1993, Reggia di Caserta. Foto Massimo Listri.

«Per la luce diffusa e simmetrica,ho dovuto attendere luglio,con il sole allo zenith», Massimo Listri

Massimo Listri è il più grande voyeur di case che ci sia al mondo: in quarant’anni di carriera, anche e soprattutto per questo giornale, ne ha fotografate almeno 4.000, schedandole, giudicandole, innamorandosi di alcune, deplorandone altre. La più bella mai vista? «Essendo appassionato di archeologia e antichità, direi senz’altro villa Albani-Torlonia a Roma, che è privata e segretissima, e su cui presto farò un libro». E una veramente brutta? «Le più brutte le ho viste in Russia o in Uzbekistan: battono persino i Paesi arabi. Coi mobili finto Luigi XVI fatti in Brianza e i lampadari giganti di cristallo. Uno stile quasi Casamonica, direi». A proposito, le ville del clan romano dovrebbe fotografarle. «Eh, ci avevo pensato, farci un libro, con quei troni dorati, i giaguari con gli occhi di cristallo!». Ma come sono cambiate le case negli ultimi decenni? Com’è cambiato il gusto delle classi abbienti, lei che ha questo osservatorio privilegiato? «Be’, la cosa più notevole è che è scomparso completamente l’antiquariato. Una volta era un investimento. Una volta. Ho un cassettone che avevo preso quarant’anni fa a tre milioni di lire e oggi vale sempre tremila euro. Un tempo non si comprava il design perché si svalutava, ma oggi è il contrario. Perché il design si lega meglio con questi interni asettici di oggi». Listri fa mostre in ogni dove, dal Quirinale a Doha, e la sua carriera e la sua passione sono le case, gli interni, preferibilmente cosparsi di antichità, che è il suo grande amore. Con questa ha arredato le quinte teatrali della sua vita in un palazzo fiorentino che compra pezzo a pezzo e che è diventato una casa museo e poi ancora sarà una fondazione. «Deve sapere che abito nella stessa casa da quando avevo ventidue anni, e pian piano mi allargo da allora. Mi sono indebitato più volte, qualche volta ho comprato anche solo uno sgabuzzino dal marchese padrone di casa». In questa casa, antichità fenomenali, dalle sculture romane fino all’Ottocento. Anche un Léger del 1924 cubista sul camino. Ha mai comprato una cosa dell’Ikea?


«Chi di noi non l’ha mai fatto», risponde, magnanimo. «Ho degli scaffali per i cd. Poi forse delle candele». Ma così non vale, siamo capaci tutti. Dei veri mobili Ikea? Una libreria Billy? Un divano da montare? «No, non esageriamo, quello no. Poi mi terrorizza andare all’Ikea. Con quel frastuono, quei bambini. Non capisco: io le poche volte che ci son capitato facevo di tutto per restarci il meno possibile; invece vedo molti che vanno con le famigliole, interi pomeriggi. Chissà».

2016, Palazzo Schloss Hof, Vienna. Foto Massimo Listri

«Per dare il senso di candore austriaco,comunicare questo spirito soave,ho scelto la sovraesposizione»

Prima delle case Ikea-free il suo primo atto è stato fotografare umani: scrittori e artisti, negli anni Settanta. C’è un celebre ritratto di Pasolini a Roma nella sua casa dell’Eur. E poi Zavattini, Moravia. Com’erano le case di questi intellettuali italiani? «Tutte uguali, ingresso, soggiorno, studio, bicamere, biservizi. Cornici d’argento con le foto di famiglia». Già perché mentre andava a fotografare questi mostri sacri, non ancora ventenne, Listri già sbirciava il mobilio e giudicava le planimetrie. «Credo fosse una cosa innata, mia nonna sosteneva che già a sei-sette anni dicessi: questa casa è bella, quest’altra è brutta». Educato in una magione fondamentale? «Per niente: mio padre, Pier Francesco Listri, un intellettuale, era all’epoca responsabile di quella che si chiamava la terza pagina, la pagina culturale, della Nazione di Firenze. Abitava in un appartamento disadorno, pieno solo di libri e di giornali, e un tavolaccio con una macchina per scrivere. Però da libri e giornali credo di aver preso l’ispirazione per capire il bello». A diciassette anni comincia a fotografare. Rimorchiava molto facendo il fotografo? Tipo Blow-Up? «Mah, rimorchiavo più che altro perché vivevo da solo, che era una rarità, oltretutto a palazzo Capponi, che pensavo mio padre pagasse, invece solo molti anni dopo scoprii di essere stato ospite per anni del padrone di casa, molto generoso. Erano anni comunque poveri: col telefono a gettoni chiamavo Umberto Allemandi che dirigeva Bolaffi Arte, storica rivista, e loro mi commissionavano ritratti». Poveri ma belli: «Avevo tutti amici architetti, c’era il radical design che trionfava allora a Firenze, c’erano quelli del Superstudio. Facevo le fotografie per la Poltronova, questi mobili stranissimi: la Cova, un divano tutto fatto di stracci che sembrava un nido per un gigantesco volatile, dove però mi buttavo a dormire dopo le notti insonni».

«La geometria degli spazi ricorda le quinte teatrali. I colori delicati, soprattutto l’azzurro,sono quelli di un acquerello ottocentesco»

Dopo la bohème fiorentina, dopo i poveri poeti malgiudicati per i loro centrini sui comò, è il tempo degli interni, grazie all’incontro fondamentale, quello con Franco Maria Ricci, il leggendario editore mancato pochi mesi fa, che all’epoca del loro incontro non aveva ancora fondato FMR. Listri, Ricci e un giovane Vittorio Sgarbi – che scriveva i testi – daranno vita insieme ad altri alla rivista. «Lo conobbi, Ricci, andando a Milano nei suoi bellissimi uffici che volevo fotografare per una rivista di interior tedesca, Ambiente. Forse gli piacquero i miei lavori, anche perché lavoravo sempre e solo col banco ottico, a differenza di altri fotografi. Gli proposi un servizio sui Bronzi di Riace, perché Spadolini, ministro dei Beni culturali e amico di mio padre, mi aveva dato l’esclusiva: erano appena stati restaurati a Firenze. Non ci lasciammo più». Insieme, anche tanti libri, anche sulla moda: per Versace, per Valentino, per Capucci, il più architettonico degli stilisti. «E infatti facemmo molti lavori, insieme. Lui mi ripagava in abiti per la mia fidanzata. Perennemente vestita Capucci, a volte creando anche degli imbarazzi, con quei vestiti spesso troppo solenni rispetto all’occasione». Era molto dandy Ricci? «Era più che altro un gran lavoratore, che passava le notti a controllare ogni dettaglio dei suoi libri». E le macchine? La Jaguar E nera è parcheggiata nel Labirinto di Fontanellato, l’ultima creazione di Ricci in provincia di Parma, come una scultura. «Mah, non direi: un giorno mi invitarono a pranzo, c’era ospite Borges, e lo scorrazzavano su un vecchio maggiolone cabriolet».

2014, Palazzo Serristori, Firenze. Foto Massimo Listri

«La foto di questa sala da ballo è una licenza poetica:invertendo la pellicola,ovvero utilizzando per uno scatto in luce naturale una pellicola per la luce artificiale,è emerso questo azzurro fiabesco»

Il terzo atto della carriera di Listri è quello delle foto “vuote”. Se per professione in tutta la sua vita ha fotografato il “pieno” – le meglio case e castelli, chiese, biblioteche e ville, coi loro interni prestigiosi che evocano la presenza dei fortunati proprietari con fotografie classiche da rivista, adesso da qualche anno fa soprattutto mostre delle sue foto più metafisiche, che come in una specie di nemesi, di mise en abyme, vengono comprate da ricchi collezionisti e finiscono a loro volta in case da rivista (e dunque fotografate, tipo quadro di Escher). Le avrete viste di sicuro, sono gigantesche foto simmetriche di interni, quasi sempre antichi, spesso decadenti, che emanano un fascino un po’ abbandonico. Sul mercato valgono un sacco, da dodicimila euro in su. Sembrano le foto industriali tipo Bernd e Hilla Becher, però con un tocco gattopardesco e in contesti quasi mai industriali: non ci sono serbatoi o fabbriche o desolate periferie bensì principesche soffitte, sontuosi saloni, disabitate biblioteche, tutto sottoposto al “freeze” di uno sguardo un po’ raggelato (ma non troppo). «Il mio vero lavoro», dice lui, «è oggi fare le mie mostre e vendere queste mie fotografie: piacciono perché riempiono molto questi spazi contemporanei che sono le case di oggi. Per vent’anni ho fotografato i pieni. Non so, andavo a Versailles e facevo le mie foto classiche. Poi, nelle pause del servizio, ne facevo di più concettuali, degli scatti per me, che non pensavo certo di vendere. Chi l’avrebbe mai detto». Come un giornalista che si scopra anche scrittore, e aver successo in tutti e due i campi è rarissimo. Il successo gli permette, naturalmente, di comprarsi altri pezzi di palazzo, dal marchese. Così la casa cresce e cresce. Piena di oggetti preziosissimi. Ha solo quella? «No, ne ho una anche a Bangkok. Modernissima, e bruttissima. Di bello ha solo una finestra, un’enorme finestra, sette metri per cinque, che guarda il fiume. Successe un anno che il marchese non voleva vendere, nemmeno una stanzetta: così, in viaggio, mi sono innamorato di una finestra».

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