Ha vinto Trump. Non ha fatto l’America grande di nuovo, ma ha vinto Donald Trump. Alla vigilia della Proclamazione Ufficiale alla Casa Bianca del Candidato Democratico Joe Biden come Presidente degli Stati Uniti, possiamo dare per certo che ha vinto Trump.

L’innegabile di questa nostra provocazione risiede nel fatto che tutto il mondo aspetta una mossa dall’ancora Presidente. Tutti gli Stati Uniti aspettano un cedimento, da Mike Pence (il vice che deve salvare la faccia), ai Democratici che vogliono evitare altri intoppi con l’avversario, a tutto il Partito Repubblicano nei vertici, che non vedono l’ora di togliersi questo grande abbaglio.

Sono tanti gli Americani che gli hanno creduto e non può essere un abbaglio o un colpo di sole. La disperazione del minatore dei Monti Appalachi che spera in un mondo ancora a carbone sono le budella di una macchina elettorale. I vertici del Partito Repubblicano non immaginavano una fine così burrascosa molto probabilmente. Un leitmotiv che sentiamo da giorni. E magari il Partito Democratico dopo Obama aveva un burrone.

Semplicemente non aveva creato il dopo, tranne il romantico Bernie Sanders (troppo giovane la Ocasio-Cortez allora).

Riavvolgiamo il nastro per questa tragedia che arriva a conclusione. Una tragedia shakespeariana. Donald Trump, un tipico antieroe del drammaturgo di Stratford, che saturo di potere privato sfocia nel pubblico gozzovigliando nella oclocrazia. L’Otello biondo? Mancherebbe Iago. Macbeth? Mancherebbe la Lady. Re Lear, forse. In questa tragedia americana non manca il consigliere del protagonista antieroe. E’ Steve Bannon.

In Italia, Steve Bannon è conosciuto per le vicende poco trasparenti nella custodia dell’Abbazia di Trisulti che il deus ex machina del trumpismo voleva in concessione per la sua Scuola di Sovranismo. In America è conosciuto per essere il costruttore del Trump politico. Lui gli ha spianato la strada eliminando politicamente avversari, lui gli ha suggerito il programma che piaceva alle masse, lui gestiva la comunicazione base di questo movimento, ormai divenuto internazionale con basi forti in Russia.

La Russia. Tanto decantata in questi 4 anni di Trump e mai troppo sublimata. La grande mira di destabilizzare la macchina democratica americana è riuscita. Mettiamo subito le prove: il RussiaGate. La possibile manomissione della macchina elettorale americana con protagonisti il Generale Flynn,Steve Bannon e Donald Trump da una parte, e la matrice

russa del movimento sovranista dall’altra.

In questa tragedia shakespeariana c’è una specie di eroe. Forse un silenzioso personaggio a cui la sfortuna e l’ingegno sono arrivati insieme. Il suo nome è James Comey.

Adesso, proviamo a mettere tutti questi personaggi nella tragedia shakespeariana che si chiamerà “Ha vinto Trump”.

Nel 2012, dopo la rielezione di Barack Obama, un tale di nome Steve Bannon cerca e trova dei finanziatori per mettere in piedi una piattaforma che potesse concentrare molta della rabbia dell’elettorato americano, soprattutto contro la principale prossima avversaria di allora del Partito Repubblicano, Hillary Clinton.

Globalista, Segretaria di Stato del Governo Obama, politica amata e odiata allo stesso tempo, donna. Più che del Partito Repubblicano sembrava la bestia nera di ogni ultra-conservatore d’America. E di questo parliamo quando elenchiamo le vicende di Bannon. L’ultra – conservatorismo più estremo che negli States stava partendo con il Tea Party che strizzava l’occhio al GOP.

Steve Bannon costruisce una piattaforma web, di cui ne è Executive Director, che confluisce in un sito, BREITBART NEWS, di opinioni e notizie. La pagina, notoriamente di estrema destra, puntualmente ogni giorno mira a Hillary Clinton. La maggioranza delle notizie sulla Segretaria di Stato erano prettamente false. E intanto nel mondo cominciano a rimbalzare le

fake news, per la prima volta così chiamate, con un grande traffico di dati generato dalla Russia.

L’opera di Bannon si accresceva con la portata della crisi economica del dopo Wall Street Crash, sull’onda delle proteste europee e la nascita di movimenti politici sul web, e sulla convinzione dei Democratici che Hillary Clinton avrebbe potuto rappresentare un’occasione e non una possibile debacle (nonostante era invisa a metà base elettorale, soprattutto del ceto medio-basso).

Qui entra in gioco lo zio d’America. Donald Trump. A Bannon serviva qualcuno che fosse aggressivo, che avesse quella visione del mondo, che fosse piacente alla pancia degli americani. L’uomo del Wallmart. Una persona che nel suo libro uscito nel 1987, “The Art of Deal”, si definisce come uno a cui piace l’iperbole della verità, ovvero “non importa se ciò

che dico è falso o vero, l’importante è che piace”. Questo mantra viene ripetuto ancora oggi da Trump, come conferma il ghost writer delle sue campagne elettorali Tony Schwartz.

La marcia elettorale è stata fulminante. La Candidatura del Partito Repubblicano e poi, il faccia a faccia. Donald-Hillary. Qui entra in gioco il silenzioso personaggio. James Comey.

Jim, due metri di Procuratore Generale, diventa capo dell’FBI sotto la governatura Obama.

E’ il classico uomo con la schiena dritta che ha accettato un quinto del suo vecchio stipendio per lavorare come capo del Bureau.

Arriviamo a pochi giorni dalle elezioni del 2016. Nell’FBI si comincia a subodorare qualche ombra sul fronte russo, tanto che, appena informato, il Presidente Obama fa alzare i livelli di guardia. Intanto, James Comey e la sua squadra avevano scoperto le mail della Clinton (mail in cui si paventa un illecito, ma che la Clinton ha scaricato tutto sul suo spin doctor).

James Comey avvisa il Dipartimento di Giustizia, a trazione democratica, che lo sconsiglia di andare avanti. Porta tutto davanti al Presidente, che non può fare a meno di accettare perché non ha autorità così grande su un potere libero come quello giudiziario.

Parte dell’America si scatena contro la Clinton (tra cui Bannon e Trump), parte contro Comey, tacciato di favoritismo verso il tycoon delle Tower.

L’FBI prosegue l’indagine e, nonostante questa si chiuda in poco tempo, senza incriminare la Clinton e rimettendola in gara in un qual modo, Donald Trump vince le elezioni.

Jim Comey è l’uomo più odiato d’America. Ma continua a fare il proprio lavoro. Comincia a scavare nell’affaire russo e scopre che in mezzo a tutto c’è l’attuale Presidente degli Stati Uniti e il generale Flynn, in odore di posto come Capo della Sicurezza Nazionale.

Siti russi continuano a creare profili falsi e diffondere notizie false durante tutto il periodo elettorale, e andando più indietro si scopre che è un vero e proprio schema fatto di soldi, di affari, di risorse energetiche, di sesso e potere politico. Il movimento ultra-conservatore aveva intrecciato rapporti con finanziatori russi, tra i quali alcuni vicini a Vladimir Putin.

Comey, in preda a un’altra bomba sotto le mani, decide di proseguire con cautela. Fa intercettare il Generale Flynn e mette in segreto le rivelazioni sul Presidente Trump. Ad un certo punto, il Presidente si fa più insistente nel congratularsi con Comey per il caso Clinton e suggerisce allo stesso di tralasciare almeno la parte scandalosa della vicenda che lo

vedeva coinvolto in immagini hard a Mosca in una Trump Tower.

Comey va avanti e intercetta Flynn mentre si mette d’accordo con un funzionario russo in uno scambio di affari, dove si parla dell’aiuto russo alle elezioni che si erano appena concluse. Viene avvisato il Presidente che deve scartare il fedele Flynn per una carica di prestigio. Intanto Trump fa capire a Comey che non deve proseguire con questo affaire, e

che altrimenti lo avrebbe licenziato.

Jim Comey era solito appuntare ogni telefonata e ogni incontro con i presidenti, con i funzionari, con i colleghi. Jim Comey va avanti, nonostante è l’uomo più odiato d’America: ha fatto praticamente perdere le elezioni alla Clinton e Trump rischia subito l’impeachment.

James Comey viene licenziato prontamente da Trump, che non potrebbe direttamente farlo senza sentire altre due cariche, come il Capo del Dipartimento di Giustizia e il suo secondo in grado. Le due cariche erano state appena elette da Trump.

Potremmo proseguire la storia fino a oggi e scoprire piccole minuzie, storie nella storia che ci portano a un disegno messo in atto e sfuggito di mano. La storia raccontata, però, non parla di razzismo, non parla di misoginia o machismo, non parla del Partito Repubblicano di Lincoln e Reagan o quello Dem di Obama e Kennedy. Questa storia parla di come un giorno di Gennaio il Congresso degli Stati Uniti, il simbolo del potere democratico nel mondo, è

stato attaccato per mano di manifestanti appena usciti dal comizio di Donald Trump, il quale li aveva incitati con un “siate selvaggi”. Una farsa.

Doveva essere una tragedia shakespeariana e lo è stata, anche alla fine, perché le tragedie molte volte finiscono in farsa per dissacrare la realtà.

Uno Iago di nome Bannon, un capriccio divenuto tifo, odio sparso e poi tragedia. Una schiera di avversari distratti. L’avidità di non calcolare la bellezza dei limiti del potere. Il protagonista antieroe finisce l’opera scappando dalla sua reggia, mentre brucia la il palazzo.

James Comey, di tutti quegli appunti ne ha fatto un libro. Non si è mai piegato su due cose: sulla disobbedienza al potere e sull’obbedienza strenua al potere. James Comey non ha mai rivelato troppo le sue preferenze politiche. James Comey è un uomo d’America.

Quell’America che ci aveva offuscato, mostrandoci i Jake Angeli, e nascondendoci per troppo tempo i James Comey.