L’AFFARE S’INGROSSA

L’AFFARE S’INGROSSA – SETTANTAMILA EURO PAGATI DA ALFREDO ROMEO ALL’AMICO DI TIZIANO RENZI PER ATTIVARE “UN CANALE PER ARRIVARE AL GOVERNO VISTO CHE FINORA SONO SEMPRE STATO BOICOTTATO A LIVELLO POLITICO NELL’ASSEGNAZIONE DELLE GARE” –

 

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Alfredo Romeo esce dal carcere Alfredo Romeo esce dal carcere
  

Settantamila euro pagati per attivare “un canale per arrivare al governo visto che finora sono sempre stato boicottato a livello politico nell’assegnazione delle gare”. Parola di Alfredo Romeo, l’imprenditore napoletano che è al centro dell’inchiesta sulla Consip, la centrale acquisti dello Stato. Era Romeo a confidare il “costo” per l’apertura di quel “canale per arrivare al governo” a Marco Gasparri, il funzionario Consip suo amico,  ora accusato di corruzione.
 Come racconta il Corriere dell Sera, quei soldi sarebbero stati destinati a Carlo Russol’imprenditore toscano indagato per traffico d’influenze insieme al Tiziano Renzi, il padre di Matteo.

tiziano renzi luca lotti tiziano renzi luca lotti 

Renzi senior e Russo sono accusati di essersi mossi per favorire Romeo nell’assegnazione di alcuni lotti del mega appalto da 2.7 miliardi di euro della Consip. Ed è lo stesso Romeo a parlare di quei 70 mila euro versati a Russo, in una conversazione intercettata dai carabinieri del Noe. Solo una delle intercettazioni agli atti dell’inchiesta condotta dal procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo e dal sostituto Mario Palazzi.

MATTEO RENZI E TULLIO DEL SETTE MATTEO RENZI E TULLIO DEL SETTE 

Gli elementi raccolti fino ad ora hanno portato gli inquirenti ad indagare anche su Russo e Renzi senior, con il primo che avrebbe chiesto denaro a Romeo anche a nome del secondo. Chiave di volte dell’indagine dei pm, oltre ai “pizzini” con iniziali e cifre trovati nella spazzatura dell’ufficio dell’imprenditore – compreso quello con scritto “30 mila euro al mese T.”– sono i colloqui intercettati tra Romeo e Italo Bocchino, l’ex deputato di Futuro e Libertà ora diventato suo collaboratore.
In un dialogo del gennaio 2016 i due parlano anche di  Lotti, che in quel momento è sottosegretario alla presidenza del Consiglio. “Romeo – annotano gli investigatori – riferisce quello che Luca Lotti avrebbe detto all’omino e che potrebbe identificarsi in Carlo Russo, riguardo la mancata assegnazione di bandi di gara a Romeo: Non mi strappo i capelli se perde Romeo, così ha detto Lotti all’omino”.

Bocchino e la Began Bocchino e la Began 

Poi, a febbraio è Romeo a sottolineare sempre a Bocchino di avere pagato Russo, l’imprenditore amico della famiglia Renzi. L’ex leader di Fli, dunque, gli consiglia che “se dovesse pervenire una richiesta di denaro Romeo li dovrebbe sborsare”. L’imprenditore però non è d’accordo.

Bocchino e la Began Bocchino e la Began 

“Romeo – annotano sempre i carabinieri nei brogliacci riassuntivi delle intercettazioni – ricorda che Russo, dopo le elezioni regionali, verosimilmente in Toscana, gli avrebbe chiesto di saldare una fattura di 70, 80 mila euro di una ditta di catering il cui conto è in sospeso e che pare Romeo abbia saldato a fronte di alcune entrature che probabilmente non hanno dato i frutti sperati. E proprio perché pare che Romeo non sia rimasto pienamente soddisfatto, nel caso Russo chiedesse altri soldi ‘ce lo mando…”

ALFREDO ROMEO CON ROSETTA IERVOLINO ALFREDO ROMEO CON ROSETTA IERVOLINO 

Secondo il quotidiano di via Solferino, però, i rapporti tra Romeo e Russo diventano in seguito molto stretti. Nel decreto di perquisizione che la settimana scorsa ha portato al sequestro dei pizzini di Romeo – considerati il “libro mastro delle tangenti” dell’imprenditore – i pm parlano genericamente di intercettazioni “con faccendieri e facilitatori nel corso dei quali si fa riferimento a fittizi contratti di consulenza pianificando l’emissione di fatture per prestazioni inesistenti”.
Si riferiscono a Russo? Di certo c’è che l’imprenditore nelle conversazioni assicura Romeo di aver sembra informato Tiziano Renzi delle loro discussioni. Se si tratta di millantato credito o meno sarà il padre dell’ex premier a doverlo spiegare nell’interrogatorio con i pm di piazzale Clodio in programma la prossima settimana.

Tiziano Renzi indagato a Roma sugli appalti Consip: è accusato di concorso in traffico di influenze

Tiziano Renzi indagato a Roma sugli appalti Consip: è accusato di concorso in traffico di influenze

Giustizia & Impunità

 

L’inchiesta della Procura capitolina è uno stralcio di quella napoletana, svelata il 21 dicembre in esclusiva da Marco Lillo sul Fatto Quotidiano. Il padre dell’ex premier: “Ammetto la mia ignoranza ma prima di stamattina neanche conoscevo l’esistenza di questo reato che comunque non ho commesso essendo la mia condotta assolutamente trasparente come i magistrati – cui va tutto il mio rispetto – potranno verificare”

 

Tiziano Renzi, padre dell’ex presidente del consiglio Matteo Renzi, è indagato dalla Procura di Roma nell’inchiesta sugli appalti Consip, la centrale acquisti della pubblica amministrazione. L’accusa nei suoi confronti è concorso in traffico di influenze. L’inchiesta romana è uno stralcio di quella aperta a Napoli e svelata il 21 dicembre in esclusiva da Marco Lillo sul Fatto Quotidiano. Si tratta dello stesso procedimento (inviato a Roma per competenza territoriale) in cui è indagato il ministro dello Sport Luca Lotti, accusato a sua volta di rivelazione di segreto e favoreggiamento al pari del generale dei carabinieri Tullio Del Sette e il comandante della Legione Toscana dei carabinieri, il generale Emanuele Saltalamacchia.
Il padre del segretario del Pd ha ricevuto oggi un invito a comparire nel quale si ipotizza il reato a suo carico. I magistrati di piazzale Clodio intendono sentirlo a breve, già la prossima settimana. La notifica è arrivata a Renzi senior alle ore 13 a Scandicci, come confermato dall’avvocato Federico Bagattini, legale di Tiziano Renzi. “Il fatto è totalmente incomprensibile – ha detto il difensore – perché nell’atto è riportato solo il numero della norma violata. Prenderemo contatto con il pm per capire quali sarebbero i fatti contestati”.

Anche il diretto interessato ha detto la sua circa l’iscrizione nel registro degli indagati: “Ammetto la mia ignoranza ma prima di stamattina neanche conoscevo l’esistenza di questo reato – ha detto Tiziano Renzi – che comunque non ho commesso essendo la mia condotta assolutamente trasparente come i magistrati, a cui va tutto il mio rispetto, potranno verificare. I miei nipoti sono già passati da una vicenda simile tre anni fa – ha aggiunto – e devono sapere che il loro nonno è una persona perbene: il mio unico pensiero in queste ore è per loro”.
Il reato di traffico di influenze, contestato al padre dell’ex premier in concorso con altri, è stato introdotto nel codice penale nel 2012: mira a colpire anche il mediatore di un accordo corruttivo al fine di prevenire la corruzione stessa. Il ruolo del padre del segretario Pd ha attirato le attenzioni dei magistrati poiché strettamente collegato a quello del suo vecchio amico Carlo Russo, un imprenditore toscano molto vicino ad Alfredo Romeo, protagonista principale dell’inchiesta della Procura partenopea.

Il primo a commentare la notizia è il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio del M5s, che su twitter scrive: “Padre di Renzi e suo braccio destro Lotti indagati in inchiesta Consip. Renzi era a conoscenza del traffico di informazioni? #Renzisapeva?”. Dello stesso tenore il commento del capogruppo M5s Vincenzo Caso. “L’inchiesta Consip – dice – che riguarda una commessa miliardaria si conferma un caso giudiziario da approfondire, su cui è necessaria la massima attenzione di tutta l’opinione pubblica. Bisogna accendere un faro sulla vicenda”.
Nell’indagine, che di fatto viene coordinata da due Procure, il focus principale degli inquirenti è rivolto alla gara d’appalto, bandita nel 2014, denominata Fm4 (facility management) del valore di 2,7 miliardi di euro e che era stato suddiviso in una serie di lotti.  I magistrati capitolini intendono approfondire i rapporti tra il padre dell’ex premier e l’imprenditore Russo, in contatto con Romeo. Agli atti dell’indagine anche decine di intercettazioni telefoniche acquisite nel filone napoletano dell’inchiesta tra Romeo e l’ex deputato Italo Bocchino, “consulente” dell’imprenditore.
Per l’inchiesta Consip, nel dicembre scorso, dopo aver ricevuto gli atti da Napoli, i pm capitolini hanno ascoltato il ministro dello Sport Lotti e il comandante generale dell’Arma, Del Sette. Entrambi hanno respinto le accuse, sostenendo di non aver mai rivelato ai vertici di Consip l’esistenza di indagini. In particolare Lotti, interrogato il 27 dicembre scorso, ha affermato di “non avere mai saputo nulla di indagini” relative alla Consip. Riferendosi all’amministratore delegato della società, Luigi Marroni, che sentito come persona informata sui fatti dai magistrati di Napoli aveva fatto il nome dell’allora sottosegretario, Lotti ha detto di “non frequentarlo” e di “averlo visto solo due volte nell’ultimo anno”.

L’amico di Tiziano, il Giglio Magico e la gara da 2,7 mld

Scandicci-Napoli – Il legame tra il padre dell’ex premier Renzi e l’imprenditore toscano vicino all’inquisito Alfredo Romeo
L’amico di Tiziano, il Giglio Magico e la gara da 2,7 mld

C’è un’inchiesta napoletana sulla corruzione di un dirigente della Consip, Marco Gasparri, da parte dell’immobiliarista Alfredo Romeo che fa tremare i palazzi romani. Non ci sono ancora altri indagati ma gli accertamenti in corso promettono riverberi sul Giglio Magico, cioè sui personaggi che, per ragioni familiari o politiche, fanno parte del cerchio più ristretto ed esclusivo che circonda il segretario del Pd Matteo Renzi.
L’indagine ieri è arrivata nel palazzo della prima stazione appaltante italiana: la Consip, la società del ministero dell’Economia che ogni anno compra dai privati, previa gara, beni e servizi da mettere a disposizione di tutte le pubbliche amministrazioni per un totale di 40 miliardi. Sono stati acquisiti documenti negli uffici dell’amministratore delegato, Luigi Marroni, 59 anni, nato a Castelnuovo Berardenga, nominato dal governo nel 2015 dopo la vittoria di Enrico Rossi in Regione Toscana, quando si è capito che il candidato alla segreteria del Pd in chiave anti-Renzi non lo avrebbe riconfermato come assessore alla salute. Marroni è stato dirigente dell’azienda sanitaria di Firenze per otto anni e da giugno 2012 era assessore alla Sanità in regione. La sua è stata una delle nomine più importanti dell’era renziana. Marroni ha un rapporto stretto con il ministro Luca Lotti e con quel Filippo Vannoni che oggi dirige la municipalizzata del servizio idrico Publiacqua.
Ieri i carabinieri del Noe di Roma e i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Napoli sono entrati nel suo ufficio nel palazzo di via Isonzo dove ha sede la Consip su delega dei pm Henry John WoodcockCelestina Carrano e Enrica Parascandolo. Gli indagati sono solo Romeo e Gasparri ma l’inchiesta è molto ampia. Decolla dopo il referendum che ha spaccato l’Italia consegnando il biglietto di ritorno verso Pontassieve al Matteo nazionale.
A rendere questa indagine interessante non è solo l’entità dell’appalto ma anche i legami dei soggetti che interessano gli investigatori. Romeo ha rapporti con un imprenditore di Scandicci che si occupava anche di distribuzione di farmaci a domicilio, Carlo Russo, 33 anni, e – secondo quanto risulta al Fatto – Russo è a sua volta in stretti rapporti con Tiziano Renzi con il quale condivide la passione religiosa e i pellegrinaggi a Medjugorje.
Anche l’amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, ha rapporti con Tiziano Renzi. Sono rapporti che non c’entrano direttamente con il reato contestato dai pm napoletani a Romeo e Gasparri ma indubbiamente potrebbero imbarazzare il padre di Renzi e di riflesso l’ex premier nel momento in cui gli investigatori si interessano di Consip.
Romeo al momento è accusato solo di avere corrotto il funzionario della Consip Marco Gasparri, a capo della direzione che si occupa delle gare per l’acquisto dei servizi per tutte le amministrazioni. Il funzionario si sarebbe messo a disposizione di Romeo per aiutarlo a vincere le gare. Il rapporto tra i due emerge già nel 2007 in una telefonata, irrilevante dal punto di vista penale, dell’indagine della Procura di Napoli che portò all’arresto di Romeo nel 2008. Molti anni dopo la sua ingiusta detenzione Romeo fu assolto dalla Cassazione e, a maggior ragione, in questa indagine si impone la massima cautela.
Nel mirino dei pm c’è l’appalto più grande d’Europa: Fm4, cioé facility management, la gara indetta nel 2014 da Consip per l’affidamento dei servizi gestionali degli uffici, delle università e dei centri di ricerca della Pubblica amministrazione. La convenzione vale 2 miliardi e 700 milioni di euro per una durata complessiva di 36 mesi e corrisponde all’11,5 per cento della spesa annua della Pubblica amministrazione. L’appalto è diviso in lotti e non è ancora stato aggiudicato, ma Romeo è a un passo dalla vittoria, insieme ad altri, in tre lotti.
Il 16 dicembre in gran segreto il manager Gasparri viene interrogato dai pm alla presenza del suo avvocato Alessandro Diddi. Il verbale è secretato per i suoi contenuti delicati. Non si parla solo di Fm4. Gasparri si dilunga anche sull’influenza dei politici sulle nomine in Consip, a partire da Marroni, e sulla gestione degli appalti da parte della società.
Appena quattro giorni dopo, i pm napoletani inviano finanzieri e carabinieri negli uffici di Marroni. Nel 2014, la stampa parlò a lungo dei contributi, registrati e leciti, della società di Alfredo Romeo alla Fondazione Big Bang di Matteo Renzi. Ora il rapporto tra Romeo e la famiglia Renzi potrebbe tornare di attualità per i rapporti con l’amico comune Carlo Russo. E non per i pellegrinaggi a Medjugorje.

Appalti Consip, anche Luca Lotti è indagato. E l’inchiesta passa a Pignatone

Favoreggiamento e rivelazione di segreto contestati al braccio destro di Renzi La caccia alle cimici ha allertato gli investigatori. Inquisito pure Saltalamacchia

Luca Lotti è indagato per rivelazione di segreto e favoreggiamento nell’ambito dell’indagine avviata dalla Procura di Napoli sulla corruzione in Consip. Il fascicolo contenente le ipotesi di reato sulle fughe di notizie è stato stralciato dal filone principale sulla corruzione (che vede indagati Alfredo Romeo e il dirigente della Consip Marco Gasparri) ed è finito a Roma per competenza territoriale. A decidere il destino dell’uomo più vicino al segretario del Pd ora sarà il procuratore Giuseppe Pignatone.
Il braccio destro di Renzi, già sottosegretario alla Presidenza del consiglio, attuale ministro allo sport e aspirante alla delega sui servizi segreti con Gentiloni, è indagato a seguito delle dichiarazioni del suo amico Luigi Marroni. L’ex assessore alla sanità della Regione Toscana, promosso da Renzi a capo della Consip, nel suo esame come persona informata dei fatti, ha tirato in ballo anche il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, comandante della Legione Toscana, indagato per le stesse ipotesi di reato.
A far partire gli accertamenti che hanno portato a indagare tre persone, oltre a Lotti e Saltalamacchia c’è anche il comandante generale dell’Arma dei carabinieri Tullio Del Sette, è stata una bonifica contro le microspie. L’amministratore della Consip, la centrale acquisti della pubblica amministrazione italiana, Luigi Marroni, poche settimane fa incarica una società di rimuovere eventuali cimici dai suoi uffici. La caccia va a segno. Le microspie vengono rimosse, Marroni e compagni azionano mentalmente il rewind, cercano di pensare a discorsi, incontri e parole dette.
Martedì i carabinieri del Noe e i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Napoli entrano in via Isonzo per acquisire i documenti in Consip per l’inchiesta relativa al più grande appalto in corso in Europa, il facility management 4, una torta enorme da 2,7 miliardi di euro divisa in lotti, tre dei quali prossimi a finire anche alle società di Alfredo Romeo. Lo stesso giorno i pm Henry John Woodcock, Celeste Carrano ed Enrica Parascandolo sentono a sommarie informazioni anche l’ad Marroni: all’inizio minimizza, ma quando intuisce che i pm potrebbero avere elementi precisi, grazie a pedinamenti e intercettazioni ambientali, fa i nomi.
Dice di avere saputo dell’indagine dal presidente di Consip Luigi Ferrara che a sua volta era stato informato dal comandante Tullio Del Sette. Poi aggiunge altri nomi. I più importanti sono Lotti e il generale Emanuele Saltalamacchia, suoi amici. Entrambi lo avrebbero messo in guardia dall’indagine che ora si scopre essere imbarazzante per Tiziano Renzi. Entrambi sono amici di Matteo Renzi. Entrambi sono indagati. Sembra difficile immaginare una corsa a chi avvertiva la Consip dell’indagine. Stiamo parlando del comandante e di uno dei generali più stimati del Corpo, oltre che del sottosegretario più vicino all’ex premier, l’uomo incaricato di tenere per lui i rapporti più delicati con le forze di polizia. Sembra davvero difficile immaginarli intenti a svelare il segreto di un’indagine. Però la bonifica c’è stata ed è andata a segno.
L’indagine richiederà alla Procura di Roma estrema cautela. Il ministro Luca Lotti alla specifica domanda: “Ha mai parlato dell’esistenza di un’indagine su Consip con Marroni?”, ci ha risposto con un secco: “No”. Il comandante della Legione Toscana Emanuele Saltalamacchia (già in corsa per diventare numero due dei Servizi segreti Aisi, stimato da Renzi che lo ha conosciuto da sindaco quando era comandante provinciale a Firenze), contattato dal Fatto, non rilascia commenti. Dando per scontata la medesima risposta (“nessuna soffiata”) si pone un bivio logico.
Marroni potrebbe anche avere travisato le frasi dei suoi interlocutori o potrebbe ricordare male. Come si spiega, però, il suo ritrovamento delle cimici dopo i colloqui con gli amici toscani? In questa storia le cose sono due: o Marroni ha capito male ed è stato molto “fortunato” a pescare le cimici o qualcuno mente.
In questa seconda ipotesi la domanda a cui dovrà rispondere il procuratore Pignatone è: perché tante persone così vicine a Renzi erano così allarmate per l’indagine sulla Consip? L’ipotizzato favoreggiamento di Lotti e dei carabinieri chi voleva favorire?
L’indagine che potrebbe essere stata danneggiata dalle presunte soffiate vede al centro Alfredo Romeo, imprenditore napoletano, finanziatore nel 2012, con contributi leciti, della Fondazione di Matteo Renzi. L’inchiesta però riguarda anche, in posizione molto più defilata, un imprenditore 33enne di Scandicci di nome Carlo Russo. Russo, secondo quanto risulta al Fatto, è in stretti rapporti con Romeo e ha incontrato sia l’amministratore di Consip Luigi Marroni sia Tiziano Renzi. Proprio il suo ottimo rapporto con il babbo dell’allora premier potrebbe avere indotto l’amministratore di Consip a incontrarlo.
Tiziano Renzi non è indagato. Luca Lotti e compagni sono innocenti fino a prova contraria. Però resta una domanda: Marroni è amico dei Renzi, padre e figlio; perché l’amministrazione di una società nominato dal governo Renzi dovrebbe accusare gli amici di Matteo Renzi di avergli rivelato l’esistenza di un’indagine nelle cui carte potrebbero esserci elementi imbarazzanti su Tiziano Renzi? Anche a questa domanda dovranno rispondere i pm romani.

Appalti Consip, il verbale dell’amico dell’ex premier: “Anche Renzi sapeva dell’indagine”

Non c’è pace a Rignano. Filippo Vannoni, il presidente di Publiacqua fa il nome dell’ex presidente del Consiglio ai pm di Napoli: “Matteo sapeva dell’esistenza dell’inchiesta”

 

Anche Matteo Renzi sapeva dell’indagine segreta (si fa per dire) sulla Consip, la centrale di acquisto della Pubblica amministrazione. A tirare in ballo il segretario del Pd nella fuga di notizie che fa tremare il governo non è un funzionario amico del M5s o un burocrate con simpatie per Bersani e Speranza. Bensì un renziano a 24 carati: Filippo Vannoni, presidente di Publiacqua. Il testimone che fa il nome dell’ex premier davanti ai pm di Napoli è presidente della municipalizzata dell’acqua di Firenze e di altri 45 Comuni dei dintorni, perché scelto nel 2013 proprio da Matteo Renzi e confermato da Dario Nardella nel 2015. Prima di dedicarci a Vannoni cerchiamo di capire perché ci poteva essere tanto interesse tra Roma e Rignano su un’indagine lontana. A Napoli i pm Henry John Woodcock, Enrica Parascandalo e Celeste Carrano indagano da mesi sugli appalti della società Consip, cento per cento del Tesoro, incaricata di fare acquisti per sette miliardi all’anno per tutte le pubbliche amministrazioni.
Indagati per corruzione nell’esercizio delle funzioni (articolo 318 c.p.) sono Alfredo Romeo e Marco Gasparri, funzionario di Consip che si occupa delle gare per le forniture. I pm indagano anche sul più grande appalto d’Europa: 2,7 miliardi di euro suddivisi in decine di lotti, tre dei quali potrebbero finire anche alle società di Alfredo Romeo, in passato finanziatore legalmente della Fondazione Big Bang di Renzi ma soprattutto in rapporti con un amico di Tiziano Renzi: Carlo Russo.
Martedì 20 dicembre gli investigatori napoletani entrano nella sede Consip a Roma e acquisiscono i documenti sulla mega-gara. Poi sentono l’amministratore Luigi Marroni per chiarirsi un dubbio: prima della loro visita sapeva già dell’indagine tanto da far bonificare gli uffici dalle microspie, trovandole. Messo all’angolo dai pm che lo sentono come persona informata dei fatti, obbligato a dire la verità, nonché consapevole di essere stato ascoltato e pedinato, Marroni fa i nomi di chi gli avrebbe svelato l’esistenza dell’indagine: il presidente della Consip Ferrara, che lo aveva saputo – a suo dire – dal comandante dei carabinieri, Tullio Del Sette; poi il ministro Luca Lotti e il comandante dei carabinieri della Toscana Emanuele Saltalamacchia. Ferrara, sentito a ruota dai pm sminuisce il ruolo di Del Sette ma il comandante finisce comunque indagato con Lotti e Saltalamacchia per favoreggiamento e rivelazione di segreto. Il fascicolo finisce a Roma per competenza. Del Sette, sentito il 23 dicembre con grande cortesia istituzionale dal pm Mario Palazzi, nega. A rendere delicata la fuga di notizie istituzionale è il fatto che il padre dell’allora premier, Tiziano Renzi, pur non essendo indagato, è citato più volte nelle carte dell’indagine di Napoli. Tra i soggetti coinvolti nell’indagine su Romeo e compagni c’è poi un amico dei genitori di Matteo Renzi: l’imprenditore Carlo Russo, 33 anni di Scandicci.
Secondo il Tg La7, la signora Laura Bovoli, mamma di Matteo, sarebbe stata sua madrina di battesimo. Comunque Russo è in ottimi rapporti con il padre Tiziano con il quale condivide la passione dei pellegrinaggi a Medjugorje. Inoltre, al Fatto risulta una circostanza molto più importante: è proprio grazie ai buoni uffici di Tiziano Renzi che Carlo Russo è entrato in buoni rapporti con Luigi Marroni, a sua volta in buoni rapporti con Tiziano Renzi. Insomma, proprio Russo per gli investigatori è la figura che potrebbe dare un senso a questa storia perché in rapporti da un lato con Romeo, dall’altro con Marroni di Consip e da ultimo con Tiziano Renzi. Inoltre, secondo il quotidiano La Verità (vedi articolo senza smentita del 6 novembre) il padre di Renzi era terrorizzato per un’indagine di Napoli. Ora si scopre che, secondo quanto detto da Vannoni ai pm, anche il figlio, allora premier, sapeva dell’indagine sulla Consip. Le fughe di notizie sembrano sempre più pezzi di un puzzle a forma di Giglio Magico. Ricapitoliamo. Secondo Marroni, l’amministratore scelto da Renzi avrebbe saputo dell’indagine grazie al comandante dell’Arma scelto dal governo Renzi, al comandante della Toscana, amico di Renzi e al ministro braccio destro di Renzi. Uno spiffero, in questa bufera di soffiate, secondo La Verità, è arrivato all’orecchio del babbo di Renzi. Ora, secondo quanto detto da Vannoni ai pm, un altro spiffero sarebbe arrivato all’orecchio del figlio che allora era premier.
Urge un chiarimento in famiglia su queste soffiate, magari approfittando delle feste natalizie a Rignano. Anche perché il nuovo testimone è ancora più imbarazzante e interno al giro di Marroni. Filippo Vannoni è un renziano di ferro. Presidente di Publiacqua, già presidente del collegio sindacale della municipalizzata Sas, che si occupa di strade, è il marito di Lucia De Siervo, già capo di gabinetto di Renzi sindaco, ora direttore delle Attività economiche del Comune di Firenze con Nardella.
Vannoni è stato sentito a Napoli mercoledì scorso perché il giorno prima davanti agli stessi pm l’amministratore della Consip Marroni aveva citato anche lui, oltre a Lotti, e ai due generali, come fonte delle notizie sull’indagine. Marroni, ingegnere con un passato nel gruppo Fiat, promosso a capo della principale stazione appaltante italiana da Renzi è il punto debole del segretario del Pd in questa storia. Nonostante sia alto quasi due metri, con 59 anni e una carriera alle spalle che lo ha portato a essere vicepresident governance di Cnh a Chicago, Marroni martedì scorso si è trovato di fronte a una cosa più grande di lui. Quando gli è stato chiesto, sotto giuramento, perché avesse fatto fare la bonifica contro le microspie, non ha ceduto all’istinto di protezione dei suoi amici toscani. Così ha tirato in ballo anche il nome di Vannoni, che spesso sta a Roma perché nominato nel dicembre del 2015 come componente del Nucleo tecnico per il coordinamento della politica economica dal ministero dell’Economia.
Convocato d’urgenza di fronte ai pm, il presidente di Publiacqua, come tutti quelli chiamati in causa da Marroni, ha ricordato in termini molto più vaghi le circostanze riferite con precisione dall’Ad di Consip. Da quel che risulta al Fatto però ha messo a verbale anche lui i due nomi più pesanti. Per Vannoni, dell’inchiesta sulla Consip erano a conoscenza i massimi livelli del governo. Non solo il sottosegretario Luca Lotti ma, anche se in termini meno precisi e più vaghi, anche il premier Matteo Renzi. Il nome di Renzi jr entrerà in questa inchiesta non come indagato ma al massimo come persona informata dei fatti, se i pm di Roma decidessero di convocarlo. Le parole del boy scout Filippo Vannoni in fondo potrebbero far sorgere un dubbio nelle menti degli investigatori. Se il boy scout Matteo Renzi sapeva dell’indagine Consip, come spiega il boy scout Vannoni, forse sarebbe il caso di domandarsi: chi disse al boy scout Tiziano Renzidell’esistenza della stessa indagine? Chissà cosa dicono in materia le regole degli scout.
(Il Fatto ha provato a contattare per telefono e via sms sia Filippo Vannoni che – in tarda serata – Matteo Renzi per avere una loro versione dei fatti, ma non è riuscito ad ottenere risposta).

Consip, tra i sodali “di Romeo c’è l’amico di papà Renzi”

Scandalo Consip – Il ruolo di Carlo Russo, 33enne di Scandicci, nelle relazioni pericolose tra l’imprenditore napoletano e il padre dell’ex premier

L’amico della famiglia Renzi, l’imprenditore di Scandicci Carlo Russo, andava a parlare di operazioni che mescolano politica e affari privati con Alfredo Romeo mentre era intercettato dai carabinieri del Noe su delega della Procura di Napoli. Il 33enne molto legato a Tiziano Renzi, che è stato il padrino di battesimo del suo secondo figlio, ha proposto all’imprenditore Alfredo Romeo di salvare l’Unità. Non solo. In conversazioni su altre questioni, Russo e Romeo avrebbero discusso di pagamenti all’estero di consulenze che nascondevano, per gli investigatori, vere “tangenti”. Accuse da provare e probabilmente penalmente irrilevanti perché Russo e Romeo avrebbe solo prospettato questo disegno nelle conversazioni. Il disegno però non si è mai realizzato. E probabilmente non ha aiutato a passare dalle parole ai fatti la colossale fuga di notizie sull’indagine che ha tagliato le gambe ai pm e ha avvertito in tempo quasi reale gli intercettati.
Il comandante generale Tullio Del Sette, il comandante della Toscana, Emanuele Saltalamacchia e il ministro Luca Lotti sono indagati perché sarebbero andati a rivelare l’esistenza delle indagini sugli appalti Consip ai vertici della società pubblica che fa le gare per tutte le pubbliche amministrazioni, con il risultato che l’amministratore di Consip ha trovato e rimosso le cimici piazzate nei suoi uffici. Anche Tiziano Renzi, secondo La Verità avrebbe saputo di un’indagine di Napoli, da novembre almeno.
Ora si scopre cosa bolliva nella pentola degli investigatori poco prima. In un passaggio del decreto di perquisizione dei pm napoletani di mercoledì scorso a proposito di Alfredo Romeo si legge: “Appaiono illuminanti alcuni passaggi delle numerose conversazioni intercettate all’interno del suo ufficio, intrattenute da Romeo in particolare con uno dei faccendieri/facilitatori suoi visitatori abituali nel corso delle quali si fa espresso riferimento – scrivono i pm – alla prospettiva di stipulare fittizi contratti di consulenza pianificando dunque, la emissione e la utilizzazione di fatture relative a prestazioni inesistenti, da utilizzare per ‘mascherare’ il pagamento di vere e proprie tangentierogate da Romeo per le consuete finalità, tutto ciò pianificando l’utilizzo strumentale di società estere, e in particolare di una società inglese, pure nella disponibilità dello stesso Romeo e dei suoi familiari”.
Il faccendiere che – secondo i pm – avrebbe prospettato pagamenti di consulenze con l’uso strumentale di una società inglese di Romeo, è proprio Carlo Russo. Ieri abbiamo contattato l’amico dei Renzi per sapere la sua versione ma ci ha risposto picche.
Non si trattava – a detta degli investigatori – di un’opera meritoria verso le famiglie dei giornalisti che rischiano il posto in caso di chiusura del giornale né di generosità verso il Pd e i soci privati, Guido Stefanelli e Massimo Pessina, che hanno iniettato 2,8 milioni di euro nell’Unità Srl sotto forma di finanziamenti soci con una perdita dell’ultimo bilancio che sfiora i due milioni di euro.
Secondo i pm infatti Romeo avrebbe discusso delle ragioni del suo interessamento alle questioni editoriali (non solo L’Unità ma anche altre testate) con l’amico ed ex deputato Italo Bocchino. L’ipotesi di acquisto delle quote del giornale fondato da Antonio Gramsci nella mente e nei colloqui dell’imprenditore decolla nell’autunno scorso per i pm solo per “compiacere i rappresentanti della cosa pubblica”.
I pm di Napoli Henry John Woodcock e Celeste Carrano non scoprono le loro carte nel decreto di perquisizione che ieri ha portato i Carabinieri del Noe negli uffici di Romeo alla ricerca di documenti ma Il Fatto è in grado di raccontare alcuni retroscena di questa strana trattativa. Nel settembre del 2016, proprio quando l’assemblea dei soci dell’Unità prende atto della situazione drammatica dei conti, Carlo Russo discute con Romeo della possibilità dell’acquisto-salvataggio dell’Unità da parte dell’imprenditore.
Ieri abbiamo cercato di contattare il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi (che non è membro del cda dell’Unità come erroneamente abbiamo scritto ieri) per avere la sua versione su un eventuale interessamento di Romeo o di Russo per le sorti della società e del giornale ma ci ha risposto che non vuole parlarci. Secondo Bonifazi abbiamo scritto che lo abbiamo cercato mentre il telefonino da noi usato (un 349…) non è mai stato suo, come invece a noi risultava. Gli abbiamo detto che siamo a disposizione quando vuole per ospitare la sua versione.
Alfredo Romeo, va detto, quando Carlo Russo lo incontra e gli parla dell’Unità era un imprenditore senza pendenze, assolto da tutte le accuse che nel 2009 lo avevano portato ingiustamente in carcere per la storia della gara del global service del Comune di Napoli.
Nessuno – tanto meno Carlo Russo – sapeva che fosse indagato di nuovo per corruzione e altro dalla Procura di Napoli. Russo è amico anche della mamma di Renzi, Laura Bovoli, con la quale condivide la passione per i pellegrinaggi a Medju Gorje. La trattativa dell’Unità e tutti i discorsi fatti con Romeo potrebbero essere solo millanterie. A rendere imbarazzante il tutto è il fatto che Romeo voleva essere aiutato dai renziani nella gara della Consip FM4 cioé quella per la gestione di tutti gli immobili della pubblica amministrazione, l’appalto più grande d’Europa. Come Il Fatto ha già raccontato, alla fine Romeo è riuscito ad arrivare davanti a tutti in tre lotti pari a 609 milioni di euro. Ora attende l’aggiudicazione.

“SPIFFERAVA AL CLAN RENZI SU INDAGINI IN CORSO”: INDAGATO IL CAPO DEI CARABINIERI! IL GENERALONE RACCONTAVA TUTTO AL CLAN DEI FIORENTINI

Il comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette è indagato per favoreggiamento e rivelazione del segreto istruttorio nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti Consip che lambisce il cosiddetto ‘Giglio Magico’ e il padre del leader del Pd, Tiziano Renzi, che non è indagato ma il cui nome è tirato in ballo nelle carte. L’accelerazione dell’inchiesta dei pm di Napoli Henry John WoodcockEnrica Parascandolo e Celeste Carrano c’è stata nella notte di martedì 20 dicembre.
Come abbiamo raccontato ieri, a Napoli l’imprenditore Alfredo Romeo è indagato con l’accusa di avere corrotto un alto dirigente della Consip, Marco Gasparri. Al centro degli accertamenti dei pm c’è l’appalto cosiddetto FM4, la mega-gara di facility management, bandita nel 2014 e suddivisa in molti lotti, tre dei quali potrebbero essere aggiudicati alla società di Alfredo Romeo insieme ad altre. Le forniture pluriennali di tutti gli uffici delle pubbliche amministrazioni e delle università italiane valgono 2,7 miliardi di euro, pari a più dell’11 per cento della spesa pubblica nel settore. Il 16 dicembre, i pm sentono Gasparri alla presenza del suo avvocato Alessandro Diddi.

Ovviamente, vista la carica rivestita e vista la presenza di versioni diverse e da verificare, la presunzione di innocenza deve essere garantita. A maggior ragione a un comandante generale dell’Arma. Però questa storia presenta alcune anomalie. Alfredo Romeo è in rapporti molto stretti con Carlo Russo, un 33enne imprenditore di Scandicci, vicino a Firenze, a sua volta in rapporti con Tiziano Renzi.
La fuga di notizie ha danneggiato l’indagine proprio quando Russo si profilava all’orizzonte. Pochi mesi dopo la presunta ‘dritta’ del comandante Del Sette ai vertici Consip, a Rignano sull’Arno, patria dei Renzi, succede qualcosa di strano secondo un articolo de La Verità. Giacomo Amadori il 6 novembre sul giornale diretto da Maurizio Belpietro scrive: “Babbo Renzi è agitato per un’inchiesta di una Procura del Sud … dovrebbe essere Napoli”. Poi il racconto che gli amici più stretti di Tiziano a Rignano gli avrebbero confidato che se fosse uscita la notizia prima del 4 dicembre, Matteo avrebbe perso il referendum. Cosa poi riuscita a Matteo senza l’aiuto del padre. Renzi senior sa dell’indagine e si comporta di conseguenza. La Verità spiega: “Chiede all’ospite di turno di lasciare il cellulare all’ingresso della casa di Rignano e poi prende la strada bianca che conduce nel bosco dove confida tutte le sue preoccupazioni. L’inchiesta – prosegue l’articolo – ruoterebbe intorno a una vicenda del tutto nuova”. Poi, solo nel sottotitolo: “L’inchiesta riguarda una vicenda in cui è coinvolto un personaggio in rapporti con babbo Renzi che si giustifica: l’avrò visto una volta sola”. Il personaggio somiglia a Carlo Russo, l’imprenditore che condivide con Renzi senior la passione per i pellegrinaggi e che ha contatti con Romeo.
La soffiata a Roma ha avuto un effetto a Rignano? E chi andava in giro a svelare notizie riservate voleva favorire e salvare solo la Consip o qualcun altro? A queste domande dovrà rispondere la Procura di Napoli. O quella di Roma se, come appare probabile, il fascicolo sarà trasferito per ragioni di competenza territoriale.

Lorenzo Sarri – 23 dicembre 2016    

Sembra confermarsi un annus horribilis per Renzi e la sua cerchia questo 2016 che si avvia verso la conclusione. Dopo la sconfitta al referendum costituzionale e le subitanee dimissioni del premier, rapidamente sostituito dal Conte Gentiloni allo scopo di tappare la ferita, nuove tempeste si profilano all’orizzonte. L’ennesima “grana” arriva dalla città partenopea, e più precisamente dal suo Palazzo di Giustizia. Già da qualche mese, infatti, i pubblici ministeri Henry John Woodcock, Enrica Parascandolo e Celeste Carrano, coordinati dal Procuratore aggiunto Dott. Enzo Beatrice, stavano indagando sulla CONSIP (CONcessionaria Servizi Informativi Pubblici), società di interesse pubblico totalmente controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, che funge da centrale acquisti per la Pubblica Amministrazione, ossia si occupa di affidare a privati le commesse pubbliche organizzando gare d’appalto.

In effetti la CONSIP era già finita nel mirino di Antitrust e ANAC di Raffaele Cantone nel maggio scorso, circa assegnazioni senza gara o sospetti di gare truccate per forniture scolastiche in diverse regioni. Fatto sta che la società pubblica in discorso, nel 2014, bandisce una mega gara d’appalto di facility management, suddivisa in più lotti. Si tratta in concreto di forniture pluriennali a università e pubbliche amministrazioni italiane, per un valore totale di circa 2,7 milioni di Euro. Ora, tre di questi lotti se li aggiudicano società che fanno capo all’Avvocato casertano Alfredo Romeo, attivo soprattutto nel campo dell’immobiliare e dei servizi, già finito nelle grinfie della giustizia partenopea ai tempi dell’inchiesta Global Service del 2008: si trattava anche allora di una vicenda di appalti truccati e di presunta associazione a delinquere che portò in carcere alcuni assessori del Comune di Napoli e lo stesso Romeo (furono poi però tutti assolti in Cassazione).

Ecco che a distanza di nove anni Romeo torna nell’occhio del ciclone, poiché Woodcock e i colleghi lo iscrivono di nuovo al registro degli indagati, ipotizzando stavolta il reato di corruzione, in quanto l’avvocato avrebbe offerto somme consistenti di danaro in contanti a Marco Gasparri, alto dirigente CONSIP  (per la precisione Direttore Sourcing Servizi e Utility), a cui pure si contesta il medesimo reato, in cambio dell’assegnazione degli appalti  in questione alle sue società. Effettivamente già da tempo i PM monitoravano le attività delle imprese del gruppo Romeo, e dunque avevano disposto una serie di intercettazioni ambientali facendo innestare dai loro tecnici il virus c.d. Trojan sul cellulare di Romeo e di altri indagati. Tale attività di indagine dura cinque lunghi mesi e porta alla perquisizione dell’abitazione e degli uffici di Gasparri, e alla sua incriminazione, come si accennava sopra. In cambio di presunte tangenti, il dirigente CONSIP avrebbe fornito notizie riservate che avrebbero favorito la formazione di cartelli di imprese, con bandi cuciti su misura, afferma il “Corriere della Sera”.
Già nelle indagini collegate sul c.d. Sistema Romeo, un filone delle quali è quella su CONSIP, sono emersi molti nomi eccellenti: l’ex politico di Alleanza Nazionale Italo Bocchino (ora consulente delle aziende di Romeo, non indagato), ma anche lo stesso ex Presidente del Consiglio Renzi – a torto o a ragione l’imprenditore Guido Esposito, uomo di Romeo, intercettato si dice sicuro dell’intervento dell’allora premier per aggiudicarsi l’appalto delle pulizie al Policlinico Cardarelli di Napoli – e Luca Lotti, membro eccellente del Giglio Magico che si sarebbe intrattenuto a pranzo con lo stesso Renzi ed appunto Esposito, alla vigilia delle elezioni regionali campane del 2015, e sarebbe stato in rapporti assai cordiali con lo stesso Romeo. Insomma, fatti e circostanze certamente privi al momento di qualsiasi rilevanza penale, ma che qualcosa certamente dicono riguardo a una certa qual contiguità e socializzazione tra ambienti del Partito Democratico e una certa imprenditorialità spesso – a torto o a ragione – nel mirino della Giustizia.
Luca Lotti, ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel Governo Renzi, ora Ministro per lo Sport

 Certo, la diffusione di tali intercettazioni avrà forse causato qualche mal di pancia ai renziani. Ma c’è – purtroppo per loro – ben di più: lo scorso 16 dicembre, a seguito della perquisizione e dell’avviso di garanzia, Marco Gasparri viene naturalmente sentito dai pubblici ministeri alla presenza del suo legale. Egli spiega i suoi rapporti con Romeo e si inoltra nell’illustrare le pressioni della politica nell’attività della CONSIP. A seguito di ciò, gli inquirenti hanno sentito come persona informata dei fatti l’amministratore delegato di CONSIP, Luigi Marroni (nominato da Renzi) e ciò avrebbe notevolmente preoccupato Palazzo Chigi. Ebbene, come scrive Marco Lillo su “Il Fatto Quotidiano”, Marroni avrebbe richiesto a una società specializzata la “bonifica” (ossia l’eliminazione di eventuali cimici o altri dispositivi idonei ad intercettare conversazioni) degli uffici nella sede romana della società pubblica in discorso. A detta del Presidente, dott. Luigi Ferrara, a informarlo che era in corso un’indagine su Alfredo Romeo sarebbe stato il Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Gen. Tullio Del Sette, ex capo di gabinetto del Ministro della Difesa Roberta Pinotti. In seguito a ciò il militare è stato iscritto nel registro degli indagati, accusato di favoreggiamento e rivelazione di segreto istruttorio. La rivelazione sarebbe avvenuta però – e ciò è estremamente interessante – al momento in cui nell’inchiesta sugli appalti CONSIP si stava profilando un ruolo importante per Carlo Russo, giovane titolare della CR Consulenze con sede a Scandicci. Spiega Marco Lillo:

Come è andata? Marroni incarica nelle scorse settimane una società privata di effettuare la bonifica degli uffici della Consip. Non è una cosa usuale. Nell’indagine è coinvolto un personaggio non comune. Si chiama Carlo Russo, 33 anni, imprenditore di Scandicci, amico di Tiziano Renzi e in ottimi rapporti con l’imprenditore Alfredo Romeo, accusato di corruzione per i suoi rapporti con Consip. Russo è un tipo che ama parlare del suo rapporto con Tiziano Renzi e con la moglie Laura. Sarebbe interessante capire se ci sono rapporti triangolari tra Tiziano Renzi, Carlo Russo e Alfredo Romeo. Ma l’ipotesi probabilmente non potrà avere riscontro dalle microspie in Consip che sono state neutralizzate dalla soffiata.

Non è la prima volta che il nome del padre dell’ex premier, Tiziano Renzi, imprenditore, da agosto scorso segretario del PD di Rignano sull’Arno, roccaforte e paese d’origine della famiglia, si trova coinvolto in indagini giudiziarie. Solo quest’estate è arrivata per lui l’archiviazione circa l’indagine che lo vedeva accusato di bancarotta fraudolenta nel quadro del fallimento della società di distribuzione editoriale Chil Post, dichiarato nel 2013. Così come, all’inizio dell’anno, era stato seppur marginalmente sfiorato dalla penosa – specie per i correntisti – vicenda di Banca Etruria. Eppure, la possibile entrata di Russo, molto amico di Renzi senior, nell’inchiesta CONSIP napoletana, pare aver molto innervosito quest’ultimo, come aveva anticipato Giacomo Amadori già il 6 novembre scorso su La Verità. Secondo il giornalista, Tiziano Renzi temeva che l’uscita della notizia prima del 4 dicembre avrebbe fatto perdere il referendum al figlio– circostanza comunque verificatasi per ragioni indipendenti – e addirittura chiederebbe agli ospiti che vanno a trovarlo di lasciare il cellulare dentro casa e di appartarsi con lui in un bosco vicino per parlare: segno che teme di avere cimici in casa, e che dunque sa qualcosa dell’inchiesta in corso. Difficile dire se la fonte di queste informazioni sia anche per lui il generale Del Sette. In ogni caso la fuga (o le fughe) di notizie renderanno certo molto difficile alla Procura di Roma – che probabilmente rivendicherà la propria competenza territoriale – accertare un eventuale rapporto trigono tra Alfredo Romeo, Carlo Russo e Tiziano Renzi, che però viste anche le contromisure prese dagli interessati sembra non essere troppo peregrino.
Tiziano Renzi, padre dell'ex premier Matteo Renzi

Se la verità processuale è chiaramente ancora lontana, e del resto non può negarsi agli indagati la presunzione di innocenza, nemmeno possono negarsi alcune considerazioni finali. E’ necessario fare caso al fatto che, se questo apparentemente diffuso malaffare che coinvolgerebbe importanti membri del Giglio Magico e dello stesso entourage familiare di Matteo Renzi si è ormai diffuso su scala nazionale, tanto che suoi sodali vengono attenzionati dalla procura napoletana, le sue radici profonde sono sicuramente altrove. E precisamente in terra toscana, dove il Partito Democratico sostanzialmente ha un potere incontrastato dal secondo dopoguerra. Prima PCI, poi PDS, poi DS e ora PD, è riuscito prima a incorporare (con “l’Ulivo” prodiano) gran parte della DC che doveva fungere da opposizione – ma in queste plaghe lo scontro politico è raramente stato aspro – e contemporaneamente a portare il suo elettorato praticamente intatto da un ortodosso comunismo filosovietico negli anni ’50 all’attuale renzismo. Ciò probabilmente anche grazie a uno stretto intreccio con cooperative rosse e bianche (trasformatesi da cooperative di consumo ai supermercati “Coop” approfittando anche delle agevolazioni fiscali previste dalla legge), Arciconfraternita della Misericordia, clero “progressista” e banche locali. E non si pensi che ciò sia iniziato con Renzi: ben precedenti sono i rapporti del PD fiorentino con la famiglia Ligresti (Renzi divenne sindaco proprio promettendo di “rottamare” tale classe politica) o alla nomina di Mussari a MPS, uomo molto vicino a D’Alema. Insomma, la mancata alternanza e alternativa hanno portato alla creazione progressiva del “sistema PD” in Toscana: viene quindi da pensare che all’elettorato più che alla magistratura spetti il compito ora di sanzionarlo pesantemente.

Entro fine mese il Comune deve sistemare infopoint, cartellonistica e bagni chimici

Entro fine mese il Comune deve sistemare infopoint, cartellonistica e bagni chimici

Il premio lo ha avuto, la Bandiera Blu, ma deve dimostrare di meritarselo. E Latina deve fare in fretta. Docce e e bagni chimici ancora non installati, discese al mare impervie e trasandate (per usare un eufemismo), . Entro otto giorni il Comune dovrà dimostrare alla Fee Italia di aver fatto tutti “i compiti” previsti nel programma Bandiera Blu che ha portato la città a ottenere il quarto vessillo consecutivo che certifica qualità delle acque e dei servizi sul litorale. Paradossale ma vero, un meccanismo che rischia mandare tutto all’aria. Le migliorie vanno documentate. Tutto quello che rientra nei criteri richiesti va messo in pratica entro la fine di giugno con tanto di rilievi fotografici che l’ente deve produrre, pena l’esclusione dal programma: l’infopoint a Capo Portiere, le informazioni sulla qualità delle acque e le mappe delle spiagge ma soprattutto l’installazione di bagni chimici e docce, la sistemazione delle discese al mare, il servizio di salvataggio e la raccolta differenziata. Se negli ultimi due casi, per raccolta rifiuti e servizio di salvataggio, in calcio d’angolo ci si è attrezzati e ci sono i bidoni della Latina ambiente e sono attive le 8 postazioni per le spiagge libere, per gli altri criteri considerati “imperativi” il Comune a meno che non sia dotato di macchina per fermare il tempo difficilmente potrà rientrare nei dettami temporali imposti e rischia una sonora bocciatura. E se non arriverà alla sospensione del riconoscimento potrebbe incorrere ad una penalizzazione che graverà sul prossimo anno. Ma bandiera blu a parte sono soprattutto gli utenti a lamentarsi dello stato del litorale, mai eccelso a dir la verità ma quest’anno gravato da ritardi su più fronti (una situazione simile a quella che si verificò l’anno che si insediò Barbato con docce e passerelle sistemate a metà estate mentre tutto fu fatto in ordine lo scorso anno prima dell’insediamento di Coletta). Sul fronte della gara di docce e bagni chimici sembra che si navighi ancora in altissimo mare con il rischio di un disagio igienico sanitario forte soprattutto per i malcapitati che decidono di passare una giornata al mare sul lato Rio Martino, senza bagni chimici e docce e in assenza di strutture ristoro, con discese al mare messe male e non attrezzate per disabili e con i bagnini rimasti a presidiare il nulla. Sul fronte degli altri adempimenti della bandiera blu l’ufficio ambiente sconta alcuni ritardi ma assicura che le disposizioni per l’affidamento per punti informativi e cartellonistica sono state date: bisogna solo attendere. Per le passerelle invece c’è in corso una gara da 25mila euro: dopo l’invito di dieci operatori ha risposto solo la ditta Saggese di Nocera Inferiore e ora si stanno verificando tutti i requisiti: ci vorrà luglio inoltrato

Frosinone – Coppia del furto: arrestato il marito denunciata la moglie

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Frosinone – Ennesimo arresto per droga. In manette insospettabile casalinga

Frosinone – Ennesimo arresto per droga. In manette insospettabile casalinga 60enne che gestiva un market “stupefacente”

l governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti

l governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha presentato presso la Prefettura di Frosinone i progetti “Lazio Sicuro” e “Comuni sicuri” ai sindaci dei comuni al di sopra dei 10.000 abitanti. Presente anche il Prefetto del capoluogo ciociaro, Emilia Zarrilli. Il progetto “Lazio Sicuro” aumenterà i fondi a disposizione delle forze dell’ordine, quello “Comuni sicuri” stanzierà fondi per un milione e ottocentomila euro per impianti di videosorveglianza e altre misure di sicurezza.

Queste alcune delle dichiarazioni rilasciate da Zingaretti a margine dell’evento: “Il controllo del territorio passa anche e soprattutto dalla prevenzione, perciò vogliamo essere vicini ai Comuni e dare loro una mano, perché il tema della sicurezza è un grande problema avvertito dai cittadini. Avere più strade videosorvegliate è un segnale che diamo ai cittadini, poi saranno i sindaci, la Prefettura e le forze dell’ordine a decidere come e con quali caratteristiche”.

Zingaretti, impegnato in un “tour” delle Prefetture delle cinque province laziali per presentare i due progetti, si recherà poi alla Casa della Salute di Ferentino, dove è in programma l’inaugurazione.

Crack, cocaina e hashish pronti per essere spacciati: arrestato un 26enne albanese

Trovato in possesso di crack, cocaina e hashish: arrestato un giovane albanese. Nel pomeriggio del 25 luglio scorso a Ferentino i Carabinieri della locale Stazione, nel corso di uno specifico servizio di contrasto alla vendita ed al consumo di sostanze stupefacenti, traevano in arresto un 26enne di nazionalità albanese. I militari operanti, dopo servizi di osservazione, controllo e pedinamento, sorprendevano il predetto mentre vendeva due dosi di sostanza stupefacente tipo crack ad un giovane del luogo che confermava l’attività delittuosa in atto.

Nel corso della successiva perquisizione domiciliare venivano rinvenuti circa 15 grammi di sostanza stupefacente (cocaina, hashish e crack, la maggior parte della quale già suddivisa in dosi), vario materiale per il taglio e il confezionamento, nonché una somma di denaro contante ritenuto provento di attività illecita, tutto sottoposto a sequestro. L’arrestato veniva trattenuto presso le camere di sicurezza della Compagnia di Anagni in attesa del rito direttissimo disposto dall’Autorità Giudiziaria.

Libia: Gentiloni, valutiamo uso navi contro trafficanti

“L’incontro di oggi è di particolare importanza perché avviene all’indomani di quello di Parigi che l’Italia sia augura produca risultati importanti nelle prossime settimane e nei prossimi mesi”. Lo ha detto il premier Paolo Gentiloni in una conferenza stampa a Palazzo Chigi con il premier libico Fayez al-Sarraj.

“Non sarà un percorso semplice ma siamo fiduciosi che lavorando tutti insieme si possano ottener risultati. Voglio ringraziare la Francia e Macron che a questo incontro ha lavorato con impegno personale”. “Se si fanno passi avanti in Libia il primo tra i paesi europei a esserne felice è l’Italia”.

“Lavoriamo contro i trafficanti assieme alle autorità libiche, centrali, locali”, ha detto il premier italiano. “Un paio d’ore fa ne ho parlato con la Merkel che mi ha confermato l’impegno della Germania a sostenere le iniziative italiane per il contrasto al traffico di essere umani e alla cooperazione italo-libica”, ha aggiunto.

“Sarraj mi ha indirizzato alcuni giorni fa una lettera nella quale si chiede al governo italiano un sostegno tecnico con unità navali al contrasto del traffico di esseri umani. La richiesta è all’esame del nostro ministero della Difesa”. “Le decisioni che prenderemo verranno valutate d’intesa con la Libia e, innanzitutto, con il Parlamento. Ma devo essere molto chiaro che questa richiesta può rappresentare un punto di novità molto importante nella lotta” ai trafficanti in Libia.

Sarraj, controllare coste e frontiera sud Libia – Per contrastare il traffico di esseri umani occorre controllare non solo le coste della Libia, ma anche la frontiera Sud “per far sì che gli sfollati tornino nel loro Paese”. Lo ha detto il premier libico Fayez al-Sarraj al termine dell’incontro con il premier Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi. “Per quanto riguarda gli sforzi che facciamo per contrastare l’immigrazione clandestina – ha detto – troveremo difficoltà ma vogliamo far sì che questi sforzi camminino di pari passo a quelli politici. Ringrazio l’Italia per gli sforzi fatto insieme alla nostra Guardia Costiera, vogliamo che la nostra Guardia costiera riesca a bloccare l’immigrazione e dobbiamo avere la tecnologia per il controllo delle coste. Occorrono anche sforzi per il controllo delle frontiere Sud della Libia per fare in modo che gli sfollati tornino nel loro Paese”, ha concluso.

Avramopoulos, 7.873 ricollocamenti da Italia – A giugno il ritmo delle ‘relocation’ dei migranti nell’Ue ha raggiunto livelli record con mille trasferimenti dall’Italia e oltre duemila dalla Grecia. Lo spiega il commissario europeo alla Migrazione Dimitris Avramopoulos. Secondo i dati, i ricollocamenti effettuati ad oggi, sono in totale 24.676, di questi 16,803 dalla Grecia e 7.873 dall’Italia.

Ungheria, inaccettabili pressioni Corte Ue – La richiesta dell’avvocato generale della Corte Ue di respingere i ricorsi dell’Ungheria e della Slovacchia contro i ricollocamenti da Italia e Grecia “è un’ulteriore pressione da parte delle istituzioni Ue per obbligarci di accogliere migranti che non vogliamo”. Lo ha detto il ministro degli esteri ungherese Peter Szijjarto, secondo cui Budapest non accetterà una eventuale sentenza di condanna in quanto viola la legge Ue. “Nessun Trattato può revocare il diritto delle nazioni a decidere chi accogliere o meno sul proprio territorio” ha detto.

BERLINGUER, L’INFLAZIONE E LA DEFORMAZIONE NELL’ATTRIBUZIONE DELLE RESPONSABILITA’  

BERLINGUER, L’INFLAZIONE E LA DEFORMAZIONE NELL’ATTRIBUZIONE DELLE RESPONSABILITA’
 

1. Nel 1976, Berlinguer sull’Unità, rilascia un’intervista il cui passaggio fondamentale è la notoria locuzione che l’inflazione colpisce sempre e per primi i ceti più poveri:
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lim bo @theBsaint
Ma avete mai sentito Berlinguer raccontare quella che “l’inflazione è la più iniqua delle imposte”? Come la racconta lui! (L’Unità ’76)

03:34 – 25 Jul 2017

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2. Berlinguer era in effetti un po’ troppo pessimista; come abbiamo più volte visto (qui, p.1), all’inizio degli anni ’80, Giavazzi e Spaventa, nell’analizzare l’uscita italiana dalla crisi di c.d. stagflazione, alla fine degli anni ’70, parlavano di una ripresa molto più brillante che negli altri paesi:
“Senza misure supply-side, comunque, l’inflazione sarebbe stata, al meglio, neutrale: grazie (però) a un sistema fiscale non indicizzato (ndr; in Italia: cioè grazie al fiscal drag che appesantiva de facto la tassazione sulle persone fisiche, su redditi aumentati in termini solo nominali, in presenza di inflazione), l’inflazione fornì le entrate per finanziare i sussidi alle imprese che permisero allo stesso tempo un recupero dei profitti e lo stimolo alla domanda proveniente da un deprezzamento reale. Il costo della conseguente disinflazione furono bassi precisamente perché  l’inflazione e la svalutazione della moneta avevano spinto i livelli di profitto dell’industria. Questo paper sviluppa una comparazione specifica con l’esperienza del Regno Unito (cioè col sistema di tagli dell’intervento pubblico e di liberalizzazioni e privatizzazioni della Thatcher) che prese le mosse da condizioni molto simili a quelle italiane.

Argomentiamo che il successo della stabilizzazione italiana, e il suo evidente risultato superiore paragonato a quello britannico, sia dipeso in modo cruciale dal tempismo e dalla sequenza delle politiche poste in essere: facendo innalzare i margini di profitto e forzando l’aggiustamento solo successivamente a ciò, l’Italia non dovette subir l’ondata di chiusura di impianti osservata in UK.

Tanto che ammettevano “nonostante l’indicizzazione salariale, l’inflazione costituì un efficace strumento di politica economica e la disinflazione risultò relativamente indolore”.

 

3. Indolore, rispetto ai livelli di disoccupazione e al livello della spesa pubblica e del debito rispetto al PIL (sempre qui, pp.1-3). Ciò che invece, Berlinguer mirava a limitare sollevando, poco dopo, la questione morale – contro ogni clientelismo e in favore de “l’economia aperta”, suscitando la ormai celebre reazione di Federico Caffè che, nel “Processo a Berlinguer” (1982), stigmatizzò il “frequente indulgere al ricatto allarmistico dell’inflazione, con apparentesottovalutazione delle frustrazioni e delle tragedie ben più gravi della disoccupazione, costituiscono orientamenti che, seguiti da una forza progressista come quella del Partito comunista, anche se in modo occasionale e non univoco, possono contribuire ad allontanare, anziché facilitare, le incisive modifiche di fondo che sono indispensabili al nostro paese”.
Ancor prima, Caffè (nel “fatidico” 1978), aveva contrastato l’idea dell’inflazione come la “più iniqua delle imposte” con un articolo il cui titolo oggi sarebbe più che mai attualissimo: “La vera emergenza non è il “populismo” ma una normalizzazione di tipo moderato”. Vi riporto il passaggio fondamentale perché accosta la posizione di Berlinguer a quella di Hayek: e siamo nel 1978 (!):
“La riscoperta del mercato, che non è fenomeno esclusivamente italiano anche se nel nostro paese ha trovato conturbanti consensi perfino nelle forze politicamente progressiste, lascia sconcertati, in quanto appare immune da ogni ripensamento critico che sia frutto della imponente documentazione teorica ed empirica disponibile sui fallimenti del mercato: dalla sua incapacità di tutelare efficacemente il consumatore che dovrebbe esserne il sovrano, al suo assoggettamento alle forze che dovrebbero dipendere dalle sue indicazioni, al riconoscimento delle carenze che esso manifesta nella segnalazione di esigenze vitali,  ma non paganti, della collettività.

I propositi di programmazione, d’altro canto, non si discostano ancora oggi dall’antica riserva mentale, di stampo einaudiano, che esorcizzava, a suo tempo, lo stesso termine di piano, sfumandolo in quello più blando di schema, o svuotandolo di una connotazione specifica, in quanto “tutti fanno piani”.

Questo arretramento culturale si traduce, fatalmente, in una deformazione nell’attribuzione delle responsabilità di una situazione che si conviene definire meramente di emergenza.

Che di arretramento culturale si tratti non dipende meramente dal ritorno all’antico: il ricupero di idee del passato che siano state a torto trascurate o che non siano state adeguatamente comprese a tempo debito, risulta generalmente valido.

Ma allorché Hayek ha, del tutto recentemente, scritto che “la causa della disoccupazione risiede in una deviazione dai prezzi e dai salari di equilibrio che si stabilirebbero automaticamente, in presenza di un mercato libero e di una moneta stabile”, si è di fronte non a una fruttuosa rielaborazione di idee che abbiano radici lontane, ma all’ennesima attestazione dell’atteggiamento del ritorno retrivo di chi non ha saputo niente apprendere e niente dimenticare.

L’informazione maggiormente in grado di influenzare l’opinione pubblica, i messaggi delle persone in posizione di potere e di responsabilità non differiscono da questa, in fondo patetica, incapacità di studiosi indubbiamente eminenti, come Hayek, di riconsiderare in modo nuovo antichi convincimenti”.

4. E quanto “antico” è questo convincimento che l’inflazione sia la più iniqua delle imposte a carico dei (soli) poveri?
Ne troviamo traccia (traiamo dallo studio di Clara Mattei) già nella Conferenza di Genova del 1922, – promossa dalla FED con i banchieri centrali (e non), chiamati a indicare le soluzioni alla crisi di stabilità monetaria e finanziaria (inevitabilmente) susseguente alla prima guerra mondiale, che metteva in pericolo la restituzione soddisfacente delle linee di credito concesse ai paesi indebitatisi con la guerra (tra cui l’Italia) e poi costretti, dalla svalutazione, ad accrescere il debito estero conseguente alle indispensabili importazioni. Specie importazioni alimentari per i paesi agricoli, e non ancora industrializzati, che avevano dovuto mobilitare i contadini come soldati, e non riorganizzarono tempestivamente una produzione agricola auto-sufficiente, e né disponevano di una produzione di beni industriali idonea a sostenere senza danni finanziari e monetari, gli scambi con l’estero.

4.1. Lo vediamo, in particolare, nella Resolution III (qui p.7), che indica il legame genetico tra gold standard e banche centrali indipendenti:
“L’inflazione è una “modalità di tassazione non-scientifica e dissennata” (v. qui, pensiero ripreso da Einaudi, in “addendum”) che produce costi della vita più elevati e consequente “malessere del lavoro”.
“In secondo luogo le banche, in particolare le banche di emissione, devono essere indipendenti dalla pressione politica al fine di agire esclusivamente “entro le linee di una finanza prudente”(Resolution III, 28).
Più specificamente, i tassi di interesse devono salire al fine di restringere il volume del credito disponibile. Invero, “se il saggio controllo del credito porta al denaro “caro”, questo risultato aiuterà di per sè a promuovere l’economia” (Resolution VII, 29). La commissione è consapevole che queste misure accrescono il costo della restituzione del debito flottante.
Tuttavia afferma:
“non vediamo ragioni del perché la comunità nella sua capacità collettiva (cioè i Governi) dovrebbero essere soggetti a qualcosa di meno della normale misura di restrizione del credito che riguarda i membri individuali della comunità”  (Resolution IV, 28).”
Cioè lo Stato deve mettersi in mano ai mercati finanziari: lo sappiamo benissimo che il senso dell’indipendenza delle banche centrali è questo, ma le conferme fan sempre piacere.
Ovviamente “a  Brussels si è già concordi sul fatto che “E’ altamente desiderabile che i paesi che hanno deviato da un effettivo gold standard debbano ritornare ad esso,” [Resolution VIII, 19].”

 

5. L’originaria formulazione parla semplicemente di “malessere del lavoro” non di “iniquità verso l’orfano e la vedova”: la formula è elittica, perché in realtà allude alle rivendicazioni salariali dei lavoratori che si manifestavano in quel dopoguerra, una volta ottenuto il traumatico (per ESSI) diritto di sciopero (o, almeno, la cessazione della sua illiceità penale e repressione militar-poliziesca), .
Oltretutto, quei lavoratori – inclusi i poliziotti e i militari che, secondo il “vecchio” schema ante-guerra, avrebbero dovuto essere utilizzati nella repressione degli scioperi (dettaglio storico-sociologico da non trascurare)-, erano in gran parte reduci dal massacro della grande guerra e, a fronte di un drastico “taglio” della forza lavoro (sterminata a milioni da gas e mitragliatrici), avevano imparato ad organizzarsi in sindacati che erano sempre più forti, con un’autoorganizzazione che si rifletteva anche nella rappresentanza politica consentita dal suffragio universale (al tempo, ai suoi “esordi”).
Ebbene, il contrasto a queste rivendicazioni fu teorizzato in nome del gold standard e delle banche centrali indipendenti e proprio l’accanimento in questo pensiero unico legittimò, appunto, l’avvento in Italia del fascismo e ogni altra deriva autoritaria nel resto d’Europa.
La realizzazione TINA di questo “mondo ideale” giustificò poi l’autoritarismo ben visto e finanziato da ambienti finanziari anglosassoni – come ci testimonia direttamente Benjamin Strong, presidente della Fed e laudatore dell’efficienza del fascismo nel 1927- e industriali, come ci testimonia Basso (qui, p.3).
Con buona pace della ricostruzione di Berlinguer che “salta” qualche fondamentale passaggio nell’attribuire all’inflazione la generazione “autonoma” del fascismo, ignorando il decisivo “intervento di (ben precise) forze sociali” indicato da Basso.

 

6. Ma la invocazione berlingueriana pare più connessa alla successiva narrazione di Einaudi (che pure, di suo, elogiò con toni partecipativi l’ascesa del fascismo), operata nel 1944.
Questa presa di posizione di Einaudi è perfettamente allineata con le conclusioni delle Conferenze degli anni ’20, che include nelle sue premesse ideologico-economiche “naturali” e che, comunque, inserisce anche  in questo famoso passo; ma che vengono abilmente paludate di quella veste morale “preoccupata” dei più deboli, che, evidentemente, dovette poi suggestionare Berlinguer. Da notare che, in una non casuale anticipazione, la versione einaudiana era inserita in uno scritto sui “problemi economici della federazione europea” (!):
“Il vantaggio del sistema [di una moneta unica europea] non sarebbe solo di conteggio e di comodità nei pagamenti e nelle transazioni interstatali. Per quanto altissimo, il vantaggio sarebbe piccolo in confronto di un altro, di pregio di gran lunga superiore, che è l’abolizione della sovranità dei singoli stati in materia monetaria.
Chi ricorda il malo uso che molti stati avevano fatto e fanno del diritto di battere moneta non può avere dubbio rispetto alla urgenza di togliere ad essi cosiffatto diritto.
Esso si è ridotto in sostanza al diritto di falsificare la moneta (Dante li avrebbe messi tutti nel suo inferno codesti moderni reggitori di stati e di banche, insieme con maestro Adamo) e cioè al diritto di imporre ai popoli la peggiore delle imposte, peggiore perché inavvertita, gravante assai più sui poveri che sui ricchi, cagione di arricchimento per i pochi e di impoverimento per i più, lievito di malcontento per ogni classe contro ogni altra classe sociale e di disordine sociale.
La svalutazione della lira italiana e del marco tedesco, che rovinò le classi medie e rese malcontente le classi operaie fu una delle cause da cui nacquero le bande di disoccupati intellettuali e di facinorosi che diedero il potere ai dittatori.
Se la federazione europea toglierà ai singoli stati federati la possibilità di far fronte alle opere pubbliche col gemere il torchio dei biglietti, e li costringerà a provvedere unicamente colle imposte e con i prestiti volontari, avrà, per ciò solo, compiuto opera grande.
Opera di democrazia sana ed efficace, perché i governanti degli stati federati non potranno più ingannare i popoli, col miraggio di opere compiute senza costo, grazie al miracolismo dei biglietti, ma dovranno, per ottenere consenso a nuove imposte o credito per nuovi prestiti, dimostrare di rendere servigi effettivi ai cittadini.” (L. Einaudi, I problemi economici della federazione europea, saggio scritto per il Movimento federalista europeo e pubblicato nelle Nuove edizioni di Capolago, Lugano, 1944 ora in La guerra e l’unità europea, Milano, Edizioni di Comunità, 1950, pagg. 81-82).”

 

7. Con il che il cerchio si chiude, sicché una corretta memoria storica dovrebbe consentire, alla maggior parte degli italiani, di capire perché ci troviamo oggi in questa situazione.

Pubblicato da Quarantotto a 13:01 Invia tramite emailPostalo sul blogCondividi su TwitterCondividi su FacebookCondividi su Pinterest

19 commenti:

Flavio25 luglio 2017 14:42
Del pensiero dell’immenso Federico Caffè è molto significativo anche questo passo: “La vera emergenza non è nell’economia, il cui quadro è molto meno allarmante di quanto lo si prospetti con orchestrata ma deformante abilità; bensì nel tentativo di bloccare ancora una volta l’ascesa, necessariamente convulsa, dei ceti popolari, mediante una normalizzazione di tipo moderato.

 

Ma che il fastidio del tutto esplicito per le soluzioni non elitarie e l’artificiosa attribuzione della qualifica di “populismo” a ogni aspirazione di avanzamento sociale avvengano con la tacita acquiescenza delle forze politicamente progressiste è ciò che rende particolarmente amaro il periodo che viviamo…”. Il suo ricorso al “particulare” del Guicciardini è solo l’Extrema Ratio per chi, ieri come oggi, si riconosca nelle Sue lezioni…

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Luca Cellai25 luglio 2017 18:07
Federico Caffe’ evidentemente aveva delle remore a criticare con forza il PCI (come invece, col senno del poi, oggi sappiamo che avrebbe dovuto fare).

Il fatto che non volesse calcare la mano piu’ di tanto si percepisce in questo passaggio:

“…il frequente indulgere al ricatto allarmistico dell’inflazione, con apparente sottovalutazione delle frustrazioni e delle tragedie ben più gravi della disoccupazione, costituiscono orientamenti che, seguiti da una forza progressista come quella del Partito comunista, anche se in modo occasionale e non univoco, possono contribuire ad allontanare, anziché facilitare, le incisive modifiche di fondo che sono indispensabili al nostro paese.”

Detta cosi’ la critica di allora suona come un buffetto sulla guancia!

A Caffe’ era ben noto il pensiero di Keynes, cioe’ che l’inflazione non va solo vista come una tassa ma anche come uno strumento di incentivo alla produzione e di distribuzione della ricchezza.

Keynes osservava gia’ dagli anni venti che l’inflazione, specie in paesi con i lavoratori molto sindacalizzati (ed in Italia c’era pure la scala mobile!), favoriva la distribuzione della ricchezza prodotta verso imprenditori e lavoratori (in danno dei ‘rentier’).

L’aspettativa di un aumento dei prezzi porta infatti gli imprenditori ad anticipare la produzione, i lavoratori sindacalizzati a spuntare maggiori aumenti di paga ed in generale conduce ad un minimo di disoccupazione (mentre di converso i ‘rentier’ si vedono svalutare la rendita in quanto tutti i debiti – quota interessi e quota capitale – risultano svalutati in misura dell’inflazione).

Premesso quindi che, in condizioni di crescita normali, fissare una ‘inflazione fisiologica’ (diciamo 3-4% l’anno) corrisponde alla volonta’ politica di voler perseguire la piena occupazione e di voler favorire imprenditori e lavoratori nella spartizione della ricchezza prodotta ed ad incentivare la produzione della ricchezza stessa, l’inflazione svolge anche un altro importantissimo ruolo: funge da termometro.

L’eccesso di inflazione rispetto a quella programmata misura infatti l’eccesso di aumento della quota salari rispetto agli aumenti di produttivita’.

Credo che una critica a Berlinguer fatta in questo modo sarebbe stata immediatamente compresa dalla base del PCI e da tutti gli altri lavoratori e forse, dico forse, nel referendum del 1985 (un anno dopo la morte di Berlinguer) col ‘ciufolo’ che si sarebbe abrogata la scala mobile!

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Quarantotto25 luglio 2017 19:08
Ho forti dubbi che qualsiasi critica avrebbe potuto cambiare una linea politica, filo-€uropea, free-trade e ordoliberista (che poi emerse nella piena “confessione” di aver abbracciato la “terza via”).

Se ci fai caso, argomenti critici nel complesso analoghi a quelli da te suggeriti, sono esattamente contenuti nel paper linkato di Giavazzi e Spaventa; è del 1989, ma proprio tale datazione dimostra, a fortiori, che, prima ancora (cioè certamente alla fine degli anni ’70), questi e altri autorevoli economisti facessero criticamente presente l’erroneità dell’approccio deflattivo.

Quanto a Caffè, occorre tener conto del suo “stile” espositivo e dell’epoca in cui si esprime (con una genuina fede che dovette molto rimpiangere e che forse gli costò la vita): d’altra parte, se vogliamo, pur senza fare nomi, nel 1978, il suo articolo è anche più duro di quello del 1982.

Ma poi, argomento decisivo sulle motivazioni e intenzioni della svolta deflazionista e europeista fine anni ’70: è MAI POSSIBILE CHE I DIRIGENTI DEL PCI DI QUEGLI ANNI, così anagraficamente vicini alla fase Costituente, NON FOSSERO A CONOSCENZA DELLE RAGIONI CHE CONTRAPPOSERO TOGLIATTI A EINAUDI e potessero arrivare, così, inconsapevolmente, ad abbracciare la visione di quest’ultimo (praticamente alla lettera)?

“Qualcosa” era accaduto: e questo qualcosa non ammetteva meditazioni e critiche. Solo una ferrea realizzazione verso la conquista del potere di governo…

 

poggiopoggiolini25 luglio 2017 19:44
MAGNIFICO

“Qualcosa” era accaduto: e questo qualcosa non ammetteva meditazioni e critiche. Solo una ferrea realizzazione verso la conquista del potere di governo ..

My favourite communist

 

poggiopoggiolini25 luglio 2017 19:49
« Die rote Rosa nun auch verschwand.
Wo sie liegt, ist unbekannt.
Weil sie den Armen die Wahrheit gesagt
Haben die Reichen sie aus der Welt gejagt »
(B Brecht, 1919)
(

 

Guido Mepozzino Carica’26 luglio 2017 12:34
“Perché è essenziale il richiamo a Togliatti” di G. Napolitano da l’Unità 21 agosto 1981, in risposta alla nota intervista di Berlinguer su la Repubblica di Scalfari del 28 luglio 1981 sulla questione morale.

La nostra critica al modo d’essere, di far politica, di governare, di altri partiti, è animata da una preoccupazione vivissima per lo spazio che si è aperto a tendenze “nettamente reazionarie” – come le definiva Togliatti – rivolte a mettere sotto accusa e liquidare la funzione del partito politico, per sostituirvi “un sistema di gruppi di pressione”.
Dinanzi alle degenerazioni prodottesi nella vita pubblica, non ci limitiamo a sottolineare la nostra estraneità a quei fenomeni e a quei comportamenti, non ci chiudiamo in un’orgogliosa riaffermazione della nostra “diversità” ma intendiamo far leva sulle “peculiarità” del nostro partito per contribuire ad un corretto rilancio della funzione dei partiti in generale come elemento insostituibile di continuità nella vita democratica. E d’altra parte sappiamo che la crisi dei rapporti tra partiti e società, e la crisi della democrazia, non sono legate solo a fenomeni degenerativi, ma a processi e problemi assai complessi con cui il nostro partito fa fatica a misurarsi.
L’articolo Napolitano lo pubblicò appunto come risposta alla sortita berlingueriana (lo stesso Natta nei suoi diari la definì “una iniziativa personale, non concordata, non discussa nel partito in nessun organismo). A sua volta Berlinguer il 10 settembre 1981 convocò la direzione per processare Napolitano che accusato di aver corretto “una posizione presa dal segretario del Partito in una intervista. Ha portato un danno obiettivo al Partito nel momento della lotta contro altre forze. Ciò ha fatto crescere il disorientamento e il disagio. Nel partito c’è discussione, disagio. Fuori gli altri speculano”.
Se volete per intero l’intervento di Giorgio è al seguente link http://dellarepubblica.it.s3.amazonaws.com/Legislature/VIII%20-%20CRONOLOGIA/I-II-%20Spadolini-%20Aggiornamenti/unit%C3%A0-aggiornamenti-I-II-Spadolini/U-08-21-1981-Napolitano.pdf

 

Quarantotto26 luglio 2017 12:58
Appunto: “qualcosa” è sicuramente accaduto a cavallo tra gli anni 70 e gli ’80.
Il “contrordine compagni” necessitò di un periodo di assestamento (chiamarlo disorientamento e disagio” mi pare un pochino…riduttivo).

Ma poi si sono adeguati (einaudinizzati) alla grande.

 

Guido Mepozzino Carica’26 luglio 2017 13:25
Infatti. Ma che proprio Giorgio richiamasse Togliatti contro il Berlinguer che si sottometteva (e sottometteva il partito) a quello di Scalfari ed alle sue logiche reazionarie fa il paio con il precedente intervento alla Camera in occasione dell’adesione dell’Italia allo SME.
Tutti (incluso l’integerrimo Berlinguer) sapevano che il paradigma sarebbe cambiato è ognuno ambiva a divenire mosca cocchiera del cambiamento (dopo aver preso le distanze dall’altra Mosca tramite il famoso strappo).
Sul famoso viaggio di Napolitano in Usa nel 1978 vi segnalo il testo recente “Brigate Rosse dalle fabbriche alla campagna di primavera” di Clementi, Persichetti, Santalena, Derive approdi Vol 1″. E’ ricostruita l’intera vicenda. Come all’interno della Direzione del PCI in molti sgomitassero per essere invitati, dei tentativi reiterati di essere accolti a Villa taverna da parte di vari dirigenti PCI, come alla fine la spuntò Napolitano, come lo sblocco del suo visto fu perorato da Andreotti in persona, e come la direzione all’ultimo cercò di dissuadere Napolitano dal partire proprio in coincidenza del sequestro Moro.

 

 

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Francesco Maimone25 luglio 2017 19:55
Leggere il “Corso di scienze delle finanze” (1914) del Luigino nazionale provoca l’ulcera duodenale, ma è interessante perché L€uropa sembra averlo assunto paro paro come libro di testo.

Luigino è contrario al corso forzoso perché, “torchiando moneta”, si genera inflazzione (bontà sua). Ed allora, prima di spiegarci che cosa si intenda per “indipendenza finanziaria dello Stato”, ci propone questo pistolotto introduttivo:

“Una certa divisione di lavoro tra branchi pubblici e privati – Il motivo di prediligere i prestiti ad enti pubblici è l’opinione che ai prestiti ai privati provvedano le numerose banche private ed ai prestiti agli enti pubblici debba provvedere il pubblico banco … Si tratterebbe di una innocua ed opportuna divisione di lavoro tra le due specie di banche, ognuna delle quali, specializzandosi in un dato genere di operazioni, acquisterebbe in questa una particolare perizia e lavorerebbe a costi particolarmente bassi.

Nel quale ragionamento vi ha un fondo di vero. È opportuno che ogni banca si specializzi e conosca ottimamente la sua clientela, in guisa da evitare perdite e lucrare il massimo. Se questo, ossia il desiderio del massimo lucro e della minima perdita, fosse la ragione della specializzazione della cassa depositi nei mutui pubblici, nessuna osservazione vi sarebbe da fare.

Sebbene forse in tali condizioni la cassa non sarebbe la sola a coltivare il mercato dei prestiti pubblici; ché anche le banche private offrirebbero mutui al tasso corrente agli enti medesimi. Fu detto, ed anche qui vi è qualcosa di vero, che le banche private non conoscono gli impieghi in prestiti ad enti pubblici e non li curano anche quando potrebbero ricavarne frutto conveniente. E può darsi che oggi le banche, sapendo che esistono istituti pubblici, i quali fanno mutui ai comuni, alle provincie, ai consorzi, alle cooperative a tassi inferiori al corrente, non si curano di ricercare siffatta clientela. Sarebbe irragionevole pretenderlo. Sembra però improbabilissimo che le banche rifiutino imprestiti a chi li merita, sia questo un privato od un ente pubblico; od è assurdo che i banchieri, per spirito di classe e per solidarietà capitalistica, rifiutino mutui a comuni perché governanti da democratici o socialisti, od a cooperative composte di operai che danno il voto al deputato estremo.

Queste sono fole per i comizi popolari. Se un banchiere non fa un prestito ad un comune socialista, ciò accadrà perché è male amministrato, non perché socialista; e l’avrebbe negato anche se fosse stato in mano di conservatori. Sicurezza e frutto sufficiente: ecco le condizioni necessarie e bastevoli per far uscire i risparmi dagli scrigni più reazionari a favore degli impieghi più rivoluzionari. Gli uomini economici – di cui in terra i banchieri sono l’incarnazione più perfetta – fanno astrazione dalle idee e dai partiti politici. Il denaro non ha partito e corre dove l’interesse è più alto.

La ragione vera della specializzazione è un’altra: costruire un mercato chiuso pei prestiti pubblici, in guisa che questi si facciano ad un tasso minore del corrente colla sola cassa depositi e prestiti, fatta desiderosa di ridurre al minimo i proprii guadagni. E poiché noi sappiamo che questa ambizione è insensata e si può conseguire solo tenendo all’oscuro i contribuenti intorno alla realtà delle cose e confondendo le menti col suono vanno di parola prive di significato, così possiamo concludere non trattarsi di vera specializzazione tecnica ed economica, conseguita con servizi realmente migliori e più a buon mercato, ma di specializzazione politica, OPPORTUNA A TENER SOGGETTI I POPOLI”. (segue)

 

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Francesco Maimone25 luglio 2017 19:58
Einaudi, quando parla di quella che dovrebbe essere la sovranità monetaria dello Stato, riesce persino ad essere ironico:

“Finalmente e massimamente si udì una dottrina nuovissima intorno ai rapporti fra Stato e banchieri, la quale, quando fu recentemente proferita, venne accolta con gran plauso. Parve invero nuovissima solo a chi s’era dimenticato che quella dottrina era grandemente famigliare ai feudatari medioevali ed ai signorotti del 400 e 500, i quali amavano l’indipendenza finanziaria che essi si procacciavano battendo moneta falsa e si dilettavano assai più nel far rosolare a lento fuoco sulla graticola ebrei, caorsini e lombardi che nel pagar loro i convenuti interessi; e s’era dimenticato altresì che questi metodi «geniali» di conquistare l’indipendenza finanziaria ai principi erano stati causa precipua del rialzo del tasso dell’interesse in quei tempi.

Le quali disavventure essendo oramai remotissime, ben fecero gli uomini nuovi a plaudire come una rivelazione le parole di chi proclamò essere necessario allo Stato rendersi indipendente, per i proprii prestiti, dal mercato finanziario e dai banchieri; essere opportuno che lo Stato possegga organismi proprii per invitare a sé il risparmio nazionale, sottraendolo alla necessità di chiedere prestiti ai banchieri nazionali e sovratutto stranieri; essere pericoloso alla indipendenza dello Stato dover ricorrere alla banca privata, sottomettendo l’interesse pubblico a non confessabili interessi privati.

Talché l’ideale di una finanza democratica dovrebbe essere quello di una perfetta autonomia e creditizia: lo Stato provveduto di prestiti, a basso tasso d’interesse, direttamente dai risparmiatori attraverso istituti pubblici di depositi a risparmio, di assicurazione e di previdenza, incaricati di assorbire la massima parte dei risparmi nuovi del paese…”.

E quindi, l’indipendenza finanziaria dello Stato in cosa consiste e soprattutto come si ottiene?

“… Che la indipendenza dello Stato dalla cosidetta alta finanza, ossia dalle banche e dai banchieri, presso cui è cumulata la maggior parte dei depositi disponibili per prestiti, sia opportuna e necessaria è verità incontroversa. Essa equivale a dire che vi debba essere per lo Stato, il quale cerca prestiti, libertà di scegliere il momento più opportuno, il luogo più conveniente ed il mutuante disposto a FARE IL PRESTITO AL MINIMO PREZZO CORRENTE SUL MERCATO. NON PARE CHE L’INDIPENDENZA FINANZIARIA VOGLIA DIRE ALTRA COSA. Il prezzo normale del risparmio si stabilisce sul mercato in condizioni di perfetta concorrenza nell’ipotesi che mutuanti e mutuatari siano ugualmente forti l’uno in confronto all’altro…

Dunque è certo per l’indipendenza dello Stato da banche e banchieri, intesa nel senso di promuovere il verificarsi di condizioni in cui lo Stato sia sicuro di ottenere prestiti al tasso normale corrente di interesse, è cosa desiderabilissima. Ma come s’ottiene? La risposta non può essere che una sola: CON LA BUONA FINANZA ORDINARIA. (segue)

 

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Francesco Maimone25 luglio 2017 20:01
Se i governanti di uno Stato sanno istituire e conservare un corretto sistema tributario, un sistema cioè che ripartisca le imposte in modo da non danneggiare la produzione del nuovo risparmio, capitalistico e personale, e perciò soddisfi alle esigenze dei contribuenti, secondo il criterio da essi immaginato vero di giustizia; se essi sanno col provento di queste imposte soddifare ai servizi pubblici, che dalla generalità sono ritenuti necessari ed utili, colla massima economia; se essi in passato hanno provveduto a non contrarre debiti se non per spese veramente straordinarie: se quindi il carico degli interessi non è sentito penosamente dai contribuenti, e sempre ad esso si poté soddisfare con puntualità e correttezza, grandissime ai creditori; SE DA ANNI IL BILANCIO SI CHIUDE IN PERFETTO E SINCERO PAREGGIO, quei governanti possono essere sicuri di essere indipendenti di fronte all’alta ed alla bassa finanza…

Mai non si seppe che gli imprenditori privati, conosciuti per la loro onestà, abilità, ardire e prudenza commerciale, non siano riusciti a scontare le loro cambiali alla banca, anche nei tempi di più acuta crisi. Dovranno pagare a volta a volta il tasso di interesse corrente; ma a questo tasso, banche e banchieri fanno a gara ad arricchire delle loro cambiali il proprio portafoglio. Mentre respingono le cambiali degli imprenditori avventati, che si ingrandirono oltre misura, e s’impelagarono in debiti e difficoltà; e sono di questi ultimi le lagnanze che nei tempi difficili salgano al cielo contro la tirannia esosa delle banche, contro il vassallaggio finanziario verso l’altra banca, contro il prepotere del capitale straniero, ecc. ecc.

Similmente deve ancora essere raccontato il caso di uno Stato bene amministrato e finanziamento solido, il quale abbia trovato riluttanza in banche e banchieri e fargli mutui al tasso corrente… ” [L. EINAUDI, Corso di scienze delle finanze, Tipografia E. Bono, Torino, 1914, pp. 722-799].

Quindi la vera indipendenza finanziaria di uno Stato consisterebbe … nell’indebitarsi con le banche private. (segue)

 

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Francesco Maimone25 luglio 2017 20:05
Ma adesso viene il pezzo forte. Infatti, è opportuno – si chiede Einaudi – “… che i prestiti godano di una garanzia speciale su certe entrate o su una parte del patrimonio dello Stato? ovvero è preferibile che essi siano garantiti unicamente dall’impegno generale del bilancio e dalla fede pubblica? La differenza tra i due metodi può trovare una analogia con la differenza esistente nel credito privato fra il credito reale garantito con ipoteca su una cosa immobile e con pegno su cosa mobile ed il credito personale garantito dalla parola del debitore, dalla sua onestà e solvibilità patrimoniale complessiva…

… Alcuni Stati a finanze avariate o dissestate, come la Turchia, l’Egitto, la Cina, il Marocco, la Grecia dovettero venire a concordato coi creditori; e consentirono che talune entrate pubbliche, principalmente le dogane ed alcuni monopoli, come il tabacco ed il sale fossero amministrate da DELEGAZIONI DEI CREDITORI, NOMINATE SIA DIRETTAMENTE DAI CREDITORI, sia e più spesso, dai governi od altri enti pubblici, come le camere di commercio degli Stati a cui appartenevano i più forti gruppi dei loro creditori. A questo estremo si ridussero gli Stati ora detti, anche perché la loro costituzione politica era poco solida o barbarica…Cosicché le commissioni internazionali del debito pubblico istituite in Turchia, in Egitto, al Marocco, in Cina finirono di diventare un vero Stato nello Stato, indipendente dal governo nazionale…

GIOVA NOTARE CHE L’OPERA DI QUESTE COMMISSIONI FU PER LO PIÙ PRATICAMENTE UTILISSIMA, poiché introdussero l’ordine, l’onestà, repressero le frodi e gli abusi nell’amministrazione delle entrate delegate. I creditori della Turchia, dell’Egitto, della Cina ottennero il puntuale pagamento degli interessi loro dovuti, e per la prudente amministrazione europea il reddito delle dogane e dei monopoli ipotecati aumentò per modo che le commissioni dispongono di ingenti sovraredditi, i quali sono versati nelle casse degli Stati posti sotto tutela. Ai quali la perdita parziale della sovranità può sembrare ed essere realmente compensata dai vantaggi economici che sono derivati dalla concessione di garanzie speciali ai creditori pubblici.

In questi casi però le garanzie speciali non sono un fatto originario ma la conseguenza di una condizione posteriore di insolvenza in cui si trovarono gli Stati debitori. A risollevare i quali, traendo le loro finanze dalle condizioni difficili in cui AMMINISTRAZIONI INCAPACI O CORROTTE le avevano poste, possono essere utili i rimedi estremi, per cui certe entrate pubbliche sono poste nelle mani di commissioni rappresentanti dei creditori. Il metodo vero e proprio delle garanzie speciali concesse per una o parecchie entrate pubbliche al momento della creazione del prestito è seguito soltanto da quegli Stati che già si trovano sottoposti al controllo finanziario dei creditori o che non troverebbero altrimenti credito per le cattive condizioni della loro finanza. I capitalisti richiesti di nuovi mutui, si professano disposti a concederli; ma diffidando dell’amministrazione finanziaria nazionale pretendono che siano ipotecate all’uopo talune speciali entrate e la gestione di queste sia affidata alla già esistente commissione internazionale o ad una amministrazione speciale da crearsi”. [L. EINAUDI, Corso di scienze delle finanze, cit., 835-906]. Mi ricorda vagamente il metodo Trojka.

Ditemi se non è il manuale del perfetto usuraio €uropeista, ovvero: come far diventare uno Stato l’esattore legalizzato del sistema finanziario internazionale, con a garanzia la pelle dei cittadini. E certi idioti ancora si commuovono pensando ad Enrico…

 

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Quarantotto26 luglio 2017 10:27
Ancora grazie per questo ritrovamento di “perle” nel fondo del mare del liberismo gold standard. La dimostrazione che buone pratiche OCSE-FMI, condizionalità e trojke sono il RISULTATO PROGRAMMATICO ottenuto puntualmente e scientemente dell’unione monetaria.

 

Francesco Maimone26 luglio 2017 11:52
A pensarci bene, Presidente, si può dire che Einaudi abbia sistematizzato punto per punto ed in modo “scientifico” la Hazard Circular ; se poi questa trappola la pubblicizzi bene per quarant’anni avendo in mano il potere mediatico e con il Vaticano a benedire tutto, con una buona dose di moralismo d’accatto ed una spruzzata di sincero irenismo, viene fuori un’Italia devastata e credo ormai del tutto indifesa.

Ciò che mi manda in bestia è che il giochetto, allorché parla del debito pubblico, lo aveva già denunciato in maniera cristallina Marx nel Capitale (che i liberisti, ovviamente, hanno letto bene). Ora, come è possibile, invece, che i comunisti non si siano mai accorti di nulla?

 

Quarantotto26 luglio 2017 12:08
Se ne erano accorti (v. Togliatti che ridicolizza Einaudi in Costituente); ma poi hanno perso sia il libro che la maestra 🙂

Questo peraltro dimostra peraltro l’importanza della sdrucciolevole e formale resa dei liberisti sull’art.47 Cost., evitando la costituzionalizzazione esplicita della mission della Banca centrale secondo i canoni condivisi dalla schiacciante maggioranza in Costituente.

Sulla base della mancata esplicitazione di quel che per i Costituenti era fin tropo evidente, nella complessiva formulazione approvata dello stesso art.47 Cost., si potè poi sfruttare questo silenzio per forzare l’intera previsione fino a trasformarla, in modo asistemativo e estratestuale, nel suo esatto opposto precettivo.

Data l’ostinata “incomprensione” della Corte del modello economico positivamente costituzionalizzato, questa inversione di senso è, in un certo senso, il capolavoro, tutto italiano, del neo-liberismo: grazie al controllo mediatico e cultural-accademico sono riusciti de facto, a fondare un processo “contro-costituente”.

Da qui l’urgenza continua, oggi, di una ratifica di ciò mediante la riformulazione ufficiale della Costituzione, per consolidare questa consuetudo contra legem fondamentale, finché “sono in tempo”: cioè finché l’elettorato non rigetti gli effetti devastanti del modello di Stato reso debitore di diritto comune e desovranizzato, visto che i nodi stanno venendo al pettine con un’accelerazione preoccupante (per ESSI)…

 

Arturo26 luglio 2017 12:54
Secondo me un elemento fondamentale della truffa einaudiana sta proprio in quest’ultimo passo: “In questi casi però le garanzie speciali non sono un fatto originario ma la conseguenza di una condizione posteriore di insolvenza in cui si trovarono gli Stati debitori.”.

Scusate un attimo, cari creditori: noi saremo inapaci e corrotti, ma voi forse non lo sapevate e non lo avevate scontato nel tasso di interesse? Dov’è finita l’incertezza e quindi il rischio di credito? La pretesa di eliminare l’incertezza del credito significa assegnare un potere assoluto al creditore. La vendita come schiavo, e finanche lo squartamento, del debitore erano sì previsti dall’antico diritto romano, ma non vennero applicati oltre il IV secolo a.C.. Se il credito nei rapporti internazionali funziona ancora in questo modo barbaro, vorrà dire che ne prenderemo atto, però, vivaddio, non si parli di “mercato”!

La questione ovviamente non si presenta solo nei rapporti internazionali. Come spiegano Amato e Fantacci nei loro pregevolissimi lavori di ricostruzione storica, solidamente fondati sui classici, la finanza moderna è stata *istituita* dallo Stato!

“Contro ogni vulgata, Stato e mercato sono inestricabilmente connessi proprio nella nascita del mercato finanziario. A differenza di ogni altro mercato, che può chiedere allo Stato di fornirgli il quadro normativo in cui far operare i suoi partecipanti, ma che può, proprio per questo, chiedergli di non fare nient’altro, il mercato finanziario è l’unico mercato che non può esistere senza che lo Stato non continui a presidiarlo, e per di più nella forma ambigua di un controllore che è anche debitore, e, al contempo, di un sovvenzionatore che dipende dai suoi sovvenzionati.”. (Amato e Fantacci, La fine della finanza, Donzelli, 2009, Roma, pag. 259)

Quindi ben si può capire perché il giustamente richiamato Marx scrivesse (Il Capitale, vol. I, UTET, pagg. 942-3) che “con la nascita dell’indebitamento di Stato, la mancanza di fede [la famosa “fiducia”] nel debito pubblico pende il posto del peccato contro lo spirito santo, per il quale non esiste perdono”. Ovvero la Bank of England fu creata nel 1694; “during the summer of 1710 [!!], as Queen Anne was removing Whig ministers, a delegation of directors from the Bank of England visited the Queen to warn her that further dismissals would do irreparable harm to public credit (De Krey 1985).” (Stasavages, Public debt and the birth of the democratic State, Cambridge U. P., Cambridge, 2003, pag. 124).

Non entro in ulteriori dettagli storici (che pure sono molto interessanti), ma è evidente che parlare di “mercato”, con riferimento al credito e alla moneta, come se fosse quello delle patate, come dice sempre Flassbeck, è una truffa vergognosa per nascondere e naturalizzare il potere politico dei creditori privati.

 

Luca Cellai26 luglio 2017 13:54
“A delegation of directors from the Bank of England visited the Queen”

Probabilmente volevano rammentare il patto con Guglielmo d’Orange (quando i futuri azionisti della Banca d’Inghilterra gli proposero di guidare la Glorious Revolution e finanziarono la guerra) in funzione antifrancese.

Re Guglielmo II d’Inghilterra si affretto’ in cambio ad autorizzare la nascita della Banca d’Inghilterra e mori’ improvvisamente.

L’avo di Winston Churcill che comandava l’esercito di Re Giacomo tradi’ e passo’ dalla parte di Guglielmo d’Orange, ricevendo in ricompensa il titolo che permise al discendente di diventare primo ministro nel XX secolo.

Il Re Sole invece mori’ alla fine del suo lunghissimo regno senza mai aver capito perché tutti i suoi figli e nipoti morivano in maniera improvvisa e da dove venivano le apparentemente inesauribili risorse finanziarie di quel piccolo regno inglese.

È sempre meglio ricevere certi “direttori’ ed i vertici del PCI a fine anni 70 conoscevano molto bene la storia….

 

Francesco Maimone26 luglio 2017 15:20
Precisazione lucidissima, caro Arturo; viene eliminata qualsivoglia alea (che è normale in ogni contratto) per il creditore, il quale si trova ad avere un guadagno praticamente blindato.

Sicuro di ricevere indietro il tantundem : “… Perché uno Stato possa contrarre prestiti con stranieri, occorre soddisfi consuetamente a talune esigenze tecniche; di cui la principalissima è quella relativa al tipo monetario in cui capitale ed interessi debbono essere pagati. I capitalisti stranieri non vorranno certamente acconciarsi a ricevere pagamenti in valuta cartacea, la quale potrebbe deprezzare; e perciò stipulano che il pagamento debba farsi in talune monete aventi corso internazionale e non soggette a fluttuazioni di aggi o cambi. Così i capitalisti francesi, svizzeri o belgi stipuleranno che il pagamento debba essere fatto in franchi oro nelle piazze di Parigi, Zurigo, Ginevra, Bruxelles ecc.; i capitalisti inglesi esigeranno il pagamento in lire sterline a Londra, quelli tedeschi in marchi oro a Berlino o Francoforte…”.

E sicuro perché nelle “garanzie speciali” postume, oltre alle entrate fiscali degli Stati, sono annoverati (dimenticavo) anche i beni pubblici, che vanno venduti-privatizzati per via della “inopportunità della esistenza di un demanio fiscale…si aggiungono ragioni economiche per condurre alla dimostrazione delle necessità della scomparsa progressiva dei beni del demanio fiscale. In Russia il demanio fiscale è ancora grande, e così pure nei paesi nuovi come negli Stati Uniti, nel Canadà, nell’Australia, ma in tutti questi paesi i rispettivi governi cercano di vendere ogni anno larghe distese ai terreni.

La ragione di questa alienazione sta nel fatto che, coll’andar del tempo, gli Stati si sono mostrati sempre più incapaci di utilizzare utilmente i beni del demanio fiscale puro: essi non possono averne la cura necessaria, non possono sorvegliarne l’amministrazione; onde stimano assai più opportuno realizzarne il valor capitale…

Di qui nasce l’opportunità per parte dello Stato, di vendere i beni del suo demanio fiscale puro, perché, essendo incapace di amministrarli così bene come i privati, reca un danno grave a tutta l’economia nazionale, mentre fa il danno proprio, non realizzando tutto il valor capitale potenziale del suo fondo…

E in tal guisa, oltre che arrecare un vantaggio alla nazione, il governo aumenterà i suoi cespiti d’entrata impiegando il capitale ricavato, di 200.000 a cagione d’esempio, al tasso corrente di interesse del 4% …; ovvero, il che fa lo stesso, IMPIEGANDO LE 200.000 LIRE AD ESTINGUERE ALTRETTANTA PARTE DEI DEBITI, DI CHE GLI STATI SONO SEMPRE GRAVATI…” [L. EINAUDI, Corso, cit., 835-906].

Einaudi è il vero “poeta water” di tutta l’asinistra, da Prodi a Monti

Oggetto: conferenza nazionale della bicicletta

Oggetto: conferenza nazionale della bicicletta

Oggetto: conferenza nazionale della bicicletta
Tutti conoscono l’importanza dell’uso della bicicletta sia per la prevenzione di alcune malattie, sia per la cura di altre, sia per la riabilitazione.
A patto ovviamente di non transitare per strade super inquinate oppure di avere a che fare con automobilisti indisciplinati e pericolosi.
La provincia di Latina continua a peggiorare nella classifica a proposito di piste ciclabili, in compenso aumenta l’inquinamento atmosferico.
La questione pare non interessare ai nostri amministratori.
Eppure la pianura pontina è l’ideale per l’uso delle biciclette sia per il clima invidiabile, sia per le strade interamente pianeggianti.
Invece si creano ingorghi ed inquinamento inutile.
Da altri parti si tenta di dare qualche risposta, proponendo delle iniziative, come la prima conferenza nazionale della Bicicletta che si svolge a.Milano il 9-10-11 Novembre 2007, dal titolo
Due ruote per il futuro, organizzato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e dalla Provincia di Milano
La dichiarazione del Ministro Alfonso Pecoraro Scaniohttp://www.bici2007.it/
La dichiarazione dell’Assessore della Provincia di Milano Pietro Mezzihttp://www.bici2007.it/
Ricordiamo a tale scopo un articolo sempre attuale:
http://www.telefree.it/news.php?op=view&id=47146 SMOG: SETTIMANA MOBILITA’; EUROPEI SCHIAVI DELL’AUTO (ANSA) – ROMA, 10 SET.
Elogio della bici
“Due ruote scelta di nonviolenza”. Al via a Milano il salone del ciclo. Venerdì prima conferenza nazionale http://www.verdi.it/apps/news.php?id=16831
Mobilita’. Pecoraro inaugura prima Conferenza nazionale bicicletta
http://www.verdi.it/apps/econews.php?id=16876