Frosinone, "Mancata Vigilanza" di un paziente: Asl condannata. Risarcito un pontecorvese

Mancata vigilanza di un paziente: Asl condannata a pagare 193 mila euro al figlio di un uomo suicidatosi nel 2004 a Pontecorvo.

Una storia lunga 13 anni, arrivata al capolinea qualche settimana fa con la sentenza di primo grado emessa dal Tribunale civile di Cassino.
“Si sarebbe dovuto sollecitare un esame psichiatrico ed impedire, tramite l’ausilio della forza pubblica, che il paziente rimanesse in libertà”. Questo il tratto essenziale della sentenza che ha portato la Asl alla soccombenza.
La vicenda finita in Tribunale a Cassino, tramite l’avvocato Maria Letizia Casale, ha avuto inizio la sera del 25 aprile  2004, quanto un uomo, 60enne, di Pontecorvo fu notato mentre tentava di scalcare il parapetto del ponte curvo sul fiume Liri: voleva gettarsi giù. Un passante interviene ed evita l’estremo gesto.
Con un’ambulanza del 118, l’uomo, fu portato al pronto soccorso dell’ex ospedale «Del Prete», ma, poche ore dopo, dal reparto di emergenza, viene dimesso. Intorno all’una del 26 aprile si consuma la tragedia: l’uomo si reca di nuovo sul ponte curvo e si lascia cadere giù. Con il fiume in piena in un attimo viene inghiottito dalla corrente delle acque. Per giorni vigili del fuoco, carabinieri e volontari scandagliano le acque e le sponde del fiume Liri, ma il corpo dell’uomo sembrava sparito nel nulla: era impigliato ad alcuni rami e viene trovato qualche settimana dopo, alla fine del periodo delle piene. Una morte sulla quale sin dai primi giorni ci sono stati interrogativi. La famiglia, il figlio convivente, in particolare, dopo aver raccolto elementi sulle ultime ore di vita di suo padre, nel 2006, tramite l’avvocato Casale, si rivolge al Tribunale civile di Cassino. Chiama in causa la Asl di Frosinone sostenendo che “il suo padre era stato dimesso nonostante lo stato di incapacità e il tentativo di suicido”. Chiede il risarcimento dei danni “diretti, indiretti, materiali, esistenziali e biologici”.
C’è stata una lunga istruttoria nel corso della quale sono stati ascoltati gli operatori del 118 e altri testimoni.
“I testi – si legge nella sentenza – sono stati tutti concordi nell’affermare che il paziente, la sera del 25 aprile venne condotto al pronto soccorso dell’ospedale di Pontecorvo dopo aver tentato il suicidio”. Poco dopo era stato dimesso, ma non aveva firmato il verbale di pronto soccorso. Per il Tribunale da questa circostanza si  “desume lo stato di incapacità e non una deliberata omissione della sottoscrizione”.
Per il Tribunale, inoltre, il medico di pronto soccorso  (non chiamato in giudizio dal figlio del paziente), avrebbe dovuto “sollecitare un esame  psichico ed impedire, tramite l’intervento della forza pubblica, che il paziente rimasse in libertà, potendo rappresentare un pericolo non solo per sé (come poi è stato), ma anche per gli altri”.
Alla Asl, dunque, è stato intimato di  versare al figlio del paziente morto suicida la somma di 193.812,68, somma estrapolata dalle tabelle di Milano pubblicate nel 2014 ( indici di valutazione del danno non patrimoniale) oltre al pagamento delle spese legali e rivalutazione. La sentenza è stata appellata.

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