”Mi sono ispirato ai selfie di 500 anni fa”

Jonathan Anderson di Loewe spiega come le miniature dell’epoca elisabettiana gli hanno suggerito una collezione preziosa. Olivier Rousteing di Balmain omaggia Lagerfeld con la rilettura dei suoi capi feticcio

DI SERENA TIBALDI0 4 Marzo 2019

Nonostante con Loewe sfili a Parigi, il direttore creativo Jonathan Anderson vive a Londra. Lì, alla National Portrait Gallery, è in corso una mostra dedicata ai due maggiori miniaturisti dell’epoca elisabettiana, Nicholas Hilliard e Isaac Oliver. I loro ritratti mignon hanno fatto scuola, ma ad Anderson del fenomeno interessa altro. «Sono il corrispettivo dei selfie di oggi: un modo per diffondere la propria faccia e per presentarsi».

Inutile perciò condannare l’ossessione per il genere: esisteva già nel XVI secolo, è parte dell’essere umano. Una cosa però è la teoria e un’altra la pratica, vale a dire il rendere in vestiti questo pensiero. Anderson, va detto subito, ci riesce. Lui parte dall’idea del voler apparire al meglio in quelle immagini che mostrano al resto del mondo chi siamo e, per sottrazione, arriva al nocciolo della questione. Cioè a un guardaroba vasto ma pulito, che dà risalto alla silhouette senza pasticciarla.

I riferimenti ai selfie ante litteram da cui ha preso spunto li si ritrova nel pull ricoperto di perle, negli orli a fazzoletto e nel pizzo: «L’idea mi è venuta guardando la miniatura di una donna vestita di quel tessuto: era il materiale più prezioso, quindi era un bene da esibire». Gli status–symbol c’erano pure 500 anni fa. Non è un caso che Olivier Rousteing, seguitissimo direttore creativo di Balmain, sia adorato dalle Kardashian.


La ricchezza delle sue creazioni e la sua celebrazione dell’edonismo anni Ottanta sono perfette per l’obiettivo, e lo hanno reso l’incarnazione ideale di questo momento, nel bene e nel male. Lui non s’è mai fatto distrarre dalle critiche: la sfilata di ieri è un ulteriore passo in avanti, giocato sul workwear oversize e sulle borchie, onnipresenti. Ma ciò che stavolta si nota di più è la rilettura dello Chanel di Karl Lagerfeld: il modo in cui ha disfatto i tailleur di tweed, gli abiti da sera di ruches e pvc e i completi fluidi anni Venti è interessante, soprattutto perché il suo è uno dei nomi fatti per un’ipotetica successione. «Karl è la ragione per cui faccio questo lavoro, rimarrà per sempre con me», dice commosso. Ora c’è Virginie Viard alla guida della maison della doppia C, ma il tarlo resta.


Parlando di moda come via per costruirsi un modo di essere, Isabel Marant e Virgil Abloh sono due pezzi da novanta della categoria, sebbene in modo differente. La prima sull’immaginario della parigina cool ci ha costruito una fortuna. E, nonostante la collezione non sia nulla di nuovo, è indovinata e piacevole. Si capisce perché le donne la amano: tutto quello che s’è visto in passerella funziona in foto e nella vita reale. La personalità che a Virgil Abloh interessa di più costruire è la sua: la sfilata di Off-White per il designer–deejay–creativo–star è un modo per allontanarsi da quello sportswear che ha fatto la sua fortuna e laurearsi in stilista “vero” (è direttore creativo del menswear Louis Vuitton, ma forse non gli basta). Per farlo ha puntato al casual sofisticato che era un tempo di Céline: uno sforzo ammirevole, non è da tutti abbandonare la propria comfort–zone. I risultati, purtroppo, non sono all’altezza. Magari verranno meglio in foto.

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