Nei mesi scorsi, è arrivata una svolta significativa per la protezione del mare. È stata approvata a larghissima maggioranza in Senato la Legge Salvamare, uno strumento importante per la salute delle nostre coste, che consente ai pescatori di scaricare nei porti i materiali vari recuperati in acqua. Finora, infatti, erano costretti a ributtarli in mare, per evitare un possibile denuncia penale per trasporto illegale di rifiuti. Ma da quale situazione nasce l’iniziativa che ha portato a questa semplice ma fondamentale legge? E come è percepita dal mondo della pesca? Per rispondere a queste e ad altre domande abbiamo coinvolto Francesca Biondo, direttrice di Federpesca.

Dalla proposta all’approvazione: la Legge Salvamare e il recupero dei rifiuti

Con 198 voti favorevoli, nessun contrario e 17 astenuti, dall’11 maggio scorso la cosiddetta “Legge Salvamare” è stata approvata in Senato, dopo il primo via libera alla Camera del 2019, al quale ha fatto seguito una lunga gestazione. Presentata nel 2018 dall’allora ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, la norma permette ai pescatori che con le reti recuperano rifiuti in mare – si tratta soprattutto di plastica – di portarli nei porti, dove le autorità portuali hanno il compito di conferirli nei centri di raccolta, per avviarli al riciclo. Valida allo stesso modo per laghi e fiumi, la legge disciplinerà anche ulteriori iniziative di sensibilizzazione e di educazione ambientale, nella società come nelle scuole. L’ex ministro Costa si è detto “felicissimo: la perseveranza, la testardaggine, la voglia, la passione, con un pizzico di pazzia parlamentare, hanno trasformato un’idea in una legge che fa bene al mare e all’Italia”.

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Ricostruendo l’iter al quale si deve l’esito positivo, la direttrice di Federpesca puntualizza che “la Legge Salvamare è nata da una collaborazione trasversale tra la Camera e il Senato, partendo, in primis, dal dialogo diretto con le organizzazioni di pescatori e le associazioni ambientaliste, in un rapporto di grande condivisione. Come Federpesca abbiamo fin da subito contribuito, in occasioni istituzionali e tramite attività di sensibilizzazione degli operatori e progetti pilota in molti porti italiani. Insieme a noi, va inoltre ricordato il contributo di attori come Federazione del Mare, CNR, Ispra, Stazione Zoologica Anton Dohrn, Confitarma, Assonave, Assoporti, Confindustria Nautica e tanti altri”.

I rifiuti in acqua sono una costante

La presenza di marine litter (ossia la “spazzatura marina”, con una traduzione letterale) lungo il litorale rappresenta un danno per gli ecosistemi come per la fauna marina, rispetto alla quale la contaminazione da microplastiche purtroppo non è più solo un’ipotesi. La dottoressa Biondo precisa che “le aree a maggiore presenza di rifiuti sono quelle sottocosta e quelle in prossimità delle foci dei fiumi, rispettivamente con il 32% e circa il 30% di frequenza di pesca dei rifiuti marini. Pur non avendo una vera e propria statistica storica delle quantità di rifiuti, possiamo dire che negli ultimi anni le quantità portate a terra sono aumentate, anche grazie al lavoro di recupero svolto quotidianamente dal nostro settore nella maggior parte delle marinerie italiane”.

Legge salvamare: la distribuzione del marine litter

I quantitativi di rifiuti in mare non sono uguali ovunque, ed esistono ricerche specifiche sulla loro distribuzione e sui loro spostamenti, influenzati anche dalle maree e dalle correnti. A questo proposito, Francesca Biondo sottolinea che “gli scienziati dell’Alfred Wegener Institute, in Germania, hanno sviluppato una mappa virtuale che mostra la distribuzione dei rifiuti marini in tutto il mondo. La Litterbase riassume i risultati di 2.984 studi scientifici in grafici e cifre globali comprensibili, rendendo accessibili al pubblico le conoscenze scientifiche sui materiali dispersi in mare. Secondo questa mappa, le zone italiane in cui vi è una maggior concentrazione sono, su tutte, il mar Ligure e l’alto Adriatico, ma vi sono grossi quantitativi anche al largo della Toscana, nel golfo di Napoli, sulla sponda tirrenica della Sicilia, su quella ionica della Calabria e nelle acque a Nord del Gargano. Pur trattandosi di casistiche registrate tra il 2010 e il 2015, le tracce generali di Litterbase relative alla concentrazione di rifiuti sono state confermate successivamente da uno studio condotto dall’Ispra”.

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Parlando invece delle attività di recupero, Biondo aggiunge che “tra le aree marine citate, anche grazie a iniziative come Fishing for litter, quella in cui si registra il maggior recupero di rifiuti è proprio l’alto Adriatico, ma anche l’arcipelago toscano. In merito a questi dati, tuttavia, va rilevato che queste zone sono anche quelle in cui si concentra la maggiore attività di recupero delle nostre flotte. Pertanto, riteniamo che questo dato sia da leggere considerando la maggiore quantità di rifiuto recuperato, e non certo esclusivamente pensando a un maggiore inquinamento di quelle zone”.

Quali sono le tipologie di rifiuti rinvenute più spesso o in maggiore quantità?

Saperne di più sui materiali recuperati e sui rifiuti più presenti in mare aiuta a riflettere sull’abbandono – volontario o meno – che colpisce le coste come le acque interne. La direttrice di Federpesca afferma che “sia Litterbase sia i report Ispra, così come l’esperienza dei nostri operatori, confermano che, per quanto concerne il materiale di cui sono composti i rifiuti, è la plastica a dominare tutte le statistiche. In particolare, secondo l’Ispra, nel 2018 e nel 2019 i soli rifiuti di plastica monouso rappresentavano rispettivamente il 30 e il 26% del totale dei rifiuti rinvenuti. In particolare, spiccano i sacchetti di plastica. Questo racconta di un problema che ogni giorno affronta chi vive e lavora in mare, ma che proviene da terra e per risolvere il quale è fondamentale un’attività di sensibilizzazione a monte dei cittadini, affinché non gettino impropriamente i rifiuti e riducano il consumo di plastica”.

Microplastiche esposizione

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Dalle reti da pesca alle bottiglie, infatti, “la plastica, rappresenta una minaccia per il nostro mare. Sono 134 le specie tra pesci, uccelli, tartarughe e mammiferi marini che nel Mediterraneo sono vittime della presenza di plastica. Oltretutto, la presenza di grandi quantità di rifiuti, oltre a minacciare la salute, provoca danni all’attività di pesca, danneggia le attrezzature e riduce gli spazi a bordo per il pescato, con importanti conseguenze organizzative ed economiche per gli operatori”.

Come funziona lo smaltimento?

La gestione dello smaltimento dei rifiuti è un passaggio fondamentale, che segue la regolarizzazione del recupero in acqua concesso dalla legge. I materiali, precisa Biondo, “vengono immediatamente affidati alle aziende che si occupano della gestione dei rifiuti. Fino ad oggi, nell’ambito di specifiche progettualità, il destino di ciò che veniva ripescato accidentalmente, dopo il conferimento a terra, era determinato da accordi che, di volta in volta, abbiamo stretto con i Comuni, le Autorità portuali o le imprese di gestione e smaltimento locali. Con l’entrata in vigore della Legge Salvamare, i rifiuti conferiti presso l’impianto portuale di raccolta sono oggetti di competenza del Comune e delle autorità portuali interessate, deputate a individuare aree di stoccaggio e modalità di smaltimento idonee. Con queste istituzioni continueremo a collaborare fattivamente, per garantire un corretto trattamento dei rifiuti a terra”.

Il ruolo del mondo della pesca nella lotta ai rifiuti

A suo modo, la Legge Salvamare costituisce anche un implicito attestato di fiducia nei confronti dei professionisti della pesca, ai quali, quindi, si riconosce un ruolo di primo piano nella lotta ai rifiuti marini.

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In merito a questo, secondo Francesca Biondo “sicuramente i pescatori si reputano soddisfatti dall’approvazione della legge. Anzitutto, perché stabilisce dei riconoscimenti per coloro che conferiscono a terra i rifiuti. Uno ad honorem (art. 11 comma 1) e uno consistente in misure premiali (art. 2 comma 9). Tuttavia, ciò che inorgoglisce la comunità di pescatori nostrana è la possibilità, finalmente, di vedere riconosciuta un’attività che svolgono da anni per la pulizia dei mari italiani, di presidio ecologico reale di cui è capace solo chi ama davvero il mare. In questo senso, stiamo lavorando per superare le progettualità spot e proporre invece progetti strutturali di pulizia dei nostri mari, anche grazie alla collaborazione con Castalia e il Ministero dell’Ambiente”.

Infine, aggiunge la direttrice di Federpesca “auspichiamo che la Legge Salvamare, oltre a dare finalmente gli strumenti attuativi per affrontare il problema, porterà a una rivalutazione collettiva del ruolo del pescatore. Un mare più pulito significa un prodotto ittico di qualità superiore, a sua volta più appetibile sul mercato da parte del consumatore, che vedrebbe nel pescato una possibilità di migliorare la propria alimentazione. La protezione della natura, del mare nello specifico, è la tutela del genere umano, e speriamo che questa legge possa essere solo il primo passo verso l’implementazione di un quadro istituzionale ben più ampio in tal senso”.

Cosa ne pensate della Legge Salvamare e del ruolo dei pescatori nel recupero dei rifiuti in dispersi in acqua?