La tempesta perfetta: non è solo il titolo del film degli anni 2000, ma lo scenario che David Beasley, Direttore Esecutivo del World Food Programme (Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite), ha dipinto nel parlare di ciò che sta succedendo ora a proposito di condizioni meteorologiche estreme, shock economici, impatti persistenti del COVID-19 ed effetti a catena della guerra in Ucraina. Tutti questi fattori colpiscono non solo i “poveri tra i poveri”, ma anche persone che prima, in qualche modo, riuscivano a cavarsela. E invece, ora, milioni di persone nei Paesi di tutto il mondo sono spinti sempre di più verso la povertà estrema e la fame. Una situazione drammatica, evidenziata dal nuovo rapporto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) e il WFP che prende in esame 20 aree, sei delle quali sono a rischio estremo di immediata crisi alimentare. 

Vediamo cos’è emerso dal rapporto e quali sono i Paesi in “massima allerta”, che richiedono azioni urgenti per salvare vite umane e proteggere i mezzi di sussistenza.

Crisi climatica, Covid-19, conflitti e shock economici: le cause dell’insicurezza alimentare nel rapporto FAO-WFP

Il titolo del rapporto è Hunger Hotspots – FAO-WFP early warnings on acute food insecurity, ed è stato pubblicato a inizio giugno. Le due organizzazioni internazionali invocano un’azione umanitaria urgente in 20 “hunger hotspots” – ossia i “punti caldi della fame”. In queste aree si prevede infatti un peggioramento della fame acuta da giugno a settembre 2022. L’obiettivo dell’appello è duplice: da una parte, agire subito per salvare vite e mezzi di sussistenza, dall’altra prevenire ulteriori carestie e conseguenti crisi alimentari.

L’insicurezza alimentare cresce quindi, con 40 milioni di persone a rischio in più rispetto al precedente massimo raggiunto nel 2020, anno in cui le misure prese contro la pandemia hanno pesantemente influenzato la sicurezza alimentare. Ma quali sono le cause? Violenza organizzata e conflitti armati restano la causa principale in tutte le regioni e nella maggior parte degli hotspots: nel 2021, oltre il 70% delle persone con livelli di insicurezza alimentare acuta in crisi o peggio vivevano in paesi colpiti da conflitti.

World Food Programme

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Oltre a questo, l’economia mondiale, che si sta ancora riprendendo dalla pandemia di Covid-19, ha subito un ulteriore rallentamento a causa delle interruzioni della catena di approvvigionamento globale e dell’aumento del debito pubblico. La guerra in Ucraina ha inoltre esacerbato il già costante aumento dei prezzi del cibo e dell’energia in tutto il mondo, che stanno già impattando sulla stabilità economica in tutte le regioni.

Non aiutano anche condizioni metereologiche sempre più estreme come forti piogge, tempeste tropicali, uragani e siccità che colpiscono pesantemente alcuni Paesi e regioni del mondo. In particolare, continua a preoccupare La Niña, quel fenomeno meteorologico per cui alcune aree del mondo subiscono siccità e altre invece forti precipitazioni. Questa anomalia climatica è in corso ormai dal 2020 e continuerà anche nel 2022, causando forti perdite di raccolti e bestiame soprattutto in Africa orientale, Asia centrale e Caraibi. In Africa orientale, infatti, si sta verificando una siccità senza precedenti che sta colpendo Somalia, Etiopia e Kenya con una quarta stagione consecutiva di piogge al di sotto della media. Il Sud Sudan dovrà affrontare il suo quarto anno consecutivo di inondazioni su larga scala, che probabilmente spingeranno le persone ad abbandonare le proprie case.

750.000 persone vanno incontro a fame e morte: sei paesi nella fase 5 della scala IPC

Sono 20 gli hunger hotspots individuati: si tratta di paesi o zone in cui è probabile che, nei prossimi mesi, parti della popolazione si trovino ad affrontare un deterioramento significativo dei già elevati livelli di insicurezza alimentare acuta che metterà a rischio la loro vita e i loro mezzi di sussistenza. Quali sono questi Paesi?

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Facciamo un passo indietro. Prima di procedere, è necessaria una specifica: l’individuazione di questi Paesi si basa sulla scala IPC, ossia l’Integrated food security phase classification, che definisce le cinque fasi dell’insicurezza alimentare.

  1. Generale sicurezza alimentare (none/minimal), per cui le famiglie sono in grado di soddisfare i bisogni alimentari e non alimentari essenziali senza impegnarsi in strategie atipiche e insostenibili per accedere al cibo e al reddito. 
  2. Moderata insicurezza alimentare (stressed): le famiglie hanno un consumo alimentare minimamente adeguato, ma non sono in grado di permettersi alcune spese non alimentari essenziali senza impegnarsi in strategie di “lotta allo stress”.
  3. Acuta crisi alimentare e dei mezzi di sostentamento (crisis), per cui si hanno divari nel consumo di cibo che sono riflessi da una malnutrizione acuta elevata o superiore al normale, oppure si è solo marginalmente in grado di soddisfare il fabbisogno alimentare minimo ma solo esaurendo i mezzi di sussistenza essenziali o attraverso strategie di gestione delle crisi.
  4. Emergenza umanitaria (emergency): alcune famiglie hanno grandi divari nel consumo di cibo che si riflettono in una malnutrizione acuta molto elevata e in un’eccessiva mortalità; o sono in grado di mitigare grandi divari nel consumo di cibo, ma solo impiegando strategie di sostentamento di emergenza e liquidazione dei beni.
  5. Carestia/catastrofe umanitaria (catastrophe/famine), quando in un determinato Paese almeno il 20% delle famiglie deve far fronte a una totale mancanza di cibo; almeno tre persone su dieci mostrano segni di malnutrizione acuta; il tasso di mortalità supera i due decessi ogni 10mila persone al giorno sul totale della popolazione.

I paesi a rischio

Secondo il rapporto, Etiopia, Nigeria, Sud Sudan e Yemen rimangono nella categoria “massima allerta” come hotspot con condizioni catastrofiche, mentre Afghanistan e Somalia si aggiungono a questa preoccupante categoria rispetto all’ultimo rapporto pubblicato nel gennaio 2022. Questi sei Paesi hanno tutti una parte della popolazione nella fase 5, cioè di “Catastrofe”, dell’IPC o rischiano di precipitarvi, con 750.000 persone che rischiano fame e morte. Tra queste, 400.000 solo nella regione del Tigray in Etiopia, il numero più alto mai registrato in un paese dalla carestia in Somalia nel 2011.

Oltre a questi Paesi, però, sono anche altri gli hotspots che richiedono azioni urgenti per scongiurare la fame estrema e la morte. “Forte preoccupazione” quindi per Repubblica Democratica del Congo, Haiti, Sahel, Sudan, Siria e ora anche Kenya a causa del deterioramento delle condizioni di vita e sicurezza alimentare. Sri Lanka, paesi costieri dell’Africa occidentale (Benin, Capo Verde e Guinea), Zimbabwe e Ucraina – per via del conflitto – si aggiungono agli hotspots, affiancandosi ai Paesi già presenti nel precedente rapporto, Angola, Libano, Madagascar e Mozambico.

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Azioni preventive e di emergenza: cosa fare?

Lotta contro la povertà assoluta e la fame: sono due dei pilastri degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030, il piano di azione delle Nazioni Unite per un mondo più equo. Pilastri che rischiano di non essere raggiunti in tempo, considerando che la situazione è in peggioramento per il caro energia e il conflitto in Ucraina, considerato uno dei granai d’Europa. Al punto da far parlare di crisi alimentare globale, come abbiamo visto nell’intervista ad Andrea Valente, presidente di Italmopa, l’Associazione industriali mugnai d’Italia. 

Cosa possono fare governi e istituzioni, quindi, per far fronte a questo quadro? Nel rapporto FAO-WFP sono fornite una serie di raccomandazioni specifiche per ciascun Paese basate sulle priorità e sulla scala di gravità di insicurezza alimentare. In particolare, sono due le modalità di intervento: 

  • da una parte, sono previste una serie di azioni preventive con l’obiettivo di protezione a breve termine da attuare prima che si concretizzino nuovi bisogni umanitari;
  • dall’altra, si parla di risposta alle emergenze, con cui si identificano tutte quelle azioni urgenti per salvare vite umane, prevenire la carestia e proteggere i mezzi di sussistenza.

Le organizzazioni, però, sottolineano con fermezza l’importanza di rafforzare l’azione preventiva nell’assistenza umanitaria, assicurando che i rischi prevedibili non si trasformino poi in vere e proprie catastrofi umanitarie. Come ha ammonito Beasly, quello a cui stiamo assistendo è solo la punta dell’iceberg: “le soluzioni esistono. Ma dobbiamo agire e farlo in fretta”.