I dati di una ricerca Ires: è come se fosse scomparso un intero paese come Pianezza. Per la prima volta diminuisce la popolazione nella “cintura” torinese
È come se fosse scomparso un intero paese come Volpiano o Pianezza. Nel corso del 2017 la popolazione del Piemonte è diminuita di 16.661 unità. Ed è il quarto anno consecutivo che il numero dei residenti diminuisce. Non solo: «Il calo piemontese è molto intenso rispetto a quello registrato dalle altre regioni del centro-nord con cui in genere si confronta: anzi, la Lombardia, il Trentino e l’Emilia Romagna mostrano un aumento di popolazione», spiega l’Ires Piemonte in un aggiornamento delle dinamiche demografiche pubblicato alcune settimane fa.
L’ennesimo calo è dovuto a diversi fattori. Il primo, più evidente, è la decrescita delle nascite e l’aumento dei decessi, che ha portato una riduzione di 23 mila residenti (al netto dei flussi migratori). Si tratta di una diminuzione del 5,2 per mille, contro il meno 3,2 registrato a livello nazionale. Non solo: «Il Piemonte, nella sua lunga storia di decrementi naturali (dal 1976) raggiunge nel 2017 un livello record di flessione», scrive nell’analisi la dirigente di ricerca Maria Cristina Migliore. In più, la regione ha pure un tasso di mortalità relativamente alto, negativo di 12,2 punti per mille, anche perché ormai il 25% della popolazione ha più di 65 anni.
Negli anni passati la diminuzione “naturale” era almeno in parte compensata dall’arrivo di migranti. Succede ancora oggi, ma molto meno: nel 2017 il saldo tra persone arrivate e persone partite dal Piemonte è stato positivo di 6.050 unità, meno rispetto alle 7.532 dell’anno precedente. Se si guarda ai soli movimenti da e per l’estero, gli arrivi sono stati 26.698 e le partenze 12.425.
Negli ultimi vent’anni il numero di residenti in Piemonte che si sono trasferiti all’estero non è mai stato così alto. Di queste persone, 8 mila hanno cittadinanza italiana (ma potrebbero essere stranieri che l’hanno ottenuta e ora possono spostarsi liberamente nell’Ue), mentre gli altri hanno cittadinanze estere. L’arrivo di migranti in Piemonte, invece, è in linea con quello delle altre regioni, anche se in Lombardia e in Emilia è più elevato. Segno che queste due aree sono più attraenti.
Quali zone del Piemonte soffrono di più il calo demografico? Soprattutto quelle orientali: il Vercellese ha perso il 9 per mille della sua popolazione, il Biellese l’8,3 per mille, l’Alessandrino il 5,8. Sono di poco sotto il calo medio regionale le province di Asti (meno 3,7) e Verbania (meno 3,2), mentre sia il Cuneese (meno 0,9) sia il Novarese (meno 1,5) patiscono meno il fenomeno . La provincia di Torino perde il 3,8 per mille della sua popolazione, con una novità: la città continua a spopolarsi come in passato (da 882.523 a 846.789 residenti, un calo pari al 4,9 per mille), ma ora pure la sua cintura perde abitanti. I Comuni confinanti decrescono con un tasso del 2,6 per mille, mentre quelli appena più lontani scendono del 2 per mille.
Nella sua analisi, la ricercatrice dell’Ires Piemonte suona pure un campanello d’allarme: i flussi demografici potrebbero generare alcune fratture sociali. «L’aumento della scolarizzazione e dei titoli terziari, soprattutto nel caso delle donne, è positivo, ma in un contesto economico e di welfare di tipo conservativo e tradizionale, e nel contempo sempre più competitivo, produce effetti negativi sulla sostenibilità sociale del sistema». Già oggi le donne che investono sulla famiglia sono più esposte alla povertà. In futuro, dunque, potrebbero nascere «crescenti disuguaglianze tra discendenti di famiglie italiane da generazioni e discendenti di famiglie immigrate cresciuti più spesso nella povertà». Per questo servirebbero politiche che favoriscano l’inclusione dei figli dei nuclei meno abbienti. E ancora, nota Maria Cristina Migliore, «un’altra possibile frattura potrebbe emergere tra donne istruite e desiderose di partecipare alla sfera economica produttiva, ma in difficoltà a realizzare liberamente i propri progetti riproduttivi, e donne che si sono dedicate al lavoro familiare fin dalla giovane età».