La Cina con l’imbroglio suo dai: ora è boom contagi.

La pessima gestione dell’emergenza provoca la caduta dei vertici del Partito Comunista Cinese, sia quelli della provincia di Hubei sia quelli del centro dell’epidemia, la città di Wuhan.

Va precisato però che il balzo nel conteggio dei contagi è conseguente alla decisione delle autorità sanitarie cinesi di cambiare il sistema di classificazione dei nuovi casi nell’area più colpita, l’Hubei, questa volta probabilmente dietro indicazione dell’Organizzazione mondiale della sanità. Molti esperti infatti avevano criticato che, qualche giorno fa, Pechino avesse deciso di circoscrivere il numero dei nuovi contagi soltanto ai pazienti con sintomi evidenti, febbre e tosse, escludendo quelli positivi al test ma asintomatici. Un criterio che aveva di fatto rallentato la crescita della curva delle infezioni. Ma il calo appunto in realtà era dovuto ad una sorta di escamotage ed ecco perché, variando di nuovo il sistema dai circa 45mila casi di mercoledi sera la National Health Commission del governo cinese è passata a segnalarne oltre 60mila ieri mattina. Boom che si spiega con la decisione delle autorità cinesi di inserire tra i casi confermati della provincia di Hubei anche quelli riferiti a pazienti con diagnosi clinica di Covid- 19 ma non ancora sottoposti al test, in particolare coloro che presentano le lesioni interstiziali tipiche della polmonite. Un decisione, assicurano i sanitari, finalizzata ad una «diagnosi precoce» che possa «garantire a tutti i pazienti nella provincia di Hubei » cure immediate.

E che ora finalmente le autorità sanitarie si siano decise ad aggredire il coronavirus con più forza nell’epicentro dell’epidemia è confermato dall’appello a donare il sangue lanciato ai guariti. Zhang Dingyu, direttore del Jinyintan Hospital di Wuhan, ha spiegato che stanno conducendo ricerche «sul plasma dei pazienti guariti che ha molti anticorpi e questo potrebbe aiutarci con la ricerca e forse nella cura dei pazienti».

E nella città di Huanggang son stati sigillati interi complessi residenziali: gli abi tanti non possono uscire senza autorizzazione. Nelle altre zone dell’infezione i criteri di classificazione restano quelli precedenti conseguenti al test specifico, come spiega Mike Ryan, responsabile delle emergenze per l’Organizzazione mondiale della sanità. «La Cina ha segnalato 13.332 casi clinicamente confermati di Covid19 nella Provincia di Hubei ma la maggior parte di questi casi si riferisce agli inizi dell’epidemia e d è dovuto a un cambio nel metodo di diagnosi e conteggio dei casi».

L’Oms ieri ha anche confermato che fuori dalla Cina sono stati registrati 447 casi in 24 Paesi e due morti: dopo il primo decesso nelle Filippine ieri il primo morto in Giappone. L’Oms comunque intende monitorare con attenzione quanto sta accadendo nei paesi considerati più «vulnerabili» perché meno attrezzati come quelli dell’Asia centrale.

Le ultime decisioni delle autorità sanitarie di Hubei sono comunque tardive e dunque non bastano per salvare le teste dei responsabili. Rimossi ieri il segretario del partito comunista di Hubei, Jiang Chaoliang, sostituito da Ying Yong già sindaco di Shanghai. Il Global Times riferisce che anche il capo del partito comunista cinese di Wuhan, Ma Guoqiang è stato sostituito con Wang Zhonglin, segretario del partito di Jinan, capoluogo della provincia di Shandong.

Rimpasto anche ai vertici dell’Ufficio per gli affari di Hong Kong e Macao.

La Cina vuole diventare il leader mondiale in un settore dell’intelligenza artificiale

Sebbene il suo motore di ricerca sia vietato in Cina, Google sta presentando la sua ricerca sull’intelligenza artificiale a Shanghai questa settimana. © AFP / STR / AFP

Sai dove questa settimana è la più grande riunione di intelligenza artificiale del mondo? Non nella Silicon Valley come si potrebbe pensare, ma a Shanghai, in Cina, che ha deciso di costruire sulle tecnologie del 21 ° secolo.

Solo pochi anni fa, era di moda nel mondo occidentale considerare la Cina come un bene per delocalizzare la produzione di massa a basso costo, ma non per l’innovazione. Era ovvio, tuttavia, che con le sue dimensioni, la sua storia e le sue ambizioni, la Cina non si sarebbe accontentata di interpretare i ruoli secondari per sempre.

Da tempo si è “risvegliato”, per usare la parola di Napoleone, ed è persino diventato pochi mesi fa il primo potere mondiale in termini di pubblicazioni scientifiche. In ritardo rispetto alle tecnologie del 20 ° secolo, la Cina ha scelto di fare “balzi in avanti”, vale a dire, si concentra su quelli del 21 ° secolo.

Da qui il suo interesse per l’intelligenza artificiale, che è ovviamente l’area chiave della trasformazione del nostro mondo. Nell’economia, nella difesa, nella vita della città, occupa già un posto che cresce solo.

Non solo la Cina ha capito, ma ha un grande vantaggio: l’intelligenza artificiale ha un enorme bisogno di dati per essere efficace, proprio come l’industria del petrolio usato nel secolo scorso. Ma la Cina, con i suoi 800 milioni di utenti Internet e nessuna politica di protezione, ha accesso a più dati di quelli combinati negli Stati Uniti e in Europa.

Ora ha questo tesoro di “big data”, aziende per trattarlo e finanziamenti pubblici e privati ​​senza limiti. E una volontà politica in cima a questo stato iper-centralizzato.

Tutti i giganti globali del settore hanno risposto a questa conferenza mondiale tenuta da lunedì. Gli imprenditori e gli esperti di 40 paesi hanno fatto il viaggio, degno di nota, nel bel mezzo di una guerra commerciale tra la Cina e gli Stati Uniti. Ma la tecnologia è al centro di questa battaglia sino-americana che continua inesorabilmente l’escalation.

Il presidente cinese Xi Jinping è stato conciliante nel chiedere la cooperazione di tutto il mondo nel campo dell’intelligenza artificiale. E, infatti, gli americani Microsoft e Amazon hanno annunciato questa settimana l’apertura di centri di ricerca in Cina, mentre Google e Facebook sognano di stabilirsi lì.

Ma l’intelligenza artificiale è anche un campo di intensa rivalità geopolitica, che probabilmente ridefinirà l’equilibrio del potere. E la Cina difende un modello che non può essere universale, sviluppando il sistema di sorveglianza più intrusivo del mondo, basato sulla tecnologia.

In questa gara, l’Europa ha perso terreno, nonostante i suoi talenti e risorse. Nel presentare la sua relazione su Intelligenza Artificiale a marzo, Francese MP e matematico Cédric Villani ha detto che “l’Europa deve essere in grado di competere con la Cina e gli Stati Uniti, proteggendo i suoi cittadini e mostrando il modo in cui il questioni etiche “. 

Ma se non stiamo attenti, è Shanghai piuttosto che Bruxelles a definire gli standard del ventunesimo secolo.

Cina, tempesta di sabbia sommerge la città: la scena è apocalittica

Un procione, noto anche come orsetto lavatore (Procyon lotor), a Bagno di Romagna. Lo ha catturato la “videotrappola”, telecamera fissa a infrarossi, di Andrea Boscherini, naturalista e collaboratore di “Geo” (Raitre), pubblicando il filmato sulla sua pagina Facebook. “Per quanto indiscutibilmente simpatico -scrive -, avrei preferito non riprenderlo visto che la specie è originaria del Nord-America; la sua diffusione lungo l’Appennino Tosco-Romagnolo è dovuta alla fuga di qualche esemplare precedentemente detenuto in cattività in Casentino. Il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, già da qualche anno, ha attivato un progetto di controllo della specie che ha evidentemente svalicato il crinale giungendo in Romagna. Questo intelligente mammifero si nutre principalmente di invertebrati, pesci, anfibi e frutta; le sue famose zampe, utilizzate a volte per strofinare cibo e oggetti all’interno dell’acqua, sono fra gli organi di tatto più sviluppati al mondo”

 

Inter-Milan, il derby ‘cinese’ di Xi Jinping

Il presidente e quella tournée in Cina dell’Inter nel 1978 in cui si innamorò dei nerazzurri. Ora è diviso tra passione e geopolitica. Dopo i grandi investimenti nel calcio ha imposto un freno alla fuga di capitali. Il derby tra le due squadre arriva tre giorni prima di un cruciale congresso del partito comunista

Il presidente e quella tournée in Cina dell’Inter nel 1978 in cui si innamorò dei nerazzurri. Ora è diviso tra passione e geopolitica. Dopo i grandi investimenti nel calcio ha imposto un freno alla fuga di capitali. Il derby tra le due squadre arriva tre giorni prima di un cruciale congresso del partito comunista

di ALFONSO DESIDERIO e GIORGIO CUSCITO – a cura di VISUAL LAB con la collaborazione di LIMES

Perché la Milano calcistica è diventata cinese? Per calcolo politico e opportunità economica certo, ma anche per passione. Una passione nata 39 anni fa, quando l’Inter fu la prima squadra italiana e tra le prime a livello internazionale, a sbarcare in Cina. Ad ammirare sugli spalti e forse addirittura ad accogliere all’aeroporto quel Sandro Mazzola leggenda del calcio pure in Cina, c’era un giovane studente di Pechino che 35 anni dopo sarebbe diventato il presidente di una Cina grande potenza. Fu forse proprio dal calcio d’angolo pennellato da Mazzola per il colpo di testa e il gol di Scanziani che Milano rimase impressa nell’immaginario di Xi, già allora appassionato giocatore di calcio, sport che praticava a scuola. Poi arrivarono gli anni ’80, il Milan di Berlusconi e la prima partita in Cina dei rossoneri nel 1994 e anche l’altra metà di Milano diventò famosa in Cina.

el partito comunista, tenendo a freno – ma non troppo – la sua passione calcistica, mentre diventava il paladino della lotta alla corruzione. Una passione che è diventata anche calcolo politico, quando si è trattato di lanciare il marchio Cina nel mondo e cambiare l’immagine internazionale del paese prima con le Olimpiadi di Pechino e poi con la grande offensiva nel calcio, in Europa e in patria. Sì, anche in patria perché lo sport e il calcio in particolare sono anche un ottimo strumento di consenso politico, in un paese dove il partito non può più contare sul collante di una diffusa ideologia comunista. E per questo che il presidente non può certo apparire il tifoso di una singola squadra, ma solo l’appassionato di uno sport. Eppure si sussurra nell’elite cinese  e nelle discussioni su forum e blog cinesi che il presidente abbia sempre conservato, se non una passione, una forte simpatia per l’Inter e la Milano calcistica in generale.

Inter-Milan, Caracciolo: “Il sogno cinese di Xi Jinping è nerazzurro”

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Una passione che però passa in secondo piano quando si parla di politica e di gestire un paese di oltre un miliardo di persone. E ci si accorge che il via libera, anzi l’incitamento a investire nel calcio, viene sfruttato dai nuovi miliardari cinesi per una mega fuga di capitali, cui bisogna dare un rapido freno alla vigilia di un congresso del partito comunista (al via il 18 ottobre, tre giorni dopo il derby ‘cinese’ di Milano) che dovrebbe sancire il prolungamento del potere di Xi e il suo ingresso nel gotha dei leader cinesi, vicino a Mao e addirittura sopra a Deng. Ecco allora il dietrofront di pochi mesi fa e l’ordine di frenare gli investimenti all’estero e la fuga di capitali: secondo i dati diffusi dal Ministero del Commercio nei primi sei mesi del 2017, infatti, gli investimenti all’estero sono calati del 45,8% rispetto allo stesso periodo del 2016 e dell’82% addirittura nel settore cultura, sport e entertainment in generale (-82,5%).

Inter-Milan, Aquaro: “La passione cinese per il Milan di Berlusconi”

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E’ il 10 giugno 1978. Due giorni dopo la vittoria in Coppa Italia contro il Napoli, con i mondiali in Argentina in corso, l’Inter parte alla volta della Cina: prima squadra italiana a giocare nel paese. Sono passati pochi anni dallo storico viaggio di Nixon e Kissinger e appena due dalla morte di Mao e l’arresto della Banda dei Quattro e della loro politica del terrore. Deng Xiaoping, appassionato di calcio, sta prendendo il potere e vuole usare lo sport per aprire lentamente la Cina al mondo occidentale: arriva quindi sulla scrivania di Sandro Mazzola fresco dirigente nerazzurro – si è ritirato da un anno – e leggenda del calcio anche in Asia, un invito dell’associazione degli allenatori cinesi.

Mazzola in Cina del 1978: “29 ore in aereo e avevo paura di volare”

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Più che una tournée sembra una sfida. A livello internazionale è ancora Taiwan a essere riconosciuta come la Cina legittima e per raggiungere Pechino bisogna usare le aerolinee pachistane, le uniche autorizzate a sorvolare il territorio cinese. L’allenatore nerazzurro Eugenio Bersellini decide – con la moglie – di andare dal notaio per fare testamento. Lui, il presidente Fraizzoli e 17 giocatori si imbarcano quindi su un Boeing 707 e dopo 29 ore e tre scali intermedi (Atene, Damasco e Rawalpindi in Pakistan) arrivano a Pechino alle 17.10 ore italiane (23.10 locali) di domenica 11 giugno, accolti da un gruppo di giovani rappresentanti del partito comunista. Non c’è tempo per smaltire il cambio di fuso orario e la stanchezza del viaggio. Il giorno dopo 80mila persone assistono al pareggio (1-1) tra l’Inter e la nazionale cinese. Per l’occasione torna in campo, a un anno dal ritiro, Sandro Mazzola che gioca un tempo della partita. Sugli spalti ad assistere il giovane Xi Jinping, attuale presidente cinese, all’epoca 25enne studente dell’università di Pechino e già appassionato di calcio.

“E’ gente seria, affidabile, attenta, decisa a imparare e farsi largo. Ancora pochi anni e saranno all’avanguardia” il commento di mister Bersellini, lasciando la Cina.


Inter-Milan, il derby 'cinese' di Xi Jinping

Sui siti social cinesi è di recente comparsa questa foto del 1978 in cui Xi Jinping e il padre sono davanti a un aereo (per esempio sul sito hupu.com). Un anonimo ha scritto questo commento: “L’11 giugno 1978, la Cina ha accolto per la prima volta nella sua storia una squadra di calcio straniera. Il 12 giugno questa ha svolto un partita amichevole con la nazionale cinese nello stadio degli operai di Pechino. In quel momento c’era uno studente della Tsinghua University che amava il calcio, ha assistito la partita e poi si è innamorato di questa squadra. Quella squadra era l’Inter e il giovane universitario si chiamava Xi Jinping.” Inizialmente si è pensato che l’aereo nella foto fosse quello che portava i calciatori dell’Inter a Pechino, ma invece si tratta di un errore del blogger che ha invece usato una foto dello stesso anno, ma che ritrae il padre di Xi Jinping con il figlio, dopo la nomina a capo della provincia del Guangdong. In ogni caso però Xi, se non era tra i giovani comunisti che accolsero i giocatori dell’Inter, era sicuramente allo stadio.

Quel giorno nacquero in Cina numerosi tifosi dell’Inter. «Ricordo l’emozione per quelle maglie nere e azzurre, mi parvero bellissime» ha raccontato Gong Lei, ex calciatore cinese, oggi direttore sportivo della Suning Sports, società attraverso cui il colosso Suning Holding ha acquisito l’Inter. Gong Lei era allo stadio «Ero senza biglietto e volevo vedere i grandi calciatori italiani – le parole del dirigente cinese, che all’epoca aveva 12 anni e mezzo – conoscevo un passaggio segreto e al mattino mi infilai sotto una tribuna, restandoci nascosto per tutto il giorno, fino alla sera quando cominciò la partita».

La tournée non va benissimo per la squadra nerazzurra, due giorni dopo viene sconfitta da una rappresentativa di Pechino e dopo un altro pareggio con Cina, stavolta a Hangzhou, arriva l’unica vittoria a Canton prima di trasferirsi a Hong Kong. I giocatori si allenano pochissimo tra una trasferta e una visita turistica. Le partite in Cina vedranno anche l’esordio in nerazzurro di Evaristo Beccalossi, appena acquistato dal Br, e di Walter Zenga, portiere delle primavera (Bordon era ai mondiali in Argentina). Tre mesi dopo la nazionale cinese venne in Italia per uno stage tecnico. Naturalmente, come primo avversario scelsero l’Inter: si arrivò così all’amichevole giocata a San Siro il 10 settembre 1978. Finì 6-2 per i nerazzurri.

1978: i calciatori dell’Inter vengono accolti all’aeroporto di Pechino

1978: Altobelli in azione durante la tournée cinese

1978: giovani calciatori cinesi ammirano Sandro Mazzola

La Cina tra calcio e geopolitica

Il piano di Xi per trasformare il paese in una potenza calcistica ha innescato i colossi dell’imprenditoria cinese. Aziende proprietarie di squadre della Repubblica Popolare e quelle estranee al settore hanno cominciato a investire rapidamente e pesantemente all’estero, con due obiettivi. Primo, diffondere i brand cinesi fuori dai confini nazionali tramite il calcio. Secondo, elevare la qualità tecnica e manageriale delle squadre della China Super League (Csl, la massima serie cinese) per stimolare indirettamente i connazionali e gli stranieri a seguire il campionato del Dragone, soprattutto, in televisione.

I tre desideri di Xi Jinping: “Qualificarsi a un’altra Coppa del Mondo, ospitare la competizione e vincerla”.

I diritti ad essa collegati e il merchandising sono la principale fonte di affari. Non a caso la conglomerata Dalian Wanda, che gestisce migliaia di cinema e alberghi in Cina, controlla Infront Media, società svizzera che possiede i diritti televisivi della Serie A italiana e di altri campionati europei. Wang Jianlin – il proprietario – possiede anche il 25% dell’Atletico Madrid.
Il via libera alle imprese del Dragone ha quindi permesso a Suning (già proprietaria del Jiangsu) di acquisire l’Inter, al Consortium Rossoneri guidato da Li Yonghong di rilevare il Milan e ha accelerato la campagna acquisti di giocatori (soprattutto latinoamericani) ed allenatori (soprattutto europei). Tra gli esempi più illustri rientrano Carlos Tevez, il calciatore più pagato al mondo (oggi allo Shanghai Shenhua), e Marcello Lippi, che ha guidato il Guangzhou Evergrande alla vittoria della Champions League asiatica nel 2013 e ora allena nazionale cinese, con cui ha mancato la qualificazione ai mondiali di Russia 2018.

Ottobre 2015: Xi Jinping in visita nel Regno Unito, in un selfie con il premier David Cameron e il calciatore del Manchester City Sergio Augero

Xi Jinping il 19 febbraio 2012 a Dublino durante un evento di calcio gaelico

5 luglio 2017: Xi Jinping e la moglie (a sinistra) assistono a una partita di calcio giovanile con Angela Merkel a Berlino

Negli ultimi sei mesi, l’eccessivo zelo delle aziende della Repubblica Popolare per il calcio è tuttavia finito nel mirino di Pechino, che ad agosto ha divulgato delle direttive per tracciare più chiaramente la traiettoria generale degli investimenti cinesi all’estero. In sostanza, queste mirano a impedire che le imprese cinesi, tramite operazioni finanziariamente rischiose, accumulino grandi debiti per investire fuori dai confini nazionali e favoriscano la fuga di capitali. Oggi il debito totale delle aziende cinesi è pari a 18 trilioni di dollari (169% del pil).

Leggi anche il Bollettino Imperiale di Limes:
Oltre Inter-Milan, l’ascesa della Cina nel calcio è appena iniziata

Le direttive restringono (richiedendo dei permessi speciali) le operazioni in settori quali sport, intrattenimento, immobili, hotel e cinema. Sono invece completamente vietati gli investimenti relativi a tecnologia militare cinese, gioco d’azzardo, industria del sesso e quelli che danneggiano la sicurezza nazionale e violano gli accordi internazionali firmati da Pechino. Già prima della pubblicazione delle linee guida, il regolatore cinese aveva fatto capire alle aziende che la musica stava cambiando e chiesto informazioni sulle attività di Fosun, che possiede il britannico Wolverhampton (e il cui presidente Wu Xiaohui è stato arrestato lo scorso giugno), del gruppo assicurativo Anbang, della conglomerata Hna Group, di Li Yonghong e di Dalian Wanda. Quest’ultima ha pure annunciato la vendita di alcuni dei suoi asset esteri poco profittevoli e di
voler puntare sullo sviluppo del mercato interno per “adeguarsi al trend di sviluppo nazionale”.
Liberi da vincoli sono invece gli investimenti di natura strategica condotti dalle imprese statali nell’ambito della Belt and Road Initiative (Bri, o nuove vie della seta), il grande progetto infrastrutturale e commerciale lanciato da Xi Jinping nel 2013 e oggi colonna portante della sua politica estera. Tra i settori in cui è possibile fare acquisti rientrano energia, infrastrutture, tecnologia, commercio, cultura e logistica.

Le imprese statali, in fase di riforma, trainano ora le attività lungo le nuove vie della seta. Nella prima metà del 2017, queste hanno condotto acquisizioni all’estero per 28,7 miliardi di dollari, sorpassando i 26,6 miliardi totalizzati da quelle private, che avevano guidato negli ultimi due anni l’economia della Repubblica Popolare.


Xi e il sogno cinese

Al momento, la riforma delle imprese di Stato prevede: la loro trasformazione in società a responsabilità limitata entro fine anno; la fusione tra aziende pubbliche grandi e piccole per crearne di più efficienti; l’adozione della cosiddetta “partecipazione mista”, che consiste nell’accesso di aziende private a quote di quelle statali in difficoltà economiche per risanarne i debiti; l’eliminazione di quelle improduttive. Queste misure servono anche a ridurre la sovracapacità industriale accumulata dalla Cina in settori quali energia (vedi l’inquinante carbone) ed infrastrutture.

L’educazione al calcio in Cina dovrebbe iniziare con i bambini” Frase di Deng Xiaping più volte citata da Xi Jinping

Il piano di riforma dovrebbe decollare definitivamente dopo il 19° Congresso nazionale del Partito Comunista Cinese (Pcc), che inizierà il 18 ottobre e marcherà il secondo mandato di Xi alla guida del paese.
Durante i suoi primi cinque anni da presidente, questi ha condotto una campagna anticorruzione per eliminare le mele marce e mettere fuori gioco i politici che si opponevano a questo genere di cambiamenti per preservare la loro rete di potere. Durante il prossimo Congresso, Xi promuoverà membri della sua cordata ai vertici del Pcc per avere mano libera nella realizzazione delle riforme.

Xi Jinping è diventato anche un personaggio dei cartoni animati, e non a caso è un calciatore. La serie intitolata “Dada e il calcio” è diventata virale sul Web cinese. “Xi Dada” significa “Zio Xi” ed è un soprannome dato al presidente dai media della Repubblica Popolare

L’obiettivo di lungo periodo è ridurre la dipendenza del paese dall’export, potenziare il mercato interno e migliorare la qualità della vita dei cittadini. Elementi indispensabili per perseguire il sogno del “risorgimento della Cina”.
Xi potrebbe anche lasciare un’impronta indelebile nella storia del Partito. È probabile che al Congresso si decida di inserire il suo “pensiero” (sixiang) nello statuto del Pcc accanto a quello del “grande timoniere” Mao Zedong e a un gradino superiore rispetto alla “teoria” (lilun) del “piccolo timoniere” Deng Xiaoping.
Per via della rapidità con cui ha consolidato il suo potere, in Occidente alcuni ipotizzano che Xi possa guidare la Cina anche dopo il termine del secondo mandato nel 2022. Siamo per ora nel campo delle speculazioni. Difficilmente l’attuale leader potrà farlo in veste di presidente poiché la Costituzione della Repubblica Popolare non prevede un terzo mandato. Un’alternativa è che Xi rimanga alla guida del Pcc, il quale tuttavia prevede la regola informale del ritiro a 68 anni da ruoli ufficiali. Oppure potrebbe continuare a tirare le fila di quest’ultimo senza avere una carica specifica. Molto dipenderà dallo spessore del successore che Xi sceglierà. A prescindere da ciò, Pechino continuerà a perseguire il “sogno cinese” del risorgimento del paese. Sogno di cui l’ascesa calcistica fa ormai parte.

Fonti:
State Council issues guideline on overseas investment, State Council of the People’s Republic of China
Inter-Cina 1978: l’esordio di Beccalossi e il ritorno sui campi di Mazzola, http://www.tuttocalcioestero.it
L’Inter con la Cina nel destino, il racconto del tour 1978, http://www.ilposticipo.it
Inter e Cina: Tra passato, presente e futuro, http://www.inter.it

 

Pechino non vuole morire di smog. Il piano per diventare una capitale vivibile

l governo pone un tetto alla popolazione che potrà vivere nella città: 23 milioni entro il 2020

Pechino non vuole morire di smog. Il piano per diventare una capitale vivibile

Città soffocata dal traffico, auto e biciclette costrette a circolare con lentezza sui sette anelli attorno ai quali sorge Pechino, città in perenne mutamento. Case, grattacieli, gru, demolizioni. Intere zone rase al suolo per fare spazio a nuovi edifici commerciali. L’ennesima demolizione riguarda Sanlitun houjie, la stradina tra i due Village (centro commerciale ricco di ristoranti vicino alla zone delle ambasciate, chiamato Taikoo Li) nota per i piccoli negozi dove si vendevano dvd e sigarette (xiaomaibu). Smog e brusio di gente. Basta, Pechino vuole diventare come Parigi e Tokyo: una città verde, pulita, senza traffico. Primo passo: serve un tetto alla popolazione. Lo ha deciso la municipalità di Pechino che ha stabilito che entro il 2020, il numero di abitanti della capitale cinese sarà limitato a 23 milioni di persone.

A fissare il tetto è stato direttamente il Consiglio di Stato, ovvero il governo cinese, che ha approvato il piano urbanistico della capitale dal 2016 al 2035, e fissando una soglia che non potrà essere superata in futuro. Attualmente, a Pechino vivono 21,7 milioni di persone secondo le statistiche redatte a fine 2016. Ma i pechinesi sono convinti di essere molti di più. “Pechino sta crescendo gradualmente”, ha commentato al tabloid Global Times Niu Fengrui ricercatore di urbanistica dell’Accademia Cinese di Scienze Sociali, il maggiore think-tank della Cina.

Pechino non vuole morire di smog. Il piano per diventare una capitale vivibile
 Una veduta di Pechino soffocata dallo smog

Obiettivo un nuovo profilo internazionale

“Con questo obiettivo si permette a più di un milione di persone di entrare in città”, ha spiegato. Ma il tetto al numero di abitanti rispecchia anche i futuri piani della capitale cinese. La capitale andrà incontro a un forte rinnovamento nei prossimi anni, per accrescerne il ruolo di centro politico e il profilo internazionale, trasferendo fuori dalla città le funzioni amministrative. Il piano annuncia che l’aria di Pechino sarà respirabile “secondo gli standard internazionali” entro il 2050, mentre il sindaco Cai Qi promette che verranno presto fermate le demolizioni.

Un piano che prende in considerazione anche il maxi-progetto urbanistico dell’area Pechino-Tianjin-Hebei (la cosiddetta “Jing-Jin-Ji”, che conterà in totale circa 110 milioni di abitanti) e la nuova area di sviluppo economico di Xiong’an, annunciata ad aprile scorso, che sorgerà circa cento chilometri a sud di Pechino, e che avrà tra i suoi scopi anche quello di facilitare lo sviluppo della capitale e delle aree circostanti. Nulla di strano in un Paese dove il 56% della popolazione vive nelle aree urbane come risultato di una politica che punta all’urbanizzazione e allo sviluppo dei consumi interni (un fenomeno che ha contribuito all’aumento dei prezzi degli immobili). Oggi oltre 100 città superano un milione di abitanti, mentre Pechino è la seconda maggiore città dopo Shanghai, che conta 24 milioni di abitanti.

La Cina punta sui supercomputer per dominare i mari

Entro due anni Pechino lancerà il primo exascale al mondo, una macchina in grado di effettuare un miliardo di miliardi di calcoli al secondo.

La Cina punta sui supercomputer per dominare i mari

La Cina accelera la corsa per diventare leader delle tecnologie più avanzate: entro due anni lancerà il primo computer exascale al mondo, una macchina capace di elaborare un miliardo di miliardi di calcoli al secondo. Si tratta del terzo prototipo denominato Sunway, in fase di realizzazione presso il National Research Center of Parallel Computer Engineering and Technology (NRCPC) e il National Supercomputing Center in Jinan, nella provincia orientale dello Shandong. L’obiettivo? Accrescere l’influenza della Cina sui mari. A scriverlo il South China Morning Post, che riporta le dichiarazioni di An Hong, docente di informatica presso l’Università di Scienza e Tecnologia di Hefei, capoluogo della provincia orientale di Anhui. Il professore cinese, che è anche consulente informatico del governo centrale, ha detto che la nuova generazione di supercomputer avrebbe una precisa missione: “Aiutare l’espansione marittima della Cina”.

Espansione che procede spedita. Entro il 2020, il dominio cinese sui mari potrà contare su un supercomputer circa otto volte più potente del Sunway Taihulight, attualmente il prototipo più veloce al mondo, fabbricato con chip cinesi che hanno sostituito i microprocessori statunitensi (di cui Intel aveva bloccato l’esportazione in Cina nel 2015 su richiesta del governo per il timore che lo sviluppo di nuovi prototipi avesse un’applicazione nucleare), installato presso il National supercomputing center di Wuxi, nella provincia dello Jiangsu: 93 quadrilioni di calcoli al secondo, il triplo del record precedente detenuto dal Tianhe-2 (anch’esso cinese). È la terza volta che un supercomputer cinese si aggiudica il podio nella classifica dei più veloci al mondo: il predecessore del Tianhe-2, il Tianhe-1A, ha ricoperto il primo posto dal novembre del 2010 al giugno del 2011, quando è stato sorpassato dal giapponese K.

La Cina punta sui supercomputer per dominare i mari
 ll supercomputer cinese Sunway-Taihulight

Usa e Giappone, per ora, rincorrono

Oggi la Cina vuole di più: il nuovo computer exascale avrà una potenza di calcolo pari a quella dei 500 computer più veloci al mondo. Messi insieme. Secondo le previsioni cinesi, sarà pronto entro l’anno ma le prime macchine sbarcheranno nel mercato entro il 2020. La Cina non è sola in questa gara di velocità. Ma è senza dubbio la prima. La concorrenza è massima da parte di Stati Uniti e Giappone: gli Usa, per esempio, hanno pianificato la realizzazione di un computer exascale entro il 2023. I cinesi in velocità sono imbattibili: secondo il sito di tecnologia Hardware Upgrade, nella classifica dei 500 supercomputer più potenti del giugno dello scorso anno, la Cina deteneva un numero di prototipi superiore a quello degli USA (167 contro 165). I supercomputer cinesi trovano applicazione in vari ambiti, dalla ricerca biologica alla difesa nazionale.“Sicuramente la realizzazione dei supercomputer ha scatenato una gara tra le varie nazioni, ma non è questa la nostra priorità”, ha detto An Hong, che ha aggiunto: “Il nostro interesse è l’oceano”.

La promessa di Xi Jinping

Quando ascese alla leadership del Partito Comunista Cinese nel 2012, Xi Jinping fece alla Nazione una promessa solenne: avrebbe trasformato la Cina in una potenza marittima (Haishang Qiangguo,海上强国). I media cinesi crearono un immediato nesso tra i piani di espansione della nuova leadership con la potenza navale raggiunta sotto la dinastia Ming quando “fra il 1405 e il 1433, l’allestimento di una grande squadra navale al comando dell’ammiraglio musulmano Zheng He (1371-1434), fruttava ai Ming prestigiose spedizioni nell’oceano Indiano” (Tamburello, AgiChina), dando misura dell’effettiva grandezza della Cina. Grandezza a cui la Cina vuole tornare. Il controllo delle rotte marine è di strategica importanza politica, militare ed economica. Diversi i fronti in cui il Paese rivendica i suoi interessi: le dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale e Orientale; l’apertura di basi militari; le rotte commerciali lungo la Nuova Via della Seta (Obor).

La Cina punta sui supercomputer per dominare i mari
Xi Jinping (Afp)

Ed ecco come i supercomputer possono essere di supporto strategico. Sensori e satelliti generano una enorme quantità di dati al secondo che – secondo i ricercatori marini – contengono una varietà di informazioni, dal bollettino dei mari alle tracce chimiche e alla variazione della densità dell’acqua, che possono aiutare i sottomarini, per esempio, ad evitare turbolenze o a negoziare tagli nelle emissioni. Feng Liqiang, direttore operativo del Marine Science Data Centre di Qingdao, nella provincia dello Shandong, ha detto che il computer exascale avrebbe la capacità di elaborare tutti questi dati contemporaneamente e fornire così l’analisi più vasta che si possa ottenere. “Nella simulazione degli oceani, ad esempio, maggiore la precisione delle previsioni, maggiore la possibilità di affrontare fenomeni come El Nino e i cambiamenti climatici”, ha detto Feng. Ovviamente – conclude Feng . il supercomputer darà un grande forza alla Cina anche negli affari internazionali.

Nessun compromesso sul dominio dei mari

Mentre nel pieno delle manovre militari congiunte tra Usa e Corea del Sud, il regime di Kim Jong-un lancia tre nuovi missili a corto raggio – diversi da un potente missile balistico intercontinentale in grado di colpire gli Usa come quelli testati il 4 ed il 28 luglio – e la Cina ammonisce che le nuove sanzioni decise dagli Usa contro aziende e personalità di Pechino legate da rapporti di affari con la Corea del Nord non aiutano ad affrontare la crisi missilistico-nucleare in atto con Pyongyang, Pechino è sempre più ago della bilancia nello scacchiere geopolitico asiatico e nel complesso gioco diplomatico con l’America di Trump, rispetto al quale la leadership cinese è alla ricerca di una stabilità mentre si prepara al Congresso in autunno. Sulle acque, la Cina mostra sempre più la sua assertività. Prevale su tutti un principio insindacabile: il predominio sui mari non si discute, la Cina vuole la pace ma non è disposta a scendere a compromessi sulle questioni di sovranità. Lo ha detto il 1 agosto il presidente cinese, Xi Jinping, nella veste di presidente della Commissione Militare Centrale, massimo organo decisionale delle Forze Armate cinesi, nel discorso pronunciato alla Grande Sala del Popolo in occasione dei novanta anni dalla fondazione dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA), ribadendo la leadership del Partito sull’esercito.

La Cina punta sui supercomputer per dominare i mari
 Una parata militare cinese

Giorni prima, nella base di Zhurihe, in Mongolia interna, sotto gli occhi di Xi erano sfilati dodici mila soldati, oltre cento mezzi aerei e cinquecento diversi armamenti; il 40% di questi –  secondo le stime ufficiali – venivano mostrati al pubblico per la prima voltaNon poco per un esercito che non combatte una guerra da circa 40 anni (l’ultimo fu il conflitto armato con il Vietnam nel 1979). In mostra, a Zhurihe, non solo gli equipaggiamenti militari di ultima generazione, ma anche i risultati della riforma in atto delle Forze Armate, iniziata nel 2015 con la riduzione di trecentomila unità per snellire l’esercito e renderlo più operativo in battaglia. “Per realizzare il sogno della grande rinascita della nazione cinese, dobbiamo accelerare la trasformazione del PLA in un esercito all’avanguardia”, ha detto Xi, che si prepara al prossimo Congresso del PCC, l’attesissimo appuntamento politico quinquennale, che quest’anno sancirà il ricambio ai vertici e l’ingresso dell’attuale presidente nel suo secondo mandato, con l’enigma della successione. “Abbiamo la fiducia di sconfiggere tutte le invasioni” ha sottolineato Xi.

Una spesa militare in crescita

Secondo quanto annunciato dal Ministero delle Finanze cinesi durante i lavori dall’Assemblea Nazionale del Popolo nel marzo scorso, le spese militari cinesi cresceranno del 7% nel 2017: al ritmo più basso dal 1991, ma per la prima volta oltre quota mille miliardi di yuan (1044 miliardi di yuan, equivalenti a 151 miliardi di dollari).  Nel 2017, le spese militari cinesi conteranno per l’1,3% del prodotto interno lordo, e cresceranno per il secondo anno consecutivo con un incremento percentuale a una sola cifra. Lo scorso anno, secondo le stime cinesi, le spese militari erano cresciute del 7,6%, a quota 954,3 miliardi di yuan (138,4 miliardi di dollari), mentre nel 2015, ultimo anno di aumento a due cifre, l’incremento era stato del 10,1%[13]. Una potenza in crescita. Secondo il Sipri, che elabora dati diversi, la Cina è al secondo posto dopo Usa per spese militari al mondo. Le spese cinesi nel 2016, secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto di Stoccolma, sono aumentate del 5,4% a 215 miliardi di dollari, facendo della Cina il secondo Paese che spende di più per difendersi. Al primo posto Usa – +1,7% a 611 milioni di dollari -, al terzo la Russia – +5,9% a 69,2 miliardi di dollari.

La Cina punta sui supercomputer per dominare i mari
 Navi militari cinesi

“Il pericolo di guerra è grande”

Mentre Trump a marzo scorso annunciava l’aumento del budget del 10% per il 2017, Pechino commissionava la realizzazione di 18 navi da guerra. Gli Stati Uniti dispongono attualmente di 10 portaerei e ne stanno costruendo altre due. La Cina ha varato di recente la seconda, interamente prodotta in Cina, nei cantieri navali di Dalian, diversamente dalla prima nave da guerra  – Liaoning – di fabbricazione sovietica. Il varo della prima portaerei cinesi avveniva all’indomani delle dichiarazioni del ministro degli Esteri, Wang Yi tese ad allentare le tensioni tra Usa, Seul e Pyongyang. “Il pericolo di guerra è grande” aveva ammonito il ministro. Non si conoscono le cifre esatte che Pechino destina all’ammodernamento della sua flotta. Ma in Cina la difesa dei mari e dei cieli ha assunto negli ultimi trenta anni, via via che il Paese si apriva a nuove rotte commerciali, una nuova centralità rispetto alla tradizionale difesa terrestre. Nei piani cinesi, marina e aviazione saranno destinati a contare molti uomini e risorse in più rispetto alle forze armate di terra (oggi l’esercito conta un milioni e 600 mila soldati).

Nessuna esplicita menzione delle dispute territoriali, ma è difficile non cogliere nelle parole del presidente pronunciate il 1 agosto un chiaro riferimento alla questione del Mar Cinese Meridionale, dove la Cina sta portando avanti diversi lavori di ampliamento delle isole contese con altri Paesi, come il Vietnam e le Filippine. Proprio lo stesso giorno la Cina ha inaugurato la prima base navale all’estero a Gibuti, in Africa orientale, ufficialmente per motivi di sicurezza e con l’obiettivo di compiere missioni di pace e umanitarie. Il Corno d’Africa si trova in una posizione strategica per il controllo delle vie commerciali tra l’Oceano Indiano e il Mediterraneo. Oltre al Mar Cinese Meridionale, gli interessi di Pechino si estendono a Taiwan, alle isole Senkaku/Diaoyu contese con il Giappone nel Mar Cinese Orientale. Ma le dispute sulla sovranità non sono l’unico cruccio per Pechino che da alcune settimane deve fare i conti con la ripresa di quelli che Washington definisce “esercizi di libertà di navigazione” nel Mare Cinese Meridionale, e che prevedono incursioni compiute da cacciatorpedinieri Usa nelle acque delle isole che Pechino rivendica come proprie, alla ricerca di una collaborazione con Pechino per risolvere la questione nord-coreana. Il terzo episodio è avvenuto il 10 agosto scorso quando la Uss John. S. McCain ha condotto l’operazione al largo del Mischief Reef, nell’arcipelago Spratly, mettendo a dura prova i nervi di Pechino. Lo stesso cacciatorpediniere si è reso protagonista giorni fa di una collisione con una petroliera al largo di Singapore, che ha provocato la morte di dieci marinai americani. Dopo la seconda collisione in due mesi di modernissime navi da guerra Usa con vittime, la US Navy ha diramato un ordine per una “pausa operativa” a tutte le unità delle diverse flotte sparse nel mondo. Agli esercizi di questo tipo sulle acque si aggiungono quelli nei cieli, con rischi, forse, ancora maggiori.