Chi è Aldo Vincent?

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Chi è Aldo Vincent? | Solforoso

05 dic 2008 – Mi chiedono una specie di biografia cybernautica, e andando indietro scopro di essere un vecchio bacucco del Web. Ho cominciato con …

Home page di Aldo Vincent – CLUB.IT

Home page di. Aldo Vincent. LA MIA BIOGRAFIA; – Vi scrivo senza occhiali perche’ non li trovo piu’, scusate i ceroglifici… – Ritengo indispensabile la …

ALDO VINCENT: il gelataio di « Ciccsoft

29 ott 2003 – ALDO VINCENT: il gelataio di Corfù Il fumo ti uccide lentamente! E chi ha fretta? Sono finalmente arrivate anche in Italia le Marlboro con …

Aldo Vincent – blogger

aldovincent.blogspot.com/

Questo non e’ un addio. Chi mi legge da qualche tempo lo sa: io scrivo un romanzo da ottobre a marzo e poi smetto per andare a lavorare. Questa volta non ho …

Omaggio a Aldo Vincent – DrZap

Omaggio ad Aldo Vincent, autore satirico (Il Gelataio di Corfù) presente anche su Facebook. 1. Ho sognato di essere le mutande di Sharon Stone. Che incubo!

un imbroglione al quadrato è Aldo Vincent – narkive

it.arti.scrivere.narkive.com/q5Htgr8h/un-imbroglione-al-quadrato-e-aldo-vincent

Aldo Vincent sostiene di essere l’autore del LIBRO AZZURRO DI BERLUSCONI (ed. Scipioni, pagg. 128, Euro 3,50) di averne vendute 12.000 copie (bello …

Scheda dell’Utente Aldo Vincent – eBookService.net

11 lug 2014 – Scheda dettagliata dell’Utente Aldo Vincent, che si è regiatrato su eBookService.net il sito dove puoi scaricare migliaia di ebooks oppure, …

Aldo Vincent – Daimon Club

http://www.daimon.org › Daimon People › Daimon Arts › Daimon News › Daimon Magik

Aldo Vincent, scrittore satirico e giornalista, autore di innumerevoli testi divertenti diffusi in rete.

Fiorenzo Fraioli

Quante galline hai?

Fiorenzo Fraioli_ARRESTATOIl signor A è un contadino di 87 anni che possiede alcune galline e qualche pecora. Coltiva l’orto con l’aiuto del figlio, un giovane uomo lievemente chiuso in sé stesso, e accudisce un’anziana sorella mite e sorridente. Il signor A è di intelligenza viva, parla un buon italiano seppur sbagliando qualche verbo, più per abitudine che per altro, e si capisce che ha vissuto tempi migliori. Da lui compro le uova fresche.

Entrambi siamo fuorilegge perché la vendita di uova non è consentita se l’attività non è dichiarata. “Quante galline hai?” si vide chiedere il signor A quella volta che, volendo produrre anche del formaggio, e desideroso di mettersi in regola, si rivolse agli uffici competenti. Non se ne fece nulla, per cui nessuno sa quante galline abbia il signor A. A me lo ha detto, ma non ve lo dico.

Abbiamo parlato delle regole che sovrintendono anche alle più minuziose attività economiche, rimanendo sorpreso nel constatare come il signor A sia ben consapevole che il loro vero scopo non è la tutela della salute pubblica, bensì quello di erigere ostacoli crescenti all’auto produzione, così da spianare la strada agli alimenti della filiera industriale. I quali sarebbero “più sicuri“. A dispetto di ciò v’è il fatto, incontestabile, che al mio paesello, dove ognuno alleva galline e pecore all’insaputa degli organi competenti, si vive a lungo; inoltre tanto più a lungo e in buona salute quanto più si fa parte di quella cerchia sociale che, avendo poco o nessun reddito, di allevar galline, pecore e coltivare l’orto fa di necessità virtù. Io li chiamo “gli antenati“, ed è sempre un piacere, per me, discorrere con loro. Lo dico senza timore di apparire snob, perché è oggettivo e verificabile che questi “antenati” abbiano un linguaggio molto più articolato ed evoluto dei giovini che si incontrano nei pub di città.

Gli antenati guidano trattori di loro proprietà, i giovini macchine sportive comprate a rate. Gli antenati si aggiustano i trattori da soli, i giovani per riparare le loro macchine fanno altre rate.

Ma la cosa più importante, e anche la ragione per cui ho scritto questo post interrompendo un lungo silenzio, è che quando ho detto al signor A che ESSI vogliono costringerci tutti al consumo esclusivo di alimenti della filiera industriale, lui mi ha risposto: “non ci riusciranno mai“. I giovini, tutti i giovini coi quali mi è capitato di fare le medesime considerazioni, mi hanno sempre risposto allargando le braccia. Come a dire “sì, è inevitabile“.

Mi farò delle galline – non dirò mai quante – e le lascerò scorrazzare nel prato.  Libere galline selvatiche, ovviamente, come me.

Cinema Fiorenzo FraioliLo “Stato profondo”

Esiste nel nostro paese uno “Stato profondo“, di carattere nazionale, come quello che in Inghilterra ha pilotato il brexit?

Fiorenzo Fraioli: Well? Shall we go?

Well? Shall we go?

Sottotitolato in italiano.
Oppure, se preferite un’epitome: Megghiu cumannari ca futtiri (Meglio comandare che fottere).
Poi, vabbè, ci sono quelli che: la razionalità dei mercati trionferà… Ovvero: dal piddinismo al pippinismo. Aspettando Godot.

Well? Shall we go?

Sottotitolato in italiano.
Oppure, se preferite un’epitome: Megghiu cumannari ca futtiri (Meglio comandare che fottere).
Poi, vabbè, ci sono quelli che: la razionalità dei mercati trionferà… Ovvero: dal piddinismo al pippinismo. Aspettando Godot.

Cinema Fiorenzo Fraioli: Early birds:

Early birds

Oggi ho incontrato un amico (di destra) che mi ha chiesto “per chi votiamo alle prossime politiche?“. Lui è un orfano di Fini (Gianfranco) il quale, a suo dire, è andato a prendere un caffè e non è più tornato. Dunque chiede a me, che percepisce come un amico di sinistra (ma non “de sinistra”) per chi votare alle prossime politiche.

Vi prego di notare il plurale: intendeva dire io e lui. Sa (sappiamo) di essere dalla stessa parte della barricata, lui di destra e io di sinistra, ma non abbiamo una bandiera sotto cui riunirci. Oddio, una ci sarebbe, la Costituzione del 1948, ma il partito della Costituzione dov’è? E come mai non c’è? Mi sono ricordato di una conferenza dello storico Alessandro Barbero (Alle origini della comunicazione aziendale: gli ordini religiosi del Medioevo) che vi invito a visionare.

Barbero fa un interessante paragone tra i modelli odierni di comunicazione aziendale e quelli adottati dagli ordini religiosi nel medio evo, per concludere che vi sono evidenti analogie e similitudini tra di essi. In entrambi i casi la comunicazione era ed è fondamentale per il raggiungimento di tre obiettivi: l’occupazione di un segmento di mercato, la crescita, contrastare la concorrenza di altri attori. Il successo essendo determinato dal numero di adesioni dal basso e da cospicui finanziamenti dall’alto.
Credo che quel che vale per il successo di una multinazionale e di un ordine religioso sia valido anche nel caso di un nuovo partito politico: servono le adesioni dal basso e i finanziamenti dall’alto. Ora immagino, considerata la platea dei pochi lettori di questo blog, che mentre le adesioni dal basso saranno considerate in modo positivo, seppure come un desiderio difficilmente realizzabile, l’idea della necessità di finanziamenti dall’alto, al contrario, susciterà un’impressione negativa. Devo purtroppo deludervi, ribadendo che è nella mia natura essere una persona con una visione poco romantica della realtà politica, e non solo. Devo dunque ricordare che, allo stesso modo in cui i nostri nemici sono capaci di allearsi con segmenti della classe lavoratrice elargendo mance e mancette al fine di dividerci, anche noi siamo obbligati ad agire nello stesso modo, ovvero a cercare nella schiera avversa quei gruppi di interesse disposti ad allearsi con noi in vista di un fine comune. A coloro che non sono d’accordo faccio notare che “scienze politiche” e “scienze morali” sono due indirizzi di studio diversi.
Il problema nasce dal fatto che ad oggi, in vista delle elezioni che si svolgeranno probabilmente nel 2017, o almeno (salvo eventi luttuosi per la democrazia) nel 2018, non esiste uno straccio di ordine religioso, pardon organizzazione politica, dal basso che sia così ampia da potersi proporre come soggetto al quale valga la pena indirizzare finanziamenti dall’alto in funzione di un’alleanza contro il nemico comune. Il quale, al contrario, ha costruito negli ultimi decenni una solida alleanza che vede come contraenti i grandi potentati finanziari e industriali dell’occidente e larghi strati sociali popolari e medio borghesi. Sono stati persi anni durante i quali i fondatori di ordini religiosi, pardon organizzazioni politiche dal basso, accecati dall’emergere improvviso di una nuova domanda del mercato politico, si sono fatti travolgere dallo spirito della concorrenza reciproca invece di coordinare gli sforzi al fine di alimentarla e farla crescere ulteriormente. Ed eventualmente, ma solo a quel punto, competere tra loro. Questi early birds della politica vanno dunque presi per quello che sono, uccelli mattinieri dal piumaggio variamente colorato, il cinguettio più o meno suadente e nulla più. Spariranno al primo colpo di fucile dei cacciatori, per altro prossimo perché l’apertura della stagione di caccia al dissidente è vicina, e di loro non resterà che il ricordo.
Per cavalcare la Storia, che è femmina, un buon arnese è condizione necessaria ma non sufficiente. Ci vogliono anche le palle. Avere le palle nella lotta politica significa non dare importanza a sé stessi, ma concentrare tutte le forze sull’obiettivo; significa non dare importanza al fatto di essere arrivati per primi ma, al contrario, rallegrarsi per ogni nuovo arrivo, nella speranza che possa raccogliere il testimone. Avere le palle in politica significa scegliere di essere dimenticati, purché la propria parte vinca, piuttosto che perdere ed essere ricordati.
Moriremo tutti, e l’unica consolazione sarà aver avuto coraggio. Odo in lontananza colpi di fucile…

Fiorenzo Fraioli:La resilienza dell’€uro (1)

Fiorenzo Fraioli

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Inizio la pubblicazione a puntate, su questo blog, di un saggio breve dal titolo “La resilienza dell’€uro“, disponibile anche in PDF sulla libreria di Lulu.com. Chi fosse interessato a leggerlo immediatamente può scaricarlo online versando €5,00 che, trattenute le tasse e i diritti di Lulu.com, saranno integralmente devoluti al sostegno delle iniziative dell’Associazione Riconquistare la Sovranità (ARS).

La pubblicazione del saggio su questo blog avverrà con cadenza approssimativamente settimanale e si concluderà, presumibilmente, entro la fine di ottobre.

Il saggio ripercorre alcune fasi del processo politico ed economico che si è concluso con ratifica del trattato di Maastricht, e può essere inteso come un compendio di argomentazioni per discussioni al bar di Guerre Stellari.

La prima pagina del saggio contiene una suggestiva immagine delle volute di fumo causate dall’assunzione di un campionario di micidiali droghe galattiche da parte dei clienti del bar di Gerre Stellari, dai funghi allucinogeni di Vega IV alla patata afrodisiaca di Aldebaran. Passando ovviamente per tutte le principali droghe terrestri.

Presentazione

Il titolo di questo breve saggio non allude solo alla capacità dell’euro, inteso come sistema monetario, di resistere ai colpi che ha subito e continua a subire a causa soprattutto degli errori tecnici e politici commessi dai suoi architetti. L’euro è molto di più, e credo che la sua capacità di resistere dipenda anche da un insieme di fattori che vanno molto aldilà del suo essere “solo” un sistema monetario.

L’architettura dell’euro, i suoi presupposti politici e tecnici, si sono sviluppati di pari passo con la costruzione di un universo simbolico che è stato introiettato da centinaia di milioni di cittadini europei, attraverso una lenta e sofisticata mutazione culturale di cui essi sono stati soggetti passivi. Per spiegare a cosa mi stia riferendo farò un esempio. Qualche tempo fa intervenni in una riunione organizzata da un partito della sinistra, pronunciando parole appassionate di critica all’euro e al processo di integrazione europea.  Ottenni, con mia sorpresa, forti consensi da una parte dei convenuti. Tra coloro che, al termine, mi si avvicinarono, ci fu un anche signore che non la finiva più di complimentarsi per le parole di verità che avevo pronunciato. Alla fine mi chiese “ma allora, cosa dobbiamo fare?”. Al che risposi “per prima cosa uscire dall’euro, subito”. Lui mi guardò esterrefatto, come se avessi pronunciato la più grande delle bestemmie, e si allontanò dicendo “ah no, allora no, davvero no!”. Il giorno dopo, rientrando sul tardi, incontrai un altro di coloro che avevano assistito alla mia piccola performance, un uomo di grande intelligenza e capace di ascoltare, e di nuovo mi trovai ad argomentare le mie tesi, questa volta con tutto il tempo e la calma necessari.  Mi diede ragione praticamente su tutto ma, quando arrivammo al dunque, e cioè che, se considerava valide le cose che gli avevo detto, allora necessariamente avremmo dovuto uscire dall’euro, la sua resistenza divenne, per così dire, “infinita”.  “Si inventeranno qualcosa”, mi disse, “non è possibile che non si inventino qualcosa”.

Non era la prima volta, a dire il vero, che mi imbattevo in casi simili. Anzi, posso affermare che sono la normalità. La maggior parte delle persone disposte a riflettere sinceramente ascolta con interesse, riconosce la coerenza delle spiegazioni, ma conserva un pregiudizio: che l’euro e l’Unione Europea debbano sì cambiare, anche in profondità, ma che essi rimangano, comunque, una specie diinvariante della storia. Qualcosa, cioè, che è dato, e da cui non si può recedere. E’ la tesi di Paolo Ferrero (il dentifricio è fuori del tubetto), per cui qualunque cosa è possibile, ma non tornare indietro. Questa eventualità sembra quasi spalancare, nella loro mente, un orrido abisso nel quale non hanno il coraggio di guardare.

Questa sorta di tabù fa sì che il dibattito sulla fine dell’euro (che pure è già uscito dal novero ristretto degli studiosi di politica economica, per essere dibattuto da migliaia di appassionati sulle centinaia di blog che si occupano dell’argomento) fatichi a diventare oggetto di discussione in quella piazza reale, ben più vasta della rete, che sono gli incontri occasionali: nei bar, all’edicola, nelle piazze e nelle strade d’Italia.

Quando ciò accadrà (credo che accadrà all’improvviso, in seguito a uno degli eventi traumatici che ci aspettano), il livello dei dibattiti cui ci capiterà di assistere rischia di essere sconfortante a causa della profonda impreparazione della maggioranza degli italiani. D’altra parte, credo sia inutile illudersi che un numero sufficientemente ampio di italiani sarà disposto a leggere, non dico dei testi di economia, ma almeno alcuni dei migliori saggi che sono stati scritti sull’argomento da ottimi divulgatori. Non lo dico con un sentimento negativo nei confronti dei miei compatrioti, ma per la semplice constatazione di un dato di fatto: solo una minoranza degli esseri umani ama ragionare per via deduttiva; la stragrande maggioranza segue, invece, percorsi mentali diversi, talvolta perfino più efficaci sul piano applicativo.  Funziona così: si conosce un concetto diverso, per verificarne la validità e la forza esplicativa lo si usa applicandolo ad una circostanza che si conosce bene, poi, se l’esame è superato, si ripete l’operazione con un secondo concetto. Si va avanti così per un po’, e solo quando un numero sufficiente di iterazioni ha dato esito favorevole si prende in seria considerazione l’idea di cambiare posizione. Questo breve saggio si pone l’obiettivo di aiutare le persone a cambiare idea sull’euro e sul processo di integrazione europea, andando incontro al modo di ragionare della maggioranza di esse. Non  è un libro per specialisti. Il metodo adottato è quello di ripercorrere gli eventi più rilevanti dal punto di vista economico e politico degli ultimi decenni, offrendo una lettura degli stessi alla luce del conflitto di interessi tra i due principali attori del conflitto distributivo: il capitale e il mondo del lavoro. Qualcuno chiama tutto ciò “lotta di classe”.

fonte: http://egodellarete.blogspot.it/2014/09/la-resilienza-delluro-1.html

Fiorenzo Fraioli :Dalle transition towns all’iper tecnologia

Dalle transition towns all’ipertecnologia

Dario Tamburrano – europarlamentare M5S

Ho conosciuto soggetti che voi esseri non potete immaginare. Ho visto un dentista parlare di democrazia diretta, per poi finire al parlamento europeo; e in pochi anni passare dal movimento delle transition towns (sapete, quel movimento per cui ci si doveva preparare alla crisi causata dal riscaldamento globale e dal picco del petrolio) ai deliri ipertecnologici. Il suo nome è Dario Tamburrano, eletto del M5S a Strasburgo.

Oggi Tamburrano sostiene che I ROBOT CAMBIERANNO IL MONDO. DOBBIAMO ESSERE PRONTI. Detto da lui ci possiamo credere. Gli ho già dedicato un post, dopo che aveva tirato fuori un vecchio video del febbraio 2008 (eravamo al Linux club di Roma). Pensavo di potermelo dimenticare per altri nove anni almeno ma, ahimè, devo ricredermi, perché l’intervista che Dario Tamburrano ha concesso ad affaritaliani.it è un’occasione troppo succulenta, da leccarsi i diti dopo aver pulito il piatto coi pollicioni.

Analizziamo l’articolo, che comincia così:

Il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione europea di avanzare una proposta per normare dal punto di vista economico ed etico il mondo dei robot e dell’intelligenza artificiale. Per alcuni si tratta di una ‘eurofollia’, per altri di una necessità se non si vuole chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati.

Dunque per alcuni si tratta di una eurofollia (del tipo “curvatura delle zucchine“) per altri di una necessità “se non si vuole chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati“. Il demodiretto transition boy europarlamentare ex dentista come la penserà? Vediamo.

Poniamo che un’auto a guida assistita, come quelle che già oggi circolano sulle nostre strade, per un errore di calcolo o dei sensori investa un passante uccidendolo. Di chi é la colpa? Non del guidatore, che di fatto non ha il pieno controllo dell’auto. Forse del costruttore, se l’incidente é dovuto ad un difetto di produzione. Ma spingiamoci oltre. In un futuro prossimo le auto si guideranno completamente da sole e impareranno dall’esperienza. Potranno essere considerate dei soggetti giuridici?

Il demodiretto transition boy europarlamentare ex dentista non ha dubbi: “in un futuro prossimo“, talmente prossimo che è bene che il parlamento europeo se ne occupi. Badate bene: non la teoria giuridica, ma il parlamento europeo! Fate presto! Il futuro è adesso: tra pochi anni (cinque? dieci?) le strade saranno piene di automobili che si guideranno da sole.

Ad oggi possiamo dire ad una macchina di comportarsi in un certo modo in una data situazione. In futuro sarà la macchina a decidere come comportarsi basandosi sui dati che provengono dai sensori, dai protocolli che il costruttore impone e dall’esperienza pregressa

E se lo dice un transition boy ci possiamo credere.

… si tratta di un futuro che ci piomberà addosso in pochi anni e se non ci attrezzeremo dal punto legislativo saranno guai. Potremmo avere un settore completamente deregolato, un Far West dove ad andarci di mezzo saranno i cittadini. Oppure le norme attuali potrebbero soffocare questa rivoluzione sul nascere

La frase rivelatrice è “le norme attuali potrebbero soffocare questa rivoluzione sul nascere“. Che parolone, rivoluzione. Ora, io che sono un bifolkenstein ciociaro (con laurea in ingegneria nucleare, un errore di gioventù) non ci vedo chiaro. Ma non è che qui non si tratta di una rivoluzione, bensì di un lucroso affare da promuovere forzando l’immaginario collettivo al fine di rendere appetibile, in breve tempo, il business delle automobili a guida automatica? Che saranno, serve dirlo? elettriche, magari con bei panelloni solari sul cofano e tanto tanto ecologiche signora mia.

L’intervistatore lancia la palla: “Nel testo approvato dal Parlamento si parla di economia ed etica. Che tipi di considerazioni bisogna fare?“. Sappiamo così che il parlamento europeo (che non conta una fava) si occupa di “economia ed etica“. Risponde il pensoso transition boy: “Torniamo all’esempio dell’auto senza pilota. Se il veicolo, mettiamo a causa del fondo stradale ghiacciato, si trovasse nella situazione di dover scegliere se investire un bambino o una coppia di anziani, che cosa é giusto che faccia? E se l’alternativa tra cui scegliere fosse investire una scolaresca o causare la morte del conducente andando a sbattere contro un muro?

Un dubbio atroce, invero. Poniamo che io un giorno, alla guida di un’automobile tradizionale su fondo ghiacciato, mi trovi nella situazione di scegliere se investire una capra o il transition boy, cosa è giusto che faccia? Vabbè, in questo caso la risposta è facile: la capra non può permettersi un avvocato.

L’intervistatore chiede: “E’ giusto che sia l’Unione europea a decidere queste cose?

Assolutamente sì, ad oggi é l’essere umano che decide. In futuro non potremo lasciare al caso o all’industria questo compito. Deve essere il legislatore a stabilire la cornice generale. Guardiamo quello che é successo con internet. E’ esploso nelle nostre vite senza che il legislatore avesse il tempo di normare il settore e ancora oggi ne paghiamo le conseguenze, ad esempio con la gestione dei nostri dati“.

Una risposta giusta (Deve essere il legislatore a stabilire la cornice generale) che parte da una premessa che è fondamentale sottolineare: “E’ giusto che sia l’Unione europea a decidere queste cose?  Assolutamente sì“. Dunque la fonte del diritto, su una questione così (ipoteticamente) importante è, per il demodiretto transition boy, l’Unione Europea. Sapevatelo!

Abbiamo parlato delle auto, ma quali altri settori della nostra vita cambieranno?
Tutti quanti. Le case verranno costruite da robot. Quando telefoneremo per l’assistenza di un prodotto non ci risponderà una persona in un call center, ma un software che dialogherà con noi senza che neppure ce ne accorgeremo. In ospedale a fare le diagnosi saranno dei supercomputer, come Watson dell’Ibm, che avranno in memoria milioni di cartelle cliniche e sulla base delle analisi ci daranno la cura più idonea. Anche gli psicologhi saranno rimpiazzati da robot e software. Certamente la sostituzione avverrà prima per i lavori manuali, ma poi anche i colletti bianchi saranno soppiantati dalle macchine“.

Già, “Le case verranno costruite da robot“, e figuriamoci le protesi dentarie! Cosa farà il povero demodiretto  transition boy quando dovrà tornare a fare il dentista, visto che dopo due legislature si torna a casa? Sarà per questo che si preoccupa tanto? Volete scommettere che il giorno che tornerà a fare il dentista si convincerà che no, non c’è robot che tenga il confronto con la mano di un dentista umano, e magari che il vero problema non sono le macchine e i software, ma i dentisti bulgari che fanno il suo stesso lavoro a un decimo della sua parcella? Io questa scommessa sono pronto a farla con lo stesso Dario Tamburrano, di pirsona pirsonalmente. E ci metto sopra un centone. Di nuove lire, ovviamente.

E’ inevitabile che la tecnologia distrugga posti di lavoro. Pensiamo al casellante in autostrada diventato obsoleto con l’avvento del Telepass o l’agenzia di viaggi e il giornalaio“.

E qui si vede la differenza tra un bifolkenstein ciociaro laureato in ingegneria nucleare (errore di gioventù) e un dentista : il povero demodiretto transition boy Tamburrano deve essere così sconvolto dall’incredibile, straordinaria, impensabile, maravigliosa, magica… ma in realtà banale e pedissequa applicazione di un segnale radio codificato che consente il dialogo tra un dispositivo portatile e un’infrastruttura di rete, da estrapolare da ciò un futuro di straordinarie meraviglie da paese dei balocchi, che stravolgerà il mondo così come lo conosciamo. Salvo ricredersi il giorno in cui, terminata la sua avventura politica, scoprirà che a fargli concorrenza non saranno i robot, ma i dentisti bulgari.

Secondo il World Economic Forum spariranno sette milioni di posti di lavoro entro il 2020, considerando i 15 Paesi più sviluppati, e ne verranno creati solo due milioni. E in futuro sarà ancora peggio perché saranno le stesse macchine che scriveranno software per altre macchine o costruiranno altri robot. Il lavoro umano diventerà sempre meno necessario. E qui si aprono altre due questioni. Primo, come fornire sostentamento ai non lavoratori. Secondo, accettare un nuovo modello culturale che non abbia al centro il lavoro“.

Che dire? Troppi romanzi di fantascienza durante l’adolescenza brufolosa? Sì.

Il gran finale è quando l’intervistatore chiede “serve un reddito di cittadinanza?“.

La diffusione della robotica e dell’intelligenza artificiale da un lato creerà grandi ricchezze e ridurrà la necessità di lavorare, dall’altro accentrerà ancora più di quanto non avvenga ora la ricchezza. Moltissime persone non lavoreranno e dovremo pensare a come sostentarle. Ma dobbiamo anche pensare a come useremo il nostro tempo“.

Qui siamo al delirio. Analizziamo la risposta per punti. La diffusione della robotica e dell’intelligenza artificiale (prendiamo per buona la premessa) sarà tale che:

  1. da un lato creerà grandi ricchezze e ridurrà la necessità di lavorare
  2. dall’altro accentrerà ancora più di quanto non avvenga ora la ricchezza
  3. Moltissime persone non lavoreranno e dovremo pensare a come sostentarle
  4. Ma dobbiamo anche pensare a come useremo il nostro tempo
Dunque avremo grandi ricchezze, immagino voglia dire una grande quantità di beni da consumare, ma il processo “accentrerà ancora più di quanto non avvenga ora la ricchezza“. Immagino voglia dire che gran parte di queste merci saranno consumate da una minoranza privilegiata. Ergo, “Moltissime persone non lavoreranno e dovremo pensare a come sostentarle“, e quindi “dobbiamo anche pensare a come useremo il nostro tempo“.
La soluzione? Ma è ovvio, come ho fatto a non pensarci prima! La democrazia diretta per decidere sul nulla a livello locale, quello delle transition towns dove ognuno si coltiva il suo orticello lavorando di zappa e vanga. E un bel reddito di cittadinanza perché  “Moltissime persone non lavoreranno e dovremo pensare a come sostentarle“.
L’intervistatore incalza: “Saremo tutti in perenne vacanza?“. “La nostra vita si basa in gran parte sul lavoro. Quando conosciamo qualcuno gli chiediamo che lavoro fa. Sulla nostra carta di identità é segnata l’occupazione. La Repubblica, recita la Costituzione, é fondata sul lavoro. Senza la necessita di lavorare cosa faremo nelle nostre vite? Sembra una domanda semplice, ma studi hanno dimostrato che l’essere umano con una formazione occidentale-calvinista avrà dei seri problemi ad adattarsi in un mondo senza lavoro“.
Qui la frase rivelatrice è “Quando conosciamo qualcuno gli chiediamo che lavoro fa“. Cioè, mi perdoni il demodiretto transition boy ex dentista, quale è il tuo ruolo nel mondo? E cosa volete che risponda uno con il reddito di cittadinanza che coltiva l’orticello in terrazzo, ammesso che lo abbia?
Non conto un cazzo!

Riusciremo ad adattarci dal punto di vista emotivo ad avere al nostro fianco dei robot?

Lo abbiamo fatto con il cellulare, lo faremo anche con i robot. Ma questo ha delle implicazioni enormi. Pensiamo ad un bambino che oggi si affeziona ad un peluche. Immaginiamo che in futuro il giocattolo gli parli ed interagisca con lui. Si creeranno dei rapporti affettivi importanti“.

Ecchila qua una professione per il futuro: lo psicoterapeuta per la cura dei cybertraumi! Dario, visto che ci conosciamo dai bei tempi, posso salutarti come si usava allora? Ma vaffanculo!

Economia 4 piddummies: Fiorenzo Fraioli

Si parlerà di euro, eccome se ne parlerà. Paradossalmente, parlare di euro servirà anche per eludere una questione ad esso sovraordinata, cioè l’Unione Europea. Poi, quando si parlerà di Unione Europea, sarà magari per eludere una questione ancora più sovraordinata, il liberismo. E poi, quando si parlerà di liberismo… vabbè, fermiamoci qua che è meglio.

Ma i piddini bisogna prenderli per mano, con dolcezza. Le maniere rudi, come sapete, hanno sì prodotto qualche effetto, ma poi tutto si è fermato. Io però ho la fortuna di avere un piddino in casa, sebbene in forma di pupazzo, e gli posso parlare quando voglio. Sì, lo so che è più intelligente del piddino medio, ma bisogna cominciare dai migliori. E’ dunque per Piddu che inauguro una serie di articoli, talvolta con video correlati, con lo scopo di sub-divulgare alcuni concetti basilari ahimè assenti nelle loro menti. Voi dite che è inutile? Tentar non nuoce.

Oggi spiegherò a Piddu il concetto di tasso di cambio reale, o RER (Real Exchange Rate). Non sono un economista, ma sono un insegnante di scuole medie superiori, dunque spiegherò concetti semplici con parole adatte a menti semplici.

Il tasso di cambio nominale

Il tasso di cambio nominale è un numero che esprime quanto costa l’unità di conto di una moneta estera in termini di moneta nazionale, o viceversa. Ad esempio, quanti dollari costa un euro o, viceversa, quanti euro costa un dollaro. Supponiamo (oggi il valore è diverso) che per acquistare un euro servano 1,10 dollari. Possiamo scrivere:

euro/dollaro=1,10

Ciò significa che quando l’euro si apprezza (rivaluta) o viceversa il dollaro si deprezza (svaluta) si passa da 1,10 a un numero più grande. Questa convenzione, cioè misurare quanti dollari (moneta estera) costa un euro (moneta nazionale… si fa per dire ovviamente, perché la “nazione Europa” non esiste) è detta “certo per incerto“. Si può ragionare in modo simmetrico, cioè misurare quanti euro (moneta nazionale… si fa per dire ovviamente, perché la “nazione Europa” non esiste) costa un dollaro (moneta estera). Questa convenzione è detta “incerto per incerto“.

In questo post adotterò la convenzione oggi più utilizzata, ovvero certo per incerto: quanti dollari servono per comprare un euro. Il che significa che quando k aumenta l’euro si rivaluta (e il dollaro si svaluta), viceversa se k diminuisce.

Poniamo dunque:

k=euro/dollaro (ovvero quanti dollari costa un euro)

Come forse sapete, oggi il cambio euro/dollaro è prossimo all’unità. Dunque se un operatore economico europeo deve decidere se acquistare un bene prodotto, a parità di altre condizioni (qualità, trasporto etc.), in America o in Europa, deve solo confrontare i prezzi relativi. Indichiamo tali due prezzi, rispettivamente, con Pa e Pe.

Se Pa/Pe>1 troverà conveniente comprare in Europa

Se Pa/Pe<1 troverà conveniente comprare in America

Se Pa=Pe la scelta sarà equivalente

Non sempre, però, il cambio euro/dollaro è prossimo all’unità. Quando ciò non è vero, allora esso incide nella decisione di acquisto. Per capire il concetto immaginiamo che, ad una certa data, i prezzi Pa e Pe siano uguali, e che il tasso di cambio k=euro/dollaro sia uguale a uno. In queste condizioni, comprare in America o in Europa è del tutto ininfluente.

Ora immaginiamo che, per una qualsiasi ragione, il valore di k=euro/dollaro aumenti. Ad esempio si abbia k=1,30. Servono dunque più dollari per comprare un euro. L’euro si è rivalutato (o il dollaro si è svalutato). La domanda è: dove troverà conveniente, l’operatore economico europeo, acquistare la sua merce? Ovviamente in America! E’ immediato che la risposta sarebbe opposta se l’euro avesse svalutato (o il dollaro rivalutato).

Accade però che non solo il tasso di cambio k sia soggetto ad oscillazioni, ma anche il prezzo dei beni prodotti, che abbiamo indicato con Pa e Pe.

In conclusione, l’operatore economico europeo troverà conveniente comperare in America, cioè importare, quando k cresce (cioè l’euro rivaluta) e/o quando Pa/Pe decresce. Viceversa, troverà conveniente comprare in Europa quando k decresce (cioè l’euro svaluta) e/o Pa/Pe cresce.

Il prodotto k*(Pa/Pe) è detto tasso di cambio effettivo, o RER.

Come capisce perfino Piddu, le ragioni di convenienza nell’interscambio commerciale di beni identici, tra Europa e America, sono determinate (in questa semplificazione che ignora, volutamente, tante altre variabili) da due parametri: il tasso di cambio nominale k e il rapporto tra i prezzi. Cosa succede se il tasso di cambio nominale viene fissato una volta per sempre? Al limite, e per semplicità, possiamo immaginare che Europa e America decidano di darsi una moneta comune, l’eurodollaro, fissando il cambio k a uno.

Attenzione: nulla cambierebbe se il tasso di cambio venisse fissato a un valore diverso: in economia, come nella vita, l’evoluzione della realtà è sempre misurata rispetto a una data iniziale e ai rapporti in essere in quel momento.

Se k è fissato (per semplicità al valore k=1) allora l’unico e solo fattore di convenienza sarebbe il rapporto dei prezzi Pa/Pe. Ora immaginiamo che il rapporto Pa/Pe, alla data in cui viene fissato il cambio nominale, abbia un certo valore, diciamo Ho. Per semplicità di esposizione possiamo assumere che Ho=1, ma nulla cambierebbe se avesse un valore diverso. Il punto è che, quando Pa/Pe=Ho, esiste un determinato equilibrio negli scambi commerciali conseguenza di tale rapporto. Poiché il cambio nominale k è ormai fissato (c’è l’eurodollaro) la sola cosa che possa alterare questo equilibrio è un cambiamento dei prezzi relativi Pa/Pe=Ho.

E poiché il prezzo dei beni, pur dipendendo da molti fattori, è tuttavia fortemente influenzato dal costo del lavoro, ecco che ha ragione Stefano Fassina quando afferma: non potendo svalutare la moneta si svaluta il lavoro.

Mi credete se vi dico che questo ragggionamento l’ha capito pure Piddu? Peccato che, quando credevo di averlo conquistato alla causa (almeno quella dell’uscita dall’euro) cosa mi combina il pupazzo? Mi diventa grillino, per di più di scuola tamburranica, e comincia a sproloquiare di scomparsa del lavoro sostituito dalle macchine. Che è come dire che il costo del lavoro, cioè i salari, non sono più così importanti, perché i robot non sono salariati e dunque quel che conta è l’efficienza, la tecnologia, la qualità dell’offerta, insomma l’insieme delle virtù di un sistema paese.

E io sono tentato dall’idea di scendere in campo, scavare una buca e ficcarcelo dentro! Ma sono un prof, sia pure di scuola media superiore, e so che ci vuole tanta pazienza signora mia!

Il fatto è che per tenere bassi i prezzi aumentando l’innovazione è necessario che qualcuno investa in innovazione; questo pure Piddu lo capisce. E siccome i soldi ce li hanno i capitalisti, sono loro che dovrebbero tirarli fuori, una cosa sempre un po’ rischiosa signora mia. Ma se ci fosse un’altra soluzione? Ad esempio farli tirar fuori dai lavoratori? Non è forse vero che conviene, forse e a pensar male, comprimere i salari piuttosto che rischiar soldi? Detto fatto: da 40 anni ci ci spiegano che per far ripartire l’economia serve contenere i salari, e il primo a dircelo è stato Luciano Lama.

La “svolta dell’EUR”

Luciano Lama – segretario della CGIL

La politica di austerità, promossa da Andreotti a partire dalla seconda parte del 1976, poggiava sull’accordo con il PCI che, ansioso di entrare nell’area di governo, accettava di esercitare pressioni sul maggiore dei sindacati, la CGIL, affinché non si opponesse. Per Cossiga, la condizione per far entrare il Pci nell’area di governo era data “dalla capacità o meno di far accettare alla classe operaia i sacrifici necessari per uscire dalla crisi economica” (da la Repubblica). Ancora su la Repubblica, il 24 gennaio 1978, comparve un’intervista a Lama, divenuta celebre, intitolata “Lavoratori stringete la cinghia”, nella quale dichiarava: “Ebbene, se vogliamo esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati deve passare in seconda linea”.

Ora la prima conseguenza della compressione salariale è la diminuzione dell’inflazione: quando la gente ha pochi soldi in tasca ha una sola alternativa: l’eremitaggio, oppure scambiare i pochi beni che possiede (in primis la propria forza lavoro) a prezzi decrescenti. Alla Faccia del Tamburrano! Ricordo che me lo disse Sergio Cesaratto un giorno di molti anni fa che tornavamo da Pescara: alla mia domanda su cosa causasse l’inflazione, mi rispose icasticamente “la conflittualità sociale“. E nella mia mente sentii un rumore: click.

Afferro per il collo il mio pupazzo preferito, stringo dolcemente le dita, lo guardo negli occhi e gli chiedo: cosa faresti Pidduzzo bello, per contenere le richieste salariali?

Il pupazzo si dibatte, tenta di liberarsi, paonazzo e con voce roca alla fine confessa: “mi compro i sindacati”.

Solo i sindacati? incalzo io. E lui “anche i partiti di sinistra”. E poi? “i giornali, le televisioni, gli intellettuali, gli artisti del mondo dello spettacolo”.

E i phroci no? E tutti i devianti che pullulano in ogni corpo sociale, quelli no? “Pure quelli”.

Già, vincere cambia tutto. C’è sempre tempo, dopo, per sistemare gli alleati di un giorno.

Abbiamo avuto, Piddu e io, una serena discussione. Niente paura, andiamo a scolarci una bottiglia.

Addendum: dopo appassionati brindisi alla nostra amicizia Piddu, nel tentativo di recuperare, mi propone questo video:

Questa notte Piddu dorme così:

:Fiorenzo Fraioli :Fratoianni, il “sinistro italiano”

Fratoianni, il “sinistro italiano”

Nicola Fratoianni, segretario nazionale di Sinistra Italiana, si pronuncia a favore di una tassa patrimoniale dando ragione al piddino Enrico Rossi. La scusa, ovviamente, è quella di finanziare gli investimenti pubblici: evidentemente le tasse che pagano gli italiani servono ad altro. Scrive il “sinistro italiano” Fratoianni sul suo blog: “È dal 2011 più o meno che riteniamo necessario introdurre un principio che inverta la rotta e garantisca una redistribuzione radicale delle ricchezze“. E qual è il principio? Una modifica alla progressività dell’imposizione sui redditi? Ma scherziamo! Per il “sinistro italiano” è…

UNA BOTTA E VIA

cioè una patrimoniale. Indignato dalla sfrontatezza del “sinistro italiano“, ho concepito un’idea: costituiamo il Movimento Ordoliberisti d’Italia (O.d.I. – Presidente Piddu) e, travestendoci da ordoliberisti, proponiamo invece soluzioni favorevoli ai lavoratori. Come il “sinistro italiano“, che propone soluzioni favorevoli al capitale. Tutta la guerra si basa sull’inganno ().