Frosinone – Ennesimo arresto per droga. In manette insospettabile casalinga

Frosinone – Ennesimo arresto per droga. In manette insospettabile casalinga 60enne che gestiva un market “stupefacente”

l governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti

l governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha presentato presso la Prefettura di Frosinone i progetti “Lazio Sicuro” e “Comuni sicuri” ai sindaci dei comuni al di sopra dei 10.000 abitanti. Presente anche il Prefetto del capoluogo ciociaro, Emilia Zarrilli. Il progetto “Lazio Sicuro” aumenterà i fondi a disposizione delle forze dell’ordine, quello “Comuni sicuri” stanzierà fondi per un milione e ottocentomila euro per impianti di videosorveglianza e altre misure di sicurezza.

Queste alcune delle dichiarazioni rilasciate da Zingaretti a margine dell’evento: “Il controllo del territorio passa anche e soprattutto dalla prevenzione, perciò vogliamo essere vicini ai Comuni e dare loro una mano, perché il tema della sicurezza è un grande problema avvertito dai cittadini. Avere più strade videosorvegliate è un segnale che diamo ai cittadini, poi saranno i sindaci, la Prefettura e le forze dell’ordine a decidere come e con quali caratteristiche”.

Zingaretti, impegnato in un “tour” delle Prefetture delle cinque province laziali per presentare i due progetti, si recherà poi alla Casa della Salute di Ferentino, dove è in programma l’inaugurazione.

Crack, cocaina e hashish pronti per essere spacciati: arrestato un 26enne albanese

Trovato in possesso di crack, cocaina e hashish: arrestato un giovane albanese. Nel pomeriggio del 25 luglio scorso a Ferentino i Carabinieri della locale Stazione, nel corso di uno specifico servizio di contrasto alla vendita ed al consumo di sostanze stupefacenti, traevano in arresto un 26enne di nazionalità albanese. I militari operanti, dopo servizi di osservazione, controllo e pedinamento, sorprendevano il predetto mentre vendeva due dosi di sostanza stupefacente tipo crack ad un giovane del luogo che confermava l’attività delittuosa in atto.

Nel corso della successiva perquisizione domiciliare venivano rinvenuti circa 15 grammi di sostanza stupefacente (cocaina, hashish e crack, la maggior parte della quale già suddivisa in dosi), vario materiale per il taglio e il confezionamento, nonché una somma di denaro contante ritenuto provento di attività illecita, tutto sottoposto a sequestro. L’arrestato veniva trattenuto presso le camere di sicurezza della Compagnia di Anagni in attesa del rito direttissimo disposto dall’Autorità Giudiziaria.

Libia: Gentiloni, valutiamo uso navi contro trafficanti

“L’incontro di oggi è di particolare importanza perché avviene all’indomani di quello di Parigi che l’Italia sia augura produca risultati importanti nelle prossime settimane e nei prossimi mesi”. Lo ha detto il premier Paolo Gentiloni in una conferenza stampa a Palazzo Chigi con il premier libico Fayez al-Sarraj.

“Non sarà un percorso semplice ma siamo fiduciosi che lavorando tutti insieme si possano ottener risultati. Voglio ringraziare la Francia e Macron che a questo incontro ha lavorato con impegno personale”. “Se si fanno passi avanti in Libia il primo tra i paesi europei a esserne felice è l’Italia”.

“Lavoriamo contro i trafficanti assieme alle autorità libiche, centrali, locali”, ha detto il premier italiano. “Un paio d’ore fa ne ho parlato con la Merkel che mi ha confermato l’impegno della Germania a sostenere le iniziative italiane per il contrasto al traffico di essere umani e alla cooperazione italo-libica”, ha aggiunto.

“Sarraj mi ha indirizzato alcuni giorni fa una lettera nella quale si chiede al governo italiano un sostegno tecnico con unità navali al contrasto del traffico di esseri umani. La richiesta è all’esame del nostro ministero della Difesa”. “Le decisioni che prenderemo verranno valutate d’intesa con la Libia e, innanzitutto, con il Parlamento. Ma devo essere molto chiaro che questa richiesta può rappresentare un punto di novità molto importante nella lotta” ai trafficanti in Libia.

Sarraj, controllare coste e frontiera sud Libia – Per contrastare il traffico di esseri umani occorre controllare non solo le coste della Libia, ma anche la frontiera Sud “per far sì che gli sfollati tornino nel loro Paese”. Lo ha detto il premier libico Fayez al-Sarraj al termine dell’incontro con il premier Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi. “Per quanto riguarda gli sforzi che facciamo per contrastare l’immigrazione clandestina – ha detto – troveremo difficoltà ma vogliamo far sì che questi sforzi camminino di pari passo a quelli politici. Ringrazio l’Italia per gli sforzi fatto insieme alla nostra Guardia Costiera, vogliamo che la nostra Guardia costiera riesca a bloccare l’immigrazione e dobbiamo avere la tecnologia per il controllo delle coste. Occorrono anche sforzi per il controllo delle frontiere Sud della Libia per fare in modo che gli sfollati tornino nel loro Paese”, ha concluso.

Avramopoulos, 7.873 ricollocamenti da Italia – A giugno il ritmo delle ‘relocation’ dei migranti nell’Ue ha raggiunto livelli record con mille trasferimenti dall’Italia e oltre duemila dalla Grecia. Lo spiega il commissario europeo alla Migrazione Dimitris Avramopoulos. Secondo i dati, i ricollocamenti effettuati ad oggi, sono in totale 24.676, di questi 16,803 dalla Grecia e 7.873 dall’Italia.

Ungheria, inaccettabili pressioni Corte Ue – La richiesta dell’avvocato generale della Corte Ue di respingere i ricorsi dell’Ungheria e della Slovacchia contro i ricollocamenti da Italia e Grecia “è un’ulteriore pressione da parte delle istituzioni Ue per obbligarci di accogliere migranti che non vogliamo”. Lo ha detto il ministro degli esteri ungherese Peter Szijjarto, secondo cui Budapest non accetterà una eventuale sentenza di condanna in quanto viola la legge Ue. “Nessun Trattato può revocare il diritto delle nazioni a decidere chi accogliere o meno sul proprio territorio” ha detto.

BERLINGUER, L’INFLAZIONE E LA DEFORMAZIONE NELL’ATTRIBUZIONE DELLE RESPONSABILITA’  

BERLINGUER, L’INFLAZIONE E LA DEFORMAZIONE NELL’ATTRIBUZIONE DELLE RESPONSABILITA’
 

1. Nel 1976, Berlinguer sull’Unità, rilascia un’intervista il cui passaggio fondamentale è la notoria locuzione che l’inflazione colpisce sempre e per primi i ceti più poveri:
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lim bo @theBsaint
Ma avete mai sentito Berlinguer raccontare quella che “l’inflazione è la più iniqua delle imposte”? Come la racconta lui! (L’Unità ’76)

03:34 – 25 Jul 2017

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2. Berlinguer era in effetti un po’ troppo pessimista; come abbiamo più volte visto (qui, p.1), all’inizio degli anni ’80, Giavazzi e Spaventa, nell’analizzare l’uscita italiana dalla crisi di c.d. stagflazione, alla fine degli anni ’70, parlavano di una ripresa molto più brillante che negli altri paesi:
“Senza misure supply-side, comunque, l’inflazione sarebbe stata, al meglio, neutrale: grazie (però) a un sistema fiscale non indicizzato (ndr; in Italia: cioè grazie al fiscal drag che appesantiva de facto la tassazione sulle persone fisiche, su redditi aumentati in termini solo nominali, in presenza di inflazione), l’inflazione fornì le entrate per finanziare i sussidi alle imprese che permisero allo stesso tempo un recupero dei profitti e lo stimolo alla domanda proveniente da un deprezzamento reale. Il costo della conseguente disinflazione furono bassi precisamente perché  l’inflazione e la svalutazione della moneta avevano spinto i livelli di profitto dell’industria. Questo paper sviluppa una comparazione specifica con l’esperienza del Regno Unito (cioè col sistema di tagli dell’intervento pubblico e di liberalizzazioni e privatizzazioni della Thatcher) che prese le mosse da condizioni molto simili a quelle italiane.

Argomentiamo che il successo della stabilizzazione italiana, e il suo evidente risultato superiore paragonato a quello britannico, sia dipeso in modo cruciale dal tempismo e dalla sequenza delle politiche poste in essere: facendo innalzare i margini di profitto e forzando l’aggiustamento solo successivamente a ciò, l’Italia non dovette subir l’ondata di chiusura di impianti osservata in UK.

Tanto che ammettevano “nonostante l’indicizzazione salariale, l’inflazione costituì un efficace strumento di politica economica e la disinflazione risultò relativamente indolore”.

 

3. Indolore, rispetto ai livelli di disoccupazione e al livello della spesa pubblica e del debito rispetto al PIL (sempre qui, pp.1-3). Ciò che invece, Berlinguer mirava a limitare sollevando, poco dopo, la questione morale – contro ogni clientelismo e in favore de “l’economia aperta”, suscitando la ormai celebre reazione di Federico Caffè che, nel “Processo a Berlinguer” (1982), stigmatizzò il “frequente indulgere al ricatto allarmistico dell’inflazione, con apparentesottovalutazione delle frustrazioni e delle tragedie ben più gravi della disoccupazione, costituiscono orientamenti che, seguiti da una forza progressista come quella del Partito comunista, anche se in modo occasionale e non univoco, possono contribuire ad allontanare, anziché facilitare, le incisive modifiche di fondo che sono indispensabili al nostro paese”.
Ancor prima, Caffè (nel “fatidico” 1978), aveva contrastato l’idea dell’inflazione come la “più iniqua delle imposte” con un articolo il cui titolo oggi sarebbe più che mai attualissimo: “La vera emergenza non è il “populismo” ma una normalizzazione di tipo moderato”. Vi riporto il passaggio fondamentale perché accosta la posizione di Berlinguer a quella di Hayek: e siamo nel 1978 (!):
“La riscoperta del mercato, che non è fenomeno esclusivamente italiano anche se nel nostro paese ha trovato conturbanti consensi perfino nelle forze politicamente progressiste, lascia sconcertati, in quanto appare immune da ogni ripensamento critico che sia frutto della imponente documentazione teorica ed empirica disponibile sui fallimenti del mercato: dalla sua incapacità di tutelare efficacemente il consumatore che dovrebbe esserne il sovrano, al suo assoggettamento alle forze che dovrebbero dipendere dalle sue indicazioni, al riconoscimento delle carenze che esso manifesta nella segnalazione di esigenze vitali,  ma non paganti, della collettività.

I propositi di programmazione, d’altro canto, non si discostano ancora oggi dall’antica riserva mentale, di stampo einaudiano, che esorcizzava, a suo tempo, lo stesso termine di piano, sfumandolo in quello più blando di schema, o svuotandolo di una connotazione specifica, in quanto “tutti fanno piani”.

Questo arretramento culturale si traduce, fatalmente, in una deformazione nell’attribuzione delle responsabilità di una situazione che si conviene definire meramente di emergenza.

Che di arretramento culturale si tratti non dipende meramente dal ritorno all’antico: il ricupero di idee del passato che siano state a torto trascurate o che non siano state adeguatamente comprese a tempo debito, risulta generalmente valido.

Ma allorché Hayek ha, del tutto recentemente, scritto che “la causa della disoccupazione risiede in una deviazione dai prezzi e dai salari di equilibrio che si stabilirebbero automaticamente, in presenza di un mercato libero e di una moneta stabile”, si è di fronte non a una fruttuosa rielaborazione di idee che abbiano radici lontane, ma all’ennesima attestazione dell’atteggiamento del ritorno retrivo di chi non ha saputo niente apprendere e niente dimenticare.

L’informazione maggiormente in grado di influenzare l’opinione pubblica, i messaggi delle persone in posizione di potere e di responsabilità non differiscono da questa, in fondo patetica, incapacità di studiosi indubbiamente eminenti, come Hayek, di riconsiderare in modo nuovo antichi convincimenti”.

4. E quanto “antico” è questo convincimento che l’inflazione sia la più iniqua delle imposte a carico dei (soli) poveri?
Ne troviamo traccia (traiamo dallo studio di Clara Mattei) già nella Conferenza di Genova del 1922, – promossa dalla FED con i banchieri centrali (e non), chiamati a indicare le soluzioni alla crisi di stabilità monetaria e finanziaria (inevitabilmente) susseguente alla prima guerra mondiale, che metteva in pericolo la restituzione soddisfacente delle linee di credito concesse ai paesi indebitatisi con la guerra (tra cui l’Italia) e poi costretti, dalla svalutazione, ad accrescere il debito estero conseguente alle indispensabili importazioni. Specie importazioni alimentari per i paesi agricoli, e non ancora industrializzati, che avevano dovuto mobilitare i contadini come soldati, e non riorganizzarono tempestivamente una produzione agricola auto-sufficiente, e né disponevano di una produzione di beni industriali idonea a sostenere senza danni finanziari e monetari, gli scambi con l’estero.

4.1. Lo vediamo, in particolare, nella Resolution III (qui p.7), che indica il legame genetico tra gold standard e banche centrali indipendenti:
“L’inflazione è una “modalità di tassazione non-scientifica e dissennata” (v. qui, pensiero ripreso da Einaudi, in “addendum”) che produce costi della vita più elevati e consequente “malessere del lavoro”.
“In secondo luogo le banche, in particolare le banche di emissione, devono essere indipendenti dalla pressione politica al fine di agire esclusivamente “entro le linee di una finanza prudente”(Resolution III, 28).
Più specificamente, i tassi di interesse devono salire al fine di restringere il volume del credito disponibile. Invero, “se il saggio controllo del credito porta al denaro “caro”, questo risultato aiuterà di per sè a promuovere l’economia” (Resolution VII, 29). La commissione è consapevole che queste misure accrescono il costo della restituzione del debito flottante.
Tuttavia afferma:
“non vediamo ragioni del perché la comunità nella sua capacità collettiva (cioè i Governi) dovrebbero essere soggetti a qualcosa di meno della normale misura di restrizione del credito che riguarda i membri individuali della comunità”  (Resolution IV, 28).”
Cioè lo Stato deve mettersi in mano ai mercati finanziari: lo sappiamo benissimo che il senso dell’indipendenza delle banche centrali è questo, ma le conferme fan sempre piacere.
Ovviamente “a  Brussels si è già concordi sul fatto che “E’ altamente desiderabile che i paesi che hanno deviato da un effettivo gold standard debbano ritornare ad esso,” [Resolution VIII, 19].”

 

5. L’originaria formulazione parla semplicemente di “malessere del lavoro” non di “iniquità verso l’orfano e la vedova”: la formula è elittica, perché in realtà allude alle rivendicazioni salariali dei lavoratori che si manifestavano in quel dopoguerra, una volta ottenuto il traumatico (per ESSI) diritto di sciopero (o, almeno, la cessazione della sua illiceità penale e repressione militar-poliziesca), .
Oltretutto, quei lavoratori – inclusi i poliziotti e i militari che, secondo il “vecchio” schema ante-guerra, avrebbero dovuto essere utilizzati nella repressione degli scioperi (dettaglio storico-sociologico da non trascurare)-, erano in gran parte reduci dal massacro della grande guerra e, a fronte di un drastico “taglio” della forza lavoro (sterminata a milioni da gas e mitragliatrici), avevano imparato ad organizzarsi in sindacati che erano sempre più forti, con un’autoorganizzazione che si rifletteva anche nella rappresentanza politica consentita dal suffragio universale (al tempo, ai suoi “esordi”).
Ebbene, il contrasto a queste rivendicazioni fu teorizzato in nome del gold standard e delle banche centrali indipendenti e proprio l’accanimento in questo pensiero unico legittimò, appunto, l’avvento in Italia del fascismo e ogni altra deriva autoritaria nel resto d’Europa.
La realizzazione TINA di questo “mondo ideale” giustificò poi l’autoritarismo ben visto e finanziato da ambienti finanziari anglosassoni – come ci testimonia direttamente Benjamin Strong, presidente della Fed e laudatore dell’efficienza del fascismo nel 1927- e industriali, come ci testimonia Basso (qui, p.3).
Con buona pace della ricostruzione di Berlinguer che “salta” qualche fondamentale passaggio nell’attribuire all’inflazione la generazione “autonoma” del fascismo, ignorando il decisivo “intervento di (ben precise) forze sociali” indicato da Basso.

 

6. Ma la invocazione berlingueriana pare più connessa alla successiva narrazione di Einaudi (che pure, di suo, elogiò con toni partecipativi l’ascesa del fascismo), operata nel 1944.
Questa presa di posizione di Einaudi è perfettamente allineata con le conclusioni delle Conferenze degli anni ’20, che include nelle sue premesse ideologico-economiche “naturali” e che, comunque, inserisce anche  in questo famoso passo; ma che vengono abilmente paludate di quella veste morale “preoccupata” dei più deboli, che, evidentemente, dovette poi suggestionare Berlinguer. Da notare che, in una non casuale anticipazione, la versione einaudiana era inserita in uno scritto sui “problemi economici della federazione europea” (!):
“Il vantaggio del sistema [di una moneta unica europea] non sarebbe solo di conteggio e di comodità nei pagamenti e nelle transazioni interstatali. Per quanto altissimo, il vantaggio sarebbe piccolo in confronto di un altro, di pregio di gran lunga superiore, che è l’abolizione della sovranità dei singoli stati in materia monetaria.
Chi ricorda il malo uso che molti stati avevano fatto e fanno del diritto di battere moneta non può avere dubbio rispetto alla urgenza di togliere ad essi cosiffatto diritto.
Esso si è ridotto in sostanza al diritto di falsificare la moneta (Dante li avrebbe messi tutti nel suo inferno codesti moderni reggitori di stati e di banche, insieme con maestro Adamo) e cioè al diritto di imporre ai popoli la peggiore delle imposte, peggiore perché inavvertita, gravante assai più sui poveri che sui ricchi, cagione di arricchimento per i pochi e di impoverimento per i più, lievito di malcontento per ogni classe contro ogni altra classe sociale e di disordine sociale.
La svalutazione della lira italiana e del marco tedesco, che rovinò le classi medie e rese malcontente le classi operaie fu una delle cause da cui nacquero le bande di disoccupati intellettuali e di facinorosi che diedero il potere ai dittatori.
Se la federazione europea toglierà ai singoli stati federati la possibilità di far fronte alle opere pubbliche col gemere il torchio dei biglietti, e li costringerà a provvedere unicamente colle imposte e con i prestiti volontari, avrà, per ciò solo, compiuto opera grande.
Opera di democrazia sana ed efficace, perché i governanti degli stati federati non potranno più ingannare i popoli, col miraggio di opere compiute senza costo, grazie al miracolismo dei biglietti, ma dovranno, per ottenere consenso a nuove imposte o credito per nuovi prestiti, dimostrare di rendere servigi effettivi ai cittadini.” (L. Einaudi, I problemi economici della federazione europea, saggio scritto per il Movimento federalista europeo e pubblicato nelle Nuove edizioni di Capolago, Lugano, 1944 ora in La guerra e l’unità europea, Milano, Edizioni di Comunità, 1950, pagg. 81-82).”

 

7. Con il che il cerchio si chiude, sicché una corretta memoria storica dovrebbe consentire, alla maggior parte degli italiani, di capire perché ci troviamo oggi in questa situazione.

Pubblicato da Quarantotto a 13:01 Invia tramite emailPostalo sul blogCondividi su TwitterCondividi su FacebookCondividi su Pinterest

19 commenti:

Flavio25 luglio 2017 14:42
Del pensiero dell’immenso Federico Caffè è molto significativo anche questo passo: “La vera emergenza non è nell’economia, il cui quadro è molto meno allarmante di quanto lo si prospetti con orchestrata ma deformante abilità; bensì nel tentativo di bloccare ancora una volta l’ascesa, necessariamente convulsa, dei ceti popolari, mediante una normalizzazione di tipo moderato.

 

Ma che il fastidio del tutto esplicito per le soluzioni non elitarie e l’artificiosa attribuzione della qualifica di “populismo” a ogni aspirazione di avanzamento sociale avvengano con la tacita acquiescenza delle forze politicamente progressiste è ciò che rende particolarmente amaro il periodo che viviamo…”. Il suo ricorso al “particulare” del Guicciardini è solo l’Extrema Ratio per chi, ieri come oggi, si riconosca nelle Sue lezioni…

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Luca Cellai25 luglio 2017 18:07
Federico Caffe’ evidentemente aveva delle remore a criticare con forza il PCI (come invece, col senno del poi, oggi sappiamo che avrebbe dovuto fare).

Il fatto che non volesse calcare la mano piu’ di tanto si percepisce in questo passaggio:

“…il frequente indulgere al ricatto allarmistico dell’inflazione, con apparente sottovalutazione delle frustrazioni e delle tragedie ben più gravi della disoccupazione, costituiscono orientamenti che, seguiti da una forza progressista come quella del Partito comunista, anche se in modo occasionale e non univoco, possono contribuire ad allontanare, anziché facilitare, le incisive modifiche di fondo che sono indispensabili al nostro paese.”

Detta cosi’ la critica di allora suona come un buffetto sulla guancia!

A Caffe’ era ben noto il pensiero di Keynes, cioe’ che l’inflazione non va solo vista come una tassa ma anche come uno strumento di incentivo alla produzione e di distribuzione della ricchezza.

Keynes osservava gia’ dagli anni venti che l’inflazione, specie in paesi con i lavoratori molto sindacalizzati (ed in Italia c’era pure la scala mobile!), favoriva la distribuzione della ricchezza prodotta verso imprenditori e lavoratori (in danno dei ‘rentier’).

L’aspettativa di un aumento dei prezzi porta infatti gli imprenditori ad anticipare la produzione, i lavoratori sindacalizzati a spuntare maggiori aumenti di paga ed in generale conduce ad un minimo di disoccupazione (mentre di converso i ‘rentier’ si vedono svalutare la rendita in quanto tutti i debiti – quota interessi e quota capitale – risultano svalutati in misura dell’inflazione).

Premesso quindi che, in condizioni di crescita normali, fissare una ‘inflazione fisiologica’ (diciamo 3-4% l’anno) corrisponde alla volonta’ politica di voler perseguire la piena occupazione e di voler favorire imprenditori e lavoratori nella spartizione della ricchezza prodotta ed ad incentivare la produzione della ricchezza stessa, l’inflazione svolge anche un altro importantissimo ruolo: funge da termometro.

L’eccesso di inflazione rispetto a quella programmata misura infatti l’eccesso di aumento della quota salari rispetto agli aumenti di produttivita’.

Credo che una critica a Berlinguer fatta in questo modo sarebbe stata immediatamente compresa dalla base del PCI e da tutti gli altri lavoratori e forse, dico forse, nel referendum del 1985 (un anno dopo la morte di Berlinguer) col ‘ciufolo’ che si sarebbe abrogata la scala mobile!

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Quarantotto25 luglio 2017 19:08
Ho forti dubbi che qualsiasi critica avrebbe potuto cambiare una linea politica, filo-€uropea, free-trade e ordoliberista (che poi emerse nella piena “confessione” di aver abbracciato la “terza via”).

Se ci fai caso, argomenti critici nel complesso analoghi a quelli da te suggeriti, sono esattamente contenuti nel paper linkato di Giavazzi e Spaventa; è del 1989, ma proprio tale datazione dimostra, a fortiori, che, prima ancora (cioè certamente alla fine degli anni ’70), questi e altri autorevoli economisti facessero criticamente presente l’erroneità dell’approccio deflattivo.

Quanto a Caffè, occorre tener conto del suo “stile” espositivo e dell’epoca in cui si esprime (con una genuina fede che dovette molto rimpiangere e che forse gli costò la vita): d’altra parte, se vogliamo, pur senza fare nomi, nel 1978, il suo articolo è anche più duro di quello del 1982.

Ma poi, argomento decisivo sulle motivazioni e intenzioni della svolta deflazionista e europeista fine anni ’70: è MAI POSSIBILE CHE I DIRIGENTI DEL PCI DI QUEGLI ANNI, così anagraficamente vicini alla fase Costituente, NON FOSSERO A CONOSCENZA DELLE RAGIONI CHE CONTRAPPOSERO TOGLIATTI A EINAUDI e potessero arrivare, così, inconsapevolmente, ad abbracciare la visione di quest’ultimo (praticamente alla lettera)?

“Qualcosa” era accaduto: e questo qualcosa non ammetteva meditazioni e critiche. Solo una ferrea realizzazione verso la conquista del potere di governo…

 

poggiopoggiolini25 luglio 2017 19:44
MAGNIFICO

“Qualcosa” era accaduto: e questo qualcosa non ammetteva meditazioni e critiche. Solo una ferrea realizzazione verso la conquista del potere di governo ..

My favourite communist

 

poggiopoggiolini25 luglio 2017 19:49
« Die rote Rosa nun auch verschwand.
Wo sie liegt, ist unbekannt.
Weil sie den Armen die Wahrheit gesagt
Haben die Reichen sie aus der Welt gejagt »
(B Brecht, 1919)
(

 

Guido Mepozzino Carica’26 luglio 2017 12:34
“Perché è essenziale il richiamo a Togliatti” di G. Napolitano da l’Unità 21 agosto 1981, in risposta alla nota intervista di Berlinguer su la Repubblica di Scalfari del 28 luglio 1981 sulla questione morale.

La nostra critica al modo d’essere, di far politica, di governare, di altri partiti, è animata da una preoccupazione vivissima per lo spazio che si è aperto a tendenze “nettamente reazionarie” – come le definiva Togliatti – rivolte a mettere sotto accusa e liquidare la funzione del partito politico, per sostituirvi “un sistema di gruppi di pressione”.
Dinanzi alle degenerazioni prodottesi nella vita pubblica, non ci limitiamo a sottolineare la nostra estraneità a quei fenomeni e a quei comportamenti, non ci chiudiamo in un’orgogliosa riaffermazione della nostra “diversità” ma intendiamo far leva sulle “peculiarità” del nostro partito per contribuire ad un corretto rilancio della funzione dei partiti in generale come elemento insostituibile di continuità nella vita democratica. E d’altra parte sappiamo che la crisi dei rapporti tra partiti e società, e la crisi della democrazia, non sono legate solo a fenomeni degenerativi, ma a processi e problemi assai complessi con cui il nostro partito fa fatica a misurarsi.
L’articolo Napolitano lo pubblicò appunto come risposta alla sortita berlingueriana (lo stesso Natta nei suoi diari la definì “una iniziativa personale, non concordata, non discussa nel partito in nessun organismo). A sua volta Berlinguer il 10 settembre 1981 convocò la direzione per processare Napolitano che accusato di aver corretto “una posizione presa dal segretario del Partito in una intervista. Ha portato un danno obiettivo al Partito nel momento della lotta contro altre forze. Ciò ha fatto crescere il disorientamento e il disagio. Nel partito c’è discussione, disagio. Fuori gli altri speculano”.
Se volete per intero l’intervento di Giorgio è al seguente link http://dellarepubblica.it.s3.amazonaws.com/Legislature/VIII%20-%20CRONOLOGIA/I-II-%20Spadolini-%20Aggiornamenti/unit%C3%A0-aggiornamenti-I-II-Spadolini/U-08-21-1981-Napolitano.pdf

 

Quarantotto26 luglio 2017 12:58
Appunto: “qualcosa” è sicuramente accaduto a cavallo tra gli anni 70 e gli ’80.
Il “contrordine compagni” necessitò di un periodo di assestamento (chiamarlo disorientamento e disagio” mi pare un pochino…riduttivo).

Ma poi si sono adeguati (einaudinizzati) alla grande.

 

Guido Mepozzino Carica’26 luglio 2017 13:25
Infatti. Ma che proprio Giorgio richiamasse Togliatti contro il Berlinguer che si sottometteva (e sottometteva il partito) a quello di Scalfari ed alle sue logiche reazionarie fa il paio con il precedente intervento alla Camera in occasione dell’adesione dell’Italia allo SME.
Tutti (incluso l’integerrimo Berlinguer) sapevano che il paradigma sarebbe cambiato è ognuno ambiva a divenire mosca cocchiera del cambiamento (dopo aver preso le distanze dall’altra Mosca tramite il famoso strappo).
Sul famoso viaggio di Napolitano in Usa nel 1978 vi segnalo il testo recente “Brigate Rosse dalle fabbriche alla campagna di primavera” di Clementi, Persichetti, Santalena, Derive approdi Vol 1″. E’ ricostruita l’intera vicenda. Come all’interno della Direzione del PCI in molti sgomitassero per essere invitati, dei tentativi reiterati di essere accolti a Villa taverna da parte di vari dirigenti PCI, come alla fine la spuntò Napolitano, come lo sblocco del suo visto fu perorato da Andreotti in persona, e come la direzione all’ultimo cercò di dissuadere Napolitano dal partire proprio in coincidenza del sequestro Moro.

 

 

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Francesco Maimone25 luglio 2017 19:55
Leggere il “Corso di scienze delle finanze” (1914) del Luigino nazionale provoca l’ulcera duodenale, ma è interessante perché L€uropa sembra averlo assunto paro paro come libro di testo.

Luigino è contrario al corso forzoso perché, “torchiando moneta”, si genera inflazzione (bontà sua). Ed allora, prima di spiegarci che cosa si intenda per “indipendenza finanziaria dello Stato”, ci propone questo pistolotto introduttivo:

“Una certa divisione di lavoro tra branchi pubblici e privati – Il motivo di prediligere i prestiti ad enti pubblici è l’opinione che ai prestiti ai privati provvedano le numerose banche private ed ai prestiti agli enti pubblici debba provvedere il pubblico banco … Si tratterebbe di una innocua ed opportuna divisione di lavoro tra le due specie di banche, ognuna delle quali, specializzandosi in un dato genere di operazioni, acquisterebbe in questa una particolare perizia e lavorerebbe a costi particolarmente bassi.

Nel quale ragionamento vi ha un fondo di vero. È opportuno che ogni banca si specializzi e conosca ottimamente la sua clientela, in guisa da evitare perdite e lucrare il massimo. Se questo, ossia il desiderio del massimo lucro e della minima perdita, fosse la ragione della specializzazione della cassa depositi nei mutui pubblici, nessuna osservazione vi sarebbe da fare.

Sebbene forse in tali condizioni la cassa non sarebbe la sola a coltivare il mercato dei prestiti pubblici; ché anche le banche private offrirebbero mutui al tasso corrente agli enti medesimi. Fu detto, ed anche qui vi è qualcosa di vero, che le banche private non conoscono gli impieghi in prestiti ad enti pubblici e non li curano anche quando potrebbero ricavarne frutto conveniente. E può darsi che oggi le banche, sapendo che esistono istituti pubblici, i quali fanno mutui ai comuni, alle provincie, ai consorzi, alle cooperative a tassi inferiori al corrente, non si curano di ricercare siffatta clientela. Sarebbe irragionevole pretenderlo. Sembra però improbabilissimo che le banche rifiutino imprestiti a chi li merita, sia questo un privato od un ente pubblico; od è assurdo che i banchieri, per spirito di classe e per solidarietà capitalistica, rifiutino mutui a comuni perché governanti da democratici o socialisti, od a cooperative composte di operai che danno il voto al deputato estremo.

Queste sono fole per i comizi popolari. Se un banchiere non fa un prestito ad un comune socialista, ciò accadrà perché è male amministrato, non perché socialista; e l’avrebbe negato anche se fosse stato in mano di conservatori. Sicurezza e frutto sufficiente: ecco le condizioni necessarie e bastevoli per far uscire i risparmi dagli scrigni più reazionari a favore degli impieghi più rivoluzionari. Gli uomini economici – di cui in terra i banchieri sono l’incarnazione più perfetta – fanno astrazione dalle idee e dai partiti politici. Il denaro non ha partito e corre dove l’interesse è più alto.

La ragione vera della specializzazione è un’altra: costruire un mercato chiuso pei prestiti pubblici, in guisa che questi si facciano ad un tasso minore del corrente colla sola cassa depositi e prestiti, fatta desiderosa di ridurre al minimo i proprii guadagni. E poiché noi sappiamo che questa ambizione è insensata e si può conseguire solo tenendo all’oscuro i contribuenti intorno alla realtà delle cose e confondendo le menti col suono vanno di parola prive di significato, così possiamo concludere non trattarsi di vera specializzazione tecnica ed economica, conseguita con servizi realmente migliori e più a buon mercato, ma di specializzazione politica, OPPORTUNA A TENER SOGGETTI I POPOLI”. (segue)

 

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Francesco Maimone25 luglio 2017 19:58
Einaudi, quando parla di quella che dovrebbe essere la sovranità monetaria dello Stato, riesce persino ad essere ironico:

“Finalmente e massimamente si udì una dottrina nuovissima intorno ai rapporti fra Stato e banchieri, la quale, quando fu recentemente proferita, venne accolta con gran plauso. Parve invero nuovissima solo a chi s’era dimenticato che quella dottrina era grandemente famigliare ai feudatari medioevali ed ai signorotti del 400 e 500, i quali amavano l’indipendenza finanziaria che essi si procacciavano battendo moneta falsa e si dilettavano assai più nel far rosolare a lento fuoco sulla graticola ebrei, caorsini e lombardi che nel pagar loro i convenuti interessi; e s’era dimenticato altresì che questi metodi «geniali» di conquistare l’indipendenza finanziaria ai principi erano stati causa precipua del rialzo del tasso dell’interesse in quei tempi.

Le quali disavventure essendo oramai remotissime, ben fecero gli uomini nuovi a plaudire come una rivelazione le parole di chi proclamò essere necessario allo Stato rendersi indipendente, per i proprii prestiti, dal mercato finanziario e dai banchieri; essere opportuno che lo Stato possegga organismi proprii per invitare a sé il risparmio nazionale, sottraendolo alla necessità di chiedere prestiti ai banchieri nazionali e sovratutto stranieri; essere pericoloso alla indipendenza dello Stato dover ricorrere alla banca privata, sottomettendo l’interesse pubblico a non confessabili interessi privati.

Talché l’ideale di una finanza democratica dovrebbe essere quello di una perfetta autonomia e creditizia: lo Stato provveduto di prestiti, a basso tasso d’interesse, direttamente dai risparmiatori attraverso istituti pubblici di depositi a risparmio, di assicurazione e di previdenza, incaricati di assorbire la massima parte dei risparmi nuovi del paese…”.

E quindi, l’indipendenza finanziaria dello Stato in cosa consiste e soprattutto come si ottiene?

“… Che la indipendenza dello Stato dalla cosidetta alta finanza, ossia dalle banche e dai banchieri, presso cui è cumulata la maggior parte dei depositi disponibili per prestiti, sia opportuna e necessaria è verità incontroversa. Essa equivale a dire che vi debba essere per lo Stato, il quale cerca prestiti, libertà di scegliere il momento più opportuno, il luogo più conveniente ed il mutuante disposto a FARE IL PRESTITO AL MINIMO PREZZO CORRENTE SUL MERCATO. NON PARE CHE L’INDIPENDENZA FINANZIARIA VOGLIA DIRE ALTRA COSA. Il prezzo normale del risparmio si stabilisce sul mercato in condizioni di perfetta concorrenza nell’ipotesi che mutuanti e mutuatari siano ugualmente forti l’uno in confronto all’altro…

Dunque è certo per l’indipendenza dello Stato da banche e banchieri, intesa nel senso di promuovere il verificarsi di condizioni in cui lo Stato sia sicuro di ottenere prestiti al tasso normale corrente di interesse, è cosa desiderabilissima. Ma come s’ottiene? La risposta non può essere che una sola: CON LA BUONA FINANZA ORDINARIA. (segue)

 

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Francesco Maimone25 luglio 2017 20:01
Se i governanti di uno Stato sanno istituire e conservare un corretto sistema tributario, un sistema cioè che ripartisca le imposte in modo da non danneggiare la produzione del nuovo risparmio, capitalistico e personale, e perciò soddisfi alle esigenze dei contribuenti, secondo il criterio da essi immaginato vero di giustizia; se essi sanno col provento di queste imposte soddifare ai servizi pubblici, che dalla generalità sono ritenuti necessari ed utili, colla massima economia; se essi in passato hanno provveduto a non contrarre debiti se non per spese veramente straordinarie: se quindi il carico degli interessi non è sentito penosamente dai contribuenti, e sempre ad esso si poté soddisfare con puntualità e correttezza, grandissime ai creditori; SE DA ANNI IL BILANCIO SI CHIUDE IN PERFETTO E SINCERO PAREGGIO, quei governanti possono essere sicuri di essere indipendenti di fronte all’alta ed alla bassa finanza…

Mai non si seppe che gli imprenditori privati, conosciuti per la loro onestà, abilità, ardire e prudenza commerciale, non siano riusciti a scontare le loro cambiali alla banca, anche nei tempi di più acuta crisi. Dovranno pagare a volta a volta il tasso di interesse corrente; ma a questo tasso, banche e banchieri fanno a gara ad arricchire delle loro cambiali il proprio portafoglio. Mentre respingono le cambiali degli imprenditori avventati, che si ingrandirono oltre misura, e s’impelagarono in debiti e difficoltà; e sono di questi ultimi le lagnanze che nei tempi difficili salgano al cielo contro la tirannia esosa delle banche, contro il vassallaggio finanziario verso l’altra banca, contro il prepotere del capitale straniero, ecc. ecc.

Similmente deve ancora essere raccontato il caso di uno Stato bene amministrato e finanziamento solido, il quale abbia trovato riluttanza in banche e banchieri e fargli mutui al tasso corrente… ” [L. EINAUDI, Corso di scienze delle finanze, Tipografia E. Bono, Torino, 1914, pp. 722-799].

Quindi la vera indipendenza finanziaria di uno Stato consisterebbe … nell’indebitarsi con le banche private. (segue)

 

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Francesco Maimone25 luglio 2017 20:05
Ma adesso viene il pezzo forte. Infatti, è opportuno – si chiede Einaudi – “… che i prestiti godano di una garanzia speciale su certe entrate o su una parte del patrimonio dello Stato? ovvero è preferibile che essi siano garantiti unicamente dall’impegno generale del bilancio e dalla fede pubblica? La differenza tra i due metodi può trovare una analogia con la differenza esistente nel credito privato fra il credito reale garantito con ipoteca su una cosa immobile e con pegno su cosa mobile ed il credito personale garantito dalla parola del debitore, dalla sua onestà e solvibilità patrimoniale complessiva…

… Alcuni Stati a finanze avariate o dissestate, come la Turchia, l’Egitto, la Cina, il Marocco, la Grecia dovettero venire a concordato coi creditori; e consentirono che talune entrate pubbliche, principalmente le dogane ed alcuni monopoli, come il tabacco ed il sale fossero amministrate da DELEGAZIONI DEI CREDITORI, NOMINATE SIA DIRETTAMENTE DAI CREDITORI, sia e più spesso, dai governi od altri enti pubblici, come le camere di commercio degli Stati a cui appartenevano i più forti gruppi dei loro creditori. A questo estremo si ridussero gli Stati ora detti, anche perché la loro costituzione politica era poco solida o barbarica…Cosicché le commissioni internazionali del debito pubblico istituite in Turchia, in Egitto, al Marocco, in Cina finirono di diventare un vero Stato nello Stato, indipendente dal governo nazionale…

GIOVA NOTARE CHE L’OPERA DI QUESTE COMMISSIONI FU PER LO PIÙ PRATICAMENTE UTILISSIMA, poiché introdussero l’ordine, l’onestà, repressero le frodi e gli abusi nell’amministrazione delle entrate delegate. I creditori della Turchia, dell’Egitto, della Cina ottennero il puntuale pagamento degli interessi loro dovuti, e per la prudente amministrazione europea il reddito delle dogane e dei monopoli ipotecati aumentò per modo che le commissioni dispongono di ingenti sovraredditi, i quali sono versati nelle casse degli Stati posti sotto tutela. Ai quali la perdita parziale della sovranità può sembrare ed essere realmente compensata dai vantaggi economici che sono derivati dalla concessione di garanzie speciali ai creditori pubblici.

In questi casi però le garanzie speciali non sono un fatto originario ma la conseguenza di una condizione posteriore di insolvenza in cui si trovarono gli Stati debitori. A risollevare i quali, traendo le loro finanze dalle condizioni difficili in cui AMMINISTRAZIONI INCAPACI O CORROTTE le avevano poste, possono essere utili i rimedi estremi, per cui certe entrate pubbliche sono poste nelle mani di commissioni rappresentanti dei creditori. Il metodo vero e proprio delle garanzie speciali concesse per una o parecchie entrate pubbliche al momento della creazione del prestito è seguito soltanto da quegli Stati che già si trovano sottoposti al controllo finanziario dei creditori o che non troverebbero altrimenti credito per le cattive condizioni della loro finanza. I capitalisti richiesti di nuovi mutui, si professano disposti a concederli; ma diffidando dell’amministrazione finanziaria nazionale pretendono che siano ipotecate all’uopo talune speciali entrate e la gestione di queste sia affidata alla già esistente commissione internazionale o ad una amministrazione speciale da crearsi”. [L. EINAUDI, Corso di scienze delle finanze, cit., 835-906]. Mi ricorda vagamente il metodo Trojka.

Ditemi se non è il manuale del perfetto usuraio €uropeista, ovvero: come far diventare uno Stato l’esattore legalizzato del sistema finanziario internazionale, con a garanzia la pelle dei cittadini. E certi idioti ancora si commuovono pensando ad Enrico…

 

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Quarantotto26 luglio 2017 10:27
Ancora grazie per questo ritrovamento di “perle” nel fondo del mare del liberismo gold standard. La dimostrazione che buone pratiche OCSE-FMI, condizionalità e trojke sono il RISULTATO PROGRAMMATICO ottenuto puntualmente e scientemente dell’unione monetaria.

 

Francesco Maimone26 luglio 2017 11:52
A pensarci bene, Presidente, si può dire che Einaudi abbia sistematizzato punto per punto ed in modo “scientifico” la Hazard Circular ; se poi questa trappola la pubblicizzi bene per quarant’anni avendo in mano il potere mediatico e con il Vaticano a benedire tutto, con una buona dose di moralismo d’accatto ed una spruzzata di sincero irenismo, viene fuori un’Italia devastata e credo ormai del tutto indifesa.

Ciò che mi manda in bestia è che il giochetto, allorché parla del debito pubblico, lo aveva già denunciato in maniera cristallina Marx nel Capitale (che i liberisti, ovviamente, hanno letto bene). Ora, come è possibile, invece, che i comunisti non si siano mai accorti di nulla?

 

Quarantotto26 luglio 2017 12:08
Se ne erano accorti (v. Togliatti che ridicolizza Einaudi in Costituente); ma poi hanno perso sia il libro che la maestra 🙂

Questo peraltro dimostra peraltro l’importanza della sdrucciolevole e formale resa dei liberisti sull’art.47 Cost., evitando la costituzionalizzazione esplicita della mission della Banca centrale secondo i canoni condivisi dalla schiacciante maggioranza in Costituente.

Sulla base della mancata esplicitazione di quel che per i Costituenti era fin tropo evidente, nella complessiva formulazione approvata dello stesso art.47 Cost., si potè poi sfruttare questo silenzio per forzare l’intera previsione fino a trasformarla, in modo asistemativo e estratestuale, nel suo esatto opposto precettivo.

Data l’ostinata “incomprensione” della Corte del modello economico positivamente costituzionalizzato, questa inversione di senso è, in un certo senso, il capolavoro, tutto italiano, del neo-liberismo: grazie al controllo mediatico e cultural-accademico sono riusciti de facto, a fondare un processo “contro-costituente”.

Da qui l’urgenza continua, oggi, di una ratifica di ciò mediante la riformulazione ufficiale della Costituzione, per consolidare questa consuetudo contra legem fondamentale, finché “sono in tempo”: cioè finché l’elettorato non rigetti gli effetti devastanti del modello di Stato reso debitore di diritto comune e desovranizzato, visto che i nodi stanno venendo al pettine con un’accelerazione preoccupante (per ESSI)…

 

Arturo26 luglio 2017 12:54
Secondo me un elemento fondamentale della truffa einaudiana sta proprio in quest’ultimo passo: “In questi casi però le garanzie speciali non sono un fatto originario ma la conseguenza di una condizione posteriore di insolvenza in cui si trovarono gli Stati debitori.”.

Scusate un attimo, cari creditori: noi saremo inapaci e corrotti, ma voi forse non lo sapevate e non lo avevate scontato nel tasso di interesse? Dov’è finita l’incertezza e quindi il rischio di credito? La pretesa di eliminare l’incertezza del credito significa assegnare un potere assoluto al creditore. La vendita come schiavo, e finanche lo squartamento, del debitore erano sì previsti dall’antico diritto romano, ma non vennero applicati oltre il IV secolo a.C.. Se il credito nei rapporti internazionali funziona ancora in questo modo barbaro, vorrà dire che ne prenderemo atto, però, vivaddio, non si parli di “mercato”!

La questione ovviamente non si presenta solo nei rapporti internazionali. Come spiegano Amato e Fantacci nei loro pregevolissimi lavori di ricostruzione storica, solidamente fondati sui classici, la finanza moderna è stata *istituita* dallo Stato!

“Contro ogni vulgata, Stato e mercato sono inestricabilmente connessi proprio nella nascita del mercato finanziario. A differenza di ogni altro mercato, che può chiedere allo Stato di fornirgli il quadro normativo in cui far operare i suoi partecipanti, ma che può, proprio per questo, chiedergli di non fare nient’altro, il mercato finanziario è l’unico mercato che non può esistere senza che lo Stato non continui a presidiarlo, e per di più nella forma ambigua di un controllore che è anche debitore, e, al contempo, di un sovvenzionatore che dipende dai suoi sovvenzionati.”. (Amato e Fantacci, La fine della finanza, Donzelli, 2009, Roma, pag. 259)

Quindi ben si può capire perché il giustamente richiamato Marx scrivesse (Il Capitale, vol. I, UTET, pagg. 942-3) che “con la nascita dell’indebitamento di Stato, la mancanza di fede [la famosa “fiducia”] nel debito pubblico pende il posto del peccato contro lo spirito santo, per il quale non esiste perdono”. Ovvero la Bank of England fu creata nel 1694; “during the summer of 1710 [!!], as Queen Anne was removing Whig ministers, a delegation of directors from the Bank of England visited the Queen to warn her that further dismissals would do irreparable harm to public credit (De Krey 1985).” (Stasavages, Public debt and the birth of the democratic State, Cambridge U. P., Cambridge, 2003, pag. 124).

Non entro in ulteriori dettagli storici (che pure sono molto interessanti), ma è evidente che parlare di “mercato”, con riferimento al credito e alla moneta, come se fosse quello delle patate, come dice sempre Flassbeck, è una truffa vergognosa per nascondere e naturalizzare il potere politico dei creditori privati.

 

Luca Cellai26 luglio 2017 13:54
“A delegation of directors from the Bank of England visited the Queen”

Probabilmente volevano rammentare il patto con Guglielmo d’Orange (quando i futuri azionisti della Banca d’Inghilterra gli proposero di guidare la Glorious Revolution e finanziarono la guerra) in funzione antifrancese.

Re Guglielmo II d’Inghilterra si affretto’ in cambio ad autorizzare la nascita della Banca d’Inghilterra e mori’ improvvisamente.

L’avo di Winston Churcill che comandava l’esercito di Re Giacomo tradi’ e passo’ dalla parte di Guglielmo d’Orange, ricevendo in ricompensa il titolo che permise al discendente di diventare primo ministro nel XX secolo.

Il Re Sole invece mori’ alla fine del suo lunghissimo regno senza mai aver capito perché tutti i suoi figli e nipoti morivano in maniera improvvisa e da dove venivano le apparentemente inesauribili risorse finanziarie di quel piccolo regno inglese.

È sempre meglio ricevere certi “direttori’ ed i vertici del PCI a fine anni 70 conoscevano molto bene la storia….

 

Francesco Maimone26 luglio 2017 15:20
Precisazione lucidissima, caro Arturo; viene eliminata qualsivoglia alea (che è normale in ogni contratto) per il creditore, il quale si trova ad avere un guadagno praticamente blindato.

Sicuro di ricevere indietro il tantundem : “… Perché uno Stato possa contrarre prestiti con stranieri, occorre soddisfi consuetamente a talune esigenze tecniche; di cui la principalissima è quella relativa al tipo monetario in cui capitale ed interessi debbono essere pagati. I capitalisti stranieri non vorranno certamente acconciarsi a ricevere pagamenti in valuta cartacea, la quale potrebbe deprezzare; e perciò stipulano che il pagamento debba farsi in talune monete aventi corso internazionale e non soggette a fluttuazioni di aggi o cambi. Così i capitalisti francesi, svizzeri o belgi stipuleranno che il pagamento debba essere fatto in franchi oro nelle piazze di Parigi, Zurigo, Ginevra, Bruxelles ecc.; i capitalisti inglesi esigeranno il pagamento in lire sterline a Londra, quelli tedeschi in marchi oro a Berlino o Francoforte…”.

E sicuro perché nelle “garanzie speciali” postume, oltre alle entrate fiscali degli Stati, sono annoverati (dimenticavo) anche i beni pubblici, che vanno venduti-privatizzati per via della “inopportunità della esistenza di un demanio fiscale…si aggiungono ragioni economiche per condurre alla dimostrazione delle necessità della scomparsa progressiva dei beni del demanio fiscale. In Russia il demanio fiscale è ancora grande, e così pure nei paesi nuovi come negli Stati Uniti, nel Canadà, nell’Australia, ma in tutti questi paesi i rispettivi governi cercano di vendere ogni anno larghe distese ai terreni.

La ragione di questa alienazione sta nel fatto che, coll’andar del tempo, gli Stati si sono mostrati sempre più incapaci di utilizzare utilmente i beni del demanio fiscale puro: essi non possono averne la cura necessaria, non possono sorvegliarne l’amministrazione; onde stimano assai più opportuno realizzarne il valor capitale…

Di qui nasce l’opportunità per parte dello Stato, di vendere i beni del suo demanio fiscale puro, perché, essendo incapace di amministrarli così bene come i privati, reca un danno grave a tutta l’economia nazionale, mentre fa il danno proprio, non realizzando tutto il valor capitale potenziale del suo fondo…

E in tal guisa, oltre che arrecare un vantaggio alla nazione, il governo aumenterà i suoi cespiti d’entrata impiegando il capitale ricavato, di 200.000 a cagione d’esempio, al tasso corrente di interesse del 4% …; ovvero, il che fa lo stesso, IMPIEGANDO LE 200.000 LIRE AD ESTINGUERE ALTRETTANTA PARTE DEI DEBITI, DI CHE GLI STATI SONO SEMPRE GRAVATI…” [L. EINAUDI, Corso, cit., 835-906].

Einaudi è il vero “poeta water” di tutta l’asinistra, da Prodi a Monti

Oggetto: conferenza nazionale della bicicletta

Oggetto: conferenza nazionale della bicicletta

Oggetto: conferenza nazionale della bicicletta
Tutti conoscono l’importanza dell’uso della bicicletta sia per la prevenzione di alcune malattie, sia per la cura di altre, sia per la riabilitazione.
A patto ovviamente di non transitare per strade super inquinate oppure di avere a che fare con automobilisti indisciplinati e pericolosi.
La provincia di Latina continua a peggiorare nella classifica a proposito di piste ciclabili, in compenso aumenta l’inquinamento atmosferico.
La questione pare non interessare ai nostri amministratori.
Eppure la pianura pontina è l’ideale per l’uso delle biciclette sia per il clima invidiabile, sia per le strade interamente pianeggianti.
Invece si creano ingorghi ed inquinamento inutile.
Da altri parti si tenta di dare qualche risposta, proponendo delle iniziative, come la prima conferenza nazionale della Bicicletta che si svolge a.Milano il 9-10-11 Novembre 2007, dal titolo
Due ruote per il futuro, organizzato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e dalla Provincia di Milano
La dichiarazione del Ministro Alfonso Pecoraro Scaniohttp://www.bici2007.it/
La dichiarazione dell’Assessore della Provincia di Milano Pietro Mezzihttp://www.bici2007.it/
Ricordiamo a tale scopo un articolo sempre attuale:
http://www.telefree.it/news.php?op=view&id=47146 SMOG: SETTIMANA MOBILITA’; EUROPEI SCHIAVI DELL’AUTO (ANSA) – ROMA, 10 SET.
Elogio della bici
“Due ruote scelta di nonviolenza”. Al via a Milano il salone del ciclo. Venerdì prima conferenza nazionale http://www.verdi.it/apps/news.php?id=16831
Mobilita’. Pecoraro inaugura prima Conferenza nazionale bicicletta
http://www.verdi.it/apps/econews.php?id=16876

servono i dissuasori (passaggi pedonali)? e l’aeroporto?

servono i dissuasori (passaggi pedonali)? e l’aeroporto?

Oggetto: sono inutili i passaggi pedonali sopraelevati (dissuasori)?
Mi sono chiesto spesso se i passaggi pedonali sopraelevati (dissuasori), oltre ad essere in contrasto al codice stradale, come da anni segnalo e mi pare che l’argomento si stato ripreso più volte anche da altri, possano essere inutili.
Che siano dannosi (per le sospensioni delle macchine) l’ho spesso verificato visto che la maggior parte degli autisti, pur di non perdere la precedenza o per guadagnarla, anziché rallentare in prossimità di essi accelerano.
Spesso si ottiene un effetto comico con le persone all’interne delle vetture che arrivano al tettuccio tra sobbalzi che oltre alle sospensioni ottengono un certo effetto allo stomaco.
Che siano poco considerati o rispettati (dagli automobilisti) è fuori dubbio, basta anche osservare la sorpresa dei pedoni quando vedono che qualche raro automobilista si ferma per farli attraversare.
Pochi automobilisti dimostrano di non conoscere il codice stradale perché se provate a fermarvi per dare la precedenza ai pedoni, oltre al rischio di essere tamponati c’è la quasi certezza che sull’altra corsia vi sorpassano.
Non rispettare la precedenza (oltre agli attraversamenti pedonali) dovrebbe essere pesantemente sanzionato.
Dovrebbe, appunto, perché ieri mattina ore 8.30 in via del Mare, davanti all’ingresso del liceo scientifico Grassi, doppia corsia, macchine corsia di destre ferme per far attraversare i pedoni sugli attraversamenti rialzati, i pedoni ne approfittano, da dietro, senza decelerare, arriva una macchina dei vigili che sorpassa tutti e sfiora i pedoni.
Servono questi dissuasori?
Pontinia 8 novembre 2007 Ecologia e territorio Giorgio Libralato

oggetto: L’aeroporto andrà a Viterbo?
Gli enti competenti, ENAC ed ENAV, come sai hanno assegnato 43 punti a Viterbo, 25 a Latina, 21 a Frosinone. Bianchi avrebbe dunque già deciso a giugno, ma gli intrallazzi messi in moto da Scalia, e anche da Latina, hanno fatto slittare la decisione.
Viterbo è l’unica sede possibile per il terzo scalo low cost, per ragioni di sicurezza, rotte di volo, orografia, clima, impatto ambientale, ecc… Su 13 indicatori considerati, vince su 12, perdendo solo su 1, la connettività intermodale