AGI – “Prima ci hanno fatto fare un governo con la Lega, poi uno con il Pd. Ora ci chiedono di dire sì ad un governo con Lega, Pd e pure Forza Italia. Così non si può”, dice un senatore. “Voglio capire come il Pd può stare insieme alla Lega. A questo punto possono fare a meno di noi”, protesta un altro. E poi c’è Lezzi, Morra, Toninelli e tanti altri che non nascondono il proprio malessere, che sono orientati a non dare l’ok alla fiducia all’esecutivo Draghi.

A palazzo Madama insomma il gruppo M5s è diventata una polveriera. Il fronte è ampio: sono una cinquantina i senatori che al momento non avallerebbero l’operazione. La maggior parte, in realtà, sarebbe per l’astensione, per far partire il governo ma senza metterci la faccia. Per non essere tacciati come i ‘sabotatori’ ma anche per quelli che hanno detto sì all’uomo dei ‘poteri forti’.

Proprio per evitare una spaccatura interna scendono in campo tutti i ‘big’. Da Beppe Grillo (arrivato ieri sera a Roma) a Giuseppe Conte che giovedì si è rivolto agli “amici M5s” per dire che “ci sono e ci sarò”; dai ministri uscenti ai ‘big’ pentastellati di Camera e Senato. L’obiettivo è quello di ridurre il dissenso, portarlo ad una quindicina di unità a palazzo Madama e ad una decina a Montecitorio.

Ma la ‘fronda’ promette battaglia, non ritiene che sia questa la soluzione giusta, soprattutto perché porterebbe ad una coabitazione ora anche con FI, dopo il sì a Lega prima e Pd dopo. Si sta muovendo anche Casaleggio che secondo alcune fonti parlamentari M5s non sarebbe sulle posizioni oltranziste di Di Battista, ma ha detto chiaramente che si aspetta ci sia un voto su ‘Rousseau’. ‘

‘Dibba’ è il più netto di tutti: “Ogni ora che passa, per quanto mi riguarda, si aggiungono ragioni su ragioni per dire no a Draghi”. E la formula “governo politico” evocato da Conte e Di Maio “non ha alcun senso in questo scenario”. Con lui la senatrice Lezzi: “Non posso credere – scrive l’ex ministra – che ci sia tra noi la convinzione che sedere allo stesso tavolo dell’operazione Verdini da Rebibbia possa rappresentare il bene per il Paese ancor più in questo drammatico momento”.

I numeri al Senato sono ballerini, se la Lega non dovesse dire sì. “I nostri voti a quel punto sarebbero determinanti”, taglia corto uno dei malpancisti. Il ‘patto’ tra i ‘big’ M5s è che il governo deve essere politico e che il premier incaricato deve dare indicazioni chiare sui temi identitari come il reddito di cittadinanza.

Il discorso su chi debba eventualmente fare il ministro è rimandato. Mentre l’ala pentastellata che spinge più di tutte è quella che riporta le sofferenze delle imprese del nord: “Il mondo produttivo – riassume un ‘big’ M5s – si aspetta che noi risolviamo i problemi, non che mettiamo i paletti. Che si mettano in campo le riforme e si spendano le migliori risorse”.

Ma il sì a priori non c’è. Per ora l’apertura è forte ma con la convinzione che occorrerà un ampio coinvolgimento parlamentare. Si parte questa mattina con il vertice al quale parteciperanno di fatto tutti i componenti di peso del Movimento 5 stelle. Compreso Grillo che ha chiamato Draghi per garantirgli l’appoggio M5s (e, perlomeno secondo quanto raccontano fonti parlamentari M5s, per chiedere un ruolo nel governo al premier uscente) e Conte nei panni – per la prima volta – di pentastellato doc, dopo il ‘Predellino’ di ieri.

Da un’ala del Movimento 5 stelle il giurista pugliese viene considerato come una risorsa che potrebbe anche far parte del direttivo a cinque che nascerà tra poco; secondo un’altra ala, invece, come il possibile leader. Ma non è questo il momento dello scontro per la leadership, ora è l’ora di cercare di evitare scissioni che potrebbero essere traumatiche.