Il diritto all’oblio impossibile avere confini territoriali

l diritto all’oblio non può avere confini nazionali né continentali. Questa è l’idea del Cnil, l’autorità francese per la privacy, che ha chiesto a Google la rimozione totale dei contenuti per i quali gli utenti hanno fatto domanda di cancellazione invocando il diritto all’oblio. Secondo il Cnil le rimozioni non possono essere “limitate” ma devono essere globali per salvaguardare il diritto alla privacy delle persone. Questo perché gli utenti esperti di internet potrebbero facilmente aggirare il dominio nazionale di Google in cui avviene il delisting e avere così accesso alle notizie cancellate.

Il Cnil aveva emesso una decisione che nel maggio 2016 chiedendo di d’indicizzare i risultati di ricerca su scala globale. Google aveva appellato quella decisione al Consiglio di stato francese che oggi, condividendo i dubbi sull’effettiva competenza dell’autorità francese, ha rimandato la decisione alla Corte di Giustizia Europea che si dovrà esprimere a riguardo.

La controversia è sorta nel 2014: dopo una richiesta di cancellazione di contenuti in base al “right to be forgotten”, ossia il diritto a essere dimenticato, Google aveva provveduto all’eliminazione dei risultati della ricerca, ma solo nei suoi siti europei come Google.de in Germania e Google.fr in Francia, sostenendo che la cancellazione totale avrebbe potuto costituire un pericoloso precedente sulla portata territoriale delle leggi nazionali.

«Sin dal 2014 – ha dichiarato Peter Fleischer, consulente globale di privacy di Google – ci siamo impegnati per implementare in modo attento e completo in Europa quanto previsto dalla sentenza sul diritto all’oblio. Negli ultimi 18 mesi, abbiamo difeso l’idea che ciascun Paese debba poter bilanciare libertà di espressione e privacy nel modo che ritiene più opportuno, e non nel modo scelto da un altro Paese. E lo stiamo facendo perché vogliamo assicurarci che le persone abbiano accesso al contenuto che è legale nel loro Paese. Continueremo a sostenere la nostra causa di fronte alla Corte di Giustizia Europea».

Cinque mosse per evitare di farsi rubare username, password e altri dati

e cronache delle ultime settimane sembrano il bollettino dell’Apocalisse della privacy. Criminali informatici sconosciuti continuano a rendere pubblici elenchi lunghissimi di username e password che altri pirati informatici usano poi per cercare di entrare negli account di quegli utenti che usano sempre le stesse credenziali su tutti i servizi web ai quali si iscrivono. Inoltre, il nostro indirizzo mail viene sparso per il tutto il sottobosco dei criminali informatici che lo useranno poi per riempirci di spam o cercare infettarci con email contenenti malware. Ma cosa possiamo fare se i dati vengono rubati direttamente ai siti ai quali ci iscriviamo? Usare qualche accortezza per evitare di lasciar loro più dati di quanti in realtà non servano.

Usiamo delle e-mail temporanee per le iscrizioni
Moltissimi dei siti web ai quali ci iscriviamo non hanno in realtà bisogno dei nostri dati per funzionare come si deve. Quando andiamo a registrarci su siti dai quali non vogliamo ricevere comunicazioni via mail, usiamo un servizio di e-mail temporanea. Si può andare da temp-mail.org a Guerrillamail trovandone a frotte sul Web, ma il funzionamento è quasi sempre identico: un servizio che ti garantisce un indirizzo mail per una decina di minuti e poi tutto viene cancellato. In questo modo, se anche il sito al quale ci registriamo viene hackerato, i criminali si ritroveranno con un pugno di mosche in mano. Attenzione, però: l’indirizzo mail nella registrazione a un sito viene usato per il recupero delle password. Se non possiamo permetterci di registrarci di nuovo in caso dimenticassimo le credenziali di accesso, è meglio usare un indirizzo permanente, ma con qualche accortezza.

Il piano B in caso le e-mail temporanee non siano utilizzabili
Se abbiamo bisogno di ricevere notifiche, newsletter o magari solo poter usare il servizio di recupero della password, un indirizzo che sparisce nel nulla dopo una decina di minuti non fa al caso nostro. Questo, però, non significa che dobbiamo rassegnarci a usare il nostro indirizzo mail principale. Una buona pratica, infatti, è quella di separare i siti “grandi e affidabili” da quelli “poco noti e potenzialmente meno degni di fiducia”. I servizi gestiti da piccole società, infatti, hanno molte più possibilità di essere hackerati rispetto ai colossi del Web. Di conseguenza, è meglio usare degli indirizzi mail dedicati a questi siti potenzialmente poco sicuri. Create un indirizzo su un servizio di posta gratuito e assegnategli una password complessa e che non abbia nulla a che vedere con quelle che usate altrove. In questo modo, se verrà rubato, i criminali non avranno alcun appiglio per provare a entrare in servizi web più importanti. Più indirizzi mail “secondari” usate, minori saranno le possibilità di essere hackerati su vasta scala.

Usate password dedicate per ogni servizio
Lo abbiamo detto milioni di volte, ma lo ripeteremo all’infinito: usate password dedicate a ogni servizio. In generale, gli attacchi che cercano di usare le credenziali rubate in un sito per provarle su molti altri sono completamente automatizzati, quindi basta poco per neutralizzarli. Date un occhio alla nostra guida alle password ragionevolmente sicure.
Compilate solo i campi strettamente necessari
Ricordiamoci che quando un sito viene hackerato è molto probabile che i criminali abbiano accesso a tutti i dati contenuti nel database e non solo a username e password. Se non è strettamente necessario, non inserite informazioni personali, evitando soprattutto quanto possa identificarvi nella vita reale: indirizzi, foto di documenti, l’azienda per la quale lavorate e così via. Meno dati inserite (o meno dati ‘veri’ inserite) meno esposti sarete al furto di credenziali.
Usate carte di credito virtuali o fortemente limitate
Una buona pratica è anche quella di non lasciare il numero di carta di credito su troppi siti. Prediligete chi non vi chiede direttamente di inserire i dati per il pagamento ma si appoggia a strutture più grandi come Paypal o un circuito bancario per elaborare le informazioni degli addebiti. Se il sito vuole proprio un numero di carta di credito, inseritene uno temporaneo o relativo a una carta di credito o debito con forti limiti per impedire l’uso fraudolento in caso di furto.

Violazione Privacy: Facebook e Google beccate spiare gli utenti iOS

Sia Facebook che Google sono state beccate con le mani nella marmellata. Con un escamotage tecnico, violavano le linee guida di Apple in materia di privacy e studiavano il comportamento degli utenti.

certificate enterprise di iOS sono stati creati da Apple per permettere alle grandi aziende corporate di gestire asset di migliaia di iPhone e iPad in modo centralizzato e automatico; in teoria, non si potrebbero usare per nessun altro scopo, ma nel mondo reale vengono sfruttati per eludere le protezioni di iOS. Per esempio, per installare app piratate (con tutti i rischi che ne conseguono) oppure -come nel caso di Google e Facebook- per studiare nei minimi dettagli il comportamento degli utenti online e nelle app.

Ma c’è di più, e di peggio. Entrambe le società infatti corrispondevano una qualche forma di pagamento ai ragazzi e agli adulti che entravano a far parte de programma; 20$ al mese nel caso di “Facebook Research”, e gift card omaggio per Google “Screenwise Meter”. Il sistema si basava su invito diretto, e agli utenti era data facoltà di disiscriversi e disinstallare il certificato in qualunque momento.

Il problema è che sfruttavano uno strumento ufficiale di Cupertino in modi esplicitamente vietati per bypassare i meccanismi di protezione della privacy degli utenti. Ecco perché la mela è dovuta intervenire revocando i certificati concessi.

Facebook afferma di non aver compiuto abusi, ma intanto ha dovuto subire l’ira funesta di Apple, che scrive:

“Abbiamo progettato il nostro Programma per Sviluppatori Enterprise col solo scopo della distribuzione interna delle app all’interno di una società. Facebook ha utilizzato la propria adesione per distribuire app rastrella-dati a scapito dei consumatori, il che costituisce una chiara violazione degli accordi con Apple. Qualunque sviluppatore che utilizzi i propri certificati aziendali per distribuire app ai consumatori vedrà la revoca di suddetti certificati, a protezione degli utenti e dei loro dati.”

Più cauta Google, che invece si è scusata formalmente per l’accaduto:

“L’app iOS Screenwise Meter non avrebbe dovuto operare sotto il Programma per Sviluppatori Enterprise di Apple. Si è trattato di un errore e ci scusiamo. Abbiamo disabilitato quest’app sui dispositivi iOS. L’app era su base completamente volontaria e così è sempre stata. Siamo stati chiari sin da subito con gli utenti riguardo l’uso dei dati che veniva fatto nell’app, e non abbiamo alcun accesso ai dati crittografati nelle app e sui dispositivi; inoltre, gli utenti potevano uscire dal programma in qualunque momento.”

Oramai comunque il danno è fatto, e occorre capire cosa fare e come impedire che simili problemi si ripetano in futuro. Anche perché, nel frattempo, con la revoca del certificato hanno smesso di funzionare anche tutte le altre app interne, anche quelle utilizzate quotidianamente dagli impiegati di Facebook per svolgere il proprio lavoro, e per cui esiste per l’appunto il Programma Sviluppatori Enterprise.

Facebook sta “lavorando gomito a gomito” con Apple per ripristinarne il funzionamento, ma il messaggio è chiaro: con la privacy degli utenti, non si scherza e c’è da scommettere che con iOS 13 assisteremo ad un ulteriore stretta sulla sicurezza. Scommettiamo?

Di Giacomo Martiradonna

fonte.http://www.melablog.it/post/218078/privacy-facebook-google

Nuova legge sul Diritto all’Oblio su Internet 2018

Si chiama “General Data Protection Regulation”, abbreviato in GDPR, ma in Italia è stato ribattezzato come nuovo “Regolamento Europeo per la Protezione dei Dati Personali“. Questo testo è entrato in vigore il 24 maggio 2016 ma diventerà direttamente applicabile a tutti gli Stati Membri a partire dal 25 maggio 2018. Un regolamento estremamente aggiornato, un codice della privacy in materia di diffusione dei dati personali voluto fortemente dall’Unione Europea e che ha visto un lavoro lungo e congiunto di Parlamento, Consiglio e Commissione europea. Questo testo introduce una serie di innovazioni molto importanti, non solo per i singoli cittadini, ma anche per le amministrazioni pubbliche e per le aziende. Tra queste: regole più chiare per il consenso al trattamento dei dati personali, limiti al trattamento automatizzato dei dati stessi, nuovi e importanti diritti e regole più stringenti per il trasferimento dei dati al di fuori dell’Ue e per i casi di violazione dei dati personali, oltre che al Nuovo Diritto all’Oblio su Internet 2018.

Tra i nuovi diritti introdotti dal Codice in Materia di Trattamento dei Dati Personali, dunque, è molto importante il Nuovo Diritto all’Oblio su Internet 2018,  che consiste nella cancellazione dei propri dati personali, anche e soprattutto online, da parte del titolare del trattamento, se vanno a realizzarsi e verificarsi una serie di condizioni.
Le condizioni su cui si basa il Nuovo Diritto all’Oblio su Internet 2018 sono stabilite dall’articolo 17del regolamento: “L’interessato ha il diritto di ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei dati personali che lo riguardano senza ingiustificato ritardo e il titolare del trattamento ha l’obbligo di cancellare senza ingiustificato ritardo i dati personali, se sussiste uno dei motivi seguenti: i dati personali non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati; l’interessato revoca il consenso su cui si basa il trattamento e se non sussiste altro fondamento giuridico per il trattamento; l’interessato si oppone al trattamento e non sussiste alcun motivo legittimo prevalente per procedere al trattamento; i dati personali sono stati trattati illecitamente; i dati personali devono essere cancellati per adempiere un obbligo legale previsto dal diritto dell’Unione o dello Stato membro cui è soggetto il titolare del trattamento; i dati personali sono stati raccolti relativamente all’offerta di servizi della società dell’informazione”.

Collegato al diritto all’oblio, inoltre, c’è l’obbligo per il titolare del trattamento di comunicare l’eventuale richiesta di cancellazione dei dati a tutti quelli che li stanno trattando. Nel testo vengono anche specificati alcuni casi in cui il diritto all’oblio può essere limitato: si tratta della garanzia dell’esercizio della libertà di espressione o il diritto alla difesa in una sede giudiziaria, la tutela di un interesse generale, come la salute pubblica, o quando i dati sono necessari “a fini di archiviazione nel pubblico interesse, di ricerca scientifica o storica o a fini statistici”.

Diritto all’oblio. Il caso PrimaDaNoi.it sul Guardian: humor inglese sulla vicede giudiziarie italiane.

«Articoli che scadono come il latte. Il diritto all’oblio utilizzato per censurare il giornalismo»

LONDRA. “Ecco come i tribunali italiani hanno utilizzato il diritto all’oblio per mettere una data di scadenza alle notizie”. Si intitola pressappoco così l’articolo del 20 settembre 2016 del londinese “The Guardian”, uno dei più prestigiosi media britannici che scopre la sentenza 13161 del 2016 della Cassazione cioè la “sentenza PrimaDaNoi.it” sul diritto all’oblio.

Scritto da Athalie Matthews,  avvocato del giornale ed esperta di new media  e diritto dell’informazione, l’articolo ripercorre a grandi linee (con qualche lieve imprecisione) il calvario pionieristico giudiziario di PrimaDaNoi.it che nella versione anglofona diventa “the first among us” letteralmente “il primo tra gli altri” e anche il nostro nome è motivo di un pungente humor  (“il primo tra gli altri” a beccarsi una sentenza del genere).

L’articolo abbastanza tecnico, ripreso anche da altri media e ritwittato in molti altri Stati, non sembra tenero con la giustizia italiana se questi sono i risultati che ne vengono fuori…  e pensare che all’estero l’Italia viene vista come culla del diritto (quello romano) che è stato il padre dei diritti occidentali.

«La data di scadenza per un articolo come il latte o il gelato che si squaglia» si   ironizzare nel pezzo mettendo in ridicolo la pericolosa interpretazione delle leggi che diventano così «motivo di censura delle notizie scomode».

«La più alta corte in Italia di recente», si spiega, «ha confermato una sentenza che impone la scadenza di un articolo in un archivio on line di un giornale dopo due anni. Si tratta di un allontanamento significativo da precedenti applicazioni del diritto, che ha da sempre distinto tra i risultati di ricerca di Google (“delisting” o deindicizzazione) e la rimozione di contenuti alla fonte. A differenza del passato la corte romana (la Cassazione) ha accusato la fonte della notizia non il messaggero. Il sito web di notizie in questione, ‘Primadanoi’ ( ‘The First Among Us’), un piccolo sito in Abruzzo, è indignato e ha ribattezzato il ‘diritto di essere dimenticati’ ( ‘Il Diritto d’Oblio’ in italiano), in “delitto d’oblio”. (…) Nella loro sentenza – che avrà fatto correre un brivido tra i giornalisti di tutto il mondo – i giudici di Roma hanno attribuito grande importanza al fatto che l’articolo in questione fosse facilmente reperibile su Google, sottolineando che il materiale on-line deve essere trattato in modo diverso dalla carta stampata»

L’articolo del Guardian, dunque, mette in evidenza tutte le peculiarità della sentenza profondamente diversa da quella emessa nel famoso caso di Google Spain nel 2014 che ha concesso al motore di ricerca di rimuovere i link sgraditi dopo una analisi soggettiva del materiale.

La giornalista poi definisce come «miscuglio legale» i diversi contenuti della sentenza combinando insieme ed in maniera originale argomenti come la diffamazione, la privacy, il diritto di cronaca, la reputazione e dove tutte queste cose «galleggiano in una originale zuppa confondendosi tra loro».

«Di conseguenza, almeno in Italia, ‘il diritto di essere dimenticati’ ora ha un nuovo significato: il diritto di rimuovere il giornalismo scomodo dagli archivi dopo due anni», scrive The Guardian, «questo sicuramente non può essere giusto. Se lo fosse, tutti potrebbero  domandare la cancellazione dai siti web di informazioni giornalistiche ed il giornalismo on line sarebbe decimato» .

Persino in Ighilterra sanno che in Italia la tutela del giornalismo e del diritto di cronaca è diversa e maggiore anche rispetto alla tutela della privacy e «Primadanoi ha ripetutamente sostenuto questa eccezione in tribunale. E dato che tale eccezione al trattamento dei dati sensibili è sancito dalla Costituzione si è pensato che fosse un punto dirimente. Non secondo la Corte suprema di Cassazione, che lo ha sostanzialmente ignorato. Il motivo della decisione deriverebbe da un difetto nella protezione offerta ai giornalisti dalla legge italiana, una volta che gli articoli non sono più attuali», un vuoto normativo che di sicuro esiste circa il diritto all’oblio ma non in questo caso visto che la notizia incriminata e fatta cancellare non era affatto datata poichè i fatti criminosi di cui si raccontava non avevano avuto ancora un accertamento giudiziario con una sentenza di primo grado.

Resta da capire, conclude l’articolo, se davvero la scadenza temporale dei due anni sarà applicata ancora in una nuova sentenza ad ogni modo -scherza l’autrice- «se state leggendo dall’Italia questo articolo fate in fretta prima che venga cancellato».

Alessandro Biancardi Primadanoi.it : un vecchio post viola la privacy?

alessandro biancardi

ABRUZZO. Il giornale on line che ha in archivio articoli viola la legge sulla privacy perchè detiene dati sensibili senza il consenso dell’interessato. Alla fine è arrivata la sentenza della Cassazione che conferma la seconda sentenza del tribunale di Ortona del gennaio 2013 che per la seconda volta in Italia sanciva l’esistenza del diritto all’oblio applicandolo alla cancellazione integrale e totale degli articoli anche dagli archivi dei siti on line.

La sentenza si rifaceva integralmente ad una precedente emessa nel 2011 sempre dal tribunale di Ortona che può essere considerata la prima in assoluto in Italia di quel genere. Entrambe le sentenze hanno visto soccombere PrimaDaNoi.it mentre da allora il dibattito su questo controverso diritto è montato fino ad invadere l’Europa e poi gli Stati Uniti.
La stessa Cassazione più volte si è espressa in maniera non sempre univoca decidendo caso per caso ma mai si era arrivato ad una decisione tanto drastica.
Ancora una volta questo quotidiano è il soggetto soccombente di una sentenza che entrerà nella storia e che apre uno squarcio inimmaginabile sulla fruizione delle notizie e dell’informazione sul web, che taglia di netto la libertà dei giornalisti, limita incredibilmente il diritto di cronaca ma soprattutto dà una mazzata al diritto ad essere informati dei cittadini e a ricercare informazioni.

primadanoi.it

CHE COSA DICE LA SENTENZA?

La sentenza della Cassazione 13161/16 (Presidente Salvatore Di Palma, relatore Maria Cristina Giancola) conferma di fatto la sentenza 3/2013 del tribunale di Ortona che aveva stabilito che un articolo di cronaca su un accoltellamento in un ristorante dovesse essere cancellato dall’archivio digitale perchè pur essendo corretto, raccontando la verità e non travalicando i limiti di legge, aveva prodotto un danno ai ricorrenti, cioè i soggetti attivi della vicenda di cronaca giudiziaria.

A nulla era valsa l’eccezione relativa al diritto di cronaca per cui un fatto se è vero non può produrre un danno nè al fatto che la notizia di due anni prima era ancora attuale perchè il processo relativo non era nemmeno iniziato.
In quell’occasione scattò una sanzione di 10mila euro e la parte già in primo grado azionò il pignoramento dell’unico mezzo di trasporto del direttore Alessandro Biancardi.
Il fatto di cronaca era accaduto nel 2008 ma già il 6 settembre 2010 i titolari del ristorante chiedevano al giornale la cancellazione dell’articolo perchè ledeva l’immagine della loro attività commerciale.

Cancellazione rifiutata. Nel frattempo il tribunale di Ortona emette la prima sentenza sull’oblio e ci condanna per un articolo non cancellato ed ancora presente nell’archivio.

Il fatto ci induce a cancellare anche l’articolo oggetto del secondo contenzioso ancora in corso a scopo transattivo e per limitare i danni paventati.
Il giudice di fatto non ne tiene conto e calcola comunque che il danno è stato procurato dalla data di pubblicazione (2008) a quella di cancellazione (2011) perchè il trattamento dei dati si era protratto oltre lo scopo necessario anche se con finalità giornalistiche.

PrimaDaNoi.it, difesa dall’avvocato Massimo Franceschelli, ha proposto ricorso in Cassazione invocando la falsa applicazione della legge sulla privacy e chiedendo la nullità della sentenza perchè i dati sono stati trattati unicamente per finalità giornalistiche e per questo non c’è bisogno di alcuna autorizzazione.
Inoltre il fatto del 2008 non poteva beneficiare dell’oblio perchè l’ultima udienza del processo penale sull’accoltellamento si è tenuta il mese scorso (maggio 2016).

Si legge nella sentenza della Cassazione

«l’illecito trattamento dei dati personali è stato dal tribunale specificatamente ravvisato non già nel contenuto e nelle originarie modalità di pubblicazione e diffusione on line dell’articolo di cronaca sul fatto accaduto nel 2008 nè nella conservazione e archiviazione informatica di esso ma nel mantenimento del diretto ed agevole accesso a quel risalente servizio giornalistico del 29 marzo 2008 e della sua diffusione sul web quanto meno a fare tempo dal ricevimento della diffida in data 6 settembre 2010 per la rimozione di questa pubblicazione dalla rete (spontaneamente attuata solo nel corso del giudizio)»

Dunque sarebbe corretto pubblicare e mantenere in archivio ma solo per un determinato periodo che nessuna legge prevede e che questa sentenza stabilisce “congruo” in due anni e mezzo. Trascorso questo tempo l’articolo non solo dovrebbe essere deindicizzato (sempre a carico della testata on line a differenza di quanto stabilito dalla Corte di giustizia Europea nel 2014) ma sparire dal web completamente.

«La facile accessibilità e consultabilità dell’articolo giornalistico, superiore a quelle dei quotidiani cartacei, tenuto conto dell’ampia diffusione locale del giornale online consentiva di ritenere che dalla data di pubblicazione fino a quella della diffida stragiudiziale fosse trascorso sufficiente tempo perchè le notizie divulgate potessero avere soddisfatto gli interessi pubblici sottesi al diritto di cronaca giornalistico».
«Il persistere del trattamento dei dati personali aveva determinato una lesione del diritto dei ricorrenti alla riservatezza ed alla reputazione e ciò in relazione alla peculiarità dell’operazione di trattamento, caratterizzata da sistematicità e capillarità della divulgazione dei dati trattati ed alla natura degli stessi, particolarmente sensibili attenendo a vicenda giudiziaria penale».

«La Corte di Cassazione», ha puntualizzato l’avvocato Massimo Franceschelli, «ha deciso in senso contrario rispetto al procuratore generale il quale aveva chiesto l’accoglimento del nostro ricorso giudicandolo fondato e spiegando che non potesse applicarsi il diritto all’oblio perchè il processo penale era ancora in corso».

In conclusione la Cassazione stabilisce che:
1) Dopo la pubblicazione dell’articolo l’interesse pubblico alla lettura di quella notizia viene meno ( qui si dice che bastano due anni e mezzo).
2) Alla richiesta di cancellazione si doveva ottemperare subito perchè trascorso il tempo.
3) Il diritto di cronaca vale all’istante ma non si possono trattare dati sensibili e renderli fruibili al pubblico per sempre perchè dopo un pò prevale la privacy (per mantenerli ci vuole il consenso).
4) Si cancellano anche articoli recenti ed attuali.
Un articolo corretto produce un danno risarcibile per il solo fatto di essere fruibile

IL GOLPE OLTRE IL BAVAGLIO

Confesso che ci abbiamo messo più di un giorno per comprendere che si trattava di una sentenza reale ed ufficiale del massimo organo giudiziario.
La cosa ci ha colpito ulteriormente perchè dopo le pessime esperienze nel piccolo tribunale di provincia riponevamo una certa fiducia nella inappellabile Cassazione.
Ci siamo sbagliati ma almeno ora sappiamo di che morte dovremo morire noi, la libertà di stampa e soprattutto la libertà di informarsi.

Non spenderemo più parole per esprimere il nostro sdegno ed il nostro disgusto per aver raccolto solo umiliazioni in una guerra che abbiamo deciso di combattere da soli contro tutti per la libertà e la dignità di un Paese quando nessuno sapeva cosa fosse il diritto all’oblio, una invenzione che nella nostra esperienza permette a lobby e pregiudicati di tornare nell’ombra indisturbati.
Siamo di fronte ad una situazione più che assurda generata dal giudice dei giudici che condanna un giornalista che ha fatto bene il proprio mestiere ma che ha provocato un danno violando una norma che non esiste e che stabilisce la scadenza di un articolo.
Assurdo perchè siamo stati condannati una prima volta perchè non avevamo cancellato l’articolo e pure una seconda volta pur avendolo cancellato ma non abbastanza in fretta.
Assurdo perchè gli ermellini dicono in sostanza che i due che si sono accoltellati nel loro ristorante hanno avuto un danno all’immagine (loro e del ristorante) non dalla violenza del gesto di cui si spera siano responsabili ma dal suo racconto rimasto fruibile sul web.
Assurdo perchè si stabilisce che in venti anni il Garante della Privacy non ci ha capito niente.

La domanda però è: ora ci dite come avremmo dovuto e potuto fare per non incorrere in questa violazione? Dove avremmo dovuto leggere la data di scadenza dell’articolo? Sul retro, sul tappo, sul codice civile, penale, deontologico?

A proposito ma un giornalista che cancella articoli siamo sicuri che rispetta le leggi della categoria (l’autocensura è condannata, la post censura no)?
Ma sappiamo bene il perchè dopo sei anni siamo i primi ad essere stati condannati per questo: perché la maggior parte dei siti preferisce cancellare per non ‘avere problemi’ nonostante non ci sia una legge che impone il dovere di farlo.

Dal canto nostro non riusciremo a far fronte alla mole di danni che abbiamo provocato con 800mila articoli in archivio esercitando correttamente il nostro lavoro di onesti giornalisti e per questo molto difficilmente il quotidiano potrà sopravvivere, schiacciato da superficialità, poteri forti e sentenze impossibili da immaginare in un Paese davvero serio.

Ma noi siamo l’ultimo dei problemi, cercheremo giustizia fuori dall’Italia e con il tempo anche la gente capirà, ci volessero anche 20 anni ma alla fine capirà….
Una cosa la voglio dire chiara e forte: siamo fieri di quello che abbiamo fatto e ci stupiamo ancora oggi, dopo anni di sofferenze e umiliazioni, di come sia ancora forte il nostro senso per la libertà e la legalità. Che non cambia.

Siamo fieri di combattere alla stregua dei partigiani di un tempo contro uno strapotere subculturale fascista e totalitario che avvantaggia dittature di ogni tipo e umilia il cittadino qualunque e lo svuota dei diritti fondamentali. Oggi anche il diritto alla conoscenza.
Siamo fieri di essere migliori di tantissime persone che rappresentano le istituzioni e che avrebbero l’obbligo di far prosperare questo Paese, far rispettare le leggi, spiegare cosa sia la legalità e la libertà e colpire chi delinque.

Tutti dovrebbero avere immenso rispetto per la Costituzione italiana, l’ultimo baluardo per le nostre libertà e diritti e che sulla attività giornalistica è chiara: «La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure». Questa sentenza invece dice che dopo un pò bisogna essere autorizzati per trattare i dati sensibili e di fatto con la deindicizzazione e la cancellazione degli articoli dal web si applica una censura.
Postuma ma sempre censura è.

FONTE: https://www.articolo21.org/2016/06/il-giornale-on-line-che-ha-in-archivio-articoli-viola-la-legge-sulla-privacy-dalla-cassazione-una-sentenza-in-odore-di-post-censura/

Cos’è il Diritto all’oblio?Come funziona la richiesta ad “essere dimenticati”

Diritto all´oblio: il tempo non è l´unico elemento da considerare
Ruolo pubblico svolto e attualità della notizia sono importanti fattori da prendere in esame

Il trascorrere del tempo è senz´altro l´elemento più importante per valutare l´accoglimento di una richiesta ad “essere dimenticati”, ma l´esercizio del cosiddetto “diritto all´oblio” può incontrare altri rilevanti limiti, come precisato dalla giurisprudenza comunitaria e dal lavoro condotto dal Gruppo dei Garanti europei.

Proprio queste ulteriori circostanze ha dovuto prendere in considerazione l´Autorità italiana nell´esaminare il ricorso presentato da un alto funzionario pubblico che chiedeva la rimozione di alcuni url dai risultati di ricerca ottenuti digitando il proprio nominativo su Google. Questi url, infatti, rinviavano ad articoli nei quali erano riportate notizie relative ad una vicenda giudiziaria nella quale lo stesso era stato coinvolto e che si era conclusa con la sua condanna. Si trattava di una vicenda molto risalente nel tempo (circa 16 anni fa) e l´interessato era stato nel frattempo integralmente riabilitato [doc. web n. 6692214].

Uno degli articoli di cui si chiedeva la rimozione era stato pubblicato nell´imminenza dei fatti ed altri, invece, più recenti, avevano ripreso la notizia originaria riproponendola in occasione dell´assunzione di un importante incarico da parte dell´interessato.

Prima di entrare nel merito, il Garante ha affermato – contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa di Google – che era necessario prendere in esame tutti i risultati di ricerca ottenuti a partire dal nome e cognome dell´interessato, anche quelli associati ad ulteriori specificazioni, quali il ruolo ricoperto o la circostanza dell´avvenuta condanna. Tale interpretazione è in linea con la sentenza “Google Spain”, nella quale si afferma che le istanze di deindicizzazione devono essere prese in considerazione per tutti gli url raggiungibili effettuando una ricerca “a partire dal nome”, senza escludere  quindi la possibilità che ad esso possano essere associati ulteriori termini volti a circoscrivere la ricerca stessa.

Chiarito questo punto rilevante, l´Autorità è entrata nel merito ed ha ordinato a Google di deindicizzare l´url che rinviava all´unico articolo avente ad oggetto, in via diretta, la notizia della condanna penale inflitta al ricorrente, il quale all´epoca ricopriva un ruolo diverso da quello attualmente svolto. L´Autorità ha ritenuto infatti che, considerato il tempo trascorso e l´intervenuta riabilitazione, la notizia non risultasse più rispondente alla situazione attuale.

Viceversa, con riguardo agli articoli ai quali rinviavano gli ulteriori url indicati dal ricorrente, il Garante ha riconosciuto che questi, pur richiamando la medesima vicenda giudiziaria, “inseriscono la notizia in un contesto informativo più ampio, all´interno del quale sono fornite anche ulteriori informazioni” legate al ruolo istituzionale attualmente ricoperto dall´interessato e che tali risultati erano di indubbio interesse pubblico “anche in ragione del ruolo nella vita pubblica rivestito dal ricorrente, che ricopre incarichi istituzionali di alto livello”. Pertanto, riguardo alla richiesta di una loro rimozione, ha dichiarato il ricorso infondato.

FONTE: https://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/6690762

Alessandro Biancardi Prima Da Noi: Diritto all’oblio, morte del giornalismo

Nel vuoto legislativo che regola ( o meglio non regola) la materia, un giornale online abruzzese, Primadanoi, uno dei più attenti e prestigiosi e non solo a livello regionale, rischia la chiusura dopo la pesante sentenza di un giudice.

Primadanoi dovrà pagare una multa di circa 17 mila euro in nome di uno strano “diritto all’oblio” invocato dal tribunale per conto di un ricorrente.

“Il giudice unico del Tribunale di Ortona, Rita Di Donato, con una sentenza fotocopia rispetto a quella firmata dal giudice Rita Carosella, dello stesso tribunale, a marzo del 2011”, riferisce Ossigeno per l’informazione,l’Osservatorio sui giornalisti minacciati in Italia promosso dalla Federazione italiana della stampa e dall’Ordine dei giornalisti, “ha condannato PrimaDaNoi.it al pagamento di oltre 17mila euro (tra risarcimento danni e spese legali) riconoscendo il diritto all’oblio, che in Italia non è ancora regolamentato da nessuna legge, e la prevalenza del diritto alla privacy sul diritto di cronaca”.

Sembra incredibile, ma “il giudice ha accolto la domanda dei ricorrenti sostenendo che la notizia, pur essendo vera e corretta”, andava cancellata dal sito, in contrasto con la tesi del giornale e del suo direttore Alessandro Biancardi, “che ha invece affermato l’interesse pubblico di conoscere i fatti anche a distanza di tempo”.

L’Espresso si è già occupato della questione e della sua pericolosità per l’esercizio pieno della libertà di informazione e del diritto dei cittadini ad essere informati, nel disinteresse generale dei politici e, soprattutto, dei giornalisti.

Già, perché il silenzio degli addetti ai lavori è quello che fa più scandalo. Pensate alle conseguenze se passasse in tutti i tribunali la linea dei magistrati abruzzesi: in pochi anni vedremmo sparire dagli archivi online le malefatte di tutti i mascalzoni italiani, a cominciare dai più noti che si annidano nei rami alti delle nostre screditate istituzioni e che non vedono l’ora di rifarsi una verginità cancellando il passato.

Cosa aspettano la Federazione della stampa e l’Ordine dei giornalisti a promuovere, magari proprio a Pescara, una manifestazione nazionale sul tema per sollecitare l’attenzione dei cittadini e magari pure quella, cosi distratta, dei politici, a cominciare da quelli abruzzesi?

Di mezzo non c’è solo il destino di una testata giornalistica, ma i principi  fondamentali del nostro ordinamento.

primadanoi

La candanna:

Il quotidiano PrimaDaNoi.it è stato condannato dal tribunale di Ortona per aver tenuto on line un articolo vero e corretto (17 mila euro tra risarcimento danni e spese legali)». A comunicarlo, attraverso una nota, è il direttore e editore della testata Alessandro Biancardi.

«La notizia contestata – spiga il giornalista – era relativa ad un fatto di cronaca avvenuto nel 2008 all’interno di un locale pubblico pescarese che ha avuto anche un risvolto penale. I personaggi coinvolti, titolari dell’impresa, avevano chiesto la rimozione dell’articolo.

Il giudice ha accolto la domanda dei ricorrenti sostenendo che la notizia (vera e corretta, si ribadisce) andava cancellata a differenza di quanto sostenuto dal giornale che ne ha sempre riconosciuto l’interesse pubblico, anche a distanza di tempo dai fatti».

Secondo quanto riferito da Biancardi il giudice avrebbe ritenuto che «Il persistere dei dati personali dei titolari del ristorante e il nome dell’esercizio abbia determinato una lesione al diritto alla riservatezza e della reputazione in relazione alla peculiarità dell’operazione di trattamento, caratterizzata da sistematicità e capillarità della divulgazione dei dati e alla natura degli stessi dati trattati, particolarmente sensibili attenendo a vicenda».

«Questa sentenza ci condanna per aver voluto difendere il diritto di ogni cittadino di conoscere e di sapere», commenta la redazione in un articolo. «Ci condanna perché siamo convinti che se un fatto è accaduto debba essere anche ricordato a beneficio di tutti. Ci spiace per i giudici ma la storia, i fatti, la memoria non si cancellano a colpi di sentenze. Siamo stati condannati perché ci hanno detto che quello che scriviamo ha una data di scadenza ma nessuno sa dirci qual è questa data. Il Ddl sul diritto all’oblio, pure messo a punto dalla politica di casa nostra ma mai divenuto legge, viene già applicato: chi vuole ripulire la propria immagine da notizie scomode può stare tranquillo».

«La Redazione da questo momento proclama uno sciopero a tempo indeterminato e nelle prossime ore si deciderà se riprendere gli aggiornamenti o concludere per sempre questa esperienza editoriale – commenta il direttore della testata – PrimaDaNoi.it è nato a settembre del 2005. Conta ogni giorno oltre 25 mila utenti ed è uno dei punti di riferimento dell’informazione abruzzese. In archivio ha oltre 90 mila articoli, inchieste e approfondimenti».

L’ORDINE DEI GIORNALISTI –

«Per la seconda volta lo stesso Tribunale, quello di Ortona (Chieti), con due sentenze di due giudici diversi, nello spazio di poco meno di un anno, ha condannato la stesso testata on line, primadanoi.it, per aver conservato una notizia di cronaca nel suo archivio elettronico.

Per la seconda volta l’ Ordine dei giornalisti d’ Abruzzo, nell’ esprimere solidarietà non formale ai colleghi della testata, ribadisce il concetto che in assenza di norme di legge sul diritto all’ oblio nel mondo di Internet, il vuoto legislativo non può essere colmato da una giurisprudenza territoriale che finora non ha trovato riscontri di sorta a livello nazionale. Se anche primadanoi.it avesse tolto la notizia il giorno successivo alla sua pubblicazione i motori di ricerca l’ avrebbero indicizzata ed oggi sarebbe comunque nella disponibilità dei fruitori della rete. Se anche primadanoi.it avesse accolto immediatamente la richiesta degli interessati ad oscurare la notizia dal proprio sito essa sarebbe comunque rintracciabile in rete nei siti di altre decine di organi di informazione.

Come si comporterebbe il tribunale di Ortona di fronte agli archivi elettronici che, a pagamento, consentono di accedere alle notizie di decenni addietro? Il diritto dei cittadini ad essere informati sui fatti della vita è un valore universale indiscutibile, come lo è quello del dovere dei giornalisti a non nascondere le notizie in loro possesso. Nel caso specifico tale diritto-dovere non è neppure mitigato dal vulnus alla persona o alla riservatezza del dato sensibile poiché si è trattato di un fatto di cronaca nera che attiene al più generale interesse pubblico. Siamo, dunque, in presenza, di una sentenza, reiterata, che colpisce con una certa ostinazione un mezzo di informazione che sta svolgendo correttamente la sua funzione pubblica».

SOLIDARIETÀ DI ASSOSTAMPA – «Il Sindacato giornalisti abruzzesi, pur non entrando nel merito della vicenda giudiziaria che ha visto soccombere in giudizio Primadanoi, esprime solidarieta’ al direttore e al corpo redazionale scesi in sciopero per difendere il diritto di cronaca rispetto al diritto della privacy, allorquando sono correttamente riportati i fatti anche in base a risultanze processuali.

Allo stesso modo il Sindacato giornalisti abruzzesi solleva con forza la necessita’ di una normativa chiara e senza zone d’ombra che disciplini il giornalismo sul web, per evitare in futuro il ripetersi di situazioni come quella di Primadanoi, che augura di vedere al più presto nuovamente a far sentire la sua voce indipendente e libera».

PAISSAN, LA PRIVACY NON C’ENTRA NULLA – «O è uno scherzo o è un attacco al diritto-dovere di informare». Non ha dubbi Mauro Paissan, docente di Deontologia del giornalismo alla Sapienza di Roma e per undici anni componente del Garante privacy, nel commentare la sentenza con cui il Tribunale di Ortona ha condannato la testata on line primadanoi.it.

Secondo Paissan «la normativa sulla privacy viene tirata in ballo a sproposito per imporre una data di scadenza a un servizio giornalistico. Neanche fosse un medicinale. Chi stabilisce, e con quale criterio, che dopo un certo periodo di tempo (dieci anni, due mesi, due giorni?) una certa informazione non può più essere mantenuta nell’archivio di un giornale? Una cosa è sottrarre la reperibilità di un articolo ai motori di ricerca per tutelare i diritti di una persona, tutt’altra cosa è intaccare l’intangibilità degli archivi storici, siano essi cartacei o on line. Nessuna decisione del Garante privacy e nessuna sentenza emessa al di fuori della provincia di Chieti è mai arrivata a tanto. Secondo la logica adottata dal magistrato di Ortona – osserva Paissan – dovrebbero essere chiusi tutti gli archivi elettronici dei maggiori quotidiani italiani (e delle maggiori testate internazionali), che rendono accessibili le pagine di svariati decenni, pagine che inevitabilmente contengono notizie sgradite a questo o a quello». «Mi auguro che la sentenza contro primadanoi.it possa essere rapidamente riformata», conclude Mauro Paissan.

L’avvocato online: perché e come scegliere la consulenza legale a portata di click

Sempre più utenti, ormai anche in Italia, cercano l’avvocato online. Cerchiamo di capire perché lo fanno, quali sono i servizi più richiesti ad un avvocato online, i vantaggi riscontrati e gli errori da non fare per conoscere meglio questa realtà che ormai ha preso piede nella ricerca avvocati in Italia.

In altri Paesi quella della ricerca degli avvocati su internet è una realtà consolidata da molti anni. Non solo: negli USA si tengono regolarmente udienze via skype, in Olanda sono stati aperti anche studi legali esclusivamente virtuali per servizi di consulenza giuridica personalizzata a tempi record. Non bisogna cercare fisicamente lo studio dell’avvocato né prendere appuntamento per una consulenza legale. E in Italia?

Basta dare un’occhiata rapida ai motori di ricerca per rendersi conto che molti utenti cercano avvocati online. La comparazione permette di scegliere tra i nominativi dei professionisti nella propria città e per la materia di specializzazione oppure in alternativa si può porre un quesito e lasciare che sia l’avvocato online esperto in quel settore a fornire un parere legale orientativo.

A livello pratico i vantaggi della consulenza legale online sono facilmente intuibili: si ottimizzano tempo e denaro.

Come emerge dall’analisi dei motori di ricerca e dalla presenza degli avvocati online, sono molto ricercati studi legali a Milano, a Roma e nelle altre grandi città. La ragione è facile da comprendere: prima di tutto è intuitivo che gli avvocati a Roma o Milano sono più numerosi che in città più piccole e quindi per i professionisti internet diventa uno strumento importante per distinguersi dalla concorrenza; d’altra parte per chi vive in città così grandi sarebbe impensabile bussare di porta in porta a tutti gli studi legali di Milano. Anche circoscrivendo la ricerca dell’avvocato in città ad alcune zone, la selezione potrebbe diventare estenuante: e sappiamo bene quanto nelle materie legali il tempismo possa essere determinante. Uno dei vantaggi della consulenza legale online è proprio la rapidità dei tempi di risposta.

Tuttavia non si deve commettere l’errore di pensare che la ricerca di avvocati online sia una soluzione utile potenzialmente solo per chi vive in realtà dispersive. Immaginiamo il caso diametralmente opposto, ovvero quello dell’utente che vive in un piccolo centro abitato dove l’unico studio legale è specializzato in una branca del diritto diversa da quella che attiene al suo caso o in cui lavori un professionista al quale, per ragioni personali di diversa natura, non si voglia affidare la propria difesa.

Abbiamo visto sopra come, contattando un avvocato online, sia possibile ottimizzare il tempo dedicato alla ricerca di un buon avvocato, il che si traduce anche indubbiamente in un risparmio economico (anche perché per la consulenza legale su internet il professionista non dovrà sostenere alcuni dei costi di gestione dello studio legale).

Ma attenzione a non cadere nell’errore di considerare la consulenza legale online come una prestazione dovuta a titolo gratuito e quindi a non pretendere il servizio dell’avvocato gratis. Ne parliamo con cognizione di causa perché sono molte le persone che a volte cercano una consulenza online gratuita per evitare di pagare l’onorario al professionista. Internet ha avuto il grande merito di rendere l’informazione accessibile su larga scala ma, contemporaneamente, anche la disinformazione è dilagata.

Un esempio tipico è quello delle diagnosi mediche: nel 99% dei casi ormai chi accusa dei sintomi di malessere fisico si affida alla rete in cerca di una spiegazione senza verificare l’attendibilità della fonte medica; lo stesso vale per il settore legale. Questa è una delle ragioni per le quali è auspicabile la presenza di professionisti in rete che mettano a disposizione degli utenti competenza e preparazione. E questa è la differenza in termini di attendibilità tra forum di consigli tra utenti e consulenze legali online fornite da avvocati.

Santino Ferretti: l’importanza della sicurezza sul lavoro.

santono ferrettiUn tema molto importante in una società civile come la nostra, riguarda la sicurezza sui luoghi di lavoro. Infatti, uscire di casa per dare dignità alla propria vita attraverso il lavoro, è un diritto sancito dalla nostra Costituzione con il suo più famoso articolo: il primo. Detto articolo, nella parte iniziale afferma che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Se volessimo semplificare il tutto, potremmo immaginare la Repubblica, ossia lo Stato in cui il popolo è sovrano, come un architrave sorretto da due pilastri: la Democrazia e il Lavoro. Se venisse a mancare uno dei due piedritti, immediatamente la Repubblica crollerebbe e ciò poiché attraverso la Democrazia si riesce a dare le garanzie di libertà alle persone, mentre attraverso il lavoro si arricchisce la vita di dignità. In queste poche righe, si vuole porre l’attenzione su uno dei due pilastri e cioè sul Lavoro, che appunto, dovrebbe dare dignità alle persone attraverso la indipendenza economica ed anche attraverso la possibilità di poter esercitare ed esaltare le proprie specificità. L’aspetto può essere inquadrato sotto diversi punti di vista, tuttavia, in questa sede, vogliamo occuparci della sicurezza sui luoghi di lavoro, considerato che il numero delle morti bianche, oltre che essere cospicuo, rappresenta una pessima cosa per una società che voglia definirsi civile. Inevitabilmente, il lavoro è collegato al profitto e quindi, il ragionare su quest’ultimo aspetto, porta spesso a trascurare o addirittura a tralasciare volontariamente la sicurezza. Tuttavia, come in ogni altro ambito, dovremmo trovare un giusto equilibrio, in maniera da salvaguardare le vite umane da infortuni o addirittura dalla morte, pur tutelando il diritto al profitto. Talora, la mancanza di sicurezza, più che al profitto è legata alla carenza di una sana cultura, che spesso nel settore delle imprese rappresenta un peccato originale. Infatti, in Italia, per diventare impresa, spesso e volentieri, basta semplicemente iscriversi alla camera di Commercio. Le norme comunque ci sono, a partire dall’art. 2087 del Codice Civile, che recita testualmente: “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro” Senza addentrarci nella spiegazione dell’articolo, risulta evidente, che la responsabilità ricade interamente sul datore di Lavoro. Responsabilità a parte, spesso si produce la sicurezza piuttosto che con le imposizioni, con una adatta cultura e soprattutto con atteggiamenti responsabili e consapevoli. A tal proposito il D.lgs 81/08, prevede che nei luoghi di lavoro, al fine di promuovere un atteggiamento favorevole alla sicurezza, si dia vita ad un Servizio di Prevenzione e Protezione (SPP), ossia ad una squadra di persone, con il datore di Lavoro in testa, che si occupi di analizzare i vari rischi presenti sui luoghi di lavoro, in modo da stabilirne le misure di prevenzione e protezione. La sicurezza sui luoghi di lavoro, non riguarda solo gli infortuni che avvengono all’improvviso e possono produrre inabilità o addirittura la morte, ma anche quegli infortuni che si materializzano nel tempo e che vengono chiamati con il nome di “malattie professionali”. Ad esempio lavorare in un ambiente rumoroso, può stressare il sistema nervoso e quindi nel tempo la persona, oltre ad avere problemi di udito, potrebbe avere fenomeni di depressione o di altro genere. Similmente in presenza di vibrazioni, gli organi vitali potrebbero subire dei danni irreversibili. Il costo per la società risulta anch’esso elevato, in quanto le persone sotto infortunio costano e quelle con inabilità permanenti devono essere sostenuti dallo Stato. Pertanto porre attenzione alla sicurezza sui luoghi di lavoro, significa innalzare il livello di civiltà, ma anche ridurre i costi per la collettività. Nonostante il grande valore civile e le norme cogenti, le cronache quotidiane sono piene di notizie relative ad infortuni sul lavoro. In un recente passato, lo stesso Stato, che dovrebbe tutelare le vite dei lavoratori, ha considerato questo tema come un bancomat per rimpinguare le casse. Infatti, il tutto si limitava all’aspetto sanzionatorio, al punto che spesso, anche le imprese serie, venivano sanzionate e considerate fuorilegge. Nell’ambito delle costruzioni, ad esempio, hanno introdotto più figure, come i coordinatori in fase di progettazione ed esecuzione, che dovrebbero occuparsi del coordinamento tra imprese, giacché per l’art. 2087, ogni impresa risponde per i propri dipendenti attraverso il datore di Lavoro. Invece, i coordinatori sono stati e forse lo sono ancora, sanzionati anche per questioni non riguardanti il coordinamento, proprio per il principio che la sicurezza è diventata utile alla cassa. Questa logica, ha fatto nascere una controcultura, cioè quella che considera la sanzione un atto dovuto, pertanto vale la pena pagarla, metterla in conto, ma sentirsi poi sollevati nella coscienza rispetto alle azione da mettere in campo a tutela dei lavoratori. L’atteggiamento, a volte mostrato con arroganza da parte degli organi ispettivi, non ha certamente aiutato a far crescere una sana cultura della sicurezza. Lo strumento necessario, invece, dovrebbe essere quello della collaborazione, dello stimolo reciproco a far crescere una sana cultura del lavoro e della sicurezza, in una sorta di alleanza tra organi ispettivi, imprese e lavoratori, che tenda non a sanzionare, ma ad escludere le imprese che ignorano una tale cultura, che dovrebbe essere parte integrante del bagaglio aziendale. Anzi, al contrario delle sanzioni, dovremmo premiare chi si occupa di sicurezza, con incentivi fiscali o di altro genere, invertendo totalmente il punto di vista e rendendo, di fatto, la sicurezza qualcosa di percepibile e stimolante.