavoratori erano obbligati ad effettuare orario suppletivo a gratis per riparare cattivi assemblaggi o per il mancato raggiungimento del numero minimo giornaliero dei pezzi previsti.

Inoltre, fin dalla stipula del contratto di assunzione “part time”, gli arrestati richiedevano ai dipendenti di sottoscrivere contratti che prevedevano attività lavorativa per sole quattro ore al giorno, a fronte del le effettive otto/dieci ore giornaliere pretese e li obbligavano a sottoscrivere, per avere maggior potere ricattatorio, lettere di licenziamento in bianco, rinvenute dai Finanzieri presso lo studio del consulente del lavoro a seguito di perquisizione.

I lavoratori così erano continuamente minacciati di licenziamento, soprattutto quando si lamentavano del lo sfruttamento di cui erano vittime e reclamavano il rispetto dei propri diritti. La condotta criminosa, perpetrata durante un lunghissimo arco tempora le (circa 9 anni), non è cessata neanche dopo l’avvio, nel mese di agosto 2016, de i controlli della Guardia di Finanza di Tarquinia. Anzi, durante le investigazioni diversi sono stati i tentativi di ostacolare le indagini e di influenzare i testimoni.

Tra questi la gravissima condotta del sequestro di persona, posto in essere da alcuni arrestati che non hanno esitato a prelevare con l’inganno un’operaia ed a condurla presso una casa isolata nelle campagne tarquiniesi, privandola per un significativo arco temporale della libertà personale. Qui veniva pesantemente minacciata ed intimidita per farla desistere dal presentarsi dinanzi ai Finanzieri della Compagnia di Tarquinia, e fornire ulteriori informazioni utili alle indagini. Nella stessa occasione alla vittima veniva sottratto materiale probatorio di rilevante interesse investigativo che poi veniva rinvenuto e sequestrato nel corso delle perquisizioni disposte dai magistrati. Le indagini hanno consentito, inoltre, di accertare anche un’ingente truffa ai danni dell’INPS.

Infatti ogni due/tre anni i lavoratori venivano licenziati da un soggetto economico e contestualmente assunti da un altro soggetto economico, comunque riconducibil e e gestito da gli stessi arrestati, ciò al duplice fine di privare i dipendenti del trattamento fine rapporto, visto che, sotto la minaccia della mancata riassunzione in capo alla nuova società, erano costretti a firmare liberatorie attestanti di aver ricevuto tutto quanto di loro spettanza e di non aver null’altro a pretendere e beneficiare illegalmente delle agevolazioni contributive previste per le nuove assunzioni e per la trasformazione dei contratti di lavoro previste dalle leggi di stabilità 2014 e 2015.

Le condotte delittuose emerse nel corso delle indagini sono risultate integrare anche la violazione del nuovo reato di caporalato e sfruttamento del lavoro di cui all’art. 603 bis del codice penale, così come riformulato dalla legge 199/2016, che prevede la pena della reclusione da cinque a otto anni e la multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore reclutato. Con tale provvedimento, il Legislatore ha inteso contrastare ogni forma di sfruttamento del lavoro e dei lavoratori ampliando il novero dei soggetti attivi del reato non solo a chi svolga l’attività di illecita intermediazione (il caporale), ma anche a chi, in particolare, il datore di lavoro, si avvalga di manodopera sottoponendola a condizioni di sfruttamento ed approfittando del suo stato di bisogno.

La complessiva attività investigativa svolta ha consentito di quantificare il profitto dei reati perpetrati in 1.227. 252 ,00 euro, di cui circa 140.000,00 euro, corrispondente ai mancati versamenti dei contributi previdenziali ed assistenziali nonché ai fittizi licenziamenti/assunzioni, sono stati sottoposti a sequestro preventivo in virtù della nuova normativa in vigore. Infine l’intero complesso aziendale è stato affidato alla gestione di un amministratore giudiziario, nominato dal Tribunale di Civitavecchia, a tutela delle posizioni lavorative.

Su disposizione del G.i.p. presso il Tribunale di Civitavecchia, Dott.ssa Giusi Bartolozzi, gli arrestati, di 63 anni, di origini siciliane;tarquiniese di 32 anni sono stati associati presso il Carcere di Civitavecchia, mentre, tarquiniese, di 54 anni; tarquiniese di 34 anni sono stati ristretti agli arresti domiciliari a disposizione del Autorità Giudiziaria. Il consulente del lavoro suggeritore delle manovre fraudole nte Rag. M. A. tarquiniese di 39 anni dopo essere stato interdetto dall’esercizio dell’attività professionale, ha ricevuto la notifica del provvedimento cautelare dell’obbligo di presentazione alla Polizia Giudiziaria.

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Maxi frode fiscale, scattano i sequestri

Dieci persone coinvolte tra Prato e Montale, 5,5 milioni di evasione. Colpita anche la società di gestione del Tennis Clubdi Fabio Calamati

MONTALE. Perquisizioni nelle province di Pistoia, Prato, Frosinone e Caserta e sequestro preventivo di beni per duecentomila euro, sotto forma di quote proprietarie di alcune aziende, tra cui una di Prato ed una di Montale. Queste le azioni effettuate l’altro ieri dalla Guardia di finanza di Pistoia, nell’ambito di una vasta inchiesta su una serie di frodi fiscali che coinvolge una decina di persone – con epicentro tra Montale e Prato – coordinata dal sostituto procuratore di Pistoia Fabio Di Vizio.

Secondo la Procura della repubblica e la Guardia di finanza, il gruppo di persone sotto indagine, che farebbero capo ad un imprenditore con residenza a Montemurlo ma molto conosciuto anche a Montale, agirebbe dal 2006 secondo un preciso schema, che li avrebbe condotti ad accumulare un debito verso il fisco di circa 5,5 milioni di euro. Il reato ipotizzato è la sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte.

I sequestri sono stati eseguiti mercoledì 20 settembre sulla base di provvedimenti firmati dal giudice delle indagini preliminari Maria Elena Mele.

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Ad essere colpite dal sequestro di parte delle quote societarie, tra le altre, l’azienda Oregon srl (sede a Prato in viale Montegrappa) e la Home Relax srl di Montale. La prima, in particolare, è la società che gestisce il complesso del Tennis Club Montale, in via Garibaldi: un luogo ben noto non solo ai montalesi, dove si può giocare a tennis, rifocillarsi al bar o al ristorante, fare acquisti ad un negozio di tabacchi o divertirsi ad una sala giochi.

Tutte queste attività – bene chiarirlo – rimangono pefettamente in funzione, senza problemi diretti. Ad essere state sottoposte a sequestro preventivo sono state le quote di alcune delle società proprietarie, per le quali è stato nominato un amministratore giudiziario che ne guiderà l’attività estromettendo di fatto i titolari indagati.

Secondo Procura e Finanza il meccanismo della frode fiscale era sempre lo stesso, ormai ben oliato. I protagonisti prendevano possesso, in modo del tutto regolare, di una azienda e, dopo alcuni anni di attività, smettevano di depositare i bilanci, di presentare le dichiarazioni fiscali e di versare le imposte. Fino ad accumulare un debito con il fisco che spesso arrivava ad alcune centinaia di migliaia di euro.

A quel punto veniva costituita una nuova società, con diversa denominazione ma stessa attività, sede negli stessi luoghi e riconducibile agli stessi soggetti. E il meccanismo riprendeva, con delle varianti come la cessione alla nuova società di beni di quella vecchia, ceduti senza corrispettivo. Intanto la vecchia società spesso subiva un cambio di sede, finendo in Lazio o in Campania, magari con nomi e amministratori diversi, che la rendevano di fatto irrintracciabile.

Secondo la Finanza a coordinare le imprese del gruppo c’è un singolo imprenditore, che risulta spesso proprietario di fatto delle società coinvolte e formalmente intestate a dei familiari o dei prestanome. Coinvolti nelle indagini anche due professionisti, uno di Prato e uno di Frosinone. Le aziende al centro dell’inchiesta operavano in diversi settori, dal confezionamento biancheria alla compravendita/affitto di beni, dalla ristorazione alle scommesse, compreso un servizio di tenuta della contabilità.

Questa, ovviamente, l’ipotesi degli inquirenti, che dopo la fine delle indagini dovrà innanzitutto passare al vaglio dei giudici preliminari.