QUANDO cavalca le onde al largo della costa paradiso dei surfisti, i pezzi di plastica le rimangono incollati alla tuta. Prima di arrivare alle Hawaii, Sarah-Jeanne Royer, 38 anni ricercatrice canadese, ha navigato i mari di tutto il mondo studiando i danni della plastica che finisce negli oceani. Ex militare, per mantenersi gli studi ha servito per 13 anni nel Voltigeurs de Québec dell’esercito canadese e partecipato a due missioni a Kabul e Kandahar. Due master in oceanografia in Canada e Brasile. A Barcellona ha fondato uno dei primi gruppi di plogger, runner che raccolgono i rifiuti mentre fanno jogging. Di recente ha firmato uno studio che dimostra come la plastica, degradandosi, produca gas serra: «Non sappiamo ancora l’impatto che potrebbe avere sul riscaldamento globale, ma potrebbe fare la differenza».

Dottoressa Royer, come avete scoperto che la plastica emette gas serra?
«Mi sono specializzata nello studio dei gas prodotti dagli organismi negli oceani, in particolare il solfuro dimetile. In seguito mi sono unita al gruppo di ricerca dell’Università delle Hawaii. Avevano scoperto per caso che la plastica, degradandosi alla luce del Sole, produce gas serra: metano ed etilene. Io ho portato avanti il loro studio».

E potrebbe davvero incidere in maniera significativa sull’effetto serra?

«Parliamo di tutta la plastica prodotta negli ultimi 70 anni. Potrebbe fare la differenza. Abbiamo analizzato i sette tipi più usati. Il polietilene a bassa densità, quello delle buste, il più diffuso in assoluto, è anche quello che esposto alla luce solare emette più gas. Non importa che sia in acqua, in una discarica, parte di un’auto o nei giochi in giardino: la plastica alla luce del Sole si degrada comunque».

Le industrie produttrici di plastica vi hanno aiutato?
«Non ci hanno aiutato e non erano interessate a collaborare. La maggior parte delle domande riguardavano informazioni di loro proprietà come la composizione, la densità e la massa molecolare. Il loro aiuto potrebbe fare la differenza per risolvere il problema, ma non credo che succederà presto».

Le Hawaii sono considerate da molti un paradiso terrestre.
«Purtroppo le spiagge che crediamo incontaminate non lo sono. A Kamilo Beach, sulla Big Island, oppure al James Campbell national wildlife refuge, serve un permesso per entrare ma la plastica arriva lo stesso. Sull’arenile delle Midway Islands gli albatros stanno morendo uccisi dai pezzi di rifiuti in plastica che scambiano per cibo. Sono consulente scientifico di una Ong, Sustainable coastlines Hawaii, che si occupa di ripulirle una volta alla settimana. In sette anni, con un migliaio di volontari, abbiamo raccolto 160 tonnellate di plastica. Più del 95 per cento arriva qui da ogni parte del mondo, più della metà dalle industrie di pesca asiatiche, non è prodotta sulle isole».

Qui ha imparato a fare surf?
«Sì, alle Hawaii. E anche facendo surf si viene a contatto con la realtà dei rifiuti in mare. Ogni volta devono togliermi pezzi di plastica che rimangono attaccati o si infilano nella tuta. È scioccante. Anche se in Asia la situazione è peggiore».

Prima di andare alle Hawaii lei ha studiato a Barcellona.
«Tra le opportunità di dottorato ho scelto la città catalana per studiare e capire la formazione di solfuro dimetile negli oceani. E lì sono anche diventata una specie di ‘pioniera’».

Riguardo a cosa?
«Quando facevo jogging in spiaggia alla Barceloneta, vedevo un sacco di rifiuti e li raccoglievo. Allora ho creato un gruppo, “Run and care” di quelli che come me avevano la stessa cura e attenzione per l’ambiente mentre facevano sport. Ora è diventata una tendenza».

Plogging, quando la corsa fa bene anche all’ambiente

È stata per molto tempo anche nell’esercito.
«Sì, per 13 anni sono stata riservista nel corpo dei Voltigeurs de Québec, per pagarmi l’università. Sono stata la prima donna sergente nel primo reggimento franco-canadese dell’esercito del Canada. Ho partecipato a due missioni in Afghanistan».

Con quale ruolo?
«Lavoravo con la popolazione in progetti per riportare la gente al voto e per i diritti delle donne».

Adesso di cosa si occupa?
«Sono impegnata all’Istituto di Oceanografia dell’Università della California, San Diego, in un progetto che studia le microfibre della plastica in mare. Ma sogno di studiare ancora i gas serra prodotti dalla plastica, servirebbero satelliti per misurare dallo spazio quanta ne è esposta al Sole ma ancora non abbiamo fondi».