Gli 007: «Kim ha mini-testata nucleare» Trump: risposta sarà furiosa Il vide

 

La testata nucleare VIDEO 

La Corea del Nord avrebbe prodotto con successo una testata nucleare miniaturizzata. Ad affermarlo fonti dell’intelligence Usa citate dal Washington Post e da un rapporto del Ministero della Difesa giapponese ripreso dalla Nbc. Secondo gli esperti si tratta di un passaggio chiave sulla strada che conduce Pyongyang a diventare una potenza nucleare a pieno titolo. «L’intelligence ritiene che la Corea del Nord abbia prodotto armi nucleari da lanciare tramite missili balistici intercontinentali» riferisce il Washington Post. Sempre secondo gli 007 Usa Kim Jong-un avrebbe già il controllo di 60 ordigni atomici, finora troppo pesanti ma adesso utilizzabili per produrre bombe più piccole. Il rapporto della Defense Intelligence Agency americana è datato 28 luglio e ora ne sono stati diffusi stralci dai media Usa. Subito le parole del presidente Donald Trump che ha minacciato di rispondere con «fuoco e fiamme» alle minacce di Pyongyang: «Se la Corea del Nord continuerà con l’escalation della minaccia nucleare la risposta americana sarà fuoco e furia, come il mondo non ha mai visto».

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Atrocità, bizzarrie e fake news
Polemica sul tweet

Ed è polemica intanto negli Stati Uniti dopo che proprio il presidente americano Trump ha ritwittato la notizia secondo cui la Corea del Nord ha caricato due missili anti-nave su un vascello da pattugliamento. L’ambasciatrice americana all’Onu Nikki Hailey ha definito pericoloso diffondere notizie su fatti secretati che riguardano questioni delicate come quella su Pyongyang: «Non posso dire nulla perché si tratta di informazioni classificate ed è una vergogna che siano state diffuse», ha detto Haley.

Clima, il rapporto Usa: temperature record per colpa dell’uomo. E gli esperti temono la censura di Trump

La comunità scientifica Usa è in massima allerta. Il timore è che il presidente o i funzionari della sua amministrazione possano tentare di rallentare o addirittura bloccare gli studi sull’impatto che i cambiamenti climatici stanno avendo negli Usa.

(Ap)

Il New York Times ha ottenuto una copia riservata di un rapporto scientifico che lancia l’allarme sugli effetti in atto dei cambiamenti climatici (vai al dossier). «Le prove del cambiamento climatico sono abbondanti, dall’alto dell’atmosfera alla profondità degli oceani» spiega la bozza ottenuta dal giornale. Si tratta di una relazione completata quest’anno e redatta da scienziati che appartengono a 13 agenzie federali. Il dossier fa parte del National Climate Assessment richiesto dal congresso ogni quattro anni. Uno schiaffo alle teorie del presidente Trump e della sua amministrazione che invece alimentano le schiere dei negazionisti.

Dal 1980 temperature aumentate di 1,6 gradi

Secondo questo documento in Usa le conseguenze del surriscaldamento globale sono già evidenti e l’innalzamento delle temperature registrato negli ultimi sessant’anni è dovuto all’azione dell’uomo. Dal 1880 al 2015 le temperature sono aumentate di 1,6 gradi Fahrenheit e le cause sono da considerarsi legate al comportamento degli esseri umani. Dal 1980 la situazione è addirittura precipitata con un drammatico aumento delle temperature che ha portato al clima più caldo degli ultimi 1500 anni. Spiega il rapporto : «Ci sono evidenze che dimostrano come le attività umane, specialmente le emissioni di gas serra, sono le principali responsabili per i cambiamenti climatici rilevati nell’era industriale. Non ci sono altre spiegazioni alternative, non si tratta di cicli naturali che possano spiegare questi cambiamenti climatici».

Timori per le decisioni del presidente

Ora però la comunità scientifica americana è in massima allerta. Il timore è che il presidente Donald Trump o i funzionari della sua amministrazione possano tentare di rallentare o addirittura bloccare lo studio che deve essere ancora approvato. Secondo il New York Times parte degli studiosi che hanno lavorato alla relazione, ritiene che l’amministrazione Trump potrebbe bloccare le ricerche. Che la Casa Bianca si sia dimostrata sempre molto scettica se non avversa a parlare di cambiamento climatico, non è un mistero. Lo stesso presidente ha sempre rifiutato di dire se creda o meno nelle responsabilità umane nel surriscaldamento climatico. Inoltre a capo dell’Epa, l’Environmental Protection Agency, c’è il direttore Scott Pruitt, da sempre scettico. Addirittura pare che il ministero dell’agricoltura abbia chiesto ai propri funzionari di non adoperare l’espressione «cambiamento climatico», ma di preferire altre locuzioni come «situazioni meteorologiche estreme».

Frosinone, sorpresi sul bus senza biglietto: in 20 aggrediscono il controllore. Un feriti

Gli addetti della vigilanza travolti da un gruppo di passeggeri senza titolo di viaggio: tre persone sono state denunciate

di CLEMENTE PISTILLI

Alla vista dei controllori è stato l’inferno. Caos e paura su un bus del Cotral a Frosinone. Venti passeggeri, tutti migranti e tutti sprovvisti di biglietto, hanno travolto gli addetti alla vigilanza, nel tentativo di evitare la multa, mentre con fatica l’autista cercava di raggiungere il capolinea in piazzale Pertini. Alla fine il bilancio è stato di un ferito, un computer rotto, tre denunciati e venti sanzionati.

I fatti venerdì scorso, attorno alle 15, su un autobus regionale impegnato nella linea extraurbana Veroli-Frosinone. Quando sul mezzo sono saliti due controllori e hanno iniziato a chiedere ai viaggiatori il biglietto, sono stati letteralmente travolti appunto da venti richiedenti asilo, che hanno così cercato di raggiungere velocemente le uscite per evitare la sanzione amministrativa prevista per chi è sprovvisto di titolo di viaggio.

L’autista del Cotral, nonostante il caos, è riuscito però a giungere appunto fino al capolinea e a mantenere le porte chiuse nell’attesa dell’arrivo delle volanti della Polizia. Per identificare i venti stranieri gli investigatori li hanno quindi condotti in questura a bordo dello stesso bus regionale. Tutti alla fine sono stati sanzionati e, individuati quelli che avevano violentemente investito i controllori, quest’ultimi sono stati

denunciati alla Procura con le accuse di lesioni e danneggiamento aggravato. Uno dei due controllori ha subito infatti la frattura della clavicola e gli è stata assegnata una prognosi di 25 giorni, mentre l’altro si è ritrovato con il computer palmare in suo possesso, utilizzato per l’emissione delle copie cartacee delle sanzioni amministrative, distrutto. Denunciati un 22enne originario della Costa d’Avorio, un 22enne del Mali e un 19enne della Guinea.

Frosinone, inferno di fuoco tra Veroli e Boville: superstrada chiusa, case evacuate e pioggia di cenere

Cittadini fuori dalle case con le mascherine al volto, fiamme vicino alle abitazioni, fumo e pioggia di cenere e detriti nella zona del Giglio di Veroli, superstrada Sora-Frosinone chiusa, traffico in tilt e qualche tamponamento sulle stradine interne dov’è stata dirottata la circolazione. È il bilancio dell’inferno di fuoco, misto a preoccupazione e disagi, che sta assediando la collina tra Veroli e Boville Ernica, a ridosso della superstrada, a causa di un vasto incendio boschivo che si sta estendendo con il passare delle ore. E’ divampato inizialmente sulla collina tra Veroli e Frosinone. Sul posto sono intervenuti vigili del fuoco e protezione civile, mentre dall’alto elicotteri e canadair stanno sganciando acqua nel tentativo di domare il fronte di fuoco.

L’aria è irrespirabile. Il fumo sta invadendo i nuclei urbani vicini alla zona colpita dall’incendio, con diversi focolai fino al confine tra Boville e Castelmassimo di Veroli. Molti cittadini si sono riversati in strada e, spaventati, seguono l’evolversi della situazione. Attaccati dal rogo boschivo, che ha già distrutto ettari di verde, anche alcuni tralicci dell’alta tensione: ne è scaturito un blackout elettrico per decine di abitazioni. Evacuate, per precauzione, alcune case. La superstrada, per chi proviene da Sora, è stata chiusa all’altezza di Boville e i veicoli sono stati dirottati lungo le stradine interne, troppo piccole per contenere il flusso, al punto che si registrano rallentamenti e incolonnamenti.

E’ il Frosinone il prossimo avversario dell’Udinese in coppa Italia

Con un gol di Daniel Ciofani al 31′ del primo tempo il Frosinone elimina il Pisa all’Arena Garibaldi-Romeo Anconetani, ma l’impresa non è stata affatto delle più semplici, i toscani infatti, allenati da Gautieri, hanno dato filo da torcere ai ciociari fino a fine gara, quando è stato annullato il gol del possibile pareggio a Lisuzzo dall’arbitro Minelli per un presunto fallo in attacco di Eusepi. Al triplice fischio contestazione e fischi da parte dei sostenitori pisani nei confronti dell’arbitro e grandi applausi per la propria squadra, mentre per mister Gautieri rabbia e delusione per una sconfitta immeritata.

Un futuro da robot  

Tutti gli esperti che analizzano con un minimo di serietà le conseguenze dell’automazione e della diffusione dell’intelligenza artificiale all’interno del mondo del lavoro, prefigurano un futuro a tinte fosche per le nuove generazioni di lavoratori, che si ritroveranno a combattere una “battaglia” senza speranza di successo con sempre nuove generazioni di robot assai più performanti di loro….

Lo pensa perfino Merrill Lynch, quando afferma che fino al 47% dei lavori attualmente compiuti negli Stati Uniti può essere automatizzato. Le auto autonome potrebbero far sparire i tassisti, ma lo stesso vale per i magazzinieri, per chi lavora nei fast food, per le cassiere degli ipermercati e l’elenco potrebbe essere lunghissimo. I “nuovi” lavori creati recentemente per assorbire i lavoratori espulsi dal mercato, di contralto sono pochi e scarsamente retribuiti, del tutto insufficienti a risolvere il problema.
Come se non bastasse negli ultimi 40 anni i compensi dei lavoratori, che prima crescevano di pari passo con la produttività, hanno smesso di crescere, mentre la produttività è di fatto raddoppiata, facendo sì che chi ancora lavora produca sempre di più ma guadagni (in termine di potere d’acquisto) sempre di meno.
Semplificando al massimo la questione, nei prossimi decenni chi gestisce sorti della “società del progresso” si troverà di fronte ad un bivio di portata epocale.
O ripensare radicalmente il modello della società attuale, svincolando il reddito dei cittadini dal lavoro, attraverso nuove forme di reddito di cittadinanza. Oppure rinunciare al “sogno” della società della crescita infinita, dal momento che almeno la metà della popolazione si ritroverà impossibilitata a consumare, poiché priva di un reddito che le permetta di farlo.
Sempre che nei “piani alti” non abbiano già previsto per tempo di usare il metodo Malthus, ma la crescita infinita anche in questo caso sarebbe pregiudicata comunque.

Al di là del bene e del male.(Friedrich Nietzsche)

Non sopporto più il verde della felicità da pascolo delle greggi umane.
Occorre sbarazzarsi del cattivo gusto di voler andare d’accordo con tutti. 

Le cose grandi ai grandi, gli abissi ai profondi, le finezze ai sottili e le rarità ai rari. 

Al di là del bene e del male.(Friedrich Nietzsche)

 

Pubblicato da Aldo Vincent 01:23 1 commento: 

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sabato 21 gennaio 2017

Fake news

La fabbricazione della normalità

Davide 20 gennaio 2017 AttualitàNotizie dal MondoOpinione 9 Commenti 2,909 Viste

DI CJ HOPKINS
counterpunch.org
Della propaganda mediatica in democrazia

Non sarà sfuggito a nessuno che il postulato democratico afferma che i media sono indipendenti, determinati a scoprire la verità e a farla conoscere ; e non che essi passano la maggior parte del tempo a dare l’immagine di un mondo tale che i potenti desiderano che noi ci rappresentiamo, che sono in una posizione d’imporre la trama dei discorsi, di decidere ciò che il buon popolo ha il diritto di vedere, di sentire o di pensare, e di “gestire” l’opinione a colpi di campagne di propaganda. – Noam Chomsky Edward Herman – “La fabbricazione del consenso”

Intorno alla metà di novembre, a seguito della disfatta di Hillary Clinton (cioè all’inizio della fine della democrazia), i sedicenti Guardiani della Realtà, meglio conosciuti con il nome di “media” gestiti dal mondo degli affari, hanno lanciato una campagna mondiale di marketing contro il malefico e perfido flagello delle “fake news”. Questa campagna ha attualmente raggiunto lo stadio di isteria. I media dell’insieme dell’Impero diffondono quotidianamente degli avvertimenti terrificanti sulla minaccia imminente ed esistenziale contro le nostre libertà, la minaccia delle “post verità” .
Ciò non riguarda solo la diffusione di disinformazione, di propaganda, ecc., che dura da migliaia di anni… La Verità in sé è sotto attacco. Le basi stesse della Realtà tremano.

Chi c’è dietro questa minaccia di “fake news “? Certamente Putin, naturalmente, ma non soltanto Putin. Questo sembra essere il lavoro di una vasta cospirazione di tipi virulenti anti-establishment, di estremisti di destra, di estremisti di sinistra, di pensionati libertari, di socialisti da salotto, di Sandersnisti, di Corbynisti, di terroristi ontologici, di apologeti del fascismo, di giovani ragazzi emarginati anti- globalisti maleducati, e di tutta una varietà di persone che odiano la Clinton.
Fortunatamente per noi, i media aziendali sono impegnati a fondo sulle tracce di questa banda di scellerati. Come indubbiamente saprete, il Washington Post ha recentemente pubblicato un articolo sensazionale di giornalismo investigativo, di livello Pulitzer, che diffama spudoratamente centinaia di pubblicazioni alternative (come quella che state leggendo) trattandole di “venditori ambulanti della propaganda russa.” L’articolo, un classico lavoro diffamatorio in pieno stile McCarthysta, scritto da Craig Timberg, si basa su asserzioni infondate e paranoiche fatte da coloro che Timberg qualifica, senza ironia, come “due gruppi di ricercatori indipendenti”: il The Foreign Policy Research Institute, un gruppo di osservanza anticomunista di basso livello, ed un sito anonimo, Propornot.com, di cui nessuno aveva mai sentito parlare prima della sua comparsa improvvisa su Internet nell’agosto scorso, e che, sulla base del contenuto dei suoi tweets ed e- mails, sembra essere gestito da Beavis e Butthead.
Il Washington Post si è buscato alcune palle roventi per aver preso questa coraggiosa posizione “pro-Verità” contro le forze putiniste della confusione e della disinformazione. Una ridda di pubblicazioni pericolosamente estremiste, come CounterPunch, The Intercept, Rolling Stone, The Nation, The New Yorker, la rivista Fortune, Bloomberg e US News & World Report, hanno fustigato il Washington Post per le sue pratiche giornalistiche “pasticciate”, “discutibili” o di basso livello. Il Post naturalmente sostiene il suo pupillo e si rifiuta di scusarsi per aver difeso la democrazia, come ha fatto per tutto il percorso della sua storia, quando ha denigrato Gary Webb in rappresaglia per aver rivelato la connessione CIA-Contras, più o meno distruggendo la sua carriera di giornalista, o quando ha apertamente sostenuto Hillary Clinton durante la sua terribile campagna, pubblicando com’è noto sedici articoli negativi su Sanders in sedici ore, o quando ancora ha pubblicato un certo articolo su come la Clinton avrebbe potuto essere stata avvelenata da agenti segreti di Putin… e questi non sono altro che alcuni degli articoli più noti.
Ma non voglio ridurre la mia lucidità col Washington Post, o con il suo caporedattore, Marty Baron, che è chiaramente un prototipo dell’etica giornalistica. Anche il resto dei media aziendali hanno impietosamente montato il trambusto delle “fake news”, l’isteria della “propaganda di Putin” e della “normalizzazione del fascismo”, picchiando come matti sul tamburo del momento «post-verità». Il Guardian, il New York Times e gli altri, la radio pubblica, i socialnetworks, il coro dei media rimbalzano il messaggio in una perfetta sincronia. Quindi cosa sta succedendo veramente?

Come ho già suggerito prima, ciò che stiamo vivendo è la patologizzazione (o “l’anormalizzazione”) del dissenso politico, cioè la stigmatizzazione sistematica di tutte le forme di non rispetto del consenso neoliberista. Le distinzioni politiche come “sinistra” e “destra” scompaiono e vengono sostituite da distinzioni imponderabili come “normali” e “anormali”, “vere” e “false”, “reali” e “inventate”. Tali distinzioni non si prestano all’argomentazione. Ci vengono offerte come delle verità assiomatiche, dei fatti empirici che nessuna persona normale si sognerebbe mai di contraddire.
Al posto di filosofie politiche concorrenti, l’intellighenzia neo-liberista offre invece una scelta semplice, “normale” o “anormale”. Il concetto di “anormale” varia a seconda di chi o cosa viene stigmatizzato. Oggi, è “Corbyn l’anti-semita”, domani, sarà “Sanders, lo sporco razzista”, o “Trump il candidato manchuriano” , o qualunque altra cosa. Che la diffamazione stessa sia indiscriminata (e, in molti casi, completamente ridicola) favorisce l’efficacia di una strategia su larga scala, che è semplicemente di “anormalizzare” l’obbiettivo e ciò che esso rappresenta. Non fa alcuna differenza che si venga trattati di razzista, come Sanders lo è stato durante le primarie, o di antisemita, come lo è stato Corbyn, o di fascista, come Trump lo è stato costantemente, o di mercante di propaganda russa, come Truthout, CounterPunch, Naked Capitalism e un certo numero di altre pubblicazioni lo sono state… Il messaggio che passa è che sono in qualche modo “non normali”.
Perché è diversa dall’impiego spudorato, da parte della stampa, la diffamazione che essa esercita fin dalla sua invenzione? Beh, aspettate ,ché ve lo dirò. È soprattutto una questione di parole, in particolare di opposizioni binarie come “reale” e “falso”, “normale” e “anormale”, che sono, ovviamente, essenzialmente prive di significato… essendo il loro valore puramente tattico. Cioè, non significano niente. Sono delle armi dispiegate da un gruppo dominante per imporre la realtà del consenso. Ecco come vengono utilizzate in questo momento.
Le opposizioni binarie senza significato che l’intellighenzia neo-liberista e i media corporativi utilizzano per soppiantare le filosofie politiche tradizionalmente contrarie − oltre a stigmatizzare una diversità delle fonti di informazioni e di idee non conformi − ristrutturano anche la nostra realtà del consenso come territorio concettuale nel quale ogni persona pensante, scrivente o parlante di fuori dal mainstream è considerato come una sorta di “deviante”, o di “estremista”, o qualsiasi altra forma di reietto sociale. Ancora una volta, poco importa la devianza, poiché è l’uso della parola “devianza” che è importante.
Di fatti, è il contrario della devianza che risulta importante. Perché è così che viene fabbricata la “normalità”. Ed è così che la realtà del consenso nel suo insieme viene realizzata… ed così che il processo di costruzione viene nascosto. Scusatemi di suonarvela alla Baudrillard, ma è in questo modo che funziona il trucco.

L’attuale ossessione dei media di fronte alle “fake news” nasconde il fatto che non esiste la “vera notizia” e produce simultaneamente delle “vere notizie”, o piuttosto la loro apparenza. Questo si realizza attraverso la modalità dell’opposizione binaria (cioè, se delle “false notizie” esistono… allora, ipso facto, esistono le “notizie vere”). Allo stesso modo, l’accento posto sul “non normalizzare Trump” nasconde il fatto che non c’è nessuna “normalità” e simultaneamente concretizza una “normalità”… che non può essere che una sola in apparenza.
Allo stesso modo, la stigmatizzazione di Trump come un moderno Hitler o Mussolini, o qualsiasi altro tipo di dittatore fascista, nasconde il fatto che gli Stati Uniti siano già virtualmente un sistema a partito unico, con la proprietà concentrata e il controllo dei mezzi di comunicazione, una forza di polizia militarizzata ed onnipresente, un’applicazione arbitraria dello Stato di Diritto, il mantenimento di uno stato di guerra più o meno permanente e molte altre caratteristiche standard dei sistemi di governo autoritario. In più, questa proiezione di “fascismo” evoca, o produce, il suo contrario, “la democrazia”… o una parodia della democrazia.
Questa parodia neo-liberista di democrazia, di normalità e di realtà, è quello che i media aziendali e tutta l’intellighenzia neo-liberale, cercano disperatamente di consolidare in questo momento, perché hanno preso un gran batosta con questo pasticcio elettorale. Trump non avrebbe dovuto vincere. Era previsto fosse un altro uomo di paglia hitleriano da cui i neo-liberal potevano salvarci tutti, ma poi, beh guardate cosa è successo. Il problema per le classi dirigenti neo-liberal, i grandi media mainstream e i liberisti in generale, avendo puntato tutto sull’immagine di Trump/Hitler, è che invece ora sono costretti pur tuttavia a continuare, cosa che diventerà sempre più strana quando Trump si rivelerà non essere Hitler, ma soltanto un altro plutocrate repubblicano, seppur con nessuna esperienza di governo e assistito da alcuni cattivi giornalai certificati. Sono sicuro che Trump vorrà aiutarli, (i suoi “nemici” neo-liberisti), con alcuni tweets razzisti o eventualmente misogini, poiché avrà bisogno di mantenere la sua nicchia di “classe operaia bianca”, almeno fino al lancio della sua “guerra contro l’islam”.
Qualunque cosa accada, possiamo tutti aspettarci una seria patologizzazione del dissenso nel corso dei prossimi quattro anni (o anche otto). E non mi riferisco a Trump e ai suoi cattivi ragazzi, anche se sono certo che non tarderanno su questo punto. Mi riferisco ai nostri amici nei media aziendali, come Marty Baron e la sua macchina di diffamazione, ai Guardiani della Realtà del New York Times, del Guardian e di altri “giornali di buonacreanza”. WNYC già trasmette un programma quotidiano: “discesa verso il fascismo”. E naturalmente, la sinistra neoliberal, Mother Jones, The Nation, e anche The New York Review of Books, ecc. (semplicemente non ce la fanno più a smettere su questa storia di Hitler), controlleranno ogni pensiero per garantire che il fascismo non si normalizzi… Cosa che, grazie a Dio, non dovrebbe mai accadere. Chissà come potrebbe finire l’America? A torturare gente? Ad attaccare altri paesi che non costituiscono alcuna minaccia? Ad imprigionare persone a tempo indeterminato nei campi? Ad uccidere chiunque considerato dal Presidente come un “terrorista” o un “combattente nemico” con la tacita approvazione della maggioranza degli Americani? A monitorare le chiamate telefoniche di tutti, le e-mails, i tweets e le abitudini di lettura e di navigazione sul Web?

Immaginate l’illusione in cui vivremo tutti… se delle cose così fossero considerate come “normali”.

C.J. Hopkins
Fonte: http://www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/2016/12/06/manufacturing-normality/

Pubblicato da Aldo Vincent 11:40 Nessun commento: 

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sabato 14 gennaio 2017

SE GOOGLE E’ STATA L’INVENZIONE PIU’ IMPORTANTE
PER L’UMANITA’ DOPO LA STAMPA A CARATTERI MOBILI
la Rivoluzione di Mao non avrebbe prodotto la Cina di oggi senza quest’uomo.

prima di lui la scrittura cinese aveva 6.000 caratteri. Per leggere un giornale si doveva conoscere almeno 3.000 ideogrammi…

È morto a 111 anni Zhou Youguang, l’uomo che diede un alfabeto ai cinesi

Nel 1955 fu incaricato di mettere in piedi un gruppo di lavoro per diffondere il mandarino come lingua nazionale. Il risultato dei lavori fu il pinyin, oggi è in uso più che mai

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Pubblicato il 14/01/2017

Ultima modifica il 14/01/2017 alle ore 11:30

cecilia attanasio ghezzi

Pechino

Aveva compiuto ieri 111 anni, 112 se si contano alla maniera cinese. Oggi, dopo aver superato quest’ultimo traguardo, è morto. Zhou Youguang è passato alla storia come l’inventore del pinyin, il sistema di romanizzazione dei caratteri cinesi tutt’oggi alla base della studio della lingua e della scrittura su tastiera. I giovani che chattano sui loro smartphone devono a lui la velocità con cui si scambiano messaggi e informazioni. Come molto gli dobbiamo tutti noi che abbiamo studiato cinese. Senza il pinyin non sarebbe mai stato possibile neanche incolonnare i vocaboli cinesi in ordine alfabetico. Ma per Zhou, quello che ha consegnato il suo nome alla storia, era solo una parte della sua vita. E neanche la più importante.

Banchiere di successo
Nato nel 1906, aveva sei anni quando la rivoluzione spazzò via l’ultimo imperatore e quarantatré quando il grande timoniere Mao Zedong fondò la Repubblica popolare cinese. Banchiere di successo, lavorò per la Xinhua Trust & Savings Bank (oggi parte della Bank of China) e si trasferì nei suoi uffici di New York per tornare in Cina solo quando i comunisti guadagnarono definitivamente il potere nel 1949. Era un momento di grandi speranze e chi era stato all’estero tornava per portare il suo contributo alla nazione. Qui continuò a svolgere la sua ben remunerata attività fino al 1955 quando il governo gli chiese di mettere in piedi un gruppo di lavoro che si occupasse di riorganizzare la lingua nazionale.

Non c’era mai stato un alfabeto
La lingua cinese infatti non aveva mai avuto un alfabeto. La scrittura era stata concepita come uno strumento per la creazione di un’entità statale stabile e duratura capace di governare immensi territori e grandi masse di popolazioni differenti. Proprio per questo mirava a segnalare i significati delle parole e non i suoni, che cambiavano notevolmente da un’area geografica all’altra. La «nuova Cina» del Partito comunista voleva tornare a quel concetto e portarlo oltre. Non solo la lingua doveva essere strumento e garanzia dell’unità nazionale, ma doveva essere appresa con semplicità da tutti i suoi cittadini. Si definirono tre strade da percorrere: diffondere il mandarino come lingua nazionale standard, semplificare i caratteri riducendo il numero dei tratti che li componevano e concepire un alfabeto con cui trascrivere la fonetica che servisse da strumento ausiliare per l’apprendimento dei caratteri e la diffusione del mandarino. Quest’ultimo compito fu assegnato a Zhou Youguang e al suo gruppo di lavoro.

Un hobby che gli salvò la vita
All’epoca la linguistica era solo un hobby per Zhou, ma era comunque uno dei pochi cinesi che ne conoscesse qualche rudimento. Aveva persino scritto un libro, The Subject of the Alphabet, di cui la segreteria di Mao gli chiese una copia prima di affidargli l’incarico. Zhou non era sicuro di essere all’altezza, ma accettò la sfida nonostante il suo stipendio passasse da 600 a 250 yuan. Quello che lui definiva un passatempo in verità gli salvò anche la vita. L’anno seguente gli economisti che avevano studiato all’estero furono oggetto della campagna maosista antidestra: alcuni dei suoi più cari amici e colleghi si suicidarono. Zhou Youguang, invece, lavorò per tre anni notte e giorno. Il suo gruppo di lavoro, composto da una ventina di persone, scelse l’alfabeto da usare e decise come destreggiarsi tra i numerosi omofoni della lingua cinese. Il risultato fu il pinyin, letteralmente «trascrizione dei suoni», un sistema che utilizza le ventisei lettere dell’alfabeto latino più quattro segni diacritici per indicare il valore tonale delle sillabe. Appena l’alfabeto fu pronto, il governo lo adottò in tutte le scuole elementari del paese.

Tasso di analfabetismo è calato dall’80 al 10 per cento
Lo straordinario risultato delle politiche di scolarizzazione della Repubblica popolare si deve proprio alla semplificazione dei caratteri e al pinyin. In sessant’anni il tasso di analfabetismo è calato dall’80 al 10 per cento. Non solo. Dal 1986 è anche il sistema ufficiale di trascrizione di nomi e toponimi cinesi, diventando l’anello di congiunzione linguistico tra la Cina e il resto del mondo. E ancora. Oggi la maggior parte delle persone che scrive un testo in caratteri cinesi, lo fa sfruttando programmi che convertono il pinyin in caratteri. Addirittura la versione cinese dell’alfabeto braille è basato su questo sistema. La memoria di Zhou, che da qualche anno si pavoneggiava dicendo «quando superi i cento anni, smetti di minimizzare la tua età e cominci a gonfiarla», continuerà a essere celebrata ogni giorno da chiunque abbia a che fare con la lingua cinese.

Pubblicato da Aldo Vincent 02:51 Nessun commento: 

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lunedì 2 gennaio 2017

POST- VERITA’

 

Se il Paese delle balle di Stato 
ha paura della post-verità

Siamo quelli dei misteri di Ustica, del caso Moro 
e di Pasolini. Ma se la gente vota contro diamo la colpa alle bufale web. Non sarà un po’ comodo?

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C’è un dibattito in corso nel Paese delle balle di Stato, quello di Ustica e del caso Moro per capirci, che ha del surreale. Fior di intellettuali, giornalisti, politici, magistrati e salumieri, con l’aiuto della suocera, discutono sul fatto che l’Italia sarebbe entrata nell’era della post-verità. E che serve un intervento in grande stile. Filosofeggiano, e più filosofeggiano più è chiaro che anche stavolta sotto sotto si cela una battaglia politica. Contro Beppe Grillo che, a modo suo, attacca. Perché il problema sotteso alle bufale sul web, nello stomaco dei politologi, è semplice: cui prodest? Se giova a Grillo, va fermato. Perché poi Renzi (o chi per lui) perde le elezioni. E così, convinti di affermare la libertà di espressione, l’articolo ventuno e via discorrendo, finiamo di nuovo dritti nella trappola dell’ex comico.

Permettete un dubbio, da giornalisti con tutte le nostre colpe. Non è che qui, fra perifrasi in inglese e furbizia di guappo, sembra essersi aperto un varco? E, accucciata come un lupo feroce pronto a sbranarsi la democrazia con un clic, ci sarebbe una parola, post-verità, che spingi-spingi potrebbe tornare buona per qualcuno? Perché se è così, la battaglia è già persa. Per ammissione di sconfitta della stessa informazione: si tratta, in sostanza, di dire che se sui social qualcuno spara scemenze – mischiate a migliaia di cose vere, cui partecipano da anni anche le testate storiche, i giornaloni, perfino esageratamente – quelle scemenze sarebbero così forti da devastare l’intero sistema mediatico e la sua credibilità. È come ammettere, gridando al fascismo e alla censura, di non riuscire più a essere creduti, unica funzione vitale del giornalismo in qualunque forma sia divulgato. Che fare, si dicono allora i giganti della libertà di espressione? Indagare, vietare, censurare il web. E cosa risponde Grillo? Giuria popolare per tutti gli altri. Un dibattito senza capo né coda, nell’era in cui perfino Pablo Picasso può venire apostrofato come graffitaro e tutti amici come prima.

Posso dire una cosa da italiano medio? Non si difende così il diritto di cronaca. Soprattutto nel Paese dove la post-verità rischia di suonare come un già visto. Anzi un passo avanti rispetto a quel che siamo da decenni: l’Italia della post-bugia. Dello Stato che nasconde la verità. I libri sono pieni di post-bugie all’italiana. Siamo il Paese che ha montato e smontato commissioni d’inchiesta con il compito di nascondere le verità che sarebbero emerse da sole, anziché di cercarle più in fretta. Siamo quelli del caveau di Carminati e del caso Pasolini, dei mafiosi al governo e del rapimento Orlandi, su cui ancora aspettiamo una pre-verità ormai postuma, custodita nei sacri Palazzi. La verità dove sta? Sta dove qualcuno la cerca davvero. Dove il giornalismo, con caparbietà, a volte rischiando la vita, tenta di fare luce su fatti che altri intendono tenere nascosti. Sta nel lavoro quotidiano dei cronisti. Non in quello dei tribunali o delle authority anti questo o quello. Così potente quando fa il suo mestiere di fronte al potere da avere contribuito in maniera decisiva, penso ad esempio al 1992, a far cadere il sistema sulle proprie gambe d’argilla. Fatico a credere che, se qualcuno avesse ridicolizzato i giornali con post-verità su Craxi o De Lorenzo, avremmo gridato al fascismo. Nessuno se ne sarebbe accorto, perché l’odore del vero è più acre di qualsiasi profumo pre o post tu voglia dargli.

Eppure proprio oggi scopriamo di non avere più anticorpi per reagire. Al punto di proporre, nello Stato abituato a mentire ufficialmente, di “vietare” questi bugiardelli dilettanti e i loro fake? Non è la strada: solo il giornalismo può vincere questa partita. Ma deve sconfiggere prima di tutto la post-bugia di Stato. Non sembrare mai megafono. Né parte del Palazzo. A quel punto la post-verità si frantuma sul pavimento marmoreo del conoscere. Senza divieti o censure. Ma facendo luce sui fatti. Il solo compito del giornalista.

Twitter @Tommasocerno

09 gennaio 2017 © Riproduzione riservata

Luisella Costamagna: “Le bufale non le ha create la Rete”

Pubblicato su 3 gennaio 2017 da infosannio Lascia un commento

(Luisella Costamagna – il Fatto Quotidiano) –
Caro avvocato professor Giovanni Pitruzzella, ma come? Lei che ha un così ricco curriculum da docente e da consulente di Palazzi, lei che solo per un soffio, nel 2015, non è riuscito ad accedere – indicato da Area Popolare e Scelta Civica – alla carica di giudice costituzionale, lei che, insomma, ben conosce la Costituzione e le leggi, ma anche la politica, pure lei, tra un brindisi natalizio e uno per il 2017, ha ceduto all’ultima tendenza autunno-inverno 2016, la post-verità? “Contro la diffusione delle false notizie”, ha tuonato al Financial Times, “serve una rete di organismi nazionali indipendenti ma coordinata da Bruxelles e modellata sul sistema delle autorità per la tutela della concorrenza, capaci di identificare le bufale online che danneggiano l’interesse pubblico, rimuoverle dal web e nel caso imporre sanzioni a chi le mette in circolazione”. Insomma, basta con le post-verità che rappresentano “uno dei catalizzatori del populismo e una minaccia alle nostre democrazie”. Un organismo governativo antibufala. Bellissimo. La Verità che trionfa. Si immagina i grandi filosofi, Platone, Hegel, Tommaso, Leibniz, se avessero saputo che era così semplice? Critica dell’authority pura, avrebbe scritto Kant, folgorato sulla via di Pitruzzella. E semplicissimo, sillogistico è, in effetti, il suo pensiero. In Rete ci sono balle (perché questa moda della post-verità? Si chiamano balle, da sempre), le balle avvelenano la democrazia, mettiamo sotto controllo la Rete. Ok. E il resto? Devo essere io, avvocato professore, a ricordarle che le bufale esistevano ben prima della Rete? E non parlo (solo) dei coccodrilli nelle fogne di New York. Parlo di bufale meno fantasiose e più funzionali a vari e differenti poteri. Che vogliamo dire del cedimento strutturale del Dc9 di Ustica? E di Pinelli e Valpreda assassini di piazza Fontana? Suvvia. Che cosa diremo, mentre schiacciamo sotto il suo tacco authoritario un qualche piccolo blog reo di avere espresso un’opinione, ai correntisti truffati dalle balle di una banca (e di un governo)? Ai disoccupati cui un giornalone racconta che c’è la ripresa? Agli italiani che dal 2008 si sentono dire che la crisi non c’è e i ristoranti sono pieni? Devo spiegarle io che la menzogna è da sempre strumento del potere per fregare i cittadini, e mai viceversa? Che un organismo governativo è per definizione di parte? Lei che ha tanto studiato ben saprà che la rete è per lo più veicolo di informazione libera, non soggetta alle convenienze di grandi gruppi industrial-editoriali, e che spesso, negli ultimi anni, ha sfatato bufale, più che propalarle. Ricorda la foto di Bin Laden ucciso, diffusa dalle maggiori agenzie e sbugiardata a tempo di record proprio dalla Rete? Ha presente quando un politico afferma – poniamo – “mai detto che mi sarei dimesso”, e dalla Rete, magia, esce il video che lo smentisce? Le bufale, in Rete, ci sono ma hanno le gambe molto più corte di quelle, sane e robuste, su cui per tradizione marciano nell’informazione mainstream. Coraggio, avv. prof. Pitruzzella, confessi che lo sapeva, ammetta che non è un epigono di Orwell e faccia marcia indietro. Era uno scherzo, vero? Dica la Verità (ma occhio che la Rete non la smentisca). Un cordiale saluto.

01gen 17

I cretini della post verità

É l’anno dei cretini della post verità. Termine già certificato dal prestigiosissimo Oxford Dictionary e infatti tutti i più saccenti giornaloni si sono affrettati a mandare a memoria questa parola: dal Guardian al Washington Post, dal Times al Corriere della Sera, dal radicalchicchissimo Internazionale a Repubblica. È la parola dell’anno finito e senza dubbio ci romperanno le balle con questa strampalata teoria anche in quello che ha appena iniziato. Ma cos’è dunque questa post verità? Di cosa si stratta? È il solito giro di parole che le elite radical chic si inventano per darsi un po’ di arie. Questi sterminatori di parole e di buon senso hanno decretato che siamo nell’era della posto verità; e, per intenderci, sono gli stessi che chiamano lo spazzino operatore ecologico e l’handicappato diversamente abile; quelli che hanno inventato decine di perifrasi per catalogare (con estremo rispetto, ovviamente!) tutti i gusti sessuali, quelli che si dice genitore 1 e 2, quelli che se dici negro ti mettono alla gogna e che prima o poi chiameranno i bianchi diversamente neri per non essere troppo razzisti, senza accorgersi di essere gli ultimi razzisti rimasti sul pianeta terra. Hanno ecceduto a tal punto in questa ossessione politicamente corretta da essere diventati la caricatura di loro stessi. E qualcuno, esasperato da questo galateo dell’ipocrisia, ha sbroccato e ha pensato bene di ruttargli in faccia. L’ultimo in ordine temporale è stato Beppe Grillo. Ma torniamo alla post verità e al suo significato. Post verità è un modo per dire bufala, balla, bugia. Ma siccome – come dicevamo prima  – loro non chiamano mai le cose col loro nome hanno pensato di apparecchiare questo termine paludato. La post verità è una bufala di nome e di fatto. La teoria è che nel far west della rete circolino così tante bugie che la gente (che se avessero il coraggio delle loro azioni definirebbero “plebi”) finisce per crederci e per farsene influenzare. Per non cadere nel loro stesso gioco: siamo di fronte a una cagata pazzesca. Provate un po’ a indovinare quando ha preso campo questa idea? Vi aiuto io: si è fatta largo silenziosamente dopo il successo della Brexit, è esplosa a livello mondiale a seguito della vittoria di Donald Trump e in Italia è diventata verbo dopo il trionfo del No al referendum costituzionale. Un caso? No. Anche perché coloro che la hanno inventata e la utilizzano come una scimitarra contro le folle populiste, sono gli stessi che non avevano capito niente di quello che stava ribollendo nei loro rispettivi paesi. Quelli che fino al giorno prima dicevano che se la Gran Bretagna fosse uscita dall’Europa il secolare impero di sua Maestà sarebbe andato gambe all’aria, che quell’arricchito di Trump avrebbe fatto esplodere il mondo e che lo stop alle riforme avrebbe portato ogni forma di distruzione sullo Stivale (queste non erano post verità ma semplicemente delle idiozie). Invece la regina è ancora lì con la sua imperturbabile permanente, Trump rispetto all’ultimo, isterico, Obama sembra uno statista e in Italia non è cambiato un tubo.

Dunque, lorsignori, non adattandosi a un mondo che va per i fatti suoi e non si adatta ai fatti che circolano nella loro testa, hanno deciso di ribaltare il tavolo: hanno vinto i populisti perché la menzogna ha prevalso sulla verità e gli elettori hanno preso lucciole per lanterne. Insomma, è stato solo un gigantesco abbaglio. Ed è tutta colpa di internet e dei social network. Il passo successivo – e qualcuno già lo ha fatto capire tra le righe – è dire che gli elettori sono solo una massa di imbecilli e quindi bisogna abolire il suffragio universale.

Così improvvisamente la post verità è stata spalmata come un balsamo su tutti i mezzi di comunicazione. Quando non sai come giustificare un clamoroso fallimento della tua combriccola ideologica tiri fuori la post verità e tac è fatta.

Un manipolo di cretini che non capisce un cavolo di quello che vuole realmente la gente ha risolto la situazione classificando come ebeti qualche centinaio di milioni di persone: noi stiamo dalla parte giusta, loro da quella sbagliata perché sono ignoranti che si bevono qualunque fesseria. Perché è rassicurante, per chi ha perso ogni punto di rifermento, convincersi che è tutta colpa delle balle e di chi le posta su Facebook. Come se non fossero mai esistite le bufale, come se i cittadini, gli internauti e dunque gli elettori, non fossero capaci di distinguere autonomamente il vero dal falso. E così da strampalata teoria autoassolutoria e popolodenigratoria si è trasformata in un’istanza politica. Ed è questo il pericolo. Perché i governi hanno iniziato a dire che bisogna porre rimedio a questa cosa, che i social network sono delle cloache a cielo aperto dove tutti – ohibò! – possono dire quello che gli pare. Giovanni Pitruzzella, il presidente dell’Antitrust, ha dichiarato al Financial Times che “i pubblici poteri devono controllare l’informazione”. Oh, finalmente qualcuno ha calato la maschera. Beppe Grillo, una volta in vita sua, ha detto una cosa giusta: questa è una nuova inquisizione. Ha ragione. Ci manca solo che i burocrati di Roma o – ancora peggio – di Bruxelles si mettano a censurare quello che scriviamo sui nostri profili Facebook… Anche perché, allora, se si dichiara guerra alle balle bisogna mettere alla berlina tutti, ma proprio tutti i pinocchi del mondo, e non solo su Facebook. Sento tintinnare le ginocchia in Parlamento. Vogliamo imbavagliare Maria Elena Boschi perché in televisione diceva che con la vittoria del No sarebbe stato più difficile combattere il terrorismo islamico? E quella non era post verità, ma proprio una stronzata. Difatti i cittadini lo hanno capito, hanno smontato una per una tutte le trimalcioniche promesse referendarie e hanno dato il benservito a Renzi e al suo governo. A dimostrazione del fatto che gli elettori non hanno bisogno di una badante di Stato che verifichi e selezioni per loro quello che possono o non possono leggere. Ma loro, questa badante ce la vorrebbero appioppare. Vorrebbero mettere le nostre idee in libertà vigilata, sigillare una zona traffico limitato del pensiero, mettere fuori legge gli eretici. Perché ci vuole un attimo a infilare le critiche nel cestino della spazzatura, dello spam illeggibile. Sognano una discarica indifferenziata del pensiero politicamente diverso. Non scorretto. Gli scorretti – quelli che vogliono cambiare le regole del gioco – sono soltanto loro.

Non ce la faranno, perché cercare di fermare la rete – la gente – con qualche carta bollata è come pensare di poter svuotare il Sahara con un cucchiaino da tè. Ma il 2017 sarà comunque l’anno in cui i cretini della post verità cercheranno di mangiarsi pezzi della nostra libertà. Libertà di informazione, libertà di critica e financo politica. Stiamo all’erta.
unamattinamisonsvegliato • un giorno fa

E TI CREDO, che i boiardi si rivoltano come bisce. Loro sulla “verità ufficiale” hanno costruito un sistema: solo loro possono dare le patenti di “ufficialità” ai fatti, e loro tengono le mani BEN AVVINGHIATE suAltro…

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Carline Vincent mario • un giorno fa

Le parole di Pitruzzella sono di un inaudita gravità. Ormai rendendosi conto che sia la televisione che la carta stampata non riescono più a canalizzare l’elettorato, almeno non nella percentuale da loro desiderata, gettano le basi per controllare e manipolare l’unica vera informazione libera, certo non esente da difetti ma pur sempre libera.

PITRUZZELLA: Borbonico (DOC+ IGP) esponente della burocrazia autoreferenziale, codina, borbonica IGP-indicazione geografica protetta, profondo sud di Roma, che ha occupato improduttivamente, oltre che dispendiosamente, ogni ganglio del Paese, e sta finendo di mandare a picco l’Ita(g)lia che contribuisce , ogni giorno di più, tramite i famigerati lacci e lacciuoli annidati negli astrusi regolamenti da essa creati, a limitare le nostre libertà. Quelli come lui (Pitruzzella)sono la truppa della quale si avvalgono” i cretini della post verità” , quelli che, non dimentichiamolo, hanno coniato quell’altra pericolosa idiozia del “populismo”. Domanda retorica: cosa vorrà mai significare populismo? Se non altro, rinnovata propensione del singolo a riappropriarsi dei propri diritti, della propria libertà di decidere , rifiutando l’appiattimento imposto “manu militari” delle sedicenti marce elites che prosperano nell’attuale opaca società

Suvvia, il 2016 non è stato annus horribilis e neanche storico, per la post-verità

Pubblicato: 02/01/2017 11:38 CET Aggiornato: 02/01/2017 11:38 CET

La post-truth di cui tutti i giornali e i siti di informazione del mondo parlano in questi giorni a cavallo tra la fine dell'”horribilis” 2016 e il principio del nuovo anno è certamente un problema, e neppure piccolo, ma non è “il” problema del difficile momento storico che stiamo vivendo, come molti commentatori tendono a farci credere con i loro allarmati commenti sulla diffusione esponenziale e virale delle menzogne su internet.
Meglio intendersi subito: il fenomeno della diffusione sui principali social network di notizie false e infondate, al solo scopo di influenzare e manipolare il dibattito secondo la propria utilità (spesso politica), sfruttando la condivisione “alla leggera” di masse di utenti, è indiscutibilmente in atto, e non si vuole in alcun modo negarlo.
Tuttavia, prima di eleggere la post-verità a parola chiave globale del 2016 (come ha fatto Oxford Dictionaries), a evento cruciale alla base della vittoria di Trump, dell’uscita della Gran Bretagna dall’Europa, così come anche dell’incedere apparentemente trionfale dei populismi in mezzo Occidente, bisognerebbe utilizzare (molta) più cautela.
Un conto è infatti analizzare, con l’ausilio di tutti gli strumenti a disposizione, come le “bufale” rimbalzano da un utente all’altro su Facebook o su Twitter, fino a raggiungere platee potenzialmente vastissime: questo già si può fare e infatti si fa. Un altro conto, molto diverso, è cercare di capire se e come queste “bufale” influenzino realmente chi le legge: questo è un compito molto più arduo.
Perché se tutto lascia presumere che chi condivide o diffonde una notizia in un certo senso la fa propria, “sposandola” (l’avvertenza “retweet non è endorsement” la scrivono sul proprio profilo soltanto i giornalisti professionisti), non è altrettanto scontato che gli amici o follower del “bufalaro”, semplicemente leggendo la notizia falsa, se ne lascino condizionare fino a modificare il proprio pensiero. Anzi, è probabile che non lo modifichino proprio (ma questa è una mia opinione, che cercherò di suffragare qui di seguito).
Tutti sanno ormai che Facebook, Twitter, Instagram, ma anche i principali motori di ricerca interni ed esterni a questi social network, utilizzano algoritmi che fanno emergere nelle bacheche e tra i risultati di ricerca i contenuti cui noi siamo più abituati: in altre parole, ciò che più ci piace, sulla base delle nostre preferenze dedotte dalle nostre interazioni precedenti come ad esempio i likeche abbiamo messo.
Così, invece che favorire la nostra apertura mentale nei confronti del mondo là fuori, gli stessi social network ci ricreano attorno, e addobbano, delle echo-chamber, delle camere dell’eco, in cui parliamo con chi la pensa come noi, leggiamo quello che ci conforta leggere, guardiamo video o immagini simili a quelle che abbiamo sempre guardato.
Ma se è vero, come è vero, che si formano queste camere dell’eco, questi compartimenti stagni dell’informazione, allora è probabile che un individuo tendente “bufalaro” (o meglio, profilato dall’algoritmo come lettore per così dire “superficiale” sulla base delle sue interazioni storiche) si faccia raggiungere dalle “bufale” più facilmente di un individuo che invece si informa in maniera più scrupolosa e approfondita, privilegiando canali più attendibili e autorevoli. Questo perché tanto le bufale quanto le notizie più attendibili viaggiano preferenzialmente su circuiti di persone tra loro simili, senza troppo intersecarsi.
Se così non fosse, cadrebbe il discorso delle echo-chamber. Quindi, pare logico dedurne che – in media – i bufalari influenzino i bufalari, mentre i lettori più attenti influenzino i lettori più attenti. Il che equivale a dire che non cambia poi molto.

In questo senso, l’era della post-truth, pur suggestiva anche nell’utilizzo dell’eufemismo “post-verità” invece che menzogna, dovrebbe essere notevolmente ridimensionata, non a livello quantitativo – i dati quantitativi, ripeto, sono innegabili – bensì a livello qualitativo, cioè di effettiva capacità della post-truth stessa di modificare la percezione e le opinioni delle persone fino a condizionare eventi storici come per esempio le elezioni americane o i referendum europei.
È pur vero che alcune di queste falsità non solo rimbalzano su internet, ma cambiano anche vettore informativo, raggiungendo la carta stampata o addirittura la tv nei casi più eclatanti: in questo modo, entrano nelle case anche di non utilizza internet, o comunque non vi si affida per formarsi una propria opinione. Ma anche in questi casi, abbastanza rari, da qui a dire che la bugia ha preso il posto della verità, fortunatamente ancora ce ne passa.
Ecco che quindi – per concludere – il tratteggio di un’era della post-verità appare come una questione squisitamente giornalistica, di riscoperta dell’autentica missione di un giornalismo oggi in crisi e incapace di comprendere le dinamiche in atto, e gli umori reali, della società, piuttosto che la figurazione di un reale pericolo per la democrazia.
Qualcuno potrebbe maliziosamente pensare anche a un’autoconsolazione dei media più importanti, che non avendo minimamente intuito quello che “bolliva in pentola” in America e Gran Bretagna (mentre in Italia, col referendum, è andata già meglio), hanno costruito a loro volta una sorta di post-truth ingigantendo il problema delle bufale e dando così la colpa del loro “misunderstanding” ai mentitori di professione o amatoriali.
Se il giornalismo intende fare finalmente autocritica, ripensando il suo ruolo e sperimentando nuovi modi di informare autorevolmente, allora la battaglia contro la post-verità non sarà stata vana a prescindere dal tempo che ci vorrà per sconfiggerla. Se invece l’era della menzogna diventa l’alibi per spiegare i cambiamenti che non ci piacciono in atto nel mondo, allora va molto meno bene.
Il 2016 è stato un annus horribilis per molti motivi oggettivi come il terrorismo, la guerra in Siria, il dramma delle migrazioni. È stato storico per Brexit, Trump, la Turchia. Ma non è stato né horribilis né storico per la post-verità.

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UNA FALSA REALTA’ CREATA CON EVENTI GUIDATI

Postato il Mercoledì, 02 marzo @ 22:10:00 GMT di ernesto

DI PAUL CRAIG ROBERTS

zerohedge.com

Gli Americani vivono in una falsa realtà creata con fatti inventati ?

La maggior parte delle persone che sono consapevoli e capaci di pensare hanno rinunciato a credere al sistema chiamato “media mainstream“. Le presstitutes hanno perso la loro credibilità pur di aiutare Washington a mentire – “Le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein”, “Il Nucleare iraniano”, “L’uso delle armi chimiche di Assad”, “L’invasione russa dell’Ucraina” e così via.

I “media mainstream” hanno distrutto la loro credibilità per aver completamente accettato qualsiasi versione abbiano dato le autorità del governo sui presunti “eventi terroristici”, come il 9/11, le bombe sulla Maratona di Boston, o sulle presunte sparatorie sulle masse, come Sandy Hook e San Bernardino.

Nonostante le incongruenze lampanti, le contraddizioni e i fallimenti dei sistemi di sicurezza che sembrano troppo improbabili per essere credibili, i “media mainstream” non si fanno domande e non indagano. Si limitano a raccontare – come un dato di fatto – tutto quello che dicono le autorità.

Il segno di uno stato totalitario o autoritario si ha quando i media non sentono la responsabilità di dover indagare e di dover trovare la verità, accettando invece il ruolo del propagandista. L’intero sistema dei media occidentali già da tanto tempo è “in modalità propaganda”. Negli USA la trasformazione dei giornalisti in propagandisti si è completata con la concentrazione di un sistema che era formato da parecchi media indipendenti in sei mega-società che ormai non sono più gestite da giornalisti.

Di conseguenza, le persone riflessive e consapevoli fanno affidamento sempre più su media alternativi, quelli che si fanno domande, che seguono la logica dei fatti e che offrono analisi al posto di una linea ufficiale con storie incredibili.

Il primo esempio fu l’11 settembre. Un gran numero di esperti ha distrutto una storia ufficiale che non aveva nessun elemento di fatto per poterlo essere. Tuttavia, anche se non esiste nessuna prova concreta finora fornita a chi crede nel 9/11, la storia ufficiale ancora attacca. Dobbiamo credere che alcuni sauditi senza nessuna tecnologia che potesse andare oltre il coltellino da tasca e senza nessun appoggio dei servizi segreti di nessun governo, siano stati tanto abili da superare in astuzia la tecnologia di sorveglianza di massa, creata dalla DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) e dalla NSA (National Security Agency) e che siano stati capaci di affondare il colpo più umiliante, mai subito da una superpotenza in tutta la storia umana. Inoltre, sono stati capaci di farlo senza che né il Presidente degli Stati Uniti, né il Congresso degli Stati Uniti, né i “media mainstream” fossero ritenuti responsabili di un fallimento così totale di tutta la high-tech della sicurezza dello stato nazionale. ….. e la Casa Bianca invece di mettersi alla guida delle indagini su un fallimento tanto massiccio della sicurezza, ha continuato a resistere per più di un anno prima di cedere alle richieste delle famiglie delle vittime del 9/11, quelle famiglie che non hanno potuto comprare e solo allora ha accordato di nominare una Commissione di inchiesta sull’ 11 settembre.

La Commissione non indagò, ma semplicemente si insediò e scrisse la (stessa) storia che aveva raccontato il governo. In seguito, il presidente della Commissione, il co-presidente e i consulenti legali hanno scritto dei libri in cui si diceva che ogni informazione era stata negata alla Commissione, che i funzionari governativi avevano mentito alla Commissione e che la Commissione “era stata istituita per fallire”. Nonostante tutto questo, le presstitutes ancora ripetono la stessa propaganda ufficiale, e ci sono abbastanza americani che ci credono tanto da evitare che debbano essere riconosciute le vere) responsabilità.

Qualsiasi storico competente sa che vengono usati degli eventi false flag per portare a compimento gli ordini del giorno che, altrimenti, non potrebbro essere raggiunti. L’ 11 settembre diede ai neocon – che controllavano l’amministrazione di George W. Bush – una nuova Pearl Harbor che, dicevano, era necessaria per lanciare le loro invasioni militari egemoniche sui paesi musulmani. Le bombe alla Maratona di Boston hanno permesso di testare la Polizia di Stato americana, compreso come si può isolare totalmente una grande città americana, mandando per le strade 10.000 soldati armati e squadre speciali con truppe che facevano perquisizioni casa per casa costringendo, con le armi, gli abitanti a lasciare le loro case. Una operazione senza precedenti come questa fu giustificata come necessaria per trovare un ragazzino di 19 anni, ferito che, chiaramente, era un capro espiatorio.

Ci sono tante di quelle anomalie nella storia di Sandy Hook da aver creato tutta una schiera di scettici. Sono d’accordo che ci siano delle anomalie, ma non ho il tempo per studiare la questione e per farmi una mia opinione personale. Quello che ho notato è che nessuno ha dato una buona spiegazione di queste anomalie.

Per esempio, in questo video realizzato con le copertine di vari telegiornali https://www.youtube.com/watch?v=xaHtxlSDgbk chi ha fatto le riprese del video presenta il caso di un padre in lutto per la perdita del figlio, che è la stessa persona vestita però come uno SWAT a Sandy Hook, mentre segue la sparatoria. La persona è stata identificata come un noto attore. Ora, mi sembra che questo sia un test semplice: Il padre in lutto è stato riconosciuto, l’attore è conosciuto, e le autorità devono sapere chi è questa persona che fa parte delle SWAT.

Quindi se queste tre persone, che possono passare uno per l’altro, possono stare tutte e tre in una stanza, allo stesso tempo, possiamo anche rifiutare di credere a tutto quello che viene raccontato nel video. Tuttavia, se queste tre persone distinte non possono essere presentate insieme, allora dobbiamo chiederci il perché di questo falso, perché questo fatto fa riflettere sul contenuto dell’intera storia. Potete guardarvi tutto il video oppure andare direttamente al minuto 9:30 e osservare quello che sembra essere la stessa persona in due ruoli diversi.

I “media mainstream” hanno tutte le capacità di fare queste semplici indagini, ma non le fanno. Invece, i “media mainstream” parlano di scettici “teorici della cospirazione”.

C’è un libro del professor Jim Fetzer e di Mike Palecek che dice che Sandy Hook sia stato un esperimento della FEMA per promuovere il controllo delle armi e dice anche che a Sandy Hook non è morto nessuno. Il libro era disponibile su amazon.com, ma è stato improvvisamente vietato. Perché vietare un libro?

Ecco un download gratuito del libro: http://rense.com/general96/nobodydied.html non l’ho letto e non ne ho nessuna opininione. So, comunque, che quello stato di polizia che sta certamente diventando l’America ha un prepotente interesse per il disarmo della popolazione. Oggi ho sentito una notizia su gente che dice di essere i genitori dei bambini morti, sta facendo causa contro i produttori di armi, cosa che è in linea con le affermazioni di Fetzer.

Ecco un’ intervista di Buzzsaw con Jim Fetzer: https://www.youtube.com/watch?v=f-W3rIEe-ag. Se le informazioni fornite da Fetzer sono corrette, risulta chiaramente che il governo degli Stati Uniti sta mettendo in atto un’agenda di lavori autoritaria e che sta usando eventi orchestrati (ad arte) per mostrare una falsa realtà agli americani per raggiungere gli obiettivi della sua agenda.

Mi sembra che i fatti di Fetzer possano essere facilmente controllati, così se i fatti verranno confermati, sarà necessaria una vera indagine, se invece non verranno confermati, l’intera storia ufficiale ci guadagnerà in credibilità perché Fetzer è uno tra i più attivi tra gli scettici.

Fetzer non può essere liquidato come un semplice folle, è uno che si è laureato con lode all’Università di Princeton, che ha un dottorato di ricerca dell’ Indiana University e che è stato Distinguished Professor alla McKnight University del Minnesota fino al suo pensionamento nel 2006. Ha avuto una borsa di studio della National Science Foundation ed ha pubblicato più di 100 articoli e 20 libri di filosofia della scienza e di filosofia della scienza cognitiva. E’ esperto di intelligenza artificiale e di computer science, ed ha fondato la rivista internazionale Minds and Machines. Alla fine degli anni ’90 gli è stato chiesto di organizzare un simposio sulla filosofia della mente.

Per una persona di media intelligenza, sia la storia ufficiale dell’assassinio del Presidente Kennedy che quella del 9/11 semplicemente non sono credibili, perché le storie ufficiali non sono coerenti con le prove e con quello che sappiamo. La frustrazione di Fetzer appare sempre più evidente con le persone meno capaci e meno attente, e questo funziona a suo svantaggio.

Mi sembra che, se le autorità che stanno dietro la storia ufficiale di Sandy Hook si sentissero sicure della loro storia ufficiale, dovrebbero cogliere al volo questa opportunità di affrontare e di confutare i fatti di Fetzer. Inoltre, da qualche parte ci devono essere le fotografie dei bambini morti, ma, come per le tante presunte registrazioni fatte dalle telecamere di sicurezza che mostrano un aereo di linea che colpisce il Pentagono, ma nessuno le ha mai viste. Almeno non che io sappia.

Quello che mi disturba è che nessuno né tra le autorità né tra i media mainstream mostra un minimo interesse a controllare i fatti. Invece, quelli che hanno tirato fuori delle questioni scomode vengono additati come teorici della cospirazione.

Però queste cose lasciano maledettamente perplessi. La storia che racconta il governo sul 9/11 è la storia di una cospirazione come lo è anche la storia raccontata dal governo sulle bombe della Maratona di Boston. Queste cose sono accadute per effetto di cospirazioni. Quello che è in questione è: complotto di chi? Sappiamo dall’ Operazione Gladio e dall’Operazione Northwoods che i governi si invischiano in cospirazioni criminali contro i propri cittadini. Pertanto, il vero errore è concludere che i governi non si impegnino nelle cospirazioni.

Spesso si sente qualcuno che obietta che se l’ 11 settembre fosse stato un attacco false flag, qualcuno avrebbe parlato. Perché avrebbero dovuto parlare? Dovrebbe sapere qualcosa solo chi ha organizzato la cospirazione e allora perché dovrebbe far venire altri dubbi su quella che è stata una sua congiura?

Ricordiamoci di William Binney. Quello che sviluppò il sistema di sorveglianza utilizzato dalla NSA. Quando si rese conto che il suo sistema veniva usato contro il popolo americano, si mise a parlare. Ma non si ere preso nessun documento con cui poter provare le sue affermazioni, cosa che lo salvò dall’essere condannato ma che non gli permise di produrre nessuna prova su quanto diceva. Questo è il motivo per cui Edward Snowden si è preso tutti documenti e li ha resi pubblici. Tuttavia, molti vedono Snowden come una spia, come uno che ha rubato dei segreti sulla sicurezza nazionale, non lo vedono come uno che ha saputo e che ci avverte che la Costituzione – quella cosa che ci protegge – è stata ribaltata.

Funzionari governativi di alto livello hanno smentito varie parti della storia ufficiale sia del 9/11 e sia della versione ufficiale che lega l’invasione dell’Iraq al 9/11 e alle armi di distruzione di massa. Il Segretario ai Trasporti Norman Mineta smentì il vicepresidente Cheney e la tempistica della storia ufficiale dell’11 settembre. Il Segretario del Tesoro Paul O’Neill affermò che il rovesciamento di Saddam Hussein fu oggetto della prima riunione di gabinetto dell’amministrazione George W. Bush, molto prima dell’11 settembre. Lo scrisse in un libro e lo disse alla CBS News ’60 Minutes. Anche la CNN e altre stazioni di stampa ne parlarono, ma questo non ebbe nessun effetto.

Gli informatori pagano un caro prezzo e molti finiscono in carcere. Obama ne ha perseguito e incarcerato un numero record. Una volta che li hanno buttati in galera, la domanda diventa: “Chi avrebbe creduto a un criminale?”

Per quanto riguarda il 9/11 hanno parlato persone di ogni tipo. Oltre 100 poliziotti, vigili del fuoco e i primi soccorritori hanno riferito di aver sentito a aver percepito un gran numero di esplosioni nelle Twin Towers. Il personale di manutenzione ha raccontato di enormi esplosioni avvenute negli scantinati prima che gli edifici fossero colpiti da un aereo. Niente di tutte queste testimonianze ha avuto qualche effetto né con le autorità che erano dietro la storia ufficiale, né con le presstitutes.

Ci sono 2.300 architetti e ingegneri che hanno scritto al Congresso chiedendo di aprire una vera indagine, ma invece di accogliere la richiesta con il rispetto che meritano 2.300 professionisti, li hanno liquidati come “teorici della cospirazione”.

Una tavola internazionale di scienziati ha segnalato la presenza di nanotermite reacted e un-reacted nelle polveri del World Trade Center. Hanno offerto dei campioni alle agenzie governative e agli scienziati per darne conferma. Nessuno potrà toccarli. Il motivo è chiaro. Oggi i finanziamenti per la scienza sono fortemente dipendenti dal governo federale e dalle aziende private che hanno contratti federali. Gli scienziati sanno bene che tirare fuori qualcosa sul 9/11 significa la fine della carriera.

Il governo americano ci ha reso proprio come voleva – impotenti e disinformati. La maggior parte degli americani sono troppo ignoranti per essere in grado di comprendere la differenza tra un edificio che crolla per danni strutturali (per asimmetria) e edifici che invece saltano in aria. I giornalisti mainstream non possono fare domante o fare indagini e contemporaneamente mantenersi il posto di lavoro. Gli scienziati non possono parlare se vogliono continuare ad essere finanziati.

Dire la verità è un compito che ormai si permettono solo i media Internet alternativi, tra i quali io scommetto che il governo sta gestendo dei siti che gridano selvaggiamente alle cospirazioni, con il vero scopo di screditare tutti gli (altri siti, quelli) scettici.

Paul Craig Roberts

Fonte: http://www.zerohedge.com/

Link: http://www.zerohedge.com/news/2016-02-25/do-americans-live-false-reality-created-orchestrated-events

25.02.2016

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l’autore della traduzione Bosque Primario

 

Pinterest 1 Email INCHIESTA Gli italiani si rovinano mentre i privati lucrano: così siamo diventati il Paese delle slot machine

Gli italiani si rovinano mentre i privati lucrano: così siamo diventati il Paese delle slot machine

La mattina in classe. La sera a scommettere soldi fino a tardi. Noia e slot-machine. L’avvicinamento tra scuola e luoghi del gioco d’azzardo sembra rendere bene. Stasera, un mercoledì qualunque tra le undici e la mezzanotte, è strapieno di ragazzini e ragazzi da spennare. I minorenni si accalcano intorno alle “ticket redeption”, gli apparecchi mangiasoldi per bambini che in Italia hanno invaso i centri commerciali: macchine della fortuna che incassano monete e, quando si vince, sputano metri di cartoncini. I premi li hanno pensati proprio così: metri di scomoda carta in modo che siano ben visibili.

Avvolti come piccoli Rambo nelle cartucciere, i vincitori si mettono poi in coda al “ticket eater”, il mangia biglietti che dopo molti secondi e qualche lampo di luce restituisce un voucher (accessorio sempre più diffuso nella nostra società). Ed ecco il punteggio totale della vincita da incassare: di solito un minuscolo, inutile oggetto di plastica made in China del valore di pochi centesimi, per il quale ogni baby giocatore ha però speso fino a 10 euro. Gli studenti maggiorenni appena usciti dal cinema multisala saltano invece i preliminari. E, sotto la sguardo del buttafuori senegalese, si infilano direttamente nella porta a vetri del “Luckyville”, la sala del gioco per adulti. Domani mattina non hanno lezione?

Siamo a Lissone, provincia di Monza e Brianza, lungo la superstrada che da Milano sale a Lecco. Qui la rivoluzione post industriale ha già demolito il mito del lavoro, della fatica, del risparmio: vent’anni fa nessun impiegato, nessun agricoltore, nessun meccanico brianzolo e nemmeno i loro figli avrebbero usato così i loro soldi. Adesso li vedi fino a notte fonda. Giovani e meno giovani, uomini e donne. Più uomini che donne. Da come sono vestiti, non se la passano al massimo. C’è un’asimmetria spaventosa tra il dominio delle macchine e la sottomissione solitaria dei giocatori. File di dita illuminate dagli schermi battono svogliate sul tasto play. Sono nuovi operai di una catena di montaggio retribuita al contrario: pagano per far andare la linea. Ma non si danno per vinti. E, nella monotonia ipnotica dei gesti, continuano a bussare alla stessa illusione.

€100000000

Nel 2016 gli italiani hanno speso

95 miliardi di euro

il 4,7% del Pil

Vincite

redistribuite

€76,5 mld

Ricavo per

gli operatori

€8,5 mld

Imposte

allo Stato

€10 mld

RECORD ITALIANO
Sono loro e quelli come loro, dal Friuli alla Sicilia, ad aver buttato nel gioco d’azzardo novantacinque miliardi in un anno. Nel 2016 l’Italia ha battuto il record dei record, uno schiaffo alla crisi. Fanno la bellezza di 7,9 miliardi al mese, 260 milioni al giorno, quasi 11 milioni l’ora, 181 mila euro al minuto: cioè il 4,7 per cento del nostro Pil. È come se ogni persona, neonati compresi, avesse puntato e magari perso 1.583 euro. Ci siamo bevuti molto più del fatturato annuale di Mercedes auto (83,8 miliardi), o di Amazon (sempre in euro, 83,6 miliardi) e perfino della Boeing che costruisce e vende aerei nel mondo (90,2 miliardi).

Lotto, scommesse ai cavalli, bingo, poker? Svaghi passati di moda. Più della metà delle puntate, com’era prevedibile, è stata bruciata nella solitudine degli apparecchi mangiasoldi. Secondo i risultati anticipati dall’agenzia specializzata “Agipronews”, 26,3 miliardi li hanno inghiottiti le famigerate slot-machine, che incassano monete e pagano vincite fino a cento euro. E 22,8 miliardi le videolotterie, che deglutiscono banconote e restituiscono fino a cinquemila euro ma, in caso di jackpot, anche oltre. Risultato: quasi 50 miliardi in contanti, il 2,7 per cento del Pil.

Prendiamo l’Abruzzo, dove turisti e residenti muoiono sotto le valanghe perché nessuno riesce a pulire le strade di montagna quando nevica. Gli abruzzesi non hanno spazzaneve efficienti, ma hanno a disposizione 11.154 slot-machine: una ogni 119 abitanti. È il primato europeo, condiviso con il Friuli Venezia Giulia. Eppure sia il numero di spazzaneve, sia il numero di slot-machine con i relativi contratti di concessione dipendono sempre da enti dello Stato. C’è qualcosa che non funziona nella testa delle istituzioni, se siamo arrivati a questo punto.

Spesa media annua

pro capite in Italia

Gioco d’azzardo 1.583 euro

Acquisto di libri 58,8 euro

È infatti lo Stato a permettere e sostenere l’overdose collettiva di giochi a pagamento. Perché da un lato favorisce la raccolta di incassi che finiscono puntualmente a società con sedi fiscali fuori confine: Londra, Lussemburgo, o Cipro. Ma allo stesso tempo preleva dalle giocate tasse ridicole. Giusto per ricordare: elettricità, gas, farmaci, ristoranti, teatro, uova, carne ci costano il dieci per cento di imposte, vestirci addirittura il ventidue per cento.

Indovinate quanto versano al nostro fisco i concessionari che gestiscono le videolotterie? Una minitassa del 5,5 per cento, che fino al 2011 era addirittura del 2 per cento. E le slot-machine a moneta? Il 17,5 per cento nel 2016, il 13 nel 2015, l’11,8 nel 2012. Nel frattempo il “pay out”, cioè la percentuale minima da destinare alle vincite, è stato ridotto dal 74 al 70 per cento della somma raccolta. Un ulteriore regalo alle poche società autorizzate, tra le quali il gruppo “Atlantis-BPlus” della famiglia Corallo (vedi articolo a pagina 48).

Dai novantacinque miliardi raccolti, vanno infatti sottratti i ricavi per gli operatori e le imposte: nel 2016 le società hanno incassato ricavi per otto miliardi e mezzo e versato imposte sulle giocate per dieci miliardi. Il resto viene distribuito come vincite.

La somma di ricavi e imposte costituisce la spesa effettiva sostenuta per il gioco d’azzardo, cioè quanto gli italiani hanno sicuramente pagato nel 2016 per giocare: 18,5 miliardi, sette volte il fatturato della Ferrari e quasi il doppio del valore della casa di Maranello. Le vincite vengono invece considerate una ricchezza restituita al Paese. Ma è così soltanto per la statistica. Nella realtà, chi ha perso non riavrà mai più indietro i suoi soldi. E chi ha vinto, molto raramente si ritrova in attivo. E tutti e due continueranno a giocare.

VITTIME COLLATERALI
Lo dimostrano le vittime collaterali della ludocrazia, questa nuova forma di potere economico esercitato attraverso l’illusione del colpo di fortuna: 790 mila italiani malati di gioco, un milione 750 mila a rischio patologia. Sono i dati raccolti da “Sistema gioco Italia”, la federazione di Confindustria, e ripresi dalla Camera in una mozione approvata due anni fa che denuncia il prezzo sociale e sanitario dell’epidemia: per curare i malati, si sfiorano i sette miliardi l’anno.

Anche perché, per ogni giocatore patologico grave, il costo annuale delle cure a carico dello Stato raggiunge i 38 mila euro. Sempre secondo i dati presentati alla Camera, gioca d’azzardo non solo chi se lo può permettere ma il 47 per cento degli italiani indigenti, il 56 per cento delle persone appartenenti al ceto medio basso. E il 47,1 per cento degli studenti tra i 15 e i 19 anni: oltre un milione e 200 mila ragazzi.

Identikit del giocatore

In Italia gioca il 47% degli indigenti

il 56% delle persone dal reddito medio basso

il 70% dei lavoratori a tempo indeterminato

l’80,2% dei lavoratori saltuari

l’86% dei cassintegrati

il 61% sono laureati

il 70,4% dei diplomati

l’80,3% ha la licenza media

il 47,1% ha tra i 15 e i 19 anni

gioca il 58,1% dei ragazzi

il 36,8% delle ragazze

il 4-8% degli adolescenti ha problemi di gioco

il 10-14% degli adolescenti è a rischio patologia

l’8% dei bambini tra i 7/11 anni usa denaro online

Sono gioco-dipendenti

In Italia 790.000 persone sono gioco-dipendenti

 

Persone che presentano forme di ludopatia

50% dei disoccupati

17% dei pensionati

25% delle casalinghe

17% dei giovanissimi

400.000 bambini italiani tra i 7 e i 9 anni

 

A rischio patologia 1.750.000

 

Gli adolescenti sono i più esposti alla dipendenza: secondo una ricerca curata nel 2015 dall’Istituto di fisiologia clinica del Cnr, l’8 per cento dei giovani che giocano d’azzardo ha già comportamenti problematici. E l’11 per cento è a rischio: cioè, se lasciato solo, potrebbe superare la soglia della patologia. I ragazzi puntano ovunque: bar e tabaccherie (35 per cento), sale scommesse (28 per cento), il computer di casa (19 per cento).E, nonostante la legge lo vieti, il 38 per cento dei minorenni ha giocato d’azzardo durante l’ultimo anno. Molti di loro sono ancora bambini: l’8 per cento dei piccoli tra i 7 e gli 11 anni scommette soldi in Internet.

LA SCUOLA IN SALA GIOCHI
È la vicinanza ad attirare gli adolescenti. Lo denuncia la relazione 2016 al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia: «Il 48 per cento di chi non ha giocato d’azzardo durante l’anno riferisce di non avere contesti di gioco nelle vicinanze della propria abitazione o della scuola che frequenta. Circa il 44 per cento degli studenti giocatori invece abita e/o frequenta una scuola a meno di cinque minuti da un luogo dove è possibile giocare d’azzardo».

Per questo le Regioni per prime, tra le quali la Lombardia, hanno vietato l’installazione di slot-machine a meno di cinquecento metri da elementari, medie e superiori. A volte però sono le stesse scuole a portare i loro studenti proprio dove si scommette. Ecco cosa si legge sul sito governativo dell’Istituto comprensivo “Piazza Caduti di via Fani” di Lissone,sempre in Brianza : “Dopo le gare di selezione interne, il 14 aprile presso il Joyvillage di Lissone si è svolta la finale provinciale del torneo di bowling, che ha visto dominatrice la nostra scuola».

In Italia ci sono

*Slot-machine

più videolottery

397.000

macchine da gioco*

1 apparecchio ogni

151 abitanti

397000

In Germania: 1 apparecchio ogni 261 abitanti

In Spagna: 1 apparecchio ogni 245 abitanti

Il bowling è certamente un passatempo sano, così come il “progetto bowling a scuola”. Il “Joyvillage” però è la stessa sala giochi lungo la superstrada Milano-Lecco in Lombardia con i “ticket redemption”, vere slot-machine per minorenni. Ed è anche l’anticamera, in tutti i sensi, di “Luckyville”: la sala per adulti volutamente allestita in mezzo agli spazi per famiglie con tavoli da biliardo, apparecchi mangiasoldi per bambini e, appunto, il bowling. Joyvillage, il villaggio della gioia, e Luckyville, la città della fortuna, appartengono a Maxbet, società partner di Lottomatica fondata in Ucraina, con sede legale a Cipro e sale giochi in Romania, Bielorussia e Italia.

Da quanto racconta il sito “tuttobowling.it”, le scuole della provincia di Monza ospitate da Maxbet sono molte di più. Un istituto superiore, il Mosè Bianchi. E addirittura sei medie inferiori: Bagatti-Valsecchi, Aldo Moro, Caduti via Fani, Mariani e due istituti intitolati a Edmondo De Amicis. Forse non è un caso che Joyvillage e Luckyville siano così affollati di adolescenti perfino il mercoledì sera tardi.

Un gruppo di studenti maggiorenni è appena entrato nella sala delle slot-machine e delle videolotterie. Sulle macchine lampeggia la scritta “Lottomatica”, accanto a messaggi rassicuranti dell’Agenzia dei monopoli. Lottomatica è il colosso economico che da Londra a Wall Street ritorna in Italia sotto il controllo del gruppo De Agostini, il glorioso modello di editoria per bambini e ragazzi.

Tutto questo soltanto quattordici anni fa non era permesso. Fino al 2003, quando furono introdotte le lotterie istantanee e 350 mila slot, le giocate degli italiani oscillavano intorno ai quindici-diciassette miliardi l’anno. Ed era già un primato. Nel 2004 la tradizionale estrazione del lotto dominava ancora con il 47,2 per cento del mercato. Gli apparecchi mangiasoldi si prendevano solo il 18,1 per cento. Ma già quell’anno, in seguito ai nuovi giochi autorizzati, le puntate complessive salirono per la prima volta a ventiquattro miliardi. E da allora la crescita non si è più fermata. Un jackpot alla rovescia, guidato dalla lunga mano dello Stato.

Costo medio

del gioco alla slot machine

4 secondi

1 minuto

1 ora

€ 1

€ 15

€ 900

Si è cominciato con il governo Berlusconi dall’idea di incrementare le entrate fiscali attraverso le concessioni per il gioco, per non aumentare la tassazione generale. E nel 2009 si è superato il punto di non ritorno: sempre grazie a un governo Berlusconi, con il decreto per l’Abruzzo che pretendeva di ricostruire L’Aquila e la provincia distrutta dal terremoto con le imposte sull’azzardo, è stata decisa l’invasione senza precedenti di slot-machine e l’introduzione delle nuove videolotterie. Sappiamo come è finita: invece della ricostruzione, l’Italia è diventata una disperata sala giochi.

Le 397.000 macchine mangiasoldi oggi autorizzate garantiscono ai gestori una densità media nazionale di un apparecchio ogni 151 abitanti. Battuti perfino i medici, fermi a uno ogni 250 residenti. Siamo tra i primi sei nel mondo anche come spesa individuale: accanto ad Australia, Singapore, Finlandia, Nuova Zelanda e Stati Uniti. Con appena l’1 per cento della popolazione mondiale, occupiamo il 22 per cento del mercato globale.

LA MANO SOFFICE
La mano soffice dei governi ha intanto premiato gli apparecchi più pericolosi e onerosi per le pesanti conseguenze sulla salute. Un vero paradosso. Lo ha denunciato otto mesi fa la Corte dei conti nella relazione sul rendiconto generale dello Stato: «Nell’ultimo quinquennio, nonostante un aumento delle giocate dell’ordine di 27 miliardi (+44 per cento), l’utile erariale ha segnato una caduta dell’ordine di 300 milioni (-4 per cento). E nel più ampio arco temporale 2004-2015, per ottenere un aumento di 1,1 miliardi del gettito da giochi (+15 per cento), il valore delle giocate è dovuto crescere di 63,5 miliardi (+256 per cento)».

È nata così la nuova “casta ludens”: una generazione di investitori, manager, lobbisti, parlamentari amici, avvocati, burocrati, matematici, ingegneri, politici nazionali e locali che, dietro i paramenti del gioco pulito, perseguono i naturali interessi economici del settore. La ludocrazia dà lavoro in Italia 146 mila persone. Ha piantato radici in migliaia di famiglie. Perfino nel nome adesso è più gentile.

Fin dal 2003 i ludocrati hanno fatto correggere gli articoli del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, il Tulps: non si chiama più “gioco d’azzardo” ma “gioco lecito”. Il messaggio cambia. È scritto ovunque nei siti, sulle slot-machine, nelle sale giochi, accanto al logo rassicurante dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli: «Gioca senza esagerare». Se finisce male, è perché hai esagerato. Secondo lo Stato, lo sviluppo di patologie dipende insomma dall’individuo. Non dall’offerta di campagne commerciali invasive e potenzialmente pericolose.

Tassazione di alcuni beni

indispensabili

Elettricità 10%

Gas 10%

Farmaci 10%

Ristoranti 10%

Teatro 10%

Uova 10%

Carne 10%

Affitto immobili 22%

Tassazione di apparecchi

per gioco d’azzardo

Videolottery

Slot machine

NOVECENTO EURO ALL’ORA
Eppure pubblicità, macchine, luci e suoni alludono alla possibilità di un riscatto dalla disoccupazione o dalla quotidiana disperazione. Se non fosse così, i grandi gruppi non piazzerebbero i loro marchi agli incroci delle periferie più povere. Quando poi mancano i soldi e arrivano le ingiunzioni della banca, è troppo tardi per tornare indietro.

La finanziarizzazione della povertà comincia da qui: i pignoramenti, le minacce di sfratto, le rate da restituire. I debiti ci rendono più docili. Alla peggio, la violenza esplode in famiglia. «Oggi, quando si parla di azzardo», sostiene Marco Dotti, docente all’Università di Pavia, nell’introduzione del libro “Ludocrazia, un lessico dell’azzardo di massa” (O/O Edizioni) curato con Marcello Esposito, «si dovrebbe parlare nello specifico di azzardo di massa mediato dalla tecnologia e orientato al controllo integrale del soggetto, non solo delle sue pulsioni». Gli imprenditori ovviamente si dichiarano tutti testimonial del gioco responsabile. Ma un’impresa competitiva quotata in Borsa o finanziata da fondi di investimento può davvero ridurre il suo RevPAC (Revenue per available customer), cioè il fatturato per singolo cliente?

La slot-machine qui di fronte non può rispondere. Fa soltanto il suo sporco lavoro. È un robot programmato per drenare ricchezza. Il suo cuore è un algoritmo impostato secondo quanto stabilisce il comma 6 dell’articolo 110 del Tulps: una vincita ogni 140 mila partite, durata della partita quattro secondi, costo massimo un euro a partita. Avete capito bene: un euro basta solo per quattro secondi di gioco. Sono quindici euro al minuto, novecento all’ora. È questa velocità frenetica l’anticamera della dipendenza.

Proviamo allora una Vlt, le videolotterie che avrebbero dovuto ricostruire L’Aquila. Le loro vincite sono programmate su un ciclo più lungo: cinque milioni di partite. Infatti va addirittura peggio. Lei sembra conoscere tutto dei suoi giocatori. All’inizio ti fa vincere. Da dieci euro ti porta a tredici, semplicemente battendo a caso sul tasto. Poi si prende tutto. Finalmente i ragazzi delle scuole sono andati via. Restano gli incalliti. Qui accanto è seduta una pensionata oltre la settantina. Non stacca lo sguardo dallo schermo da almeno un’ora. E continua a perdere. All’improvviso il suo badante sudamericano, muscoloso e tatuato, risponde al telefonino: «È tua figlia», le dice. «Adesso non ho tempo», mormora lei, senza nemmeno voltarsi.