La cupola di cemento sui test atomici Usa nel Pacifico si sta sgretolando, e la ‘bara nucleare’ perde scorie radioattive nell’oceano

La Cupola di cemento costruita su uno dei crateri causati dai test nucleari Usa nel Pacifico. Giff Johnson/AFP/Getty ImagesTra il 1946 e il 1962 l’esercito americano condusse 105 test nucleari atmosferici sul “Pacific Proving Grounds”, un eufemismo per chiamare le Isole Marshall e altri atolli del Sud Pacifico.

Alla fine degli anni Settanta nel tentativo di ripulire i detriti radioattivi lasciati da quelle esplosioni, il Governo americano asportò 111.000 metri cubi di terreno dagli atolli Bikini e Rongelap e li depositò sull’isola di Runit.Su quest’isola infatti, vi era un cratere largo circa 115 metri che era stato prodotto da un precedente test nucleare da 18 chilotoni chiamato “Cactus”.

Ricoprire quella fossa radioattiva gigante costò al Governo quasi 250 miliardi di dollari e ci vollero 3 anniper completare il lavoro. Il risultato fu un’enorme cupola di circa 9.000 metri quadrati costituita da 358 giganteschi pannelli di cemento che hanno uno spessore di 45 centimetri. La cupola che è stata descritta da Antonio Guterres, attuale Segretario delle Nazioni Uniti, come una “specie di bara per le popolazioni locali”. Negli ultimi anni infatti, ha dato segni di cedimento e dalle crepe che si sono formate alcuni elementi radioattivi stanno penetrando nella porosa roccia corallina dell’isola e finiscono nell’Oceano Pacifico.

La cupola dall’alto. Esercito Usa

Le preoccupazioni si sono intensificate negli ultimi anni a causa dei cambiamenti climatici, in quanto l’aumento del livello del mare che sta invadendo le parti più basse dell’isola sta minacciando sempre più l’integrità strutturale della cupola. Jack Ading, un rappresentante del Parlamento di Marshall ha definito la cupola una vera e propria “mostruosità”. “E’ piena di contaminanti radioattivi – ha detto Adig – tra i quali il plutonio-239, una delle sostanze più tossiche che l’uomo conosca.  La bara sta riversando il suo veleno nell’ambiente circostante e a rendere la situazione ancora peggiore è il fatto che ci viene detto di non preoccuparci di questa perdita perché il problema non è così grave”.

Al momento le vere cause del cedimento del cemento della cupola non sono chiare, tuttavia la situazione è così grave che già nel  2013 un’indagine commissionata dal Governo degli Stati Uniti diceva che la ricaduta radioattiva nell’area della laguna di Enewetak aveva già raggiunto livelli così elevati che anche se vi fosse stato un crollo definitivo della cupola il dosaggio delle radiazioni non sarebbe aumentato più di tanto.

Quella “coperta di cemento” è diventata un simbolo del caos lasciato dal programma di test nucleari degli Stati Uniti negli anni ’50 e ’60. Molti isolani vennero evacuati forzatamente dalle loro terre ancestrali e vennero fatti rientrare successivamente quando ancora però le ricadute radioattive non erano terminate. Dopo che l’esercito americano si ritirò dagli atolli il governo delle isole Marshall accettò ufficialmente un accordo “completo e definitivo” chi serviva per indennizzare i gravi impatti lasciati dai test e nucleari. Nel corso degli anni però ci sono state lamentele sul fatto che l’indennizzo pagato da Washington era decisamente inadeguato. Alcune settimane or sono Guterres ha risollevato la questione dopo aver incontrato il Presidente delle isole Marshall Hilda Heine, denunciando la fuga radioattiva dalla cupola di Runit.

Un cartello indica l’area contaminata. Esercito Usa

“Il Pacifico è stato vittimizzato in passato e, come tutti sappiamo,  le conseguenze sono state drammatiche in relazione alla salute e all’avvelenamento delle acque attorno a quelle isole”,  ha detto Guterres. Rhea Moss-Christian, che presiede la National Nuclear Commission della Marshall Islands, ha affermato che il paese “ha bisogno del supporto della comunità internazionale per affrontare le drammatiche sfide sanitarie e ambientali nel Pacifico”.

“Noi speriamo vivamente che si faccia qualcosa e presto –  ha detto Ading –  perché non vorremmo che quella cupola diventi la nostra bara”.

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